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Suprematisti bianchi, mutazione antropologica neoliberista, destra radicale e armi – Terza parte

di Alessandro
Scassellati

Ultima tappa della riflessione sul suprematismo bianco, partendo dalla mutazione antropologica avvenuta con il neoliberismo, per poi passare a ragionare sul “contromovimento” della destra radicale e reazionaria e sul mondo paranoico dei ricchi. Tutti elementi che fanno tornare di attualità le ricerche sviluppate dalla Scuola di Francoforte sulla personalità autoritaria tra gli anni ’30 e ’60 del secolo scorso. In chiusura, alcune riflessioni sull’interazione tossica tra il radicalismo reazionario del Partito Repubblicano e il “diritto” a possedere e portare armi da guerra negli USA.

I primi due articoli sul tema del suprematismo bianco si trovano qui e qui.

Mutazione antropologica e paradigma neoliberista

La pandemia da CoVid-19 ha fortemente rivalutato il ruolo dell’intervento pubblico nell’economia e nella società, rendendo visibile quanto potere e quali impatti può avere lo Stato quando si rende conto che deve agire con decisione per proteggere la salute e il benessere dei cittadini oppure rischiare di essere visto come un ente o un regime politico fondamentalmente superfluo o illegittimo.

Durante questa pandemia (ancora in corso a livello globale) la vita pubblica è stata più volte fermata in molti Paesi attraverso il “distanziamento sociale”, le restrizioni e i lockdowns, ma gli interventi degli Stati in varie forme – dai pacchetti fiscali di sussidi a disoccupati e aiuti a famiglie e imprese alle campagne di vaccinazioni, dagli interventi massivi da parte delle banche centrali (azzeramento dei tassi di interesse e acquisto di buoni del tesoro e obbligazioni corporate) al lancio di programmi tesi a promuovere un’accelerazione della transizione ecologica e digitale delle economia (come nel caso del programma Next Generation EU) – sono stati imponenti (si veda il nostro articolo qui). Allo stesso tempo, il dibattito pubblico ha accelerato, investendo moltissimi temi critici: i compromessi tra un’economia in rovina e la salute pubblica, le virtù dei sistemi sanitari centralizzati o decentrati sui territori, le fragilità della globalizzazione (scombinamenti nella logistica, catene di approvvigionamento, divisione internazionale del lavoro, rischi geopolitici, etc.), il futuro politico-istituzionale dell’Unione Europea e della sua “autonomia strategica”, le disuguaglianze socio-economiche (tra i super ricchi e coloro con lavoro e reddito garantito e coloro privi di alcuna sicurezza, alla mercé dei “capricci del mercato”, ossia delle tendenze socialmente distruttive del capitalismo), il reddito universale di base, il reddito minimo, il populismo, il nazionalismo, il vantaggio intrinseco dell’autoritarismo (decisioni rapide, anche se impopolari).

Soprattutto, nei Paesi ricchi occidentali sono stati messi in discussione orientamenti politico-culturali ed economici neoliberali divenuti egemonici a partire dalla fine degli anni ’70, allorquando partiti politici conservatori e, dopo il 1989, anche alleanze progressiste di centro-sinistra fautrici della Terza Via – frutto di grandi coalizioni tra democratici liberal, socialdemocratici, socialisti, cristiano-sociali che hanno adottato le piattaforme politiche ed economiche neoliberali delle destre conservatrici, cercando di dotarle di “un volto umano” -, avevano ottenuto il sostegno di gran parte della classe media (ossia di quella classe che lo storico newdealista americano Arthur Schlesinger Jr. aveva definito nel 1949 il “centro vitale” del sistema politico democratico di massa) e avevano vinto le elezioni sulla base di un chiaro programma politico “liberale“, finalizzato a rilanciare il capitalismo imprigionato nelle crisi del Fordismo e del Keynesismo (su questo tema si veda il nostro articolo qui). Partiti politici conservatori e progressisti hanno sostenuto che gli elevati tassi di crescita economica degli anni ’50-‘60 (i “Trenta gloriosi”) sarebbero stati nuovamente raggiunti se solo si fosse dato modo alle forze del libero mercato di agire più liberamente e per questo hanno combattuto e cercato di smantellare le forme di potere burocratico, statalista, socialista, consociativo e corporatista1.

Un’agenda politica che ha promesso che individui, famiglie, comunità e affari sarebbero rifioriti soltanto dopo aver spezzato le catene dello Stato sulla società, lasciando libero il settore delle imprese private – il mercato con i suoi “animal spirits” – di controllare ogni aspetto della vita delle persone, e che si è concretizzata in un programma economico neoliberista, volto a ridurre salari, tutele, diritti, spesa sociale e servizi pubblici, privatizzando imprese, servizi e beni pubblici, deregolamentando i mercati, a cominciare da quello finanziario, e rendendo “flessibile” il mercato del lavoro.

Le implicazioni di questo vasto programma divennero subito chiare con la pubblicazione di un articolo intitolato “No more free lunch for the middle class” (niente più pasto gratis per la classe media) nel New York Times Magazine del gennaio 1982, scritto da Peter G. Peterson, ex Segretario al Commercio USA e presidente del consiglio di amministrazione di Lehman Brothers Kuhn Loeb Inc., il grande operatore di Wall Street destinato a crollare nel 2008 durante la crisi finanziaria dei mutui subprime.

L’attuazione del programma neoliberista ha voluto dire meno welfare (meno universalismo, più selettività nei diritti di accesso, e workfare), maggiore precarietà dei lavoratori (specie se giovani, donne, anziani, di etnie minoritarie, disabili, immigrati), salari (reali) più bassi, dequalificazione di ampi segmenti dei lavoratori, aumento dell’intensità del lavoro più che della sua produttività, diminuzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori, i quali sono stati costretti a diventare più flessibili in termini di dove lavorano, quali sono i loro compiti, quali condizioni lavorative devono affrontare, quanto e quando lavorano, e così via. Come esemplificato dal film “Sorry we missed you” (2019) di Ken Loach, se i tempi di lavoro sono diventati imprevedibili e senza orari definiti, le persone sono costrette a fare i salti mortali per organizzare le loro vite e quelle delle loro famiglie.

Ne è risultata una struttura fortemente segmentata e differenziata dei mercati del lavoro assai diversa da quella della fase Fordista e che ha ridotto ai minimi termini i lavoratori dei vecchi settori centrali (falcidiati dai processi di crisi aziendali, delocalizzazione, automazione e digitalizzazione della produzione) e il potere contrattuale dei lavoratori specializzati, accentuando allo stesso tempo la vulnerabilità dei diritti dei gruppi meno qualificati e più svantaggiati – persone con bassi livelli di istruzione, donne, giovani, anziani, minoranze etniche, migranti, portatori di handicap -, i cui salari tendono ad essere schiacciati verso il basso anche come conseguenza dell’esistenza di varie forme di sistematico razzismo e pregiudizio normativo ed istituzionale. Ad esempio, in Paesi come USA, UK o Brasile, dove neoliberismo e razzismo hanno operato e operano in sinergia per frammentare la classe lavoratrice.

Nei Paesi ricchi, salari stagnanti e peggiori condizioni di lavoro sono stati accompagnati da una enorme crescita dell’indebitamento privato e dei consumi a buon mercato (“lo sconto cinese”) ottenuti grazie alla “globalizzazione” economica, ossia attraverso la finanziarizzazione della vita delle persone comuni e la gestione da parte delle global corporations di imponenti flussi di merci prodotte dalle “supply and value chains” nei Paesi emergenti e poveri (su questo tema si veda il nostro articolo qui).

Sono stati così riconfigurati gli assetti socio-economici esistenti alla fine degli anni ’70 in modi che non hanno rappresentato solo delle risposte alla crisi dell’accumulazione capitalistica o alla rinascita del potere di classe dei detentori di capitale dopo gli avanzamenti del movimento operaio e sindacale degli anni ’60 e primi ‘70, ma sono state anche parte di un progetto di cambiamento antropologico, intellettuale, politico e ideologico teso a riprogrammare la governabilità liberale, ridefinendo i rapporti tra Stato, democrazia, società ed economia.

Profeticamente, già nella prima metà degli anni ’70, il poeta Pier Paolo Pasolini denunciava che era in atto una “metamorfosi antropologica”, ovvero la costruzione di un’altra tipologia umana rispetto al passato, diversa per caratteristiche di coscienza, autopercezione, desideri, aspettative e valori, basata sull’omologazione consumistica, “un edonismo consumistico neolaico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.” Un tema affrontato, in chiave ampiamente dispotica ed apocalittica, anche da molti scrittori contemporanei come Philip K. Dick, J. D. Ballard e altri.

Una “mutazione antropologica” messa in luce anche da Michel Foucault (1926-1984) che alla fine degli anni ‘70 aveva parlato della nascita della società disciplinare biopolitica e dell’impegno attivo dello Stato nella costruzione di un contesto ambientale ed istituzionale orientato ad una governamentalità che rende possibile che la vita sia sempre più funzionale rispetto alle esigenze del sistema economico di mercato e che si potesse costruire un uomo flessibile – una “soggettività desiderante” libera di scegliere ed intraprendere senza altro fine che la valorizzazione del proprio “capitale umano” – che deve sapersi incessantemente adattare ad esso, interiorizzandone i princìpi e comportandosi secondo le sue sempre mutevoli esigenze.

Al fondo del neoliberismo c’era l’irresistibile promessa libertaria anarchica della liberazione centrata sulla più assoluta autonomia e resilienza individuale: tutti avrebbero potuto diventare imprenditori di sé stessi, arricchirsi, mettersi alla prova, competere per migliorare la propria posizione sociale, rimanendo sé stessi, liberandosi da ogni autorità e da ogni governo, obbedendo solo ai propri istinti vitali, coltivando e amplificando i propri talenti e “spiriti animali”, anche a spese degli altri, senza preoccuparsi dell’interesse generale e di doverne pagare delle conseguenze.

Una narrazione basata sul darwinismo sociale che sul piano politico-culturale ha trasformato ogni cittadino in un io-legislatore che, quando esercita la sua potestà, non è tenuto a interrogarsi sul “bene comune”, sulle ricadute delle sue decisioni sull’insieme della comunità, locale, nazionale o globale che sia, poiché gli si richiede di essere laborioso e di calcolare costi e benefici delle sue scelte soltanto per sé e quando va bene per la sua famiglia o fazione politica. Le persone sono state incoraggiate a concepirsi più come consumatori che come cittadini, e a privilegiare soluzioni privatistiche anche a problemi che hanno una dimensione indiscutibilmente pubblica, come la sanità, l’istruzione, la sicurezza. Per cui, l’individuo tende a non concepirsi come parte di una comunità più vasta e i suoi diritti non possono essere sacrificati neanche in nome della sicurezza collettiva. Una libertà individuale assoluta, senza fraternità né uguaglianza.

Questo spiega anche il culto del diritto di portare armi da parte di molti cittadini degli Stati Uniti, Paese dove l’ideologia neoliberista si è maggiormente affermata in ambito politico-istituzionale e radicata tra la popolazione. Un culto, che come ha notato Mattia Ferraresi, è incardinato sul principio inviolabile della libertà individuale, poggia sulle idee dell’autopossesso e dell’autodeterminazione, dalle quali discende il diritto di proteggersi secondo modalità che non siano sottoposte ad un’autorità. “L’idea della libertà puramente negativa (libertà “da”: dallo Stato, dalle leggi, dagli altri) con cui si giustifica il possesso delle armi è la stessa invocata per celebrare conquiste e progressi nell’ambito dei diritti individuali. Il diritto di disporre di sé, del proprio corpo, delle proprie inclinazioni, della propria sessualità, della propria sicurezza introduce anche il suo rovescio demoniaco: le armi come feroce certificazione dell’indipendenza individuale. … L’insolubile tragedia americana delle armi abita in quella zona d’ombra della modernità in cui la liberazione dal controllo degli altri confina con la dittatura dell’io.

Una mutazione antropologica che ha travolto empatia, sensibilità sociale, cooperazione, solidarietà e qualsiasi dimensione collettiva, favorendo il prevalere di una mentalità individualista, egoista, cinica e psicotica. Si è così aperta la strada sia per movimenti politici – dai suprematisti bianchi al movimento radicale antistatalista e anti-tasse del Tea Party americano, dal movimento dei ceti medio-bassi dei gilet gialli francesi ai “negazionisti” della pandemia da CoVid-19 – che promuovono apertamente narrazioni complottiste – ad esempio, quella della “grande sostituzione” della popolazione bianca o quella del “the great reset” del capitalismo che immagina che un’élite globalista stia utilizzando il CoVid-19 come un’opportunità per implementare politiche economiche e sociali radicali come vaccinazioni forzate, carte d’identità digitali e rinuncia alla proprietà privata – e il rifiuto di regole (che, a torto o a ragione, sono accusate di attaccare le libertà individuali e frenare lo sviluppo economico) e istituzioni che le emanano, sia per la degenerazione delle democrazie liberali in democrazie plebiscitarie e autoritarie (su questo tema si veda Revelli M., Umano, inumano, postumano, Einaudi, Torino, 2020)

D’altra parte, la pandemia da CoVid-19 e la conseguente crisi sociale ed economica hanno dimostrato che il modello individualista è stato il migliore alleato del virus e che la libertà individuale è illusoria, non significa nulla senza giustizia sociale, ossia se poi non si ha abbastanza da mangiare, se viene negato un accesso adeguato ad un’assistenza sanitaria, ad un lavoro, ai trasporti, all’istruzione, ad un alloggio (sulla crisi alloggiativa si vedano i nostri articoli qui, qui, qui e qui). La libertà individuale senza limiti significa non doversi prendere la responsabilità per le altre persone (le “vittime”, gli “scartati”, i poveri, i senza fissa dimora, gli anziani, i bambini, i Rom, etc.) o per l’ambiente e i sostenitori di questa “libertà” non cercano di costruire una comunità politica nazionale, ma di essere lasciati soli, di non essere disturbati, anche se ciò significa morire in una solitudine disperata di CoVid-19 o di overdose da oppioidi (sulla pandemia americana da oppiodi si veda il nostro articolo qui) o durante una strage di massa dovuta ad un “mass shooting” realizzato da un suprematista bianco o da una persona mentalmente instabile armata e accessoriata come un commando delle forze speciali o dei marines.

Oggi, però, in molti Paesi ricchi ed emergenti, sempre più cittadini esprimono sul piano politico il proprio forte malcontento verso il binomio neoliberismo-globalizzazione, diventato egemone a seguito delle scelte politiche ed economiche “liberali” adottate dalle classi dirigenti occidentali nel corso degli ultimi 40 anni. Vedono che questo binomio non è stato in grado di far materializzare la prosperità tanto promessa e vagheggiata, e che comunque i vantaggi da esso derivanti sono andati e stanno andando in modo sproporzionato ad un ristretto segmento, già ricco e potente, della popolazione (l’1% o il 10%) e delle grandi imprese monopolistiche globali. Questo mentre i costi e le ricadute negative della maggiore apertura (economica, sociale, culturale, migratoria/demografica, etc.) tendono a colpire solo le classi medie e quelle più povere, oltre ad ampi segmenti delle piccole e medie imprese nazionali.

La globalizzazione regolata dal neoliberismo ha contribuito a far aumentare la dimensione della torta economica globale e, in media e in termini aggregati, è stata vantaggiosa per la maggior parte dei Paesi, indipendentemente dal loro livello di sviluppo. Tuttavia non tutti – Paesi, territori, imprese, gruppi sociali ed individui – hanno beneficiato e beneficiano ugualmente e in molti hanno sofferto e soffrono perché il processo è stato guidato da una riorganizzazione industriale e finanziaria planetaria motivata da una redistribuzione massiva del reddito al capitale a scapito del lavoro, nell’ordine di 10-15 punti nei 37 Paesi OCSE (su questo tema si vedano i nostri articoli qui, qui e qui).

Sono state soprattutto le risposte dell’establishment – o meglio, la loro mancanza – alle questioni economiche e sociali che hanno creato i maggiori problemi a livello sia nazionale sia euro-americano. Negli ultimi decenni, ad esempio, il numero di cittadini di origine straniera e non di pelle bianca è cresciuto fino a livelli storicamente senza precedenti in Europa e negli USA, ma i politici e i partiti tradizionali hanno prestato poca attenzione a garantire che venissero messe in campo le necessarie politiche e capacità istituzionali per l’accoglienza e l’interazione interculturale e gestire i cambiamenti e le tensioni sociali e culturali che erano in atto (ad esempio, attraverso un’espansione nei servizi di istruzione e programmi di riqualificazione per adulti).

Poco si è riflettuto anche su come sarebbero stati protetti i sistemi di welfare o su come si potesse realizzare l’integrazione nel mercato del lavoro e negli altri ambiti sociali, dando mano libera alle forze di mercato, al perseguimento dell’interesse individuale e alla crescita delle disuguaglianze, e su come si potesse mantenere la coesione sociale, la “fraternità”, ossia la solidarietà, la partecipazione e lo spirito comunitario che sono necessari per una sana democrazia e per qualsiasi serio sforzo collettivo.

Dato che i politici mainstream non hanno saputo dare risposte adeguate e voluto cambiare lo status quo, non sono intervenuti sulle crescenti disuguaglianze, non hanno evitato la riduzione di reddito e lavoro, non hanno cercato di modificare un sistema economico/finanziario iniquo, un crescente numero di cittadini in difficoltà si è sentito abbandonato dai partiti politici tradizionali.

Questo ha contribuito a creare un’apertura politica per la “destra sociale” populista che non solo punta il dito contro il migrante, il perfetto capro espiatorio divenuto il simbolo del nemico da cui ci si dovrebbe difendere, trasformando la paura in odio, ma in alcuni casi ha assunto, seppure in modo distorto, posizioni che erano state della sinistra socialdemocratica e comunista, compresa la difesa dello stato sociale, dell’interventismo governativo e dei valori laici, rivendicando più attenzione agli interessi dei settori piccolo-medio borghesi (PMI, imprese a basso tasso di innovazione tecnologica, artigiani, commercianti, agricoltori e professionisti tradizionali) penalizzati dal processo di globalizzazione, e arrivando a raggiungere anche i lavoratori e altri elettori disillusi ed alienati che in un’epoca precedente avrebbero votato per politici e partiti socialdemocratici o comunisti.

L’ascesa globale di un nazionalismo conservatore che sembra avere l’obiettivo di creare forme più statalizzate di capitalismo nazionale e “comunità nazionali” – dirette da leaders carismatici indiscutibili che ambiscono a difendere valori nazionali tradizionali speciali, controllare i confini contro i virus dell’immigrazione non bianca, del multiculturalismo e dell’influenza “straniera” (dagli attivisti dei diritti umani ai migranti musulmani, dai terroristi alla grande finanza, dall’Unione Europea al miliardario finanziere e filantropo “globalista” ebreo ungherese naturalizzato americano George Soros, fautore della “società aperta” auspicata dai filosofi-economisti neoliberisti austriaci Karl Popper e Friedrich August von Hayek) – è rapidamente divenuta una minaccia, perché rappresenta la ricetta per la repressione domestica, il capitalismo clientelare, la corruzione massiccia, l’implosione dello Stato di diritto, l’erosione dei diritti individuali e sociali di cittadinanza, l’ascesa di razzismi e conflitti internazionali.

Tra l’altro, con i nazionalisti conservatori e reazionari, così come avveniva con i politici mainstream, le questioni che riguardano davvero la maggioranza della popolazione, i milioni di lavoratori – la riduzione del lavoro stabile, ben pagato e di qualità, le disuguaglianze sociali, la vecchiaia in povertà, l’insicurezza e lo sfruttamento del lavoro, i problemi abitativi, la negazione dei diritti sociali – sono onnipresenti, ma non vengono realmente affrontate, perché anche questi “uomini nuovi” non mettono in discussione il paradigma economico neoliberista, il modo disumanizzante in cui il capitalismo opera, non considerando questo il problema, ma la soluzione, ancorché declinata in una logica territoriale “sovranista”.

Ciò risulta evidente dalle politiche economiche nazionali che finora hanno perseguito: nuova detassazione per i ricchi, ulteriori deregolamentazioni (anche in campo ambientale) e privatizzazioni, tagli generalizzati ai capitoli di spesa sociale per trasferire le disponibilità alla spesa militare e securitaria, nessun vantaggio diretto per la classe lavoratrice se non la promessa di una reindustrializzazione da parte delle imprese incentivate da protezionismo e detassazione degli utili.

Gli economisti dell’Università di Berkeley, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman (2019a, 2019b) hanno calcolato che i tagli fiscali da 1,5 trilioni di dollari di Donald Trump hanno aiutato le 400 dinastie miliardarie più ricche negli Stati Uniti (quelle della “lista Forbes”) a pagare nel 2018 un’aliquota fiscale media del 23%, mentre la metà inferiore delle famiglie americane ha pagato un’aliquota del 24,2%. Nel 2018, per la prima volta nella storia moderna degli Stati Uniti, il capitale è stato tassato meno del lavoro. Dal 1980, la quota della ricchezza americana di proprietà delle 400 dinastie americane miliardarie è quadruplicata mentre la quota di proprietà della metà inferiore della popolazione americana è diminuita. Le 130 mila famiglie più ricche in America ora possiedono quasi quanto il 90% meno ricco (117 milioni di famiglie). Secondo Saez e Zucman, se l’1% più ricco della popolazione americana pagasse un’aliquota fiscale del 60%, lo Stato federale USA incasserebbe circa 750 miliardi di dollari in più l’anno, sufficienti per pagare asili nido per tutti i bambini, un programma di infrastrutture e molto altro.

Questo modo di procedere sul piano economico, insieme alla rimozione della questione sociale dal dibattito politico, è particolarmente pericoloso perché favorisce chi ha già privilegi e punisce i ceti già deboli, allargando le disuguaglianze e contribuendo all’ulteriore ascesa dell’estrema destra. Un circolo vizioso, perché l’ascesa dei nazionalisti di destra non potrà essere interrotta finché non ci sarà una rottura con le politiche neoliberiste orientate al libero mercato che – come Karl Polanyi ha sostenuto – distruggono la società e inaspriscono gli squilibri nell’economia globale.

Si tratta di tentativi di sostituire l’ideologia della “globalizzazione felice” o del “globalismo” – che secondo i sostenitori di queste posizioni politico-culturali vorrebbe annullare i princìpi delle identità nazionali, l’esistenza stessa dei confini e sancire il diritto umano di emigrare – per dare vita a forme regressive e ciniche (“realistiche”) di neoliberismo nazionale attenuate da politiche sociali assistenziali tese a lenire le sofferenze di segmenti molto limitati del corpo sociale nazionale.

Da questo punto di vista, il populismo nazionalistico conservatore, se non proprio reazionario ed autoritario, rappresenta il volto politico del neolibelarismo in crisi. Risposte illusorie e pericolose ai guasti economici ed istituzionali che aggravano la crisi dei ceti medi e popolari, invece che arrestarla. Gli “uomini nuovi” del campo della destra reazionaria cercano di far credere che il ripristino di uno Stato nazionale governato con pugno di ferro (con “i pieni poteri”), dotato di tutti i suoi attributi di sovranità interna ed esterna, capace di chiudere i suoi confini ai migranti, di imporre alla popolazione leggi finanziarie e di mercato più dure e di respingere tutti gli accordi di cooperazione internazionale sul clima, sia l’unico modo per migliorare la situazione sociale della stragrande maggioranza della popolazione. Se le principali minacce diventano i migranti, i nemici “delle nostre origini giudaico-cristiane”, George Soros o le importazioni cinesi, questi leader sostengono che sia possibile una nuova politica pro-capitalista su base nazionale che si pone come obiettivi tenere fuori il proprio Paese dalle istituzioni e dai flussi non graditi di capitale, merci e, soprattutto, persone – migranti economici, profughi, richiedenti asilo e rifugiati di pelle non bianca, quelli che Trump ha definito “animali” provenienti da “shithole countries” -, in modo da implementare la propria versione nazionale di neoliberismo conservatore, etnico, razzista, reazionario e autoritario.

Il contromovimento della destra radicale e il suprematismo bianco

Su come si esce dalla crisi del paradigma politico-ideologico neoliberista ho provato a ragionare in un articolo dedicato al pensiero di Karl Polany, evidenziando il rischio che se ne esca a destra piuttosto che a sinistra. Quello che è certo è che il “vento nuovo che sta scuotendo il mondo”, infliggendo un’apparente sconfitta politica al binomio neoliberismo-globalizzazione sta soffiando a seguito di una contro-offensiva da parte delle forze politiche e culturali più radicalmente conservatrici, nazionaliste, reazionarie, fondamentaliste ed integraliste della destra autoritaria (insieme a nuovi partiti/movimenti del “centro estremo” neoliberista, come i partiti/movimenti La République en Marche di Macron in Francia e il primo Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo in Italia).

Utilizzando come armi un linguaggio tutto fatto di irrisione, cattivismo e scherno, una vasta presenza sui social media e il cosiddetto populismo reazionario “nativista”, neo-nazionalista, neo-protezionista, xenofobo, securitario e fondamentalista religioso, questa destra radicale è riuscita finora a costruire delle “comunità del rancore” e a cavalcare la rabbia anti-globalizzazione, anti-establishment, anti-finanziarizzazione, anti-multiculturalismo, anti-immigrazione e anti-complessità di ampi strati dei ceti medi e popolari americani ed europei (e non solo) indignati, impauriti e impoveriti dagli effetti negativi della globalizzazione neoliberista, della sua crisi dopo i crolli economici e finanziari del 2007-08 (crisi dei mutui subprime) e del 2020-21 (pandemia da CoVid-19) trasformandola in consenso elettorale vincente – da Trump a Johnson, ad Orbàn, a Kaczyński – contro ogni aspettativa, analisi e valutazione da parte di osservatori, analisti e politici mainstream.

D’altra parte, il cambiamento sociale avvenuto negli ultimi 40 anni, oltre alle crescenti disuguaglianze, ha visto mettere in discussione le norme e gli atteggiamenti tradizionali sulla religione, la sessualità, la vita familiare e altro ancora, dall’emergere dei movimenti sociali dei diritti civili, femminista e delle persone LGBTQ+ (Lesbian Gay Bisexual Transgender Queer e altre minoranze di genere), mentre la massiccia immigrazione e (specialmente negli Stati Uniti) la mobilitazione di gruppi di minoranza da sempre oppressi come gli afroamericani e i latinos (rispettivamente 55 e 68 dei 328 milioni di cittadini americani) ha contribuito a sconvolgere gli equilibri socio-demografici e le gerarchie politiche tradizionali, rendendo molti cittadini (soprattutto maschi) bianchi particolarmente nervosi, risentiti e arrabbiati per la perdita di status e potere.

Da questo punto di vista, nei Paesi occidentali ricchi il nuovo nazionalismo reazionario è strettamente intrecciato all’ideologia del suprematismo bianco ed è profondamente anti-democratico, perché si basa su una visione esclusivista, totalitaria e parafascista della libertà – definita essenzialmente in termini di identità “razziale”, nazionale, etnica e/o religiosa -, in cui il disprezzo per la dignità, i diritti e la libertà dell’individuo non è incidentale, ma fondativo e viene utilizzato come un’arma contro tutti coloro che si oppongono al “nuovo ordine” protettivo nativista, razzista, anti-multiculturale, machista, misogino e patriarcale. Un collettivismo repressivo in cui l’inclusione non è data dai diritti, ma è fondata sull’individuazione degli “altri” che vengono trasformati in nemici.

Sotto la bandiera di un collettivismo ideologico repressivo, il nazionalismo di destra promuove l’idea dell’unità del capitale e del lavoro e fa avanzare il capro espiatorio razzista e xenofobo di immigrati, rifugiati, persone di colore, musulmani e stranieri. Incoraggia l’identificazione con l’aggressore attraverso una costituzione del popolo attraverso l’antagonismo contro i suoi nemici, trasformati in oggetti di paura, consentendo di tradurre l’angoscia economica in angoscia culturale identitaria2.

Prevale l’idea che, volendo continuare a perseguire politiche economiche nazionali neoliberiste improntate al rigore e all’austerità, non ci siano sufficienti risorse per tutti e che quindi debbano venire “prima gli americani” o gli inglesi, o gli ungheresi, o gli italiani, ossia il “nostro” popolo, quello considerato “vero” sul piano razziale-etnico-linguistico e dal quale dovrebbe essere possibile esigere una lealtà pressoché assoluta, escludendo coloro che non sono considerati “degni”, “integrabili” ed “assimilabili”: migranti, poveri, LGBTQ+, “fannulloni”, rom e sinti (almeno 10 milioni in Europa), agitatori sociali, anti-patrioti, musulmani, ebrei, femministe, comunisti, anarchici, etc..3. Ogni “sovranista” allunga la lista dei denigrati, esclusi e perseguitati a seconda dei gusti, delle circostanze e della voglia di alimentare le divisioni/contrapposizioni amici-nemici, ma una caratteristica comune è quella di essere “forti con i deboli e deboli con i forti”. In questo modo, questioni di dissenso politico e di disagio sociale e culturale vengono trasformate in questioni securitarie, penali, di “legge e ordine”. Invece di essere delegate agli interventi di uno Stato sociale universalistico, ormai sempre più sottofinanziato, fragilizzato e frammentato, vengono affrontate con misure punitive e tecniche repressive al punto da mettere a rischio il rispetto delle libertà civili e dei diritti umani e sociali.

Lo storico Eric J. Hobsbawm ha sostenuto nel suo capolavoro Il secolo breve (1995) che “il cemento comune” dei movimenti della destra radicale europea che tra le due guerre portarono al nazi-fascismo (il “regime reazionario di massa”, come lo definì Antonio Gramsci), “era il risentimento dei ‘piccoli uomini’ in una società che li schiacciava fra la roccia del grande affarismo da un lato e le asperità dei movimenti in ascesa delle classi lavoratrici dall’altro. Una società che, come minimo, li privava della posizione rispettabile occupata nell’ordine sociale tradizionale, e che essi credevano fosse loro dovuta, e che d’altro canto impediva loro di acquisire all’interno del suo dinamismo uno status sociale al quale si sentivano in diritto di aspirare. Questi sentimenti trovarono la loro espressione caratteristica nell’antisemitismo…” (1995:146-147).

I radicali di destra di oggi sono animati dall’idea di una sorta di perverso gioco a somma zero che permette loro di sentirsi meglio con sé stessi colpendo gli altri, soprattutto i più deboli sul piano socio-economico e politico, mentre ritengono che dover riconoscere che gli altri hanno bisogni e diritti propri equivalga a togliere a loro questi bisogni e diritti. È un tentativo di convertire la rabbia, il disprezzo culturale e l’odio sociale in autostima, ma la frustrazione spinge questi radicali sempre più agli estremi.

Il mondo paranoico dei ricchi

Il populismo reazionario è in grado di attirare, oltre che i ceti più vulnerabili, anche gli elettori ricchi, in quanto il pregiudizio e l’ostilità possono essere ugualmente prevalenti tra le fasce più abbienti della popolazione. Mols e Jetten parlano di “paradosso della ricchezza” e sostengono che le fasce più abbienti percepiscono che i confini tra il loro gruppo e quelli socialmente inferiori (come il ceto medio) sono permeabili, e quindi si percepiscono insidiate dal pericolo di un declino della propria posizione. Cercano di rafforzare i meccanismi di legittimazione dei propri livelli di reddito e di ricchezza che giustificano che altri gruppi stiano peggio, o perfino che restino esclusi dall’accesso a fondamentali diritti e opportunità. In loro cresce il timore che la propria ricchezza possa dissiparsi in un breve lasso di tempo, per l’instabilità politica o per quella economica, e accumulano risentimento credendo di essere colpiti dalle misure di austerità più duramente degli altri gruppi.

I veri ricchi, come ha osservato F. Scott Fitzgerald ne “Il grande Gatsby”, “sono diversi da te e me“, perché la loro ricchezza li rende “cinici dove noi siamo fiduciosi” e li fa pensare che siano “migliori di noi“. I super ricchi americani sono consapevoli che nel medio e lungo termine queste dinamiche sociali ed economiche così inique (basti pensare che i maschi americani più ricchi vivono 15 anni in più rispetto ai maschi americani più poveri, mentre per le donne gli anni sono 10) non sono sostenibili e in molti, oltre a fare la tradizionale beneficenza filantropica, vivono nell’angoscia che il Paese possa insorgere contro di loro e che nel prossimo futuro possano scoppiare gravi disordini, sommosse, tensioni razziali e conflitti sociali.

I super ricchi temono l’arrivo di una catastrofe (come nei casi degli uragani Katrina e Irma), di una pandemia (come il coronavirus CoVid-19), di una guerra civile, di una rivoluzione o di un collasso del governo e delle istituzioni. Una situazione di crollo dell’apparato statale che viene chiamata wrolwithout rule of law – cioè “fine dello stato di diritto”. Per questo si preparano a sopravvivere (“survivalism”) rifugiandosi in bunker sotterranei con armi automatiche e provviste o predisponendo vie di fuga in rifugi dorati in isole sperdute o in case di lusso in Nuova Zelanda, un arcipelago di oltre 600 isole che ai loro occhi offre distanza e sicurezza (ma dove di recente, per contenere il “caro-casa” e bloccare l’”invasione” dei super ricchi americani e cinesi, il governo laburista ha bloccato la possibilità di acquistare case da parte di stranieri se non sono residenti).

Il loro manifesto è il libro The sovereign individual: how to survive and thrive during the collapse of the welfare state, pubblicato nel 1997, i cui co-autori sono James Dale Davidson, un investitore privato specializzato nel consigliare i ricchi su come trarre profitto dalle catastrofi economiche, e il defunto Lord William Rees-Mogg, a lungo direttore del Times (il cui figlio, Jacob Rees-Mogg, è un deputato e ministro ultra-conservatore pro-Brexit britannico). Il libro-manifesto è un testo apocalittico e distopico che preconizza il collasso della civiltà occidentale basata sullo Stato-nazione, rimpiazzata da deboli confederazioni di città-Stato corporative, con la presa del potere da parte di una “élite cognitiaria” globale, una classe di individui sovrani in grado di controllare enormi risorse (una sorta di neo-feudalismo oligarchico).

Inoltre, molte delle persone più ricche della Silicon Valley (come Peter Thiel, co-fondatore dei PayPal, o Serge Faguet) e di Wall Street (come Julian Robertson, guru degli hedge funds), stanno investendo a piene mani nel “business dell’immortalità” per migliorare chi è già in salute e costituire una nuova élite di superuomini potenziati in grado di controllare i propri algoritmi biochimici4, applicando a sé stessi forme di biohacking (che uniscono l’alta tecnologia dell’intelligenza artificiale, wellness, interventi anti-invecchiamento) – per cui c’è chi dorme su materassi elettromagnetici, segue rigide diete alimentari, si fa fare trasfusioni di cellule staminali e prende fino a 150 pillole “cognitive” al giorno. Finanziano a piene mani la ricerca nell’ingegneria genetica e biomedica, medicina rigenerativa, nanotecnologie e interfacce cervello-intelligenza artificiale. Di recente, Facebook ha comprato per circa un miliardo di dollari Ctrl-Labs, una startup che sta studiando il modo di consentire alle persone di comunicare con i computer tramite segnali cerebrali (il pensiero), con l’obiettivo di utilizzare la tecnologia a interfaccia neurale di Ctrl-Labs per sviluppare un braccialetto “che dia alle persone il controllo dei loro dispositivi come una naturale estensione del movimento“. Inoltre, con l’avvento delle tecnologie della biologia sintetica ora i geni possono essere prodotti e modificati ripetutamente. La capacità di progettare cose viventi che questo fornisce rappresenta un cambiamento fondamentale nel modo in cui gli esseri umani interagiscono con la vita del pianeta, potenzialmente di maggiore impatto rispetto al sorgere dell’agricoltura o dello sfruttamento dei combustibili fossili.

Secondo un acuto storico scenarista come Yuval Noah Harari, “due processi insieme – la bioprogettazione abbinata alla crescita dell’intelligenza artificiale – potrebbero avere come conseguenza la divisione dell’umanità in una ristretta classe di superuomini e in una sconfinata sottoclasse di inutili Homo Sapiens. A peggiorare la già nefasta situazione, con la perdita di importanza economica e potere politico delle masse, lo Stato perderà gran parte dei motivi per investire in salute, educazione e welfare. È pericoloso essere superflui. Il futuro delle masse dipenderà allora dalla buona volontà di un’élite. Forse ci sarà buona volontà per alcuni decenni. Ma in un momento di crisi – nel caso per esempio di una catastrofe climatica – sarà facile essere tentati di scaricare le persone superflue” (Harari, 2018:122-123).

Un mondo in cui l’umanità cercherebbe di percorrere la strada del dottor Frankenstein e potrebbe finire per essere divisa non più solo in diverse classi sociali, ma addirittura “in diverse caste biologiche o persino in diverse specie”, con una casta superiore di entità superintelligenti che potrebbe anche essere in grado di costruire muri e fossati per tenere fuori le masse dei “barbari” divenuti ormai irrilevanti perché la loro forza lavoro sarebbe sostituita da quella di fedeli e meno costosi robot e cyborb prodotti in serie e dotati di intelligenza artificiale. Da questo punto di vista, grazie alla combinazione di bioingegneria, interfacce cervello-intelligenza artificiale e ingegneria sociale, sembra ormai a portata di mano la possibile costruzione di quel “mondo nuovo” distopico preconizzato dalle visioni fantascientifiche di grandi scrittori come Aldous Huxley, George Orwell (memorabile la sua descrizione dello Stato di sorveglianza), Isaac Asimov, Philip K. Dick, Anthony Burgess, James D. Ballard e dei narratori cyberpunk degli anni ‘80, oltre che di grandi registi cinematografici come Stanley Kubrick con 2001: Odissea nello Spazio, Ridley Scott con Blade Runner, Steven Spielberg con Minority Report, le sorelle Lana e Lilly Wachowski con The Matrix e Peter Weir con The Truman Show.

Per questo molti dei teorici dell’intelligenza artificiale – guidati dal filosofo Nick Bostrom – sostengono che lo scenario apparentemente fantascientifico di un’intelligenza artificiale cosciente che sfugge al controllo umano (d’altra parte la storia della programmazione informatica è piena di piccoli errori che hanno scatenato catastrofi) e che si impadronisce del mondo rappresenta una minaccia esistenziale per l’umanità così enorme che è ora di prendere dei provvedimenti – da parte dei parlamenti, dei governi, dell’ONU e degli altri organismi internazionali – per evitare che ciò accada. Affidarsi alla superintelligenza artificiale potrebbe essere una enorme minaccia per la sopravvivenza dell’umanità ed è possibile che ad un certo punto la stessa comunità dell’Intelligenza Artificiale possa seguire l’esempio del movimento anti-nucleare negli anni ’40 quando, dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, gli scienziati si unirono per cercare di limitare ulteriori test nucleari.

L’attualità della riflessione della Scuola di Francoforte sulla personalità autoritaria

A partire dagli anni ’30 del secolo scorso, la Scuola di Francoforte ha sviluppato una riflessione storico-filosofica-sociologica di ampio respiro su fascismo e nazismo, almeno in parte rimanendo dentro un quadro analitico marxista. Lo Stato autoritario tra le due guerre è stato letto da una gran parte di questi studiosi come un adeguamento della forma politica alle trasformazioni dell’economia e, in particolare, alla fine del capitalismo concorrenziale e allo sviluppo del capitalismo monopolistico, ossia di un capitalismo organizzato con un intervento dello Stato molto più ampio rispetto a quello della fase liberale5.

Allo stesso tempo, questo gruppo di teorici, studiosi ed analisti ha riflettuto molto su quali siano le tendenze profondamente radicate nell’inconscio e nella psiche euro-americana che portano gli individui ad aderire alle ideologie politiche fasciste e ad assoggettarsi a “duci” e leader carismatici di stampo autoritario6.

Nel suo saggio “Angoscia e politica” del 1957, un altro teorico critico della Scuola di Francoforte Franz L. Neumann ha analizzato il ruolo dell’angoscia in politica7. Si è chiesto come mai le masse vendono le loro anime ai leader autoritari e li seguono alla cieca. Su cosa poggia il potere di attrazione dei leader cesaristici sulle masse? Quali sono le situazioni storiche in cui questa identificazione del leader cesaristico e delle masse ha successo e quale visione della storia hanno gli uomini che accettano questi leader?

Per rispondere a queste domande, Neumann ha suggerito una combinazione di economia politica (un’analisi sociologica e socioeconomica), psicologia politica freudiana (un’analisi sociopsicologica sulle forze interiori e dinamiche inconsce) e critica ideologica. Vede l’angoscia nel contesto dell’alienazione, ossia di un fenomeno multidimensionale economico, politico, sociale e psicologico.

Neumann ha introdotto i concetti di identificazione cesaristica, angoscia istituzionalizzata e angoscia persecutoria, sostenendo che una società autoritaria di tipo fascista rimane una vera minaccia nelle società capitaliste liberaldemocratiche, soprattutto se si verificano alcune specifiche condizioni (quelle che Gramsci identificava come i “fattori storici” che avevano determinato l’affermazione politica dei regimi fascisti e nazisti in diversi Paesi europei dopo la prima guerra mondiale). Tra queste ha incluso crisi politiche, alienazione dal lavoro, competizione distruttiva, alienazione sociale che minaccia determinati gruppi sociali, alienazione politica e istituzionalizzazione di pratiche fasciste, come la promozione dell’angoscia politica collettiva, l’uso continuo della propaganda e del terrore, l’affermazione del nazionalismo persecutorio, del capro espiatorio politico e della xenofobia8.

Oggi, le classi medie e popolari vivono nell’angoscia perché vedono peggiorare le loro condizioni di lavoro e vita, ma quello che sembra contare per molti di loro è una sorta di “darwinismo sociale”, ossia che nella lotta continua per la sopravvivenza le condizioni di lavoro e vita delle persone di colore, dei migranti, dei poveri e degli altri denigrati, esclusi e perseguitati, via via designati, peggiorino di più delle loro. L’importante è potersi sentire superiori almeno a qualcuno in una società dove quasi tutti sono trattati non come dei cittadini, ma come degli “scarti” o, come scriveva Hannah Arendt nel suo capolavoro Le origini del totalitarismo (1951), degli “uomini superflui”.

Un’ondata di conservatorismo politico e di autoritarismo verso chi ha minor potere che rende nuovamente attuali le analisi sulla “personalità autoritaria” di un altro filosofo e sociologo della Scuola di Francoforte, Theodor Adorno, e dei suoi collaboratori Else Frenkel-Brunswik, Daniel Levinson e Nevitt Sanford, sviluppate negli anni ’40 a seguito di ricerche condotte presso l’Università della California a Berkeley. Mettere crudelmente alla berlina le minoranze etniche, i “furbetti” del welfare, i “fannulloni”, gli immigrati “clandestini” e i “vagabondi” senza casa è diventata una forma di soddisfazione pubblica attraverso la quale si manifestano sentimenti diffusi di risentimento, ansia, angoscia, paura, rabbia e disgusto contro i deboli che sono visti solo come un peso per i cittadini “operosi” e “rispettosi delle leggi” del ceto medio bianco.

Le forze politiche del populismo identitario, autoritario e reazionario addossano a dei nemici deboli, come i migranti e/o le persone di colore, tutte le cause della mancata realizzazione delle promesse neoliberiste. Così, la compressione dei salari viene essenzialmente spiegata con la concorrenza sleale della manodopera immigrata e non bianca, evitando di prendere in considerazione le tante riforme e controriforme che negli ultimi 40 anni quasi ovunque hanno selvaggiamente deregolamentato il mercato del lavoro ed eroso i diritti dei lavoratori.

La connessione tra neoliberismo e autoritarismo di destra – un “neoliberismo autoritario”, in cui la democrazia liberale è ridotta a mera apparenza – ha portato alla ribalta un anti-intellettualismo emotivo, ideologico, che impedisce qualsiasi discussione sulle idee socialdemocratiche, socialiste e di emancipazione sociale e che giustifica ideologicamente e cementa le forze politico-culturali sostenitrici del capitalismo neoliberista. Pertanto, un capitalista miliardario come Donald Trump può fingere con successo di essere un eroe della classe lavoratrice. Leader autoritari di destra come Trump, Orbàn, Salvini o Meloni spesso fanno appello alla classe lavoratrice mostrando modi rozzi, un habitus proletario e usando un linguaggio semplice e dicotomico. Ma, in realtà, quando sono al potere questi ideologi si oppongono agli interessi della classe lavoratrice e attuano leggi che prevedono agevolazioni fiscali per le grandi società e i supericchi e danneggiano la classe lavoratrice smantellando gli effetti redistributivi dello Stato sociale e dei servizi pubblici.

L’interazione tossica tra il radicalismo reazionario del Partito Repubblicano e il “diritto” alle armi da guerra negli USA

La presidenza di Trump, il tentativo di colpo di Stato del 6 gennaio 2021 e la fase attuale sono il prodotto dell’evoluzione politico-ideologica del Partito Repubblicano iniziata negli anni ’60 e legata allo spostamento degli elettori bianchi conservatori del sud dal Partito Democratico verso il Partito Repubblicano. Per la prima volta questo spostamento venne tentato dal candidato alla presidenza Barry Goldwater nel 1964, per poi essere praticato con la “strategia del sud” da Richard Nixon nel 1968 e 1972 con il supporto di Strom Thurmond, il famigerato senatore segregazionista della Carolina del Sud – allorquando il Partito Democratico è diventato più liberale progressista e ha approvato la legislazione sui diritti civili sotto la presidenza Johnson.

Un ulteriore spostamento a destra del partito venne avviato oltre un quarto di secolo fa dall’ex presidente della Camera, Newt Gingrich, e da personaggi come Pat Buchanan e il conduttore di talk-show radiofonici Rush Limbaugh nei primi anni ’90. Una evoluzione che ha portato questo partito da essere l’aggregatore politico di un blocco conservatore di interessi sociali diversificati all’essere lo strumento politico di una fazione della destra radicale che ha messo da parte la componente moderata (dei McCain e dei Bush Sr.) per perseguire l’idea di conquistare il potere assoluto e rendere l’America uno Stato monopartitico governato da persone bianche dedite ai tagli fiscali per i ricchi e le grandi corporations, alla deregolamentazione di lavoro e ambiente, alla soppressione del diritto di voto delle minoranze di colore9 e alla saturazione dei tribunali federali e della Corte Suprema con giudici disposti ad annullare il contratto sociale dell’era del New Deal/diritti civili. Alla convenzione nazionale repubblicana del 1992, il paleoconservatore candidato presidenziale Pat Buchanan sostenne che la politica fosse diventata una “guerra culturale” tra progressisti e conservatori. Le campagne per l’ambientalismo, l’aborto e i diritti LGBTQ+ non riguardavano solo la politica, ha affermato, ma hanno lo scopo di distruggere le tradizioni e identità americane. “Questa guerra è per l’anima dell’America“, ha detto Buchanan, e ha invitato i concittadini a “riprendersi la nostra cultura e riprendersi il nostro Paese“. Ovviamente, quando parlava di America, americani e cultura americana, Buchanan intendeva l’America bianca, gli americani bianchi e la cultura americana bianca cristiana, individualista, patriarcale, misogina e razzista.

Il Partito Repubblicano è così diventato un movimento radicale che crede che la libertà – definita principalmente come uno Stato “leggero” senza tasse punitive sui ricchi – sia più importante della democrazia, che la democrazia (con le sue regole consuetudinarie e norme scritte) minacci la libertà individuale, permettendo a molti di derubare i pochi. Un partito che si è trasformato in una setta minoritaria alla continua ricerca della presa del potere sfruttando, da un lato, le peculiari caratteristiche di un sistema politico-istituzionale che sovra-rappresenta il peso dei piccoli Stati rurali conservatori al Senato e nel Collegio Elettorale nazionale per l’elezione del Presidente a scapito di quelli più popolosi, economicamente più rilevanti e politicamente più progressisti delle due coste (su questo tema si veda l’ultima parte del nostro articolo qui), e dall’altro, con l’aiuto di una Corte Suprema a solida maggioranza conservatrice, attraverso la restrizione del diritto di voto e la persecuzione di donne, immigrati, neri, persone LGTBQ+, tutte prese di mira nelle stragi di massa (mass shootings) degli ultimi anni. Un partito che il 6 gennaio 2021 ha cercato di ribaltare un’elezione presidenziale persa, con la violenza invocata dall’alto, dai leader, compreso l’ex presidente Trump.

Trump ha portato alle estreme conseguenze questo progetto sovversivo delle istituzioni democratiche pluralistiche, passando gran parte dei suoi anni di presidenza a estendere i poteri dello Studio Ovale a scapito delle altre istituzioni federali e statali e ad infrangere le norme e le tradizioni che hanno definito a lungo la democrazia americana. Trump ha anche accentuato l’identità del Partito Repubblicano attorno al nazionalismo bianco, che considera uomini, donne e bambini dalla pelle scura parte di un’umanità degradata e come tale privi di qualsiasi valore intrinseco e indegni di protezione. Trump ha paragonato uomini, donne e bambini centro-americani immigrati a parassiti che vogliono “infestare il nostro Paese“. Lo si è potuto vedere quando il suo fidato collaboratore, il suprematista bianco di origini ebraiche Stephen Miller, ha dipinto i migranti come minacce, non candidati all’asilo quanto piuttosto all’incarcerazione.

Non a caso l’ala più conservatrice e nazionalista bianca della destra repubblicana americana ha una fascinazione per Orbán. Lo ha eretto a massimo difensore della civiltà occidentale. La destra potrebbe perdere la guerra culturale in America, ma l’Ungheria offre un modello per la politica antiliberale che non solo vince le elezioni, ma ha mostrato come usare il braccio forte dello Stato per imporre la propria volontà e visione ideologica reazionaria. Per loro, l’Ungheria appare come l’utopia post-neoliberista e para-fascista: la tanto decantata repressione di Orbán sulla “correttezza politica“, le rigide politiche di immigrazione e gli attacchi al secolarismo e ai diritti delle minoranze sono stati combinati con quella che dall’altra parte dell’Atlantico viene considerata (molto erroneamente) un’agenda economica (“di sinistra”) pro-lavoratori. Il conduttore di Fox News Tucker Carlson ha trascorso del tempo in Ungheria all’inizio del 2022, trasmettendo diversi servizi da Budapest e realizzando un “documentario intitolato “Ungheria contro Soros: la lotta per la civiltà”, che dipingeva l’Ungheria come un paradiso conservatore, sotto il costante attacco del miliardario di origine ungherese, George Soros. Era il secondo viaggio di Carlson in Ungheria in meno di un anno. Lo scorso agosto si era recato a Budapest per intervistare Orbán. Poche settimane dopo l’apparizione del premier ungherese su Fox, Trump ha inviato un messaggio di congratulazioni: “Ottimo lavoro Tucker, sono orgoglioso di te!

L’estrema destra americana abbraccia il nazionalista magiaro Viktor Orbán (da poco eletto al suo quarto mandato) in quanto fautore della “democrazia illiberale”, sostenitore della teroria della “grande sostituzione” (trasformata nell’ideologia ufficiale del suo regime) e grande oppositore delle politiche di immigrazione “suicide” dell’Unione Europa10. Poche settimane fa Orbán è stato il relatore principale di una sessione straordinaria dell’americana Conferenza sull’Azione Politica Conservatrice (CPAC) che si è tenuta in Ungheria, sotto lo slogan programmatico “Dio, Patria e Famiglia”, nel tentativo di cementare i legami tra la destra radicale su entrambe le sponde dell’Atlantico sotto il bandiera dell’ideologia della teoria della “grande sostituzione“. “Vedo il grande scambio di popolazione europea come un tentativo suicida di sostituire la mancanza di bambini cristiani europei con adulti di altre civiltà – i migranti“, ha dichiarato Orbán. Facendo eco a un altro tema popolare della destra americana, ha sostenuto che un’altra forma di suicidio culturale fosse la “follia di genere“, un riferimento alla diffusione dei diritti LGBTQ+ in occidente. Per gli organizzatori del CPAC, Orbán è un combattente che ha trasformato il suo Paese in “uno dei motori della resistenza conservatrice alla rivoluzione del risveglio [woke revolution]“.

Alla conferenza CPAC c’erano alcuni dei leader europei di estrema destra – dall’inglese Nigel Farage all’austriaco Herbert Kickl, allo spagnolo Santiago Abascal, agli italiani Francesco Giubilei, presidente di Nazione Futura, Lorenzo Fontana, vicesegretario della Lega, e Vincenzo Sofo europarlamentare di Fratelli d’Italia – oltre quelli americani – diversi membri repubblicani del Congresso, l’ex capo del personale della Casa Bianca di Trump, Mark Meadows, il presidente dell’Unione Conservatrice Americana (che gestisce il CPAC), Matt Schlapp, mentre il conduttore del talkshow di Fox News, Tucker Carlson, è intervenuto brevemente in video, come Donald J Trump. Tra gli oratori in primo piano c’è stato anche Zsolt Bayer, un famigerato razzista ungherese che ha definito gli ebrei “escrementi puzzolenti“, si è riferito ai Rom come “animali” e ha usato epiteti razziali per descrivere i neri. L’ultimo relatore della conferenza è stato Jack Posobiec, un blogger statunitense di estrema destra che ha usato simboli antisemiti e promosso la teoria del complotto inventata “Pizzagate”, diffamando esponenti politici democratici di primo piano come pedofili.

Durante il suo discorso al CPAC di Budapest, Orbán ha delineato una “ricettain 12 punti per il successo politico che la destra cristiana americana e mondiale potrebbe prendere in prestito. Il primo punto, ha detto, “è che dobbiamo giocare secondo le nostre regole” – che i conservatori “non devono essere scoraggiati dall’essere sgridati, etichettati come non idonei o trattati come piantagrane. Si prega di notare che chiunque giochi secondo le regole dei suoi avversari perderà sicuramente.” Il quarto punto è quello di avere i propri media per contrastare l’egemonia dei media liberal mainstream. “È l’unico modo per sottolineare la follia della sinistra progressista. Il problema è che i media occidentali sono adattati al punto di vista di sinistra. Coloro che insegnavano ai giornalisti nelle università avevano già principi di sinistra progressista”.

Idee che stanno molto a cuore alla destra trumpiana del Partito Repubblicano che aspira ad una “Orbanizzazione dell’America”. L’abbraccio di Orbán da parte della destra americana dimostra che questa sarebbe disposta a smantellare la democrazia pluralista americana, usare la coercizione dello Stato per imporre la propria ristretta agenda culturale, religiosa e razziale. Incapaci di ottenere l’approvazione delle persone a cui desiderano imporre i propri valori reazionari, da qui alle prossime elezioni presidenziali del novembre 2024 la destra americana sarà tentata di procedere sempre più su un sentiero antidemocratico, utilizzando come “braccio armato” il potere degli Stati che controlla, oltre alla Corte Suprema a maggioranza conservatrice. Alle elezioni di midterm di novembre i Democratici potrebbero perdere le maggioranze alla Camera e al Senato, per cui Biden  si trasformerebbe in un’anatra zoppa fino al 2024.

Di certo, gli ideologi del trumpismo – Stephen K. Bannon, Stephen Miller, Kellyanne Conway, Sebastian Gorka, Julia Han, Peter Navarro, Robert Lighthizer, insieme ai seguaci californiani di Leo Strauss del Claremont Institute (il cui ex amministratore, Michael Pack, era stato messo da Trump a capo della Broadcasting Board of Governors, un’agenzia governativa da 685 milioni di dollari che supervisiona i principali mezzi di comunicazione finanziati dagli USA, tra cui Voice of America e Radio Free Europe/Radio Liberty) e al conduttore televisivo Tucker Carlson – ed appartengono alla cosiddetta Alt-Right, l’arcipelago rad-trad della destra bianca radical-tradizionalista (nazionalista economica, protezionista, anti-free trade, anti-immigrazione, omofoba, anti-femminista, razzista, sionista antisemita, ossia anti-ebraica, ma pro-Israele, islamofoba, anarco-capitalista, neonazista e neoconfederata) che si ispira alle posizioni intellettuali reazionarie di Oswald Spengler (autore del “Declino dell’Occidente”), Henry L. Mencken, Julius Evola, Ayn Rand, Jean Raspail e D.W. Griffith (regista del film The birth of a nation del 1915 sul Ku Klux Klan), e che si considera alternativa all’ortodossia conservatrice, elitaria ed internazionalista repubblicana (il cosiddetto “liberalismo internazionalista”) che ha dominato il partito dalla fine della Seconda Guerra Mondiale alla fine della Guerra Fredda, impegnandosi a costruire alleanze e (almeno in parte) un ordine internazionale basato su organismi multilaterali e regole che favorissero la democrazia.

Come ha scritto Rebecca Solnit, per i trumpisti repubblicani e gli attivisti dell’Alt-Right, fucili d’assalto e pistole automatiche ad alta potenza (non pensate per essere destinate ad un uso civile) “sono simboli di una peculiare versione della mascolinità fatta di libertà illimitata, potere, dominio, di un’identità militare in cui ogni pistolero è il comandante di sé stesso e chiunque è un potenziale bersaglio, in cui la paura guida la belligeranza, e i diritti del proprietario dell’arma si estendono così lontano che nessuno ha il diritto di essere al sicuro da lui. In questo momento fa parte di un culto suprematista bianco di guerra.” La Solnit sottolinea che l’idea di diritti illimitati alle armi si applica a un numero limitato di persone: i maschi bianchi. “Il permesso di girare armati liberamente è pensato per i bianchi, perché ai neri non sarebbe certo permesso di vagare per un supermercato con enormi fucili automatici a tracolla: Philando Castile è stato colpito a bruciapelo solo per aver detto a un poliziotto che aveva una pistola in macchina nel 2016; Tamir Rice, 12 anni, è stato colpito da colpi di arma da fuoco per aver impugnato un fucile giocattolo a Cleveland nel 2014.

La strage di Buffalo, insieme alla strage di Uvalde del 24 maggio (19 bambini e 2 insegnanti), avvenuta in Texas – uno Stato che mentre ha inasprito le limitazioni al diritto di aborto, ha allentato quelle sul possesso di armi da fuoco11, consentendo ad un 18enne, che non ha l’età per bere alcool legalmente, di comprare il fucile semiautomatico AR-15 e le centinaia di munizioni che poi ha usato nell’attacco alla scuola -, ha riportato l’attenzione del dibattito pubblico la questione realtiva all’accesso troppo facile alle armi. Da anni, grazie all’opposizione dei Repubblicani, il Congresso rifiuta di approvare misure come i controlli sul passato degli acquirenti, la messa al bando dei fucili d’assalto o l’obbligo di tenere al sicuro le armi da fuoco, che sono sostenute dalla maggioranza degli americani12, così come per quanto riguarda il diritto all’aborto13. Così, mentre i proprietari di armi affermano i propri diritti sui corpi degli altri, l’ondata di nuove leggi statali restrittive sull’aborto che sono state approvate e il probabile annullamento della sentenza Roe vs. Wade del 1973 da parte della Corte Suprema significa che alle donne che possono rimanere incinte viene negato il controllo sui loro corpi e sui loro diritti riproduttivi, e possono essere sottoposte ad indagini penali anche nel caso di un aborto spontaneo.

Grazie al Secondo Emendamento della Costituzione – che sancisce il diritto dei cittadini di possedere e portare armi (“Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto.”) – approvato nel 1791 (quando il tempo di ricarica delle armi era di circa un minuto e tutte erano armi a colpo singolo) e interpretato dalle sentenze della Corte Suprema, a partire dal 2008, in modo individualistico, come diritto fondamentale non diverso da quello di voto o di parola, limitandone drasticamente vincoli e controlli14, e alla potente lobby delle armi, la National Rifle Association (NRA, con 5,5 milioni di iscritti), capace di determinare elezioni, ad esempio finanziando la campagna di Trump con 30 milioni di dollari, in mano a civili ci sono più di 393 milioni di pistole e fucili (mentre gli abitanti degli USA sono solo 329 milioni, pari a circa il 4% della popolazione mondiale), il 42% del totale mondiale, in gran parte armi semiautomatiche e anche d’assalto militare. Circa 133 milioni sono nelle mani di 7,7 milioni di persone, il 3% della popolazione adulta, il resto è distribuito tra 55 milioni di persone15.

L’attrazione degli americani per le armi da fuoco è innegabile. I produttori di armi negli Stati Uniti hanno prodotto più di 139 milioni di pezzi per il commercio negli ultimi 20 anni, di cui 11,3 milioni per l’anno 2020, secondo un recente rapporto del Dipartimento di Giustizia. Nello stesso periodo sono state importate 71 milioni di armi da fuoco16, contro appena 7,5 milioni esportate, segno dell’ondata di armi disponibili nel Paese che ha alimentato un picco di violenza armata, omicidi e suicidi.

L’industria delle armi è infatti esplosa: mentre nel 2000 il Paese aveva solo 2.222 aziende produttrici di armi attive, nel 2020 sono 16.963, secondo la stessa fonte. Anche la produzione annuale di armi da fuoco per la vendita commerciale è aumentata, da 3,9 milioni nel 2000 a 11,3 milioni di armi da fuoco nel 2020, con un picco di 11,9 milioni nel 2016. Il documento mostra che mentre gli americani prediligono le armi semiautomatiche (tipo AR-15), utilizzate in molte sparatorie, acquistano principalmente la pistola semiautomatica da 9 mm, considerata economica, precisa, facile da usare e simile all’arma usata dalla polizia.

Le autorità si trovano inoltre ad affrontare un aumento delle cosiddette “armi fantasma“, kit di armi che si possono realizzare in casa per poche centinaia di dollari e di cui alcune parti possono essere acquistate online o prodotte da una stampante 3D. A differenza delle pistole prodotte in fabbrica, non hanno un numero di serie e, poiché durante tutto il processo di vendita non sono considerate pistole, non richiedono una licenza per armi, per cui sottoporre l’acquirente a un controllo dei precedenti penali e psichiatrici negli Stati dove questo è previsto. Secondo il rapporto, nel 2021 la polizia ha recuperato 19.344 cosiddette “armi fantasma“, rispetto alle 1.758 del 2016.

Ci sono state almeno 246 sparatorie di massa negli Stati Uniti finora quest’anno, secondo il Gun Violence Archive che definisce una sparatoria di massa come quella in cui vengono ferite o uccise almeno quattro persone, escludendo lo sparatore. 27 di questi mass shootings sono avvenuti nelle scuole con un totale di 44 morti. Solo nell’ultimo fine settimana, 9 persone sono morte e due dozzine sono state ferite in tre sparatorie a Philadelphia, Chattanooga e Saginaw.

In un discorso televisivo in prima serata, Biden ha detto “Basta, basta!” e ha invitato il Congresso ad approvare una nuova normativa federale che richieda maggiori controlli sui precedenti per gli acquirenti di armi e vieti le armi d’assalto in stile militare e i caricatori di munizioni di grande capacità, ma tutti i tentativi di trovare un compromesso su questi temi sono stati finora bloccati dai repubblicani.

Il numero di morti per armi da fuoco negli Stati Uniti ha registrato un aumento “storico” nel 2020, apparentemente causato dagli effetti dell’epidemia di CoVid-19 e dalla povertà, secondo un recente rapporto dei Centers for Disease Prevention and Control (CDC). Il Paese ha così contato 19.350 omicidi nel 2020, con un aumento di quasi il 35% rispetto al 2019, e 24.245 suicidi. Il tasso di omicidi era di 6,1 per 100.000 abitanti nel 2020, un massimo da oltre 25 anni.

Una parte considerevole degli omicidi, soprattutto in relazione a quanto accade in altri Paesi occidentali, avviene a causa di mass shootings, sparatorie di massa che si susseguono con un ritmo da guerra civile, trasformando parcheggi, strade, chiese, scuole, centri benessere e commerciali in zone di guerra, e che spesso fanno parte di un fenomeno di vero e proprio terrorismo domestico di destra, alimentato da suprematisti bianchi (“white terrorism”), neo-nazisti, “hate groups” e quasi del tutto ignorato dalle agenzie investigative governative, dai media e dal dibattito pubblico, se non per i due, tre giorni successivi alla singola strage.

D’altra parte, perché meravigliarsi di questi atti di violenza se gli Stati Uniti sono stati fondati sul genocidio degli indigeni e sulla schiavitù africana, mentre la dottrina del dominio razziale rimane ancora egemone? Come potrebbe essere altrimenti? Gli Stati Uniti hanno il più alto tasso di incarcerazione al mondo (in stragrande maggioranza i carcerati sono neri e latinos e con circa un terzo di tutte le donne incarcerate nel mondo) frutto della strategia politica razzista basata sul “rinchiudere e buttare via la chiave”, mille omicidi da parte della polizia ogni anno (poco è cambiato dal brutale assassinio di George Floyd nel 2020), un budget per la difesa più grande di qualsiasi altro Paese al mondo e le guerre imperialiste che inevitabilmente ne conseguono. Nessuno dovrebbe essere scioccato quando le persone compiono atti estremamente violenti sul suolo americano, anche se poi, ipocritamente, ogni qual volta si verificano sparatorie di massa in pubblico si inscena shock e confusa indignazione con pianti, preghiere, funerali ed esortazioni retoriche.

Vengono pronunciate parole rituali, vane e ridicole come quelle di Biden all’indomani della strage di Buffalo: “In America, il male non vincerà. L’odio non prevarrà. La supremazia bianca non avrà l’ultima parola“. A Biden, ha risposto Trump, ospite della conferenza annuale della NRA: “L’esistenza del male nel nostro mondo non è un motivo per disarmare i cittadini rispettosi della legge. L’esistenza del male è una delle ragioni migliori per armare i cittadini rispettosi della legge“. Naturalmente, il male, l’odio e la supremazia bianca sono caratteristiche fondative e continuano a determinare molti aspetti della vita americana, per cui dopo pochi giorni il Paese è tornato al suo solito stato di appena velata apprensione, senza che nessuno abbia realmente voluto fare i conti con la condizione di terribile disumanità del Paese. Trump dice agli americani una verità, che il male e la violenza che stanno alla base degli Stati Uniti sono in realtà caratteristiche fondative e non frutto di errori o fatalità, per cui quelli che vogliono che la “carneficina americana” finisca dovranno andare oltre le sue parole e oltre i pensieri, le preghiere e la speranza che i presidenti e altri politici dell’establishment facciano mai qualcosa per fermarla. L’ossessione dell’America per le armi e la violenza terrorizza i suoi cittadini, ma riflette il suo vero “eccezionalismo”, frutto di un passato e presente genocida, classista e razzista.

Nessun altro Paese sviluppato al mondo ha il tasso di violenza da armi da fuoco dell’America. Secondo l’ONU, gli Stati Uniti hanno quasi sei volte il tasso di omicidi per armi da fuoco rispetto al Canada, più di sette volte rispetto alla Svezia e quasi 16 volte rispetto alla Germania. Dal massacro della scuola di Columbine (Colorado) del 20 aprile 1999, in cui vennero uccisi 12 studenti e un insegnante da 2 studenti, mentre altri 24 furono i feriti, è emersa una preoccupante tendenza all’emulazione degli assassini.

Dopo l’ennesimo massacro nella scuola di Parkland in Florida (17 studenti uccisi da un ex-studente il 14 febbraio 2018), era nato il movimento organizzato #NeverAgain, capitanato dagli studenti sopravvissuti alla strage che ha cercato di mobilitare i giovani e le famiglie contro le armi, portando a Washington mezzo milione di giovani per la manifestazione March for Our Lives. Gli studenti hanno denunciato pubblicamente l’influenza della NRA sul Congresso e hanno puntato il dito contro i leader politici, considerati responsabili della permissività delle leggi sulle armi. Ma, nulla è cambiato nella normativa federale.

Al tempo stesso, Trump, che nel suo discorso di insediamento si era scagliato contro “il crimine e le gangs e le droghe che hanno rubato troppe vite” nei quartieri degradati delle città e aveva promesso di porre fine alla “carneficina americana” (“American carnage”), non ha fatto nulla per porre un freno alla libera vendita delle armi automatiche d’assalto, ma piuttosto aveva chiesto al Senato, allora controllato dai repubblicani (che teneva bloccati progetti di legge sul gun control già approvati dalla Camera controllata dai Democratici) di agire su malattie mentali, videogiochi e “i pericoli di Internet e dei social media“. Quando nel 2017 un assassino a Las Vegas ha sparato più di mille proiettili fuori dalla finestra del suo hotel uccidendo 60 persone in 10 minuti, Trump si è limitato a dire che era una persona “fuori di tesa” o “demente”, accusando democratici e media di politicizzare un terribile evento.

I politici repubblicani, a cominciare da Trump, respingono le richieste di imporre un controllo delle armi con proposte come armare gli insegnanti (diversi Stati consentono già agli insegnanti o ad altri dipendenti della scuola con permessi per il trasporto di portare armi all’interno della scuola) e aumentare la presenza della polizia nelle scuole17. Per assecondare il culto delle armi e la serie di massacri, insegnanti e bambini praticano esercitazioni scolastiche che ricordano loro più e più volte che potrebbero essere assassinati in ogni momento. Le scuole spendono centinaia di milioni di dollari in sicurezza, modifiche degli edifici, corsi di formazione ed esercitazioni, e il governo federale spende altri milioni per le guardie di sicurezza delle scuole. Anche i comuni spendono milioni in polizia e attrezzature, in una sorta di corsa agli armamenti che ha anche promosso la militarizzazione della polizia locale. Con scarsi risultati come è stato dimostrato nel caso di Uvalde, dove la polizia ha fatto passare 78 minuti prima che venisse fatta irruzione nell’edificio e venisse ucciso il giovane stragista. I genitori dei bambini hanno implorato gli ufficiali di intervenire, ma sono stati colpiti con i taser e ammanettati. Una donna è entrata nella scuola e ha salvato i propri figli senza alcun aiuto da parte della polizia. L’uomo armato è stato ucciso solo quando gli agenti di una pattuglia di frontiera sono arrivati e sono entrati nella scuola contro il parere della polizia locale.

Alessandro Scassellati

  1. Questo processo si è configurato come una sorta di “riformismo dall’alto” guidato da governi e tecnocrati. E’ stato soprattutto nel settore delle riforme delle istituzioni che i governi hanno mostrato una decisa volontà di intervento, promuovendo una sorta di populismo dall’alto e una ridefinizione dell’assetto istituzionale democratico nella direzione di ciò che Nikos Poulantzas (1978a, 1978b) aveva definito “statismo autoritario”, caratterizzato da una combinazione dei poteri gestionali dello Stato keynesiano con un ritiro strategico da alcune delle sue precedenti funzioni economiche, in presenza di un drastico spostamento di potere dal Parlamento all’esecutivo, un declino dei partiti politici tradizionali e di uno spostamento di sempre più funzioni di governance dalle istituzioni rappresentative agli apparati burocratici permanenti controllati dal potere esecutivo, dalle imprese e dalle organizzazioni internazionali. Per descrivere questa evoluzione Colin Crouch (2003) ha parlato di “postdemocrazia” e Giorgio Agamben (2003) di “democrazia governamentale” intesa come mera tecnica dell’amministrazione governativa che si regge sui sondaggi, sulle elezioni, sulla manipolazione dell’opinione pubblica, sulla gestione dei mezzi di comunicazione di massa, a scapito della democrazia parlamentare. In alcuni casi, come in Grecia e in Italia dopo la crisi finanziaria nel 2008, in un clima emergenziale da “stato di eccezione” o da “shock doctrine” (Klein, 2008), rappresentanti democraticamente eletti sono stati “messi con le spalle al muro” o sostituiti da tecnocrati al fine di accettare di soddisfare le richieste del mercato, imporre drastiche politiche di austerità e “piani di aggiustamento strutturale”, nonché impedire l’esercizio di un controllo democratico sulle decisioni di politica economica.[]
  2. Come ben sanno tutti i volontari e gli operatori attivi nelle buone pratiche di interazione interculturale, non sono le diverse culture che si incontrano o scontrano, ma le persone che ne sono portatrici: sono le persone che debbono esercitare la scelta di integrarsi, “mettendosi in gioco” o meno. D’altra parte, nessuna persona è caratterizzata da un’unica monolitica appartenenza ed identità. Nessuno è soltanto un musulmano o soltanto un italiano, a meno che non si imponga un’ideologia fanatica e totalitaria – come il jihadismo, il fascismo, il nazismo o il suprematismo bianco – che obbliga la gente a credere in un’unica narrazione e ad avere un’unica identità, negando tutte le altre identità e gli altri obblighi sociali e relazionali. Un musulmano può essere anche un italiano, così come un italiano può essere anche un musulmano, ed entrambi possono essere dei socialisti, capitalisti, figli, mariti, padri, scienziati e vegetariani, e ognuna di queste identità comporta obblighi aggiuntivi che spesso possono entrare in conflitto fra loro.[]
  3. Una ideologia politica che ormai sta permeando anche un Paese come la Danimarca, storicamente progressista, inclusivo, egualitario ed accogliente frutto del compromesso socialdemocratico post guerra, in cui nessun cittadino veniva lasciato indietro, ma che nell’ultimo decennio l’asse politico si è decisamente spostato a destra e sono state adottate politiche in materia di accoglienza di richiedenti asilo e migranti viziate da approcci xenofobi, discriminatori e razzisti permeati dal pregiudizio contro le persone di religione islamica. I governi danesi – a guida sia conservatrice sia socialdemocratica – hanno messo in campo politiche draconiane tese ad assimilare con metodi coercitivi i rifugiati a “cultura e valori danesi” o a rendere più facile la loro deportazione. Gli “immigrati non occidentali”, un eufenismo per identificare i musulmani, sono accusati di dare vita a “società parallele” e sono vittime di atteggiamenti che un tempo sarebbero stati definiti come antisemitismo. Sul caso danese si veda il nostro articolo qui.[]
  4. Su questo tema si vedano i libri di Harari Y.N., 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano, 2018 e Homo deus. Breve storia del futuro, Bompiani, Milano, 2017, e l’articolo di Marsh S., Extreme biohacking: the tech guru who spent $250,000 trying to live for ever su The Guardian del 2018.[]
  5. Si veda, ad esempio, il saggio di Herbert Marcuse La lotta contro il liberalismo nella concezione totalitaria dello Stato del 1934 che arriva a conclusioni analoghe a quelle espresse da Karl Polany nel libro La grande trasformazione del 1944 con la sua teoria del “contromovimento”, ma anche di Antonio Gramsci quando analizza “l’americanismo e il fordismo” nei Quaderni dal carcere. Secondo Marcuse, il fascismo non doveva essere inteso quale negazione dell’ordine liberale, ma piuttosto come un suo prodotto, un suo esito: “il passaggio dallo Stato liberale allo Stato totalitario e autoritario si compie sulla base dello stesso ordine sociale. Tenendo presente questa base economica unitaria si può dire che sia il liberalismo stesso a ‘generare’ lo Stato totalitario e autoritario, che ne è il perfezionamento in uno stadio avanzato dello sviluppo. Lo Stato totalitario e autoritario fornisce un’organizzazione e la teoria della società che corrispondono allo stadio monopolistico del capitalismo”. Questa lettura interpretativa è stata portata fino all’estremo con lo sviluppo del concetto di “capitalismo di Stato” teorizzato da Friedrich Pollock nel saggio del 1941 State Capitalism, ripreso anche nelle riflessioni di Max Horkheimer.[]
  6. Questo è stato l’oggetto della prima grande ricerca interdisciplinare promossa dall’Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte, gli Studi sull’autorità e la famiglia che, dopo circa due anni di lavoro, sono stati pubblicati a Parigi nel 1936, dove la Scuola di Francoforte, di cui facevano parte in gran parte studiosi di origine ebraica, si era trasferita dopo la presa del potere da parte del partito nazionalsocialista. E’ stato lo psicoanalista Erich Fromm a sviluppare la “Parte sociopsicologica” della ricerca, stabilendo una precisa connessione tra crisi sociale, famiglia patriarcale, sviluppo del tipo caratteriale sado-masochistico e consenso ai regimi autoritari.[]
  7. Franz L. Neumann è stato un politologo autore anche di uno dei testi più importanti sulla Germania nazista, Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo (Behemoth è il nome di un mostro biblico evocato da Hobbes) pubblicato nel 1942.[]
  8. Forse una ulteriore condizione che potrebbe essere aggiunta all’elenco di Neumann è la debolezza della sinistra politica, perennemente assediata da rivalità, guerre interne, fazioni, frammentazioni, isolamento e ortodossia, e il suo frequente errore di calcolo dei pericoli reali della situazione politica che sta affrontando. Nella Repubblica di Weimar, il Partito Comunista tedesco considerava il suo principale nemico i socialdemocratici e non i nazisti. I comunisti stalinisti definivano il Partito Socialdemocratico tedesco “fascismo sociale” e credevano che il capitalismo tedesco sarebbe crollato automaticamente dopo l’ascesa al potere di Hitler.[]
  9. Sulla soppressione del diritto di voto delle minoranze di colore negli USA si veda il nostro articolo qui. Negli Stati Uniti, per quanto riguarda l’esercizio del diritto di voto, gli elettori neri aspettano più a lungo, si devono spostare più lontano ed è meno probabile che i loro voti vengano conteggiati, 19 Stati hanno leggi sul voto più restrittive, quasi tutte pensate per scoraggiare in modo sproporzionato l’elettorato nero. Studi, indagini e sentenze giudiziarie hanno concluso che l’intento specifico delle leggi sull’identificazione degli elettori, la chiusura dei seggi e le manipolazioni dei confini dei distretti elettorali (gerrymandering) è quello di limitare l’accesso agli elettori di colore. A settembre 2021, tre giudici della Carolina del Nord hanno stabilito che la legge statale sui documenti d’identità con fotografiaera motivata almeno in parte dall’intento incostituzionale di prendere di mira gli elettori afroamericani“. Eppure, a febbraio 2022, la Corte Suprema ha annullato una sentenza del tribunale di grado inferiore che richiedeva all’Alabama di ridisegnare i suoi distretti congressuali. I giudici non erano d’accordo con la valutazione della corte di grado inferiore secondo cui “gli elettori neri hanno meno opportunità rispetto agli altri alabamiani di eleggere candidati di loro scelta al Congresso“, hanno semplicemente deciso che ridisegnare le mappe avrebbe confuso gli elettori e gravato sui legislatori statali. Ancora una volta, la Corte ha sostanzialmente stabilito che il comfort degli elettori bianchi è più importante della volontà politica degli elettori neri. Forse non c’è metafora migliore per il concetto di supremazia bianca.[]
  10. Su Orbán e il suo regime autoritario si veda il nostro articolo qui; sul caso della Polonia, per molti aspetti analogo a quello dell’Ungheria, si veda il nostro articolo qui; sulle “politiche di accoglienza” di profughi e richiedenti asilo dell’Unione Europea si veda il nostro articolo qui. La risposta umana ai 6-7 milioni di rifugiati ucraini mostra che è possibile un percorso radicalmente nuovo per prendersi cura dei più vulnerabili. La decisione unanime di tutti i 27 Stati membri di invocare la Direttiva sulla protezione temporanea – approvata oltre 20 anni fa sulla scia delle guerre jugoslave, ma mai utilizzata prima – ha dato agli ucraini l’accesso a servizi sociali come alloggio, istruzione e assistenza sanitaria senza che dovessero superare la laboriosa procedura di asilo nazione-per-nazione. La grande solidarietà per gli ucraini mostra che una risposta compassionevole e umana alle crisi dei rifugiati è possibile, anche di fronte a un flusso enorme e caotico di migranti. Ma, il rapido aiuto che è stato fornito a loro mette anche in netto contrasto l’inferno che i richiedenti asilo non bianchi – provenienti da Africa, Medio Oriente e ‘Asia – e alcuni di loro musulmani, hanno sopportato e devono sopportare quando hanno cercato e cercano di sfuggire a circostanze altrettanto strazianti. Quando siriani, afgani, iracheni, africani e altri rifugiati sono arrivati e arrivano sulle coste europee in cerca di sicurezza, le guardie di frontiera spesso li hanno respinti e li respingono violentemente, mentre i politici conservatori e parti della popolazione li hanno trattati e li trattano con sospetto e disprezzo. Sono stati e sono spesso respinti dai confini con la violenza o accolti con disprezzo xenofobo. Le accoglienze molto diverse parlano del razzismo e dell’incoerenza al centro del sistema di asilo in Europa. La storia dei rifugiati ucraini non è ancora finita: le nazioni europee ora devono affrontare il gigantesco compito di fornire alloggi, assistenza sanitaria e opportunità educative a milioni di nuovi arrivati, integrandoli nella società. Già, alcune città stanno soffrendo. Nessuno può indovinare quanto dureranno la buona volontà e l’ospitalità. Ad ogni modo, l’abbraccio di solidarietà verso gli ucraini sta offrendo sia una lezione sia una guida: le circostanze possono fare di chiunque un rifugiato e, con sufficiente immaginazione e coraggio politico, è possibile un nuovo percorso radicale per prendersi cura dei vulnerabili.[]
  11. Gli Stati con le leggi sulle armi meno severe hanno la più alta quantità di violenza armata.[]
  12. Secondo un sondaggio CBS e YouGov pubblicato all’indomani degli omicidi nella scuola di Uvalde in Texas, il 62% degli americani è favorevole ad un divieto a livello nazionale dei fucili semiautomatici. Il 77% ritiene che l’età minima per l’acquisto di un fucile d’assalto dovrebbe essere superiore a 18 anni: il 32% ritiene che dovrebbe essere 21 e il 45% opta per 25. La questione cruciale, però, è che quasi la metà degli elettori repubblicani – il 44% – pensa che gli Stati Uniti debbano convivere con le sparatorie di massa in quanto fenomeno parte di una società libera.[]
  13. Un recente sondaggio Gallup ha rilevato che il 55% degli americani si identifica come “pro-choice“. Allo stesso modo, la maggioranza degli americani (52%) considera l’aborto moralmente accettabile, mentre un 38% lo definisce moralmente sbagliato. Solo il 13% degli americani pensa che l’aborto dovrebbe essere illegale in tutte le circostanze.[]
  14. L’interpretazione individualista non è sempre stata prevalente né l’unica. L’alternativa pubblicistica e comunitaria, che ancora emergeva nella sentenza del 1939, United States vs. Miller, sottolineava l’importanza della milizia e il concetto comunitario di “the people”, per cui il diritto alle armi riguardava esclusivamente il cittadino nello svolgimento dei suoi doveri militari e difensivi all’interno di una forza armata statale. Oggi, le “milizie” private armate sopravvivono prevalentemente come organizzazioni della destra radicale, anche se ce ne sono anche di orientamento socialista.[]
  15. Meno di due decenni fa, dopo che nel 2004 il Congresso ha lasciato scadere il divieto delle armi d’assalto che aveva imposto nel 1994, la National Rifle Association e i produttori di armi hanno deciso di passare dalla promozione della cultura ed equipaggiamento per la caccia e la vita rurale alla vendita di armi da guerra ad alta potenza, delle armature e degli abiti militari, trasformando i bianchi conservatori in commando dilettanti che giocano a fare la guerra dove vogliono e gli Stati Uniti in una zona di guerra. La paura, la rabbia e l’odio aumentano vendite e profitti, e così queste culture sono coltivate avidamente dall’industria delle armi, dalle testate giornalistiche di destra, dai vari opinionisti e demagoghi, dai leader delle milizie suprematiste e dai neonazisti.[]
  16. Un quarto delle armi vendute negli Stati Uniti viene prodotto in Europa, e produttori austriaci (Glock), tedeschi (SIG Sauer) e italiani (Beretta) hanno donato milioni di dollari alla NRA per proteggere il loro più grande mercato.[]
  17. Trump ha anche chiesto la revisione della sicurezza scolastica e dell’approccio della nazione alla salute mentale, dicendo che ogni edificio scolastico dovrebbe avere un unico punto di ingresso, robuste recinzioni esterne, metal detector e porte blindate delle classi, e ogni scuola dovrebbe avere un agente di polizia o guardia armata sempre in servizio.[]
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