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Far pagare le tasse alle global corporations e ai ricchi

di Alessandro
Scassellati

Il 5 giugno il G7 dei ministri finanziari ha trovato un accordo di principio su un regime di tassazione minima globale dei profitti delle global corporations. Ma, la strada per arrivare a far pagare le tasse in modo equo a multinazionali e ricchi è ancora molto lunga e piena di insidie.

Il problema dell’elusione ed evasione fiscale

Negli ultimi 40 anni i parlamenti nazionali hanno più o meno rinunciato a perseguire politiche fiscali progressive a fronte della richiesta da parte delle grandi imprese globali, dei mercati e delle organizzazioni finanziarie internazionali di una riduzione della spesa pubblica e di una sempre più bassa tassazione dei profitti aziendali e finanziari, dei patrimoni personali/familiari più grandi e dei redditi più elevati. Il FMI riporta che nei Paesi ricchi (OCSE) il prelievo sulle fasce più alte è diminuito del 40% dal 1981 al 2017, passando da una media del 62% al 35%, e un abbassamento altrettanto drastico si è registrato nella tassazione degli utili d’impresa, scendendo in media dal 38% al 22% (in Italia dal 52,2% al 24%), con una riduzione media del 5% dal 2008. Questo, mentre il livello di tassazione sulle persone fisiche del ceto medio è aumentato in media del 6% e l’IVA è passata da un’aliquota media del 17,6% al 19,2%.

Il gruppo di giornalisti investigativi no-profit di ProPublica ha pubblicato un’inchiesta da cui si evince che i 25 americani più ricchi – tra cui Jeff Bezos, Warren Buffett, George Soros, Michael Bloomberg Bill Gates, Rupert Murdoch, Mark Zuckerberg ed Elon Musk -, hanno pagato una “aliquota fiscale reale” di appena il 3,4% (pari a 13,6 miliardi di dollari complessivi) tra il 2014 e il 2018, nonostante il loro patrimonio netto collettivo sia aumentato di oltre 400 miliardi di dollari nel stesso periodo. I 25 americani più ricchi hanno pagato collettivamente lo 0,17% della loro ricchezza in tasse nel 2018. Questo, mentre una famiglia media americana, con un reddito da 70 mila dollari all’anno, ha pagato il 14% di tasse federali nello stesso periodo. ProPublica ha utilizzato i dati dell’Internal Revenue Service (IRS) per analizzare le dichiarazioni dei redditi e ha scoperto, ad esempio, che nel 2007 Bezos, il fondatore di Amazon e già miliardario, non pagava tasse federali. Nel 2011, quando aveva un patrimonio netto di 18 miliardi di dollari, è stato nuovamente in grado di non pagare le tasse federali e ha persino ricevuto un credito d’imposta di 4 mila dollari per i suoi figli.

I miliardari americani (come tutti gli altri) si avvalgono di strategie di elusione fiscale al di fuori della portata della gente comune. La loro ricchezza deriva dalla crescita esponenziale del valore dei loro beni patrimoniali, come pacchetti azionari e proprietà. Incrementi di valore che però le leggi statunitensi (in assenza di tasse sulla ricchezza)1 non riconoscono come reddito imponibile a meno che e fino a quando questi miliardari non vendono o trasferiscono i loro beni. Negli ultimi decenni, con l’impennata del mercato azionario, le vaste fortune accumulate dai membri della plutocrazia sono in gran parte sfuggite alle tasse. I dati dell’IRS mostrano che i più ricchi possono, in modo perfettamente legale, pagare tasse sul reddito che sono solo una piccola frazione delle centinaia di milioni, se non miliardi, che costituiscono i loro patrimoni e che crescono esponenzialmente ogni anno.

A partire dai primi anni ’80 si è scatenata una corsa al ribasso che ha visto spuntare come funghi decine di veri e propri paradisi fiscali2, nonché misure tese a favorire gli investimenti, specialmente quelli finanziari a debito, che hanno ulteriormente ridotto la base imponibile a cui le aliquote sono effettivamente applicate. Sono state abbattute anche le tasse sulle rendite e transazioni finanziarie, con la motivazione che queste misure avrebbero incentivato i consumi (anche se tutti gli economisti sanno bene che i ricchi hanno una minore propensione al consumo rispetto ai ceti medi e popolari, per cui l’effetto è che i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri) e gli investimenti produttivi e, quindi, anche crescita economica e nuova occupazione. Nel Regno Unito la Thatcher ha ridotto le imposte sulle società dal 52% al 35% negli anni ’80, il New Labour le ha ridotte al 28% e i governi Cameron e May al 19%.

Oggi, le global corporations scelgono l’ubicazione geografica delle operazioni di produzione e vendita in base a come i regimi fiscali, oltre ai costi di trasporto e ai costi salariali, possono influenzare la redditività complessiva. Il risultato di questa continua riorganizzazione spaziale della produzione su scala globale è che le global corporations possono continuare ad accumulare profitti attraverso una sorta di meccanismo di “profit by expropriation” (profitto per espropriazione) o di appropriazione del valore aggiunto soprattutto dai Paesi del Sud del mondo. La Apple, ad esempio, ha operazioni di assemblaggio tramite subappaltatori nella Cina a basso salario e sussidiarie in Paesi a bassa tassazione come l’Irlanda. La produzione in una zona economica speciale in Cina consente al subappaltatore di Apple, la taiwanese Foxconn, di importare componenti senza pagare le tariffe cinesi e consente ad Apple di acquistare i telefoni finiti da Foxconn prima che siano tecnicamente entrati in Cina, per poi vendere quei telefoni a società sussidiarie con sede in paradisi fiscali aziendali come l’Irlanda, e poi lasciare che quelle sussidiarie vendano i telefoni al resto del mondo dopo aver aggiunto un notevole margine di profitto. Questa “catena del valore” costruita con cura consente ad Apple di ottenere la maggior parte dei suoi profitti nei Paesi in cui paga meno tasse, anche se i telefoni vengono spediti dai porti cinesi.

Dal 2013 si è discusso in sede OCSE – il forum che a Parigi riunisce i 36 principali Paesi a economia di mercato (75% del PIL mondiale) – su come mettere fine allo scandalo dell’elusione fiscale che permette a società multinazionali di fare utili e di non pagare quasi nulla di tasse. Le attuali regole fiscali globali risalgono agli anni ’20 del secolo scorso e hanno dimostrato di non essere in grado di tenere sotto controllo le global corporations che vendono servizi a distanza e attribuiscono gran parte dei loro profitti alla proprietà intellettuale – come brevetti di farmaci, marchi, design, software e altre royalties – detenuta in giurisdizioni a bassa tassazione. Le amministrazioni Obama e Trump avevano di fatto bloccato il negoziato contro le richieste degli altri Paesi del mondo, a cominciare dai grandi Paesi europei.

L’iniziativa USA e l’accordo di principio del G7

Con l’amministrazione americana tornata a credere nella diplomazia multilaterale con Joe Biden, l’iniziativa per l’istituzione di una global minimum tax è stata presa dal ministro del Tesoro americano, Janet Yallen, che in marzo aveva inviato una proposta di 21 pagine ai Paesi del G20 e all’OCSE, che da anni discuteva a vuoto su un’aliquota universale da applicare ai profitti di impresa3. D’altra parte, il principale beneficiario di una tassa globale minima sui profitti delle global corporations americane potrà essere il governo federale USA, da decenni danneggiato nelle sue entrate dalla corsa globale verso il basso della tassazione delle imprese. Un accordo globale è certamente un buon affare per gli Stati Uniti che possono tassare di più le loro multinazionali e proteggersi da quelle che cercano di andare offshore.

Introdurre un sistema di tassazione internazionale più equo e più efficiente era già una priorità prima della crisi economica dovuta alla pandemia da CoVid-19 ed è ora diventata una necessità per sostenere la leva dell’intervento pubblico post-virus. Riuscire a tassare le multinazionali e a restringere i margini di elusione legale, sono dei passaggi essenziali per le strategie economiche dell’amministrazione Biden e anche di molti Paesi europei.

In un primo momento, Yellen aveva proposto agli interlocutori un prelievo minimo del 21%4, una quota coerente con la riforma tributaria proposta da Biden al Congresso americano. Tra quelle proposte, infatti, c’è anche l’aumento dal 10,5% al 21% dell’imposta sugli utili realizzati all’estero dalle aziende USA.

Il piano per l’occupazione e le infrastrutture di Biden ha come corollario l’aumento dell’aliquota della tassazione sui cittadini con un reddito superiore ai 400 mila dollari5 e sulle società dal 21 al 28% – anche cambiando il codice fiscale per chiudere le scappatoie che consentono alle aziende di spostare i profitti all’estero, introducendo un’aliquota minima da applicare a tutti i profitti aziendali nel mondo (facendo aumentare quella USA dal 10,5% al 21%) e rafforzando la caccia ai paradisi fiscali -, oltre che il ricorso al debito. L’amministrazione Biden vuole favorire il “made in America” anche cercando di eliminare gli incentivi per gli investimenti offshore e di invertire una tendenza in base alla quale, anche se le società americane sono le più redditizie al mondo, gli Stati Uniti raccolgono meno entrate fiscali societarie in percentuale del PIL rispetto a quasi tutte le economie avanzate dell’OCSE6.

In ogni caso, il problema del mancato gettito fiscale riguarda tutte le economie avanzate, come anche quelle emergenti e povere. Per più di un decennio dalla Grande Recessione, i principali Paesi a corto di entrate hanno cercato di trovare modi per riscuotere entrate fiscali dalle multinazionali che hanno sede in paradisi fiscali come Irlanda, Svizzera, Lussemburgo e località caraibiche come le Isole Cayman7. La cosiddetta corsa al ribasso tra Paesi ha sostanzialmente ridotto le aliquote fiscali sulle società negli ultimi due decenni. Il tasso aziendale medio legale tra i paesi OCSE era del 32,2% nel 2000; questo era sceso al 23,2% nel 2020, secondo l’OCSE.

Al G7 dei ministri finanziari di Londra (4-5 giugno) è stato trovato un accordo di principio su una proposta che si basa su due pilastri:

  1. un’aliquota minima “di almeno il 15%” (il termine “almeno” è stato voluto dalla Francia che ha un livello di tassazione dei profitti delle imprese del 32%) per tutte le multinazionali, con il duo Yallen/Biden che inizialmente avrebbe voluto il 21%, per cui anche se una società sposta la sua sede fiscale in un paradiso fiscale, dovrà comunque pagare la differenza al Paese dove ha la “casa madre”, fino ad arrivare al 15% degli utili;
  2. l’intenzione di tassare una quota definita “residuale” da calcolare sulle aziende con “superprofitti” – margini di profitto superiori al 10% dei ricavi; il 20% (ma perché non il 50 o il 100%?) della quota eccedente il 10% dei profitti verrebbe ridistribuita ai Paesi in cui vengono realizzati – non dove hanno la “casa madre” -, in modo da far pagare alle multinazionali le tasse dove fanno business, dove effettivamente vendono servizi e prodotti. Ma, il tetto minimo dei profitti messo al 10% potrebbe essere troppo alto, evitando così a una multinazionale di dover essere tassata su questo pilastro. Notoriamente, infatti, le piattaforme del capitalismo digitale come Amazon hanno politiche aggregate di distribuzione dei profitti molto bassi – tra il 3 e il 6% – rispetto ai ricavi.

Inoltre, le aziende saranno obbligate a pubblicare in modo più standard i dati relativi all’impatto ambientale delle loro attività così che gli investitori possano decidere più facilmente se finanziarle.

Mario Draghi ha definito l’accordo di principio raggiunto al G7 dei ministri delle Finanze “un passo storico verso una maggiore equità e giustizia sociale per i cittadini”. La proposta prevede che la tasse si raccolgano in tutti i Paesi dove i profitti vengono realizzati e non solo dove ci sono le sedi legali/fiscali e i quartieri generali delle multinazionali, stabilendo una tassazione minima che sia di base per tutti i Paesi in modo da bloccare la continua corsa al ribasso e al dumping fiscale, che consente evasione ed elusione fiscale da parte delle multinazionali. L’economista premio Nobel Joseph Stiglitz ritiene che la proposta del G7 “comincerà a fermare la corsa al ribasso“, ma considera che il primo pilastro sia “molto viziato, troppo influenzato dalle multinazionali“. Senza un’aliquota iniziale più elevata, ad esempio una tassa minima del 21-25%, per Stiglitz il rischio è “che l’imposta minima diventi, di fatto, l’imposta massima“.

Un percorso ancora lungo

Perché l’accordo diventi realtà, sarà necessario che venga approvato oltre che da USA, Canada, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Giappone, anche dal G20 dei ministri finanziari (80% del PIL mondiale) a Venezia a luglio e poi dal G20 dei capi di Stato e di governo in ottobre, ma anche da tutti i Paesi impegnati nel negoziato in sede OCSE (dove dei Paesi che partecipano al negoziato quelli potenzialmente “danneggiati” da una soglia del 15% sono 23 sui 139), e poi dai singoli parlamenti, almeno per quanto riguarda l’Unione Europea.

Dal maggio 2019 il quadro inclusivo dell’OCSE/G20 sull’Erosione della Base e il Trasferimento dei Profitti (BEPS) aveva lanciato una nuova fase di confronto sulle riforme fiscali per affrontare l’elusione fiscale internazionale da parte delle multinazionali nell’era digitale. Da allora, 139 Paesi stanno partecipando ai negoziati. Anche qui, il pacchetto di riforma comprende due pilastri: il primo sulla distribuzione dei diritti di imposizione e il secondo su un’aliquota minima globale dell’imposta sulle società.

Va ancora definita la soglia di fatturato per essere soggetti a tassazione, ossia cosa si intende per “i gruppi globali più grandi e redditizi” ai quali si applicherebbero le nuove regole. È probabile che l’intenzione degli USA sia quella di sostituire le proposte dell’OCSE presentate nel 2020, che per il primo pilastro includevano una soglia di entrate di 750 milioni di euro, con criteri per restringere l’attenzione ai “servizi digitali automatizzati” e alle “aziende rivolte ai consumatori“, con un margine di profitto soglia del 10%. Criteri che avrebbero incluso circa 2.300 multinazionali. Gli Stati Uniti, invece, parlano di 100 multinazionali, di cui almeno 50 americane con ricavi oltre i 20 miliardi di dollari. I piani per un’aliquota minima globale dell’imposta sulle società, nell’ambito del secondo pilastro, potrebbero arrivare a “catturare” fino a 8 mila multinazionali.

L’analisi dell’Osservatorio Fiscale dell’UE indica che le società che sarebbero costrette a pagare più tasse includerebbero i giganti petroliferi BP, Shell, ENI, Iberdrola e Repsol, la società mineraria Anglo American, la società di telecomunicazioni BT e banche come HSBC, Barclays e Santander. Nell’ottobre 2020, l’OCSE ha stimato che nell’ambito delle riforme si potrebbero raccogliere fino a 81 miliardi di dollari di entrate fiscali aggiuntive ogni anno. Il primo pilastro porterebbe tra 5 e 12 miliardi di dollari, mentre il secondo pilastro, con un tasso minimo globale del 12,5%, raccoglierebbe tra 42 e 70 miliardi di dollari.

Inoltre, vanno ancora definiti i meccanismi per la ripartizione delle quote “residuali” tra gli Stati dove vengono realizzate e gli Stati dove le global corporations hanno stabilito la loro sede fiscale e che assai spesso sono dei veri e propri paradisi fiscali, a cominciare da Paesi dell’Unione Europea come Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Bulgaria, Cipro e Ungheria che al momento hanno una corporate tax nominale tra il 9% e il 12,5% o addirittura inferiore8. Anche la Cina, che è la seconda economia più grande del mondo e un membro influente del G-20, ha in Hong Kong un paradiso fiscale e in generale una pressione delle imposte inferiore ai Paesi occidentali. Tra l’altro, la Cina ha costruito la sua ricchezza per decenni offrendo generosi incentivi fiscali alle imprese nazionali e globali e in sede di negoziato OCSE/G20 chiederà garanzie di poter continuare tali politiche.

La proposta OCSE/G20 su cui attualmente si discute privilegia i Paesi più ricchi dove le multinazionali hanno le loro origini e sedi. I Paesi del G7 raggruppano il 40% del PIL mondiale, anche se hanno solo il 10% della popolazione mondiale9. Se redistribuiti solo al loro interno, ai G7 spetterebbero più del 60% delle entrate aggiuntive (ma potrebbero arrivare anche al 75%). Invece, i Paesi a basso reddito che non hanno loro multinazionali non beneficerebbero dal primo pilastro (la tassa minima globale) e anzi perderebbero una quota significativa delle loro attuali entrate fiscali, mentre guadagnerebbero pochissimo dal secondo pilastro se la quota “residuale” fosse limitata alla tassazione del 20% della quota eccedente il 10% dei profitti.

Il gruppo di pressione di ricercatori e attivisti Tax Justice Network ha proposto il “minimum effective tax rate”, un indice che permetterebbe di distribuire i proventi anche nei Paesi dove si svolge l’attività economica reale delle multinazionale senza discriminare tra i Paesi in cui hanno sede e quelli dove operano. L’India guadagnerebbe tre volte in più dell’importo stimato dall’OCSE, quasi 13 miliardi di dollari. La Cina 32 miliardi, il Brasile 10, contro 3. Gli stessi Paesi del G7 guadagnerebbero 250 miliardi, invece di 170. “Il nostro modello mostra che un’aliquota fiscale minima effettiva del 25% potrebbe aumentare 780 miliardi di dollari di entrate aggiuntive in tutto il mondo e lasciare comunque alle multinazionali tre quarti dei loro profitti lordi. I Paesi al di fuori del G7 potrebbero ricevere 355 miliardi nell’ambito dell’approccio più equo che abbiamo proposto. Se il G7 andrà avanti con un tasso minimo del 15% nell’ambito dell’approccio profondamente diseguale dell’OCSE, lascerà poco più di 100 miliardi di dollari per gli altri Paesi, mentre prenderà 170 miliardi di dollari solo per sé stessi. Questo non può reggere. Il resto del mondo deve obiettare assolutamente.

Insomma, la discussione è soltanto entrata nel vivo con un primo “colpo di mano” del G7 teso a condizionare gli sviluppi successivi del negoziato. Ci vorranno anni affinché una sorta di riforma fiscale globale possa essere effettivamente implementata. La partita è ancora tutta aperta a livello sia di Unione Europea sia globale. Senza considerare che perché questo tipo di accordo multilaterale possa essere applicato, sarà molto probabilmente necessaria la creazione di un’agenzia internazionale che ne coordini l’esecuzione e il monitoraggio, con potere di penalizzare gli Stati inadempienti. A settembre l’ONU potrebbe iniziare i negoziati per formare un organismo intergovernativo che fissi le regole fiscali per tutti.

Se anche i profitti delle global corporations venissero tassati al 15%, c’è da dire che oggi nei Paesi ricchi la pressione fiscale sta in gran parte sulle spalle del ceto medio. Come le rivelazioni di ProPublica dimostrano, esistono due sistemi fiscali separati. Uno è per la gente comune, che guadagna la maggior parte del proprio denaro in salari e stipendi. L’altro è per i ricchi, che guadagnano la maggior parte dei loro soldi attraverso la proprietà di beni quotati in borsa, imprese private e altre forme di capitale. La quota delle entrate federali negli Stati Uniti che deriva dalla tassazione del lavoro è passata dal 50% nel 1950 a oltre l’80% di oggi, mentre le società hanno visto la loro quota scendere dal 30% nel 1950 a meno del 10% attuale.

Il rovescio della medaglia dell’elusione ed evasione fiscale dei ricchi e delle grandi multinazionali è data da bassi salari, tasse elevate sulle persone fisiche che lavorano e taglio dei servizi pubblici, a cominciare da quelli relativi al welfare10. A fronte dell’elusione e degli abbattimenti delle aliquote fiscali per ricchi e imprese, i governi sono stati costretti a finanziarsi sia attraverso l’indebitamento crescente sia aumentando la tassazione su consumi e lavoro. I sistemi fiscali sono via via diventati sempre meno progressivi e il carico fiscale sui salari (ad esempio, per gli oneri previdenziali) è rimasto più o meno costante o è cresciuto, mentre le imposte su persone fisiche e consumi e l’IVA sono decisamente aumentate ovunque.

Biden ha già offerto ai Repubblicani di sacrificare l’innalzamento dal 21% al 28% dell’aliquota sui profitti delle imprese, che aveva annunciato nei suoi programmi espansivi11, per cercare un sostegno bipartisan. E il futuro della global minimum tax dipenderà molto dal rapporto di forze tra Democratici e Repubblicani nel Congresso USA. I Repubblicani si oppongono alla riforma fiscale interna, la base logica di quella globale. Anche i Democratici moderati non sono completamente allineati con l’amministrazione Biden. Se poi si arrivasse ad un vero e proprio Trattato internazionale, il Senato dovrebbe approvarlo con una maggioranza dei 2/3, quindi con l’appoggio di almeno la metà dei Repubblicani, un esito al momento pressoché impossibile dato il clima di polarizzazione politica esistente12.

Le critiche all’accordo sul 15%

Le critiche maggiori all’accordo di principio sono venute sia da Oxfam sia dall’economista Gabriel Zucman, teorico della necessità di una tassa del 2% sui grandi patrimoni, coordinatore del nuovo Osservatorio Fiscale Europeo (EUTax) che il 1 giugno ha presentato un primo rapporto alla Commissione Europea (firmato da Zucman, con Mona Barake, Theresa Neef e Paul-Emmanuel Chouc) e membro della Commissione indipendente per la riforma della tassazione aziendale internazionale (Icrict, alla quale partecipano economisti del calibro di Joseph Stiglitz, Jayati Ghosh, José Antonio Ocampo, oltre a Zucman e Piketty), sia dall’economista della Paris School of Economics, Thomas Piketty, autore de Il capitale nel XXI secolo.

Per Oxfamil 15% è troppo basso, farà poco per mettere fine a una pericolosa corsa verso il basso delle imposte sulle società e al vasto ricorso ai paradisi fiscali”. Un’aliquota del 15% è più vicina a quelle vigenti nei paradisi fiscali come Irlanda, Svizzera o Singapore e quindi andrebbe alzata subito al 25%. “L’accordo non è equo. È un patto fiscale dall’alto verso il basso mediato da soli sette Paesi e deciso prima dell’accordo globale atteso [nelle sedi OCSE/G20 e ONU] per quest’estate. Avvantaggerà in modo schiacciante i Paesi ricchi e aumenterà la disuguaglianza. Miliardi di dollari di entrate persi nei paradisi fiscali ogni anno, andrebbero ai Paesi ricchi dove hanno sede la maggior parte delle grandi multinazionali come Amazon e Pfizer. Il G7 non può aspettarsi che la maggioranza dei Paesi del mondo accetti le briciole della sua tavola.

Oxfam segnala che rispetto all’accordo del G7 esistono proposte più coraggiose avanzate dai Paesi in via di sviluppo. Una è stata presentata dall’African Tax Administration Forum (Ataf), a nome di 38 Paesi africani. Anche il Gruppo intergovernativo dei 24 o G24, un organismo che rappresenta economie emergenti come la Colombia, ha chiesto un sistema fiscale più equo, ritenendo imperativo che le entrate aggiuntive generate da una tassa minima globale siano equamente condivise tra i Paesi di origine delle multinazionali, come gli Stati Uniti, e i Paesi in via di sviluppo da cui provengono le loro attività, forza lavoro e materie prime. Il G24 chiede che, in alcune circostanze, queste economie abbiano la priorità nella tassazione dei profitti trasferiti ai paradisi fiscali13.

Zucman ritiene l’intesa sia effettivamente “storica”, perché è la prima volta che i Paesi si accordano su un’aliquota minima, ma che un’imposta del 15% sui profitti delle grandi multinazionali a livello globale sia “un tasso ridicolmente basso” rispetto a quella che è stata storicamente la norma e a quella che è oggi la norma. A metà degli anni ’80, l’aliquota globale sulle società era al 50%. In 40 anni siamo passati dal 50% al 22%. Oggi, tutti i Paesi del G7 sono già molto al di sopra della soglia del 15%, per cui se questa dovesse diventare l’aliquota di base molti dei Paesi UE perderanno molte risorse.

La proposta dell’Osservatorio Fiscale Europeo diretto da Zucman è di fissare un’aliquota del 25% (il livello proposto anche dall’Icrict) che garantirebbe entrate per 170 miliardi di euro in più ogni anno solo a livello europeo, “un incremento del 50% rispetto all’attuale gettito da corporate tax”. Servirebbe a rompere la spirale della concorrenza fiscale che investe l’Unione Europea e che, grazie ai regimi fiscali esistenti in molti Paesi, permette anche alle grandi multinazionali europee di sfuggire a una tassazione equa14. Con un accordo internazionale su un’aliquota minima del 25% la Germania ci guadagnerebbe 29 miliardi, la Francia 26, la Spagna 12,4, l’Italia 11,1. Ma, con l’aliquota al 15% il gettito aggiuntivo complessivo “ammonterebbe a soli 50 miliardi15.

Il conto potenziale (e in parallelo la perdita derivante da un accordo al ribasso) sale se al gettito dovuto dalle multinazionali domestiche si aggiunge il secondo pilastro dell’accordo, quello che riguarda la tassazione dei profitti in ognuno dei Paesi in cui i grandi gruppi effettivamente operano. E che chiama quindi in causa, per esempio, i colossi americani del web. Ma, secondo l’Osservatorio Fiscale Europeo, è il primo fronte quello potenzialmente più remunerativo, perché i gruppi extraeuropei generalmente realizzano la maggior parte dei ricavi fuori dall’Unione. E infatti una prima stima, basata sull’ipotesi che Bruxelles si muova in autonomia senza attendere un accordo con il resto del mondo, quantifica in “soli” 12,3 miliardi (1,1 per l’Italia) i potenziali introiti fiscali per i 27 se iniziassero ad applicare un’aliquota del 25% al tax deficit dei gruppi USA. Più 34,4 miliardi che potrebbero arrivare da imprese di altri Paesi extraeuropei.

Se passasse la proposta concordata al G7, il gettito sarebbe ovviamente anche in questo caso molto inferiore, e non solo a causa dell’aliquota più bassa: i ministri hanno stabilito che verrebbe applicata solo alle imprese con margini superiori al 10% e solo sul 20% dei profitti che eccedono quella soglia. Un meccanismo che è difficile definire severo. Eppure Cipro e l’Irlanda sono già sulle barricate. Il ministro delle Finanze cipriota Constantinos Petrides ha preannunciato l’intenzione di porre il veto al Consiglio UE, dove le decisioni in materia fiscale vanno prese all’unanimità.

Anche Thomas Piketty non condivide l’entusiasmo dei leader dei grandi Paesi europei sull’accordo siglato a Londra tra i ministeri delle finanze del G7 per introdurre una tassa globale sulle multinazionali. “Piacerebbe anche a me pagare appena il 15% di tasse. È scandaloso. Dare alle grandi multinazionali il privilegio di pagare il 15% di tasse significa riconoscere loro il diritto di pagare meno di quanto non debbano fare le piccole e medie imprese, come del resto la maggior parte delle persone e in generale la classe media. Se tutti pagassero il 15% andrebbe bene, ma sappiamo che non è possibile se vogliamo avere trasporti, scuole, sanità pubblica. A finanziare queste cose rimane ancora una volta la classe media, mentre a chi può permettersi sedi distaccate in paradisi fiscali facciamo lo sconto. Di fronte a tutto questo parlare di un grande risultato è disdicevole, ci prendono per imbecilli?

La digital tax applicata da alcuni Paesi europei

Unione Europea e USA da tempo battagliano sul tema della tassazione delle piattaforme del capitalismo digitale che sono concentrate nella Silicon Valley o a Shangai, con l’UE che negli ultimi 20 anni è stata colonizzata dai colossi digitali americani e cinesi. Non ci sono regole comuni su come attribuire geograficamente la base imponibile di gruppi come Amazon, Facebook e Google che finora hanno fatto quello che hanno voluto nell’assegnare fatturati e profitti ai territori dove ci sono meno tasse.

L’Unione Europea, a seguito di una proposta comune da parte di Italia, Francia, Germania e Spagna aveva definito una web-tax europea, prevedendo che, anche in mancanza di una “stabile organizzazione” (presenza di personale, uffici, organizzazione commerciale o linee di produzione) in un Paese, qualunque società con “una presenza digitale significativa” (ossia un’attività di business globale superiore a 750 milioni di euro) venisse obbligata ad avere una “residenza virtuale” e, data la difficoltà ad individuare gli utili, pagasse una tassa del 3% sull’ammontare del giro d’affari (che avrebbe dovuto fruttare circa 5 miliardi di euro all’anno).

Dopo due anni di discussioni, la proposta avanzata dalla Commissione è stata affondata da una minoranza di blocco in seno all’Ecofin, il tavolo dei ministri delle Finanze dell’Unione, guidata dai governi che stringono accordi fiscali con Google, Facebook e altri giganti della rete che consentono di pagare a loro poche tasse e di eludere il fisco degli altri Stati europei. Hanno votato contro i ministri di Irlanda, Svezia, Danimarca ed Estonia.

Italia, Gran Bretagna, Spagna, Austria e Francia hanno deciso di andare avanti e di approvare unilateralmente lo schema proposto dalla Commissione Europea (prelievo del 3% sulle aziende digitali con un business superiore a 25 milioni di euro a livello nazionale e a 750 milioni a livello globale), ma il governo degli Stati Uniti ha minacciato di imporre dazi punitivi (in base alla Sezione 301 del Trade Act del 1974) fino al 100% su 2,4 miliardi di dollari di importazioni francesi (tra cui vini, champagne, borse e formaggi) e di attivare un ricorso al WTO. Pertanto, l’implementazione della web tax da parte dei cinque Paesi europei è partita solo dal 2020, sfidando le minacce dell’amministrazione Trump.

Ora, l’accordo raggiunto nel G7 di Londra prevede che quando la global tax sarà definitiva, i Paesi che hanno introdotto una digital tax la elimineranno. Questo è stato un punto di forte tensione fra gli USA e gli Stati europei al G7: gli USA ne chiedevano l’immediata abolizione16. Non a caso Facebook, Google e Amazon si sono subito schierate a favore dell’accordo raggiunto in sede G7, perché la proposta del G7 mira solo ai profitti, non ai ricavi complessivi attualmente presi di mira al 3% dalle tasse digitali messe in atto dai 5 Paesi europei (ma almeno altri 35 Paesi stanno per partire con delle loro digital taxes in giro per il mondo). Ritengono che alla fine potrebbero uscirne meglio.

C’è da dire che in Italia finora la web tax del 3% sui ricavi delle grandi imprese digitali ha generato un gettito di soli 233 milioni di euro nel 2020 (irrilevante in un bilancio pubblico da 800 miliardi), secondo quanto annunciato dal ministro dell’Economia Daniele Franco. Si tratta di un risultato nettamente inferiori alle stime, che erano state messe a bilancio prima della pandemia. Il gettito atteso era di 700 milioni di euro, considerato che l’imposta si applica alle società con fatturato globale annuo superiore ai 750 milioni di euro e almeno 5,5 milioni di ricavi da servizi digitali in Italia17. Vengono quindi tassati i ricavi e non gli utili, nel tentativo di intercettare i flussi finanziari prima che diventino invisibili al fisco.

Quella della web tax italiana è una storia lunga e tortuosa e a giudicare da quanto si prospetta, non è ancora detta l’ultima parola. Approvata inizialmente con la Legge di Bilancio del 2019, è rimasta per lungo tempo in un limbo (è stata rinviata per due volte), prima delle modifiche apportate con la manovra del 2020, che con alcuni accorgimenti l’ha resa operativa senza la necessità di approvare decreti attuativi. Entrata in vigore a gennaio 2020, l’imposta sui servizi digitali ha l’obiettivo di far pagare delle tasse in Italia ad Amazon, Google, Facebook e Apple, accusati di trasferire in paradisi fiscali, come Lussemburgo ed Irlanda, gran parte degli enormi profitti realizzati18.

Grazie alla web tax, Amazon online Italy ha pagato circa 10 milioni su 300 milioni di ricavi, mentre la tassa non si applica alla Amazon Italia Logistica e alla Amazon Italia Transport che insieme valgono oltre 1,350 miliardi di ricavi. Nell’anno della pandemia i ricavi complessivi di Amazon sono quasi raddoppiati, passando da 961 milioni a 1,7 miliardi, con utili che non arrivano al 3%. Le tre società italiane di Amazon sono controllate da holding lussemburghesi, dove poi finiscono i profitti. Nel 2017, Amazon aveva accettato di pagare 100 milioni di euro per mettere fine ad una vertenza con l’Agenzia delle Entrate riguardante gli anni tra il 2011 e il 2015 (per la Guardia di Finanza, Amazon aveva evaso imposte per circa 130 milioni).

L’esperienza italiana con la web tax dimostra di non essere in grado di risolvere il problema. Il gettito aumenta di poco e l’imposta si è anche rivelata molto complicata da applicare.

Verso la direttiva country-by-country reporting

In attesa che si arrivi ad un accordo finale sulla tassa globale minima, l’Unione Europea ha raggiunto un accordo sulla proposta di direttiva sul country-by-country reporting (CBCR) per costringere le grandi multinazionali a pubblicare una ripartizione delle tasse che pagano in ciascuno degli Stati membri del blocco e in 19 giurisdizioni inserite in liste nere e grigie – paradisi fiscali come le Seychelles e Panama – e che sono considerate in varia misura “non cooperative19.

Nella serata di martedì 1 giugno Commissione, Consiglio e Parlamento europei hanno raggiunto un accordo sulla proposta di direttiva sulla rendicontazione pubblica Paese per Paese20. I dati forniti dovranno essere scomposti in base alla natura delle attività della società, al numero di dipendenti a tempo pieno, all’importo dell’utile o della perdita prima delle imposte sul reddito, all’importo dell’imposta sul reddito accumulata e pagata e ai guadagni accumulati.

Un accordo che Oxfam e altre organizzazioni della società civile giudicano “un passo in avanti, ma non ancora sufficiente per poter parlare di una vera trasparenza fiscale per le mega-corporations”.

Oxfam si aspettava obblighi molto più stringenti per le aziende. Il CBCR, come originariamente concepito, avrebbe dovuto imporre l’obbligo di pubblicazione di dati societari completi disaggregati per ciascun Paese in cui la multinazionale opera: fatturato, utili o perdite realizzati, imposte versate, numero di dipendenti e così via. Una rendicontazione di questo tipo avrebbe permesso di identificare casi di sospetta elusione fiscale. Come succede quando enormi profitti vengono spostati in giurisdizioni a fiscalità privilegiata, approfittando della presenza di società del gruppo che hanno però una modesta attività economico-finanziaria e un ridotto impiego di forza lavoro.

La Commissione Europea aveva presentato la propria proposta di direttiva nell’aprile del 2016. Erano i tempi in cui l’opinione pubblica del continente si indignava a causa dello scandalo LuxLeaks del 2014 che aveva rivelato gli accordi segreti offerti dal Lussemburgo alle global corporations. Il Parlamento Europeo ha proposto alcuni emendamenti a luglio 2017 e il Consiglio Europeo ha raggiunto una propria posizione comune sulla proposta di direttiva dopo 5 anni, il 3 marzo 2021.

L’accordo è stato il risultato di un compromesso tra la posizione più ambiziosa del Parlamento e quella, estremamente conservativa, del Consiglio. Nella versione definitiva, la disaggregazione dei dati non vale per tutti i Paesi. Solo gli Stati membri e i Paesi extra-Ue inseriti per almeno due anni consecutivi nelle liste nera e grigia dei paradisi fiscali dell’Unione sono mantenuti. Liste deboli e considerate insufficienti da parte delle organizzazioni che si battono per la giustizia fiscale. E che escluderebbero dall’obbligo di rendicontazione oltre tre quarti dei Paesi del mondo, in nome della tutela del segreto commerciale. Senza contare che nessuno dei 15 paradisi fiscali al vertice della classifica Oxfam figura in queste liste. Inoltre, rimangono una serie di altre scappatoie, inclusa la possibilità per le società di trattenere le informazioni fino a cinque anni se considerate commercialmente sensibili. Le regole saranno riviste ogni quattro anni e gli attivisti hanno criticato la portata limitata dei Paesi interessati dalla politica.

Piuttosto deludente è apparsa la cautela nel posizionamento del governo italiano che non ha avallato, a differenza di altri Paesi dell’Unione, le istanze migliorative avanzate dalle organizzazioni impegnate nella promozione della giustizia fiscale e delle migliaia di cittadini italiani ed europei che hanno espresso inequivocabile supporto a un CBCR più rigoroso.

In ogni caso, la direttiva UE ha aperto le porte agli altri Paesi. Una misura simile è ora all’esame del Congresso degli Stati Uniti e della Securities and Exchange Commission, mentre questo tipo di legislazione esiste già nel Regno Unito (il Finance Act 2016), sebbene sia rimasta per ora inutilizzata.

Un cambio di paradigma in materia fiscale nell’Unione Europea?

Alla vigilia del vertice del G7 i ministri delle Finanze dei 4 maggiori Paesi dell’Unione Europea – Francia, Germania, Spagna e Italia – hanno firmato una lettera sul Guardian nella quale si auspicava un cambio di passo sulle questioni relative alla tassazione, nella convinzione che la pandemia da CoVid-19 abbia reso intollerabili i privilegi dei colossi delle piattaforme del capitalismo digitale – Alphabet/Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft e Netflix -, e più in generale delle global corporations, molte delle quali si sono arricchite ulterirmente durante l’ultimo anno e mezzo. Il Guardian ha riferito che le sei società della Silicon Valley hanno pagato 219 miliardi dollari di tasse sul reddito negli ultimi dieci anni, che equivale al 3,6% delle loro entrate totali di oltre 6 mila miliardi.

Sulla questione del dumping fiscale e dei tassi minimi d’imposizione sui profitti delle società, si tratterebbe evidentemente di un primo passo verso un cambiamento di paradigma per l’Unione Europea, costruita fin qui come zona di libero scambio senza regole fiscali comuni che provoca effetti distorsivi pesanti nell’allocazione dei capitali d’impresa e che consente ad imprese globali europee come la FCA degli Agnelli o americane come la Apple o McDonald’s di scegliersi liberamente la domiciliazione della sede sociale più favorevole dove pagare le tasse tra Olanda, Irlanda, Gran Bretagna, Lussemburgo, Bulgaria, Malta, Cipro, facendo risparmiare miliardi ai gruppi di controllo grazie alle irrisorie aliquote applicate alla distribuzione dei dividendi.

Questi sono anche alcuni dei Paesi dell’Unione Europea che per uno o due milioni di euro vendono cittadinanza, residenza e permessi di soggiorno (golden visas) a ricchi russi, ucraini, cinesi, cambogiani, africani e mediorientali, mentre il mercato globale dei programmi di concessione della cittadinanza per investimento – o CIP come sono comunemente noti questi “golden passport schemes” che consentono di viaggiare senza visto in oltre 140 Paesi,– è in pieno boom.

A Monaco Montecarlo, ad esempio, a fronte degli 8 mila monegaschi con diritto di suolo e di sangue, ci sono 30 mila ricchi che hanno la residenza fiscale, 6 mila dei quali sono italiani. D’altra parte, le persone che vivono a Monaco per almeno 183 giorni all’anno non pagano alcuna imposta sul reddito o sulla proprietà. Cipro ha realizzato circa 6 miliardi di euro con il rilascio di circa 4 mila passaporti dall’introduzione dello schema nel 2013. Schemi che vengono adottati anche da Paesi come Albania e Montenegro che aspirano ad entrare nella UE. Molti Stati dei Caraibi, tra cui St Kitts e Nevis, Antigua e Santa Lucia, hanno raccolto milioni di dollari vendendo a oltre 10 mila ricchi la cittadinanza, i passaporti e un accesso all’Europa senza bisogno di visti, combinato con zero o basse tasse sui redditi personali. I passaporti sono diventati una merce che genera un giro d’affari miliardario. I migranti ricchi e potenti sono accolti con il tappeto rosso, mentre quelli poveri muoiono nei deserti e nei mari. Le grandi banche e le società di consulenza li aiutano ad emigrare e a diventare “cittadini globali”.

Il governo italiano è riuscito a recuperare un paio di miliardi di euro di tasse non pagate tra il 2011 e il 2017 da parte di aziende come Gucci (che nel 2019 ha pagato 1,25 miliardi per chiudere il contenzioso con il fisco italiano), Apple (318 milioni), Credit Suisse (101,5 milioni), Google (306 milioni), Facebook (100 milioni), mentre ha accusato Amazon di aver avuto in Italia “una stabile organizzazione” (800 milioni di euro di investimenti, 2 mila dipendenti a tempo indeterminato) che avrebbe operato in maniera occulta generando redditi (2,5 miliardi di euro tra il 2011 e il 2015) sui quali non avrebbe pagato 100 milioni di euro di tasse con cui è stato chiuso il contenzioso.

Oggi, non è semplice far emergere la base imponibile di una multinazionale in un singolo Paese, ma è l’obiettivo che potrebbe essere raggiunto, ad esempio, attraverso una combinazione di un tasso minimo d’imposizione sui profitti/ricavi, l’obbligo del country-to-country reporting e un direttiva europea che ripartisca la base imponibile comune in relazione ad alcuni parametri, il più rilevante dei quali potrebbe essere il luogo di produzione dei flussi economici.

In Europa si è arrivati a creare per molti Paesi un unico mercato dei beni, servizi e capitali e un’unica moneta al fine di impedire i giochi delle svalutazioni competitive, ma sul terreno fiscale non è stata abolita la concorrenza al ribasso, per cui ciascun Paese può continuare a fare dumping tributario a piacere per attirare individui ricchi (high net worth individuals), forza lavoro ad alta specializzazione (per convincerla a lavorare nel Paese), imprese, soprattutto di grandi dimensioni, e risparmio estero (ad esempio, i rendimenti dei titoli acquistati da non residenti sono stati progressivamente esentati dalle imposte cedolari in tutti i Paesi europei, e si è lasciato all’altro Paese il compito di stabilire le modalità di imposizione).

Nell’Unione Europea ci sono Paesi con una tassazione delle imprese aggregata (amministrazione centrale e locale) alta – Francia (34,43%), Belgio (33,99%), Germania (30,18%), Portogallo (29,5%) e Grecia (29%), intermedia – Italia (27,81%), Lussemburgo (27,08%), Austria, Olanda e Spagna (25%) – e bassa – Ungheria (9%), Irlanda (12,5%) e Lettonia (15%).

Ci sono anche Paesi europei – Irlanda, Malta, Lussemburgo, Olanda, Cipro – che operano indisturbati come veri e propri paradisi fiscali. In Unione Europea, se si ha una holding e si cerca un luogo dove installarla, Amsterdam è il posto giusto. Ci sono i circa 10 mila contabili, avvocati e consulenti che lavorano direttamente o indirettamente nel settore dell’elusione fiscale. Ma, non è soltanto il fisco, praticamente inesistente per le holding di partecipazioni (che nella quasi totalità dei casi sono solo delle “letterbox companies”), ad attirare le global corporations, c’è anche la flessibilità della governance societaria, con il voto plurimo nelle assemblee degli azionisti (triplo da subito, con la possibilità di moltiplicare i diritti per 5 dopo tre anni e per 10 dopo cinque) come strumento per il mantenimento del controllo da parte di azionisti forti di minoranza e l’assenza del voto di lista (per cui le minoranze indesiderate non hanno diritto di rappresentanza nel board).

Chi non può aprire una sede ad Amsterdam, Lussemburgo, Dublino o Malta per eludere o evadere, è costretto a portare tutto il carico fiscale, compreso quello di chi le imposte non le paga, siano essi evasori o multinazionali. Un carico doppio o triplo che falcidia il profitto dei piccoli e medi imprenditori che hanno già margini inferiori rispetto alle grandi.

Il commissario alla concorrenza europea, Margrethe Vestager, ha ingaggiato una guerra contro gli accordi fiscali preferenziali negli ultimi anni. Finora ha incassato alcune vittorie, ma anche alcune clamorose sconfitte come quella subita sul caso Apple. Nel 2016 la società era stata sanzionata dalla Commissione con una multa da 13 miliardi di euro per tasse inevase in nome del principio di tutela della leale concorrenza. Il governo irlandese, invece di stare dalla parte della Commissione Europea, insieme alla Apple, si è rivolto al Tribunale dell’Unione Europea, sostenendo che la decisione di Bruxelles configurasse un’inaccettabile violazione della propria sovranità in materia di tributi. Il Tribunale ha annullato la decisione della Commissione Europea (15 luglio 2020), assestando un duro colpo ai suoi tentativi di reprimere gli accordi fiscali troppo favorevoli verso le grandi aziende21.

Anche Amazon ha vinto la sua battaglia contro un ordine della Vestager di pagare circa 250 milioni di euro in tasse arretrate al Lussemburgo. Il Tribunale dell’UE ha stabilito che la Commissione non è riuscita a dimostrare che il Lussemburgo aveva concesso al rivenditore online statunitense un trattamento speciale per l’infrazione delle norme sugli aiuti di Stato.

Comunque, la Vestager ha indotto con successo Belgio, Irlanda, Lussemburgo e Paesi Bassi a modificare alcune delle loro pratiche di tax ruling22 e ha spronato l’OCSE a mirare a un accordo globale su come vengono tassate le multinazionali.

I LuxLeaks hanno fatto emergere intese riservatissime sottoscritte dai governi lussemburghesi guidati da Jean-Claude Junker tra il 1995 e il 2013, che garantiscono a 340 multinazionali, da Amazon ad Abbott, da Deutsche Bank a Pepsi Cola, di pagare meno dell’1% di tasse.

Malta, il più piccolo Stato dell’Unione (450 mila abitanti), ha modellato le imposte sulle esigenze degli investitori internazionali con il dichiarato proposito di attirare sull’isola capitali ed aziende. Alla fine del 2016, le aziende offshore iscritte al registro pubblico erano più di 70 mila. Un dossier diffuso dal gruppo dei Verdi al Parlamento europeo nel gennaio 2017 calcola in circa 4 miliardi di euro l’anno il gettito fiscale che viene sottratto da Malta agli altri Paesi UE grazie ai forti sconti sulle tasse concessi dal governo maltese. A determinate condizioni, non troppo difficili da soddisfare, l’aliquota sui profitti d’impresa, ufficialmente al 35%, può scendere fino al 5%, mentre sono praticamente esentasse anche altre voci del conto economico, come gli interessi incassati sui prestiti o le royalties maturate grazie a brevetti, software o marchi. Per tagliare le imposte basta trasferire il reddito da una società con base in Italia (dove l’imposta è intorno al 24%) a quella registrata a Malta. Un’operazione relativamente semplice che consente anche alle organizzazioni del crimine organizzato (‘ndrangheta, camorra, mafia siciliana e pugliese) di compiere operazioni finanziarie tese a ripulire e riciclare il denaro frutto di corruzioni, estorsioni, racket, traffico di droga.

La giornalista-blogger Daphne Caruana Galizia è stata uccisa con una bomba piazzata sulla sua auto proprio per il suo incessante lavoro di inchiesta (partito dai Panama Papers e dai Malta Files) sugli affari criminali, il commercio dei passaporti maltesi, il riciclaggio finanziario internazionale e la corruzione nella politica maltese che aveva spinto alle dimissioni il premier socialdemocratico Joseph Muscat (subito tornato al suo posto dopo aver rivinto le elezioni e poi prosciolto dalle accuse di corruzione)23.

Anche l’Italia dell’ultimo governo Renzi ha deciso di provare a fare dumping tributario e di aprire le porte attraverso la concessione di abbattimenti di tasse (rispetto ad un aliquota massima che è del 43% e del 26% sulle rendite finanziarie) ai ricchissimi che vogliono stabilire la residenza nel Paese con l’intenzione di attrarre multinazionali e manager in fuga dalla City di Londra per la Brexit. Chi trasferisce la propria residenza in Italia per la prima volta o dopo un’assenza di almeno nove anni negli ultimi dieci, può optare per una flat tax, una tassazione forfettaria dei redditi prodotti all’estero assolutamente favorevole per chi guadagna da 250 mila euro in su. Per una durata massima di 15 anni, a prescindere dalla somma percepita, paga al fisco italiano 100 mila euro l’anno, più 25 mila euro per ogni familiare a carico. Una norma che è stata finora utilizzata soprattutto da calciatori stranieri famosi, come Cristiano Ronaldo, assoldati con ingaggi milionari da squadre italiane.

Ma, per un Paese come l’Italia attualmente la questione vitale è quella di fare in modo che le tasse vengano pagate, soprattutto dai ricchi. Si stima che l’evasione fiscale, infatti, sia compresa fra i 250 e i 270 miliardi di euro, un valore pari al 18% del PIL. Secondo un rapporto dell’Eurispes, l’Italia avrebbe un PIL sommerso pari a 540 miliardi – a cui ne andrebbero aggiunti almeno ulteriori 200 che non sono stati inclusi in quanto derivanti dall’economia criminale, per un totale di 740 miliardi – sui quali, considerando un livello di tassazione del 50%, l’evasione fiscale vale 270 miliardi. Numeri che fanno il paio con l’ultimo Rapporto sull’evasione fiscale, pubblicato dal ministero dell’Economia e basato su dati Istat, secondo cui il dato oscilla tra i 255 e i 275 miliardi di euro.

Una gran parte dei soldi derivanti da questa gigantesca evasione fiscale finiscono all’estero (soprattutto in Svizzera, Principato di Monaco, Malta, San Marino, Bahamas, Liechtenstein, Singapore, Bermuda, Panama, Isole di Man e di Jersey, Cayman Islands, Nevis e altri paradisi fiscali) come dimostrano i 245,5 miliardi di euro che in 15 anni sono rientrati in Italia “ripuliti”, regolarizzati grazie a tre scudi fiscali dei governi Berlusconi e alla voluntary disclousure del governo Renzi ad un costo medio del 4,7% (il fisco italiano ha incassato solo 11,7 miliardi). Ai detentori di questi capitali è stata garantita anche l’immunità sostanziale per reati come il riciclaggio del denaro sporco, considerando che la segretezza assoluta concessa per i capitali scudati non consente di escludere la presenza, fra questi, dei profitti criminali. Inoltre, occorre considerare che le somme spedite illegalmente all’estero producono a loro volta altra evasione: le imposte non pagate sui rendimenti finanziari che un recente studio dell’OCSE stima tra i 49 e i 99 miliardi di euro.

Infine, è importante ricordare che nella UE, ed in particolare nei Paesi dell’area Euro, vi è anche una concorrenza che si realizza tramite una svalutazione fiscale – che favorisce le esportazioni di un Paese ai danni degli altri – e che consiste in una riduzione dei contributi sociali ed un parallelo aumento dell’imposta sul valore aggiunto (IVA). Infatti nell’intera UE l’IVA si applica ancora con il criterio del Paese di destinazione; ogni Paese esenta le proprie esportazioni e colpisce le importazioni. La logica è fare in modo che i consumatori di ogni Paese si trovino di fronte alla stessa aliquota IVA, indipendentemente da dove provenga il prodotto che intendono acquistare. Pertanto, se in un Paese vengono ridotti i contributi sociali a carico delle imprese, il costo del lavoro si abbassa con vantaggio per le imprese esportatrici. Però, l’aumento dell’IVA fa crescere i prezzi interni e riduce il salario reale; si tratta di un effetto simile a quello che si realizza con una svalutazione della moneta, che ovviamente non è possibile nei Paesi dell’Euro. Inoltre, è bene ricordare che il sistema attuale di pagamento dell’IVA nelle vendite transfrontaliere dovrebbe essere riformato per evitare le “frodi carosello”, che da decenni provocherebbero un’evasione colossale (circa 1.260 miliardi di euro dal 2008 al 2016, ossia 150 miliardi annui, è la stima della Commissione). Girandole di passaggi attraverso società poi fatte sparire, permetterebbero di non pagare l’IVA allo Stato competente. Dietro queste illegalità in molti Paesi dell’UE sono stati individuati interventi e interessi della criminalità organizzata.

Se i nostri ex vicini di casa ricchi sono domiciliati nei paradisi fiscali

I paradisi fiscali vengono utilizzati anche da tanti individui ricchi che vivono in “comunità recintate” (gated communities) e spostano i loro fondi in conti bancari non dichiarati nei paradisi fiscali off-shore, come evidenziato dalle rivelazioni dette Wiki Leaks, Luxembourg Leaks, HSBC Leaks, Swiss Leaks, Panama Papers (che hanno permesso alle autorità fiscali a recuperare oltre 500 milioni di dollari in tasse e sanzioni non pagate in tutto il mondo), Malta Files, Paradise Papers, Mauritius Leaks e Luanda Leaks rese disponibili soprattutto grazie alle inchieste del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi.

Ogni paradiso fiscale ha la sua specializzazione all’interno del grande gioco della finanza offshore – ad esempio, Jersey è specializzata in trust, le British Virgin Islands in costituzione di società che garantiscono l’anonimato, il Liechtenstein in fondazioni -, differiscono anche nella loro tolleranza verso la criminalità (tra i territori britannici Gibilterra è più a rischio di Guernsey, ma più pulita di Anguilla) e servono regioni geografiche diverse (Mauritius per l’Africa e l’India; Emirati Arabi Uniti per il Medio Oriente; Cipro per l’ex Unione Sovietica; le Bahamas per gli Stati Uniti).

Un fenomeno, quello dei paradisi fiscali, che è strettamente legato a quello della “secessione privata dalla società” – fenomeno di segregazione sociale che il filosofo politico Michael J. Sandel definisce “sky-boxification of society”, utilizzando la metafora delle cabine di lusso per i vip negli stadi di baseball, mentre i poveri stanno sotto il sole o la pioggia – da parte delle imprese globali e dei ricchi che le controllano, che ha ridotto le basi fiscali degli Stati in tutto il mondo e limitato la loro capacità di ridistribuire i benefici economici derivanti dall’integrazione commerciale e di intervenire direttamente nell’economia per sostenere la domanda aggregata24.

Nel 2016, ben 82 mila milionari si sono trasferiti in un nuovo Paese grazie a politiche d’immigrazione fatte per attirare i ricchi del pianeta, fondamentalmente vendendo la cittadinanza, i permessi di soggiorno e le residenze fiscali25.

La Banca Mondiale ha stimato un’evasione fiscale a livello mondiale tra i 21 mila e i 31 mila miliardi di dollari nel 2016. Un fenomeno che viene sostenuto attivamente da grandi istituzioni bancarie e finanziarie. Ad esempio, di recente la magistratura francese ha multato la banca svizzera UBS per 4,5 miliardi di euro per aver aiutato un gruppo di francesi ricchi a sottrarre al fisco nazionale 10 miliardi di euro tra il 2004 e il 2012.

Sono circa 220 le banche straniere sospettate di aver aiutato migliaia di italiani a nascondere soldi al fisco. Dal 2014, le indagini di Guardia di Finanza, Procura di Milano e Agenzia delle Entrate hanno fatto incassare allo Stato italiano 5,63 miliardi di euro grazie a patteggiamenti (per l’accusa di riciclaggio) e accordi firmati da 113 soggetti, tra gli ultimi UBS che ha accettato di pagare 111 milioni e mezzo e che come altre banche aveva una fitta rete di funzionari che venivano in Italia quotidianamente per contattare i clienti, offrire servizi di spallonaggio e di copertura finanziaria e societari per nascondere all’estero patrimoni illeciti.

La Deutsche Bank deve affrontare multe, azioni legali e l’eventuale perseguimento di “alti dirigenti” da parte delle autorità di regolamentazione americane e britanniche a causa del suo ruolo in uno schema di riciclaggio (Global Laundromat) da 80 miliardi di dollari da parte di criminali russi con legami con il Cremlino e il KGB tra il 2010 e il 2014.

I paradisi fiscali hanno aiutato i più ricchi e potenti del mondo ad appropriarsi di una parte sproporzionata dei benefici della globalizzazione, impedendo a tutti gli altri di vedere quanto possiedono. Questo, a sua volta, ha eroso la fiducia nella democrazia e nel capitalismo in tutto il mondo. Limitare le operazioni dei paradisi fiscali e imporre una vera trasparenza sulla proprietà di capitali finanziari, immobili ed imprese è fondamentale se cittadini e governi vogliono veramente essere in grado di “riprendere il controllo” dei destini dei loro Paesi.

Sull’onda delle rivelazioni dei Panama Papers, la quarta direttiva dell’Unione Europea contro il riciclaggio del denaro ha imposto alle imprese di rivelare i loro veri proprietari, iscrivendoli in un apposito registro pubblico, mentre i dati sui titolari effettivi dei trust devono essere disponibili per le autorità fiscali e di contrasto al riciclaggio e gli avvocati. L’ONU ha incluso la lotta contro i flussi finanziari illeciti come obiettivo all’interno dei suoi Sustainable Development Goals.

Un’azione di repressione dell’evasione fiscale internazionale è difficile perché richiede volontà politica e un coordinamento internazionale, ma dal punto di vista tecnico-pratico sarebbe relativamente facile. Nel 2010, il presidente Obama ha convertito in legge il Foreign Account Tax Compliance Act che impone lo scambio automatico di dati tra banche straniere e l’Internal Revenue Service degli Stati Uniti. Uno schema di scambio simile è stato implementato in tutto il mondo dal G20 e dall’OCSE nel 2014 con uno standard di rendicontazione comune. Sebbene queste riforme escludano i Paesi poveri e lasciano una considerevole ricchezza e profitti ancora nascosti offshore, dimostrano che la pressione pubblica, il controllo e la volontà politica possono produrre cambiamenti. Strumenti legali efficaci per prevenire l’evasione fiscale offshore sono incredibilmente semplici e possono essere attuati in brevissimo tempo, come gli Stati Uniti hanno dimostrato con il giro di vite sugli oligarchi russi legati al regime di Putin. Tutto quello che si deve fare è rendere illegale per le banche l’esecuzione di transazioni con territori che non rispettano le regole sulla trasparenza fiscale. Questo li chiuderebbe all’istante. Un lavoro che può essere svolto efficacemente disponendo di un registro trasparente degli assets e reprimendo i trust e le altre strutture fiduciarie.

L’OCSE e l’UNDP hanno lanciato nel 2015 un piano per aiutare i Paesi poveri a combattere l’elusione fiscale delle multinazionali. Così è nato Tax inspectors without borders (Tiwb, vedi http://www.tiwb.org), un progetto attuato in 98 Paesi che fa leva su una squadra di funzionari molto competenti “prestati” dai Paesi ricchi a quelli poveri per missioni di controllo tributario nella guerra organizzata dalle imprese contro gli Stati che durano tra i 12 e i 18 mesi al massimo (gli ispettori distaccati sono pagati dalla loro amministrazione d’origine, mentre le spese di missione sono pagate dai Paesi ospitanti). Lavorano a stretto contatto con le amministrazioni fiscali dei Paesi che li ospitano per aiutarli ad analizzare le operazioni internazionali delle grandi aziende presenti. L’obiettivo più importante sono i cosiddetti prezzi di trasferimento delle operazioni transfrontaliere tra imprese associate (ossia i prezzi ai quali la casa madre e le sue controllate all’estero si scambiano beni e servizi), uno strumento usato per ingannare il fisco e a lungo tollerato dai legislatori. Spesso queste operazioni diventano degli strumenti per trasferire artificialmente gli utili verso Paesi con aliquote delle imposte sul reddito basse o inesistenti.

Ad esempio, la British American Tobacco (BAT) è stata accusata dalla Rete di Giustizia Fiscale di privare diversi Paesi poveri di centinaia di milioni di dollari di tasse usando “manovre finanziarie” per spostare i profitti in una filiale del Regno Unito. La BAT, la più grande compagnia di tabacco del mondo, eviterebbe di pagare 700 milioni di dollari tra il 2019 e il 2030 in Bangladesh, Indonesia, Kenya, Guyana, Brasile e Trinidad e Tobago. Nel solo 2016, la BAT è riuscita a spostare 941 milioni di dollari, circa il 12% del suo utile al lordo delle imposte di quell’anno, dalle società straniere alla sua controllata britannica BAT Holdings. Questo ha ridotto il conto fiscale della società, in parte perché l’imposta sulle società del Regno Unito è stata addebitata al 19% – inferiore a molti dei Paesi in cui la BAT vende sigarette. Si tratta ora di vedere se il comportamento della BAT infrange le regole dell’OCSE contro gli abusi tributari, che sono diventate leggi in molti Paesi poveri e che dal 2016 hanno consentito di recuperare nel mondo 500 milioni di dollari. Molto poco rispetto ai 240 miliardi di imposte perse ogni anno a causa della “ottimizzazione fiscale” (l’insieme dei metodi per ridurre al minimo il carico fiscale) delle multinazionali. Ma, siamo solo all’inizio: 60 Paesi – dalla Giamaica al Cameroun, dalla Papua Nuova Guinea al Marocco, dall’Armenia al Burkina Faso – hanno chiesto l’aiuto del Tiwb.

Il modello Repubblica d’Irlanda

Se venisse introdotta un’aliquota minima “di almeno il 15%”, la Repubblica d’Irlanda potrebbe perdere fino a due miliardi di euro all’anno, con le sedi legali delle global corporations che oggi impiegano un irlandese su otto. Soprattutto, come altri paradisi fiscali, potrebbe perdere il suo appeal, perché una società potrà essere tassata dal Paese dove ha la propria sede (ad esempio gli USA) per la quota che manca a raggiungere l’imposta effettiva minima del 15%.

Non a caso l’Irlanda frena: il ministro delle Finanze, Paschal Donohoe, ha detto che difenderà il principio della “legittima concorrenza fiscale”. A rischio c’è il suo modello relativamente fragile di crescita economica messo in piedi da decenni, che è basato sull’attrazione degli investimenti diretti esteri, soprattutto grazie alla tassazione molto favorevole sui profitti delle global corporations. Questo ha portato molte multinazionali americane a stabilire la propria sede europea in Irlanda, comprese le principali piattaforme del capitalismo digitale: Amazon, Apple, Facebook, Google e Microsoft.

Fissata al 12,5%, la tassazione per le imprese in Irlanda può essere ridotta ulteriormente tramite un complicato sistema di transazioni ed esenzioni. Uno studio di Bloomberg News ha rivelato un aspetto paradossale degli stratagemmi fiscali utilizzati da queste imprese: i contribuenti americani hanno pagato miliardi di dollari negli ultimi anni per finanziare i meccanismi di elusione fiscale messi in atto da imprese come Apple, Amazon, Cisco, Google, Microsoft, Oracle, etc., che per non pagare il 35% di tasse negli USA (prima che venissero ridotte al 21% nel 2017) hanno lasciato accumulare i profitti all’estero, circa 2.600 miliardi di dollari alla fine del 2018. Circa il 63% di questi fondi erano tenuti in 5 paradisi fiscali – Bermuda, Irlanda, Lussemburgo, Olanda e Svizzera –, Paesi che insieme rappresentavano solo il 4% della forza lavoro e il 7% degli investimenti all’estero di queste aziende, ma dove i profitti delle aziende venivano registrati come proventi da attività intangibili: brevetti, ricerca e sviluppo, importazione di servizi.

I fondi venivano parcheggiati soprattutto presso le consociate irlandesi per approfittare di una corporate tax del 12,5% o dei vantaggi accordati da Dublino attraverso accordi ad hoc (per cui Apple ha pagato per anni solo lo 0,005% di tasse sui propri utili) o sistemi di ingegneria fiscale come il “double Irish, Dutch sandwich”, un sistema utilizzato da Alphabet/Google per anni. Il colosso tecnologico americano versa tutti gli utili ottenuti fuori dagli USA a una controllata irlandese (74 miliardi di dollari su 137 complessivi nel 2018). L’azienda madre americana, Alphabet cede i diritti d’uso dei marchi Google, YouTube (2 miliardi di utilizzatori) e Android ad un’altra società controllata irlandese con sede fiscale alle Bermuda (dove le aziende non pagano tasse). Questa a sua volta cede le licenze ad una società fittizia con sede in Olanda che invia il conto alla prima controllata irlandese. Tutto questi accorgimenti hanno permesso ad Alphabet di ridurre in modo significativo la tassazione degli utili rispetto a quanto sarebbe avvenuto presentandoli al fisco americano o dei Paesi in cui venivano realizzati. Nel settembre 2019, Alphabet/Google ha accettato di pagare quasi 1 miliardo di euro alle autorità francesi per chiudere un contenzioso per frode fiscale iniziato nel 2015 in un accordo che potrebbe creare un precedente legale per altre grandi società tecnologiche presenti nel Paese.

Una controllata di un’azienda americana che registra gli utili in Irlanda paga l’imposta societaria irlandese con un’aliquota del 12,5% ed è quindi libera di reinvestire l’utile netto in Irlanda in strumenti finanziari o in attività operative ovunque tranne che negli USA. Prima della recente riforma della corporate tax di Trump, se un’azienda americana avesse riportato l’utile negli USA per investire o per distribuirlo ai suoi azionisti, sull’utile pre-tasse registrato in Irlanda avrebbe dovuto pagare l’aliquota societaria USA del 35%, con un credito d’imposta del 12,5%. Quindi avrebbe dovuto pagare il 22,5%. Proprio per questo 22,5%, le società americane hanno scelto di non rimpatriare gli utili delle controllate estere per anni. Approfittando di una loophole nelle norme fiscali americane, hanno preferito investire una parte di questa enorme massa di denaro in buoni del Tesoro USA e hanno potuto rimpatriare esentasse i dividendi che ricevevano e che sono quindi stati pagati con i soldi dei contribuenti americani. Così per anni la piccola Repubblica d’Irlanda (5 milioni di abitanti), con oltre 270 miliardi di dollari di Treasury bonds controllati dalle consociate delle imprese globali americane, è stata il terzo Paese creditore degli USA, dopo Giappone e Cina.

Il risultato di queste pratiche è stato che per anni solo il 15% dei ricavi di Microsoft se ne è andato in imposte, il 18% per Apple (1,6 miliardi di dollari) e Facebook e il 20% per Alphabet/Google, mentre le piccole e medie imprese americane “normali” pagavano il 35%. Grazie alla riforma fiscale Trump, che ha ridotto fino all’8% l’aliquota sulle attività non liquide rimpatriate e al 15,5% sul cash, Apple ha pagato 38 miliardi di dollari circa di tasse negli USA su 252 miliardi di profitti rimpatriati dall’estero che avrebbero dovuto contribuire a finanziare un piano a 5 anni da 350 miliardi di investimenti domestici e la creazione di 20 mila posti di lavoro negli USA, dove è stato realizzato un secondo campus aziendale (con i primi 30 miliardi).

Un rapporto del Parlamento europeo ha valutato che tra il 2013 e il 2015 la UE ha perso gettito per 5,3 miliardi di euro solo per i mancati versamenti di Google e Facebook. Secondo uno studio di R&S Mediobanca, tra il 2012 e il 2016, le global corporations del web e del software hanno eluso nel complesso 46 miliardi di euro, 69 se si aggiunge Apple. Per lo studio, Facebook ha un tax rate dell’1% sulle attività nei Paesi al di fuori degli USA. Solo alla fine del 2017 Facebook ha annunciato che dal 2018-19 avrebbe contabilizzato i ricavi pubblicitari non più solo a Dublino, dove c’è la sede internazionale, ma a livello locale dove sono realizzati.

L’ultimo caso eclatante ha coinvolto una sussidiaria irlandese – Microsoft Round Island One – di Microsoft, che non avrebbe pagato alcuna tassa sui 315 miliardi di dollari di profitti registrati nel 2020, tramite una triangolazione con lo Stato delle Bermuda. La sussidiaria irlandese, nonostante non abbia dipendenti, riscuote i canoni di licenza per l’uso di software Microsoft protetto da copyright in tutto il mondo. I suoi profitti sono aumentati da poco meno di 10 miliardi dell’anno precedente.

Nonostante le critiche sempre più accese a livello europeo e internazionale, finora tutti i governi irlandesi che si sono succeduti negli ultimi decenni (guidati alternativamente dai partiti di centro-destra Fianna Fàil e Fine Gael, che ora per la prima volta governano insieme) hanno opposto una intransigente resistenza a qualsiasi cambiamento sul tema della tassazione.

Un accordo sulla tassazione minima globale anche solo del 15% potrebbe avere implicazioni considerevoli sull’economia del Paese. Ridurrebbe l’incentivo delle multinazionali a spostare la propria sede nel suolo irlandese per approfittare della bassa tassazione. Inoltre, la misura che prevede una riallocazione di una parte dei profitti delle aziende nei Paesi dove effettuano vendite, rispetto a quelli dove hanno sede fiscale, porterebbe ad una sicura riduzione delle entrate nelle casse del tesoro irlandese. Le stime del ministero delle Finanze sul possibile effetto delle due misure stimano una perdita potenziale di circa un quinto dei proventi della tassazione sulle imprese.

Non sorprende, quindi, che i governi irlandesi abbiano ostacolato per decenni qualsiasi tentativo di uniformare i regimi di tassazione per le imprese a livello di Unione Europea, dove in materia i singoli Paesi hanno diritto di veto. Lo stesso schema si è ripetuto in sede OCSE, dove la discussione sulla tassazione delle global corporations è in corso dal 2013.

In vista di un allargamento dei negoziati ai Paesi OCSE, a seguito dell’accordo del G7, il ministro Donohoe – che è anche l’attuale presidente dell’eurogruppo – ha commentato che “ogni accordo dovrà assecondare i bisogni di Paesi piccoli e di quelli più grandi, di quelli sviluppati e di quelli in via di sviluppo”. La speranza dell’Irlanda (come di altri piccoli Paesi europei che operano come veri e propri paradisi fiscali) è che con l’allargamento dei negoziati ad un gruppo di Paesi molto più grande le misure possano essere annacquate e il vantaggio competitivo irlandese difeso e mantenuto.

  1. La senatrice democratica Elizabeth Warren ha proposto un’imposta sul patrimonio che prenda di mira esplicitamente le famiglie americane più ricche, suggerendo che l’IRS dovrebbe imporre una tassa annuale del 2% sui patrimoni superiori a 50 milioni di dollari e del 3% sui patrimoni superiori a un miliardo di dollari.[]
  2. Si stima che i paradisi fiscali esistenti in giro per il mondo custodiscano tra i 10 e i 30 mila miliardi di dollari (pari al 10-20% del PIL mondiale) per conto dei più ricchi e delle global corporations da loro controllate. Il FMI stima che ogni anno nel mondo si scambiano tangenti per un importo di 1,5–2 trilioni di dollari, mentre l’evasione fiscale costa ai governi più di 3 trilioni di dollari all’anno e almeno altri 5 trilioni vengono persi attraverso le attività illecite di riciclaggio (money laundering). Soldi che potrebbero essere destinati all’assistenza sanitaria, all’istruzione e alle infrastrutture per milioni di persone in tutto il mondo. Ma, il costo per la società è molto maggiore: la corruzione distorce gli incentivi e mina la fiducia del pubblico nelle istituzioni. È la causa di molte ingiustizie economiche che donne e uomini subiscono ogni giorno. Inoltre, grandi scandali per corruzione, evasione ed elusione fiscale alimentano la percezione che élites politiche e grandi interessi economico-finanziari giocano con regole diverse rispetto al resto della cittadinanza, senza un sufficiente controllo pubblico e una vera legittimità democratica.[]
  3. Negli ultimi anni, l’OCSE, lavorando con più di 100 Paesi in tutto il mondo, ha adottato nuovi standard internazionali sullo scambio automatico di informazioni a fini fiscali che hanno ridotto l’uso dei paradisi fiscali da parte degli individui e hanno portato a oltre 100 miliardi di dollari di entrate fiscali aggiuntive ai Paesi dell’OCSE, secondo ai dati dell’organizzazione. Il Fondo Monetario Internazionale sottolinea la necessità di sviluppare i progressi nella cooperazione internazionale in materia fiscale con un’attenzione particolare alle circostanze dei Paesi emergenti e a basso reddito in modo che sia possibile garantire che questi Paesi possano continuare a riscuotere entrate fiscali dalle attività delle global corporations, contrastando le loro strategie di profit shifting e la competizione fiscale tra Stati. Entrate necessarie per aiutarli a raggiungere una maggiore crescita economica, ridurre la povertà e raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile del 2030.[]
  4. Uk e Paesi dell’Unione Europea, però, hanno considerato la soglia del 21% troppo alta. In UK la corporate tax è al 19%, ma in tanti piccoli Paesi UE è molto sotto quella soglia.[]
  5. Il presidente Joe Biden ha chiesto aumenti delle tasse sui ricchi per aiutare a finanziare la spesa proposta per infrastrutture e programmi sociali, compreso l’aumento dell’aliquota fiscale massima al 39,6% dall’attuale 37% e quasi il raddoppio dell’aliquota fiscale sulle plusvalenze al 39,6% per gli americani che guadagnano 1 milione di dollari all’anno o di più.[]
  6. Uno studio di Tørsløv, Wier e Zucman delle Università di Copenhagen e Berkeley stima che nel 2015 due terzi dei profitti esteri delle multinazionali americane e il 5% di tutti gli utili netti prodotti nell’economia mondiale, siano finiti nei paradisi fiscali, eludendo centinaia di miliardi di euro di tasse negli USA e in Europa.[]
  7. Nel gennaio 2021, il Parlamento Europeo ha deciso che 6 dei 20 maggiori paradisi fiscali sono Paesi dell’UE, con due dei primi cinque posti occupati dagli Stati membri. Inoltre, uno studio del direttore dell’Osservatorio EUTax conclude che circa l’80% dei profitti trasferiti nell’UE sono trasferiti ai paradisi fiscali dell’UE.[]
  8. È bene ricordare che in Europa ci sono anche altri paradisi fiscali come Monaco Montecarlo, il Liechtenstein, le isole di Man, Jersey, Guernsey e poi gli altri territori dipendenti dalla corona inglese come Gibilterra, Isole Vergini Britanniche, Bermuda, Isole Cayman Anguilla e le Isole Turks e Caicos. Le Isole Vergini Britanniche, probabilmente il più grande paradiso fiscale del mondo, non hanno ancora ottemperato alla legge del Regno Unito del 2017 che imponeva di istituire un registro della proprietà delle azioni pubblicamente accessibile entro il 2020.[]
  9. Il G7, un club esclusivo che comprende le più grandi “economie avanzate” del mondo, è nato nel 1975 come Gruppo dei Sei, è stato ribattezzato Gruppo dei Sette quando è entrato il Canada nel 1976, è diventato Gruppo degli Otto quando la Russia è stata aggiunta nel 1997 e poi si è ridotto al Gruppo dei Sette nel 2014 quando la Russia è stata espulsa. Un aspetto anacronistico del G7, a cui parteciperanno i leader di Stati Uniti, Germania, Giappone, Francia, Italia e Canada, è l’assenza del Paese che sarà presto l’economia più grande di tutte: la Cina.[]
  10. Gli economisti dell’Università di Berkeley, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman hanno calcolato in due studi pubblicati nel 2019 che i tagli fiscali da 1,5 trilioni di dollari di Donald Trump hanno aiutato le 400 dinastie miliardarie più ricche negli Stati Uniti (quelle della “lista Forbes”) a pagare nel 2018 un’aliquota fiscale media del 23%, mentre la metà inferiore delle famiglie americane ha pagato un’aliquota del 24,2%. Nel 2018, per la prima volta nella storia moderna degli Stati Uniti, il capitale è stato tassato meno del lavoro. Dal 1980, la quota della ricchezza americana di proprietà delle 400 dinastie americane miliardarie è quadruplicata mentre la quota di proprietà della metà inferiore della popolazione americana è diminuita. Le 130 mila famiglie più ricche in America ora possiedono quasi quanto il 90% meno ricco (117 milioni di famiglie). Secondo Saez e Zucman, se l’1% più ricco della popolazione americana pagasse un’aliquota fiscale del 60%, lo Stato federale USA incasserebbe circa 750 miliardi di dollari in più l’anno, sufficienti per pagare asili nido, un programma di infrastrutture e molto altro. Negli USA nel 1966, il picco della crescita americana del dopoguerra, la percentuale massima della tassazione del reddito era dell’83% e fino agli anni ’70 era al 70%, mentre la riforma fiscale di Reagan del 1986 aveva stabilito solo due aliquote, 14% e 28%, più un’addizionale del 5% in alcuni casi, eliminando una serie di deduzioni e di tassazioni agevolate, come quella sui capital gain. Solo con la presidenza Clinton l’aliquota più alta era risalita al 39,6%, reintroducendo però le deduzioni, mentre con Trump è scesa al 37%. Il giovane storico olandese Rutger Bregman ha suscitato scandalo per aver detto al meeting di Davos 2019 che “il re è nudo”, che la volontà degli ultraricchi del “club dei globalisti” di impiegare parte delle loro ricchezze nelle fondazioni di filantropiche, piuttosto che vederla spesa da uno Stato legittimo, è una forma di anarchismo e una “cazzata”: “sento persone che parlano il linguaggio della partecipazione, della giustizia, dell’uguaglianza e della trasparenza, ma nessuno solleva il vero problema dell’elusione fiscale e dei ricchi che semplicemente non pagano la loro giusta quota.” Se nel mondo vigesse un’equa distribuzione delle risorse non ci sarebbe tanto spazio per la filantropia, perché non ci sarebbero più i pochi plutocrati che detengono più della metà delle risorse del pianeta.[]
  11. È comunque bene ricordare che per le grandi corporations le aliquote nominali sono sempre solo teoriche. Tra sgravi, deduzioni, detrazioni, agevolazioni, il vero carico fiscale delle grandi corporations americane è circa l’8%. Quelle che fanno confluire i profitti in paradisi fiscali esteri come l’Irlanda pagano meno del 2%.[]
  12. Riuscire a far passare al Senato programmi di spesa da 4/6 trilioni di dollari e incrementi nella tassazione per ricchi e grandi imprese non sarà facile. Ma, Biden ha la possibilità di giocare la carta della competizione per l’egemonia globale tra USA e Cina. La nuova Guerra Fredda, inaugurata da Trump, infatti, offre a Biden una potente giustificazione ideologico-politica per generare, galvanizzare e consolidare il sostegno interno per il tipo di investimento necessario per rendere l’economia americana più produttiva, innovativa, attraente e competitiva. Biden e la sua amministrazione possono sostenere che la migliore politica di contenimento della Cina sia investire nelle capacità fondamentali degli Stati Uniti: istruzione, infrastrutture e ricerca e sviluppo. Che competere con Pechino richiede l’implementazione di politiche di investimento interno simili a quelle che negli anni anni ’50 e ’60 hanno portato gli astronauti americani ad atterrare sulla luna.[]
  13. Supponiamo che una multinazionale statunitense abbia attività in Colombia, ma dichiari i suoi profitti a Panama, dove le tasse sono estremamente basse. Con il sistema che l’amministrazione Biden vuole introdurre, il fisco dovrebbe poter recuperare la differenza tra l’aliquota panamense e il 15%. In questo caso, il G24 chiede che la Colombia abbia la priorità nella tassazione di questi profitti dichiarati a Panama, e che gli Stati Uniti non applichino questa tassa minima. In questo modo, la Colombia, l’economia emergente dove si svolgono effettivamente le attività della multinazionale, otterrebbe la sua giusta quota di tasse pagate, prima di qualsiasi altro Paese.[]
  14. Uno studio recente realizzato dal Dipartimento tematico per le politiche economiche, scientifiche e della qualità della vita su richiesta della sottocommissione per le questioni fiscali del parlamento Europeo fornisce uno strumento per comprendere il fenomeno della concorrenza fiscale dannosa all’interno dell’UE, nonché effettuare una valutazione approfondita e proporre soluzioni e raccomandazioni politiche per i futuri standard dell’UE. Lo studio ricostruisce i modelli di sette misure fiscali, che possono potenzialmente portare a una concorrenza fiscale dannosa se attuate da uno o più Stati membri dell’Unione Europea. In particolare, sono: (1) l’abbassamento delle aliquote dell’imposta sulle società; (2) le “scatole dei brevetti“; (3) le società di comodo; (4) i regimi di detrazione degli interessi figurativi; (5) i regimi di esenzione per reddito di fonte estera; (6) le zone economiche speciali; e (7) le decisioni fiscali. Nessuna di queste misure fiscali è di per sé contraria al diritto comunitario, ma lo diventano se sono strutturate dal legislatore nazionale in modo da distorcere la normale allocazione delle risorse nel mercato unico. In tal caso possono essere classificate come pratiche fiscali dannose.[]
  15. Per l’Italia significa accontentarsi di 2,7 miliardi contro gli 11,1 che lo Stato potrebbe incassare con l’aliquota al 25%. Interessante l’elenco (non esaustivo, l’Osservatorio Fiscale Europeo si è limitato a selezionare un campione) delle aziende che sarebbero chiamate a colmare il loro “tax deficit”, cioè la differenza tra quello che versano attualmente e quello che dovrebbero pagare in un mondo con un’aliquota minima globale in vigore. Ci sono ovviamente Enel ed Eni, con – rispettivamente – 356,3 e 171,5 milioni di imposte aggiuntive dovute, in caso di aliquota al 25%: per Enel si tratta del 18,3% di quello che paga ora, mentre per l’Eni il versamento si fermerebbe al 3,6% delle imposte attuali. Ma a passare alla cassa dovrebbero essere soprattutto le banche: in media, gli istituti europei dovrebbero riconoscere agli Stati 44% in più. Tra quelli italiani, il conto più salato arriverebbe a Intesa Sanpaolo: 672 milioni, ben il 41% del suo carico fiscale attuale. Subito dietro Unicredit, con 293 milioni in più dovuti a fronte dei 901 che paga adesso.[]
  16. Ancora due giorni prima del G7 di Londra, gli Stati Uniti avevano minacciato di imporre dazi punitivi del 25% sulle esportazioni dal Regno Unito e da altri cinque Paesi europei in rappresaglia per le tasse sui servizi digitali recentemente imposte alle società statunitensi.[]
  17. Amazon controlla il business europeo attraverso la holding Amazon Europe Core, a cui fa capo Amazon EU. Nel 2020, la prima ha chiuso con ricavi per 10,3 miliardi di euro e 2,2 miliardi di profitti, su cui ha versato imposte per soli 21 milioni. Amazon EU, invece, non ha pagato tasse, dato che il conto economico si è chiuso in rosso per oltre un miliardo su giro d’affari di 43,8 miliardi, con un aumento del 30% rispetto al 2019. A livello mondiale Amazon ha raggiunto i 386 miliardi dollari nel 2020, contro i 280 miliardi del 2019, con profitti che sono saliti da 13,9 a 24,1 miliardi e con il pagamento di soli 2,8 miliardi di tasse in giro per il mondo (sotto il 12%). Il 12 maggio scorso, la Corte di Giustizia Europea ha dato ragione ad Amazon nella controversia con la Commissione Europea che l’accusava di aver ricevuto 250 milioni di aiuti di Stato sotto forma di favori fiscali da parte del Lussemburgo. Secondo i giudici, i fatti contestati da Bruxelles non sarebbero sufficienti a dimostrare che tra il 2006 e il 2014 il Granducato avrebbe garantito al gruppo Amazon vantaggi tali da violare le norme europee sulla concorrenza.[]
  18. La cifra di 700 milioni era stata ottenuta sommando la quota della parte italiana stimata dalla Commissione UE per il gettito della Digital service tax in tutta l’Unione e i ricavi derivanti dalla trasmissione dei dati raccolti dagli utenti. Questa somma, però, non tiene conto delle esclusioni, ovvero del fatto che non rientrano nella web tax le vendite fatte dai produttori tramite i propri siti aziendali.

    [1] L’elenco UE delle giurisdizioni non cooperative a fini fiscali adottato dal Consiglio il 22 febbraio 2021 è composto da: Samoa americane, Anguilla, Dominica, Figi, Guam, Palau, Panama, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini americane, Vanuatu e Seychelles.[]
  19. L’elenco UE delle giurisdizioni non cooperative a fini fiscali adottato dal Consiglio il 22 febbraio 2021 è composto da: Samoa americane, Anguilla, Dominica, Figi, Guam, Palau, Panama, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini americane, Vanuatu e Seychelles.[]
  20. Il testo deve ora essere approvato dalle Commissioni per i problemi economici e monetari e gli affari giuridici e dal Parlamento nel suo insieme, nonché dal Consiglio. Il voto in plenaria è atteso dopo la pausa estiva.[]
  21. Secondo il Tribunale, “la Commissione ha sbagliato a dichiarare che la Apple ha avuto un vantaggio selettivo e quindi, per estensione, un aiuto di Stato“. Bruxelles “ha concluso erroneamente” che le autorità fiscali irlandesi “hanno dato ad Apple un vantaggio selettivo” avendo consentito loro di non imputare alle loro filiali irlandesi i redditi ottenuti dalle vendite fuori dall’America. Per il Tribunale “la Commissione avrebbe dovuto dimostrare che il reddito rappresentava il valore delle attività realmente portate avanti dalle filiali irlandesi“. Inoltre, “la Commissione non è riuscita a dimostrare errori metodologici nel tax ruling contestato che avrebbe portato ad una riduzione dei profitti di Apple in Irlanda“. “Nonostante il Tribunale si rammarichi della natura incompleta e talvolta inconsistente del tax ruling contestato, i difetti individuati dalla Commissione non sono, da soli, sufficienti a provare l’esistenza di un vantaggio“, ha scritto il Tribunale.[]
  22. Ad esempio, a gennaio l’Olanda ha introdotto una norma che tassa le royalties e i pagamenti di interessi inviati dalle società olandesi alle giurisdizioni in cui l’aliquota dell’imposta sulle società è inferiore al 9%.[]
  23. Per l’assassinio della Galizia (che sosteneva il partito nazionalista di opposizione), la giustizia maltese ha rinviato a giudizio tre uomini accusati di essere gli esecutori materiali, mentre come mandante dell’omicidio è stato identificato Yorgen Fenech, un rampollo di una famiglia con la holding più grande di Malta (Tumas Group, con alberghi, immobili, gioco d’azzardo, energia). Uno dei tre uomini (Vincent Muscat) accusati di aver piazzato e fatto esplodere l’autobomba che ha ucciso la giornalista si è dichiarato colpevole del crimine ed è stato condannato a 15 anni di carcere. Il capo dello staff di Muscat, Keith Schembri, e i ministri del Turismo (Konrad Mizzi), e dell’Economia (Chris Cardona) si sono dimessi. Schembri è stato arrestato. Caruana Galizia aveva accusato Schembri e Mizzi (allora ministro per l’Energia) di corruzione. Muscat ha annunciato le sue dimissioni entro il 12 gennaio 2020 per essere sostituito da Robert Abela. Un rapporto del Consiglio d’Europa ha evidenziato l’inquietante commistione tra politica e affari che avvolge Malta. Successivamente, Schembri è stato arrestato, insieme ad altri, con l’accusa di aver incassato denaro in cambio della concessione di passaporti maltesi a ricchi cittadini russi.[]
  24. Ad esempio, gli Stati africani perdono 14 miliardi di dollari in entrate all’anno a causa dei paradisi fiscali usati per non pagare le tasse dalle loro voraci e spesso precarie classi dirigenti politiche ed economiche. A questo proposito Oxfam ha calcolato che la cifra sarebbe sufficiente a pagare la spesa sanitaria per salvare la vita a 4 milioni di bambini e impiegare un numero di insegnanti sufficiente per mandare a scuola tutti i ragazzi del continente.[]
  25. Abrahamian A.A., Cittadinanza in vendita, La Nuova Frontiera, Roma, 2017.[]
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