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Il caso Polonia e il futuro dell’Unione Europea

di Alessandro
Scassellati

Il conflitto fra le istituzioni dell’Unione Europea e la Polonia si è esacerbato e ha fatto emergere sia i limiti dell’architettura politico-istituzionale sovranazionale europea sia l’esistenza di visioni divergenti sull’Unione. Da un lato, c’è chi ritiene, come il governo polacco, che la UE sia un’organizzazione internazionale, poco più che un’alleanza economica, politica e sociale. Dall’altro, c’è chi sostiene che la UE è un’organizzazione sovranazionale, per cui il primato delle leggi europee su quelle nazionali, garantito dalle disposizioni amministrative della Commissione e soprattutto dalle sentenze della Corte di Giustizia Europea, è un principio chiave dell’integrazione europea. Su questa diatriba è tempo che venga fatta chiarezza attraverso la definizione di un effettivo quadro costituzionale europeo.

La sentenza del Tribunale Costituzionale polacco del 7 ottobre

Il 7 ottobre scorso il Tribunale Costituzionale polacco ha stabilito che alcune normative dell’UE sono in conflitto con la costituzione del Paese, compiendo – secondo molti osservatori – un passo importante verso una “Polexit legale“, in una decisione con conseguenze di vasta portata sia per il finanziamento di Varsavia da parte dell’UE sia per le relazioni con il blocco in cui è entrata a far parte nel 2004.

Il Tribunale, la cui legittimità è contestata a seguito di molteplici nomine di giudici fedeli al partito conservatore nazionalista Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość – PiS), ha sentenziato che alcune disposizioni del Trattato dell’UE (Articoli 1, 2, 19) e le sentenze della Corte di Giustizia Europea si scontrano con la costituzione polacca, aggiungendo che le istituzioni dell’UE “agiscono al di là dello scopo delle loro competenze”. La sentenza ha stabilito che su questioni come i diritti umani e le minoranze, la cooperazione tra gli Stati membri e lo status della Corte di Giustizia Europea, la costituzione nazionale ha il primato sul Trattato UE firmato dalla Polonia nel 2003.

Il governo guidato dal PiS è coinvolto in una serie di controversie sempre più lunghe e aspre con il blocco di 27 membri su questioni che vanno dalle riforme giudiziarie e le libertà dei media ai diritti LGBT+ e alla gestione dei richiedenti asilo da parte della Polonia al confine con la Bielorussia. La sentenza è l’ultimo atto in un conflitto tra Bruxelles e Varsavia iniziato poco dopo l’ascesa al potere del PiS nel 2015, che ha rapidamente introdotto modifiche al suo sistema legale che hanno aumentato il controllo del governo sui giudici, ampiamente esecrato come un indebolimento dello stato di diritto (rule of law)1.

Il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, aveva sottoposto il caso al Tribunale Costituzionale a marzo, sostenendo che Bruxelles non ha il diritto di interferire con i sistemi giudiziari degli Stati membri dell’UE e che le riforme del governo erano necessarie per rimuovere le influenze dell’era comunista all’interno della magistratura (accusata da Jarosław Kaczyński, il leader del PiS, di “oicofobia”, di odio verso la patria). Il governo polacco nega di avere influenza sulle decisioni dei giudici, ma è stato ampiamente accusato di politicizzare i tribunali, compreso il Tribunale Costituzionale, che aveva iniziato ad esaminare il caso in agosto, ma aveva rinviato la sua decisione due volte. Il 17 settembre, il Parlamento Europeo aveva adottato una risoluzione che invitava Morawiecki a ritirare il caso, sottolineando la “natura fondamentale del primato del diritto dell’UE come principio cardine del diritto dell’UE“.

La posta in gioco

Due giudici del Tribunale hanno dissentito dalla decisione, ma la maggioranza ha affermato che l’adesione della Polonia all’UE non ha conferito alla Corte di Giustizia Europea l’autorità legale suprema e non significa che la Polonia ha trasferito la sua sovranità all’UE. La sentenza polacca respinge articoli significativi del Trattato dell’UE, incluso il fatto che gli Stati membri sono tenuti ad adottare “misure appropriate” per adempiere ai loro obblighi ai sensi del diritto dell’UE.

Il primato delle leggi europee su quelle nazionali è un principio chiave dell’integrazione europea e i politici dell’opposizione polacca hanno ripetutamente affermato che sfidarlo mette a repentaglio il futuro a lungo termine della Polonia nell’UE e anche la stabilità del blocco stesso.

Il 10 ottobre, oltre 100 mila polacchi hanno manifestato in 100 città (di cui 80-100 mila solo a Varsavia) a sostegno dell’adesione all’Unione Europea, sventolando bandiere polacche e dell’UE e gridando “Restiamo!“. Donald Tusk, ex presidente del Consiglio Europeo e ora leader di Piattaforma Civica, il principale partito di opposizione, ha affermato che le politiche del PiS al governo stanno mettendo a repentaglio il futuro della Polonia in Europa. “Sappiamo perché vogliono lasciare (l’UE) … in modo da poter violare impunemente le regole democratiche“, ha detto.

La stragrande maggioranza della popolazione della Polonia sostiene l’adesione all’UE e i benefici economici di cui ha goduto dall’adesione nel 2004 sono indiscutibili e sostanziali. Anche un governo nazionalista-conservatore specializzato in protagonismo e in conflitto con la Commissione europea dovrebbe considerare la Polexit un suicidio politico.

A Bruxelles, la decisione del Tribunale è stata considerata non sorprendente. Già coinvolte in molteplici conflitti con la Polonia sul diritto dell’UE, le autorità dell’UE si sono mostrate desiderose di evitare di aumentare la temperatura con Varsavia e hanno deciso di aspettare di vedere cosa avrebbe fatto il governo nei giorni successivi. Il governo polacco ha cercato di disinnescare la crisi affermando che il rigetto della supremazia legale dell’UE non interessa aree in cui l’UE ha competenza delegata, come la concorrenza e il commercio.

La sentenza ha aumentato le tensioni sui 37 miliardi di euro della Polonia dei fondi del Next Generetion UE (con 23,6 miliardi di sovvenzioni e 12,9 di prestiti), che devono ancora essere approvati da Bruxelles2. Mentre le autorità dell’UE hanno approvato i piani di quasi tutti gli Stati membri (18), le decisioni su Polonia e Ungheria sono rimaste bloccate a causa delle preoccupazioni sullo stato di diritto. I funzionari dell’UE avrebbero dovuto approvare i fondi per la Polonia alla fine di questo mese, subordinatamente alle condizioni sulla riforma giudiziaria. Quei soldi sono cruciali per i programmi di spesa del governo che fanno parte della sua campagna pre-elettorale (le elezioni generali si dovrebbero tenere nel 2023).

Ma, ora la sentenza del Tribunale Costituzionale complica questo obiettivo, con molti deputati del Parlamento Europeo che chiedono il congelamento di tutti i flussi finanziari dell’UE a Varsavia non appena la sentenza sarà legalmente vincolante (nel 2020, la Polonia è stato il Paese che ha ricevuto più soldi da Bruxelles, oltre 18 miliardi di euro), a causa delle preoccupazioni per la mancanza di tribunali indipendenti per salvaguardare la corretta spesa del denaro. I deputati chiedono inoltre alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, di portare la Polonia davanti alla Corte di Giustizia Europea per l’ultima sentenza e hanno annunciato il ricorso alla Corte di Giustizia contro la Commissione Europea per non aver attuato ancora il regolamento sulla condizionalità dei fondi UE.

Durante un acceso dibattito al Parlamento Europeo a Strasburgo, Morawiecki si è scontrato con gli eurodeputati e la von der Leyen, accusando le istituzioni dell’UE di cercare di trasformare il Paese in “una provincia” e affermando che la Corte di Giustizia è responsabile di una “rivoluzione strisciante” che mina la sovranità della Polonia. Per Morawiecki, gli Stati sono “i signori dei Trattati” e spetta solamente ad essi “definire la portata delle competenze affidate alla’UE”. “Se dovessimo concordare sul principio centrale significherebbe che l’UE cessa di essere un’associazione di Stati sovrani e, per il fatto compiuto, l’UE viene trasformata in uno Stato europeo a governo centrale dove le istituzioni europee possono costringere le cosiddette province a fare come vuole il potere centrale. Questo non è ciò che abbiamo concordato nei trattati“, ha detto Morawiecki. “Ciò che serve è una decisione sovrana sulle decisioni sovrane degli Stati membri sovrani. Quindi, ora quello che possiamo fare è accettare tutti i tentativi di limitare la sovranità della Polonia e possiamo accettare l’espansione strisciante delle competenze delle corti di diritto europea – quello che stiamo vedendo ora è una rivoluzione strisciante che si sta verificando attraverso le sentenze della Corte di Giustizia Europea – o possiamo dire di no. Se volete uno Stato sovranazionale in Europa, perché non chiedete e ottenete il consenso di tutti gli Stati membri sovrani?”.

Il Parlamento Europea ha approvato una risoluzione che “deplora profondamente la decisione dell’illegittimo ‘tribunale costituzionale’ del 7 ottobre 2021 come attacco all’intera comunità europea dei valori e delle leggi”, mentre ha lodato le “decine di migliaia di cittadini polacchi per essere scesi in piazza in pacifiche proteste di massa, lottando per i loro diritti e libertà come cittadini europei”. La risoluzione è stata approvata con 502 voti su 671 (153 contro) e chiede alla Commissione e agli altri 26 Stati membri di attivare il meccanismo che consenta all’UE di trattenere fondi dalla Polonia. Morawiecki ha avvertito in un’intervista al Financial Times che se la Commissione “avvia la terza guerra mondiale” trattenendo i soldi promessi a Varsavia, la Polonia “difenderà i nostri diritti con qualsiasi arma a nostra disposizione“.

La von der Leyen ha affermato di essere profondamente preoccupata per la sentenza e ha promesso una risposta rapida: “Ho incaricato i servizi della commissione di analizzarlo in modo completo e rapido. Su questa base, decideremo i prossimi passi“. Mentre la Commissione Europea è coinvolta in una disputa legale con la Corte Costituzionale tedesca sul diritto dell’UE, la sentenza della Polonia è vista da Bruxelles come molto più seria, perché potrebbe essere un precedente che apre una grande falla nell’intero sistema giuridico europeo3. I giudici polacchi, infatti, hanno rifiutato il principio fondamentale del primato giuridico dell’UE, un pilastro fondamentale dell’ordinamento giuridico del blocco a cui tutti gli Stati membri aderiscono al momento dell’adesione.

Qualsiasi tentativo di sospendere i diritti di voto della Polonia nel Consiglio Europeo naufragherebbe sul requisito dell’unanimità tra gli Stati membri – impossibile dal momento che  l’Ungheria di Viktor Orbán è pronta a dire di no. La linea d’azione pragmatica per Bruxelles, quindi, è quella di stringere i cordoni della borsa – sfruttando il nuovo “meccanismo di condizionalità e altri strumenti finanziari” per tagliare i finanziamenti derivanti dal bilancio dell’UE e dal fondo per la ripresa dalla pandemia – e sperare che alle elezioni previste nel 2023, il PiS di Jarosław Kaczyński venga finalmente battuto, dopo otto anni al potere4. Nel frattempo, però, se la sentenza sarà attuata, approfondirà e consoliderà lo status della Polonia come “Stato canaglia” dell’UE che beneficia dell’adesione, rifiutando alcune delle regole più importanti dell’Unione.

Al suo probabile ultimo Consiglio Europeo (21 ottobre), Angela Merkel ha chiesto ai Paesi dell’Unione di trovare un compromesso sulle loro divergenti visioni di integrazione, con il primo ministro olandese, Mark Rutte, che ha chiesto un’azione dura verso la Polonia, procedendo con l’attivazione dell’articolo 7 del Trattato e bloccando i fondi del Recovery Plan per Varsavia fino a quando non sarà tornata sui suoi passi, e l’ungherese Viktor Orbán che si è schierato in difesa del governo polacco5. “È la questione di come i singoli membri vedono l’UE“, ha detto Merkel. “È un’Unione sempre più stretta o stanno immaginando più uno Stato-nazione? E questa domanda non è certo solo un problema tra Polonia e UE, ma anche oggetto di dibattito in altri Stati membri. …Dobbiamo trovare modi e possibilità per ritrovarci di nuovo su questo, perché un diluvio di cause legali davanti alla Corte di Giustizia Europea non è una soluzione”. Morawiecki, dopo un incontro con il presidente francese, Emmanuel Macron, poco prima del Consiglio, ha ribadito che la Polonia non sarebbe stata “ricattata“, ma è sembrato aver ammorbidito la sua posizione. “Siamo pronti per il dialogo“, ha detto. “Naturalmente parleremo di come risolvere le attuali controversie in accordo e in dialogo”.

Il revisionismo politico e storico-culturale della Polonia di Kaczyński

Dal 2015, nella Polonia di Kaczyński si riscrive la storia contemporanea. I grandi musei sono stati messi sotto pressione per promuovere un revisionismo storico-culturale, mentre sono stati abbattuti oltre 2 mila “monumenti di gratitudine che ricordavano il sacrificio dei 600 mila soldati sovietici che si stima siano morti sul territorio polacco combattendo per liberare il Paese dai nazisti. Durante il comunismo, questi soldati erano stati visti come liberatori, mentre oggi il regime totalitario di cui indossavano le uniformi viene equiparato all’occupazione nazista.

Si è sviluppata anche una fronda revanchista contro la Germania evidenziata dalla richiesta di 6 miliardi di euro a titolo di compensazione per i danni subiti durante la Seconda Guerra Mondiale e nel febbraio 2018 è stata approvata una legge sull’Olocausto che vieta di accusare i polacchi di connivenza con il nazismo (la Polonia fu l’unico Paese occupato dai nazisti a non esprimere un governo collaborazionista) e di definire “polacchi” i lager di sterminio nazisti di Auschwitz-Birkenau (la pena prevista è di 3 anni di carcere), una manovra che rivela la volontà di prendere le distanze dal proprio passato, annullandolo. A seguito delle polemiche scaturite dall’approvazione di questa legge le relazioni diplomatiche tra Polonia ed Israele si sono seriamente incrinate.

Successivamente, il PiS ha deciso di far approvare un altro controverso atto legislativo che potrebbe rendere più difficile per gli ebrei recuperare le proprietà sequestrate dagli occupanti nazisti tedeschi durante l’Olocausto e mantenute nel dopoguerra durante gli anni del regime comunista. Morawiecki ha affermato che il disegno di legge attua una sentenza del 2015 del Tribunale Costituzionale polacco secondo cui deve essere fissato un termine di 30 anni dopo il quale le decisioni amministrative errate non possono più essere impugnate.

In occasione dell’80° anniversario dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier ha promesso che il suo Paese non dimenticherà mai le atrocità del periodo nazista e ha chiesto perdono alla Polonia “In nessun’altra piazza in Europa trovo più difficile parlare e rivolgermi a voi nella mia lingua madre tedesca … Chiedo perdono per la colpa storica della Germania e riconosco la nostra responsabilità duratura“, ha detto Steinmeier durante una cerimonia in piazza Piłsudski a Varsavia. Ma, il primo ministro polacco, Morawiecki, ha comunque sollevato la questione spinosa della richiesta alla Germania delle riparazioni dei danni di guerra. “Dobbiamo parlare, ricordare e chiedere la verità su quelle perdite. Dobbiamo chiedere un risarcimento“, ha detto. Funzionari tedeschi hanno insistito che la questione è chiusa e che la Germania non pagherà riparazioni.

Rivendicazioni e narrazioni che mirano a riscrivere una versione positiva della storia polacca, fatta di resistenza e di eroismo, in un periodo in cui molti vedono la loro identità nazionale minacciata dalle forze disgregatrici della globalizzazione. Un’identità nazionale che era stata definita nel XIX secolo durante l’occupazione straniera da letterati e artisti come Fryderyk Chopin (1810-1849) e soprattutto Adam Mickiewicz (1798-1855), un patriota e il più importante poeta romantico polacco, che costruì nel 1832 il mito della Polonia come “Cristo delle nazioni” che stava pagando per i peccati dell’Europa e che quindi attribuiva ai polacchi il compito messianico di salvare l’Europa dalla sua deriva immorale e peccaminosa: ”In verità ti dico, non sei tu che devi imparare la civiltà dagli stranieri, ma sei tu che devi insegnare loro la civiltà … Sei tra gli stranieri come gli Apostoli tra gli idolatri“. Un tema sviluppato anche da un altro grande poeta romantico polacco, Zygmunt Krasiński (1812-1859).

Nel novembre 2018, la Polonia ha celebrato il centenario della sua rinascita come Stato-nazione nel 1918, dopo più di un secolo (123 anni) di spartizione da parte delle potenze imperiali prussiana, russa e austro-ungarica della Confederazione polacca-lituana, una vasta repubblica aristocratica di fede cattolica che aveva dominato l’Europa orientale in una forma o nell’altra dal 1569 al 1795. L’invasione da parte di Hitler nel 1939 aveva rimesso la Polonia sotto il controllo tedesco, seguito dall’occupazione sovietica e dalla trasformazione dal 1945 al 1989 in uno Stato satellite sovietico, formalmente indipendente, ma non realmente autonomo.

Dopo essere entrata nella NATO nel 1999 e nell’Unione Europea nel 2004, la questione di una reale indipendenza nazionale è ridiventato un tema caldo nel dibattito politico, con nazionalisti come Rafal Ziemkiewicz che parlavano di uno “Stato post-coloniale” costruito non per servire i polacchi, ma per sfruttare le sue risorse per i padroni stranieri (il capitale occidentale) e i loro “collaboratori locali“.

Come in molti altri Paesi europei, la società polacca è diventata sempre più polarizzata negli ultimi anni e la divisione principale è fortemente legata ai sentimenti riguardo all’autonomia e all’identità nazionale. È, in linea di massima, una divaricazione tra coloro che vivono nelle medie e grandi aree urbane che vogliono una Polonia sempre più strettamente integrata sul piano politico, culturale ed economico con l’Europa occidentale, e coloro – come il PiS, al potere dal 2015, e i gruppi ultranazionalisti alla sua destra – che vivono nelle aree rurali (la “Polonia profonda”) e credono che una maggiore integrazione, specialmente politica e culturale, rappresenti una minaccia all’autonomia polacca e allo stile di vita polacco.

Questi ultimi ritengono che le ideologie dominanti dell’Europa occidentale siano femminismo, multiculturalismo, secolarismo e uguaglianza LGBTQ+ e che queste ideologie denotino la decadenza del liberalismo occidentale ed esprimano valori inconciliabili con la loro visione di una Polonia che venera sopra tutto la trinità “Dio, onore e patria” e difende i “valori tradizionali” cristiani e l’”ordine naturale”.

Il governo del PiS fa leva su una politica sociale e di welfare tesa a difendere e rafforzare la famiglia e i valori tradizionali (ad esempio, con il cosiddetto Programma 500+), ed è attivamente appoggiato dalla Conferenza nazionale dei vescovi della Chiesa cattolica (con i suoi giornali, radio e parroci), attestata su posizioni conservatrici, fondamentaliste e di opposizione alle proposte pastorali di Papa Francesco6, puntando sulla celebrazione di un sistema morale ancora patriarcale, al cui centro c‘è l’ossessione per la famiglia tradizionale, la riproduzione, il controllo della sfera sessuale.

Il 22 ottobre 2020, il Tribunale Costituzionale ha sentenziato che la legislazione esistente – una delle più restrittive in Europa – che consentiva l’aborto di feti malformati era “incompatibile” con la costituzione. Dall’entrata in vigore della sentenza (gennaio 2021), l’aborto legale può essere consentito in Polonia solo in caso di stupro, incesto o se è a rischio la salute della madre, casi che rappresentano solo il 2% circa delle interruzioni di gravidanza legali condotte negli ultimi anni. In un Paese di 38 milioni di persone si praticavano ufficialmente meno di 2 mila aborti legali all’anno, ma le organizzazioni delle donne stimano che fino a 200 mila procedure di interruzione di gravidanza vengono eseguite illegalmente o all’estero. Nelle settimane successive alla sentenza, imponenti e continue manifestazioni di protesta da parte delle donne e di attivisti hanno provato a mettere all’angolo il governo polacco e la sua maggioranza parlamentare, ritardando così l’attuazione della decisione del Tribunale per tre mesi (fino alla fine di gennaio 2021). Secondo Aborto Senza Frontiere (AWB), un’organizzazione che aiuta le donne ad accedere a servizi di aborto sicuri, più di mille donne polacche hanno cercato abortire nel secondo trimestre 2021 in cliniche straniere, ma si stima che complessivamente almeno 34 mila hanno cercato di abortire illegalmente o all’estero da quando è stato introdotto il divieto quasi totale di aborto.

Marek Jedraszewski, arcivescovo di Cracovia, uno tra i massimi esponenti della Conferenza episcopale polacca, ha paragonato la comunità e la cultura LGBTQ+ alla “peste nera”: “Non esiste più un’epidemia e piaga rossa [la dittatura comunista], ma ne sta nascendo una nuova, quella creata dalla cultura LGBT e delle bandiere arcobaleno, minaccia per i valori e la solidità sociale e familiare della nostra nazione”. Chiesa cattolica e media di destra demonizzano i membri della comunità LGBTQ+ come “pedofili“, una “minaccia per la nazione“, praticanti di “bestialità” e “vampiri“.

Inoltre, la Chiesa cattolica polacca celebra il culto del nazionalismo polacco, al punto da organizzare recite del rosario “per la salvezza della Polonia e del mondo” in diversi punti lungo i confini del Paese il 7 ottobre, anniversario della battaglia di Lepanto, che nel 1571 vide la Lega Santa cattolica guidata da papa Pio V, dal doge veneziano Sebastiano Venier e dalla Spagna infliggere alla flotta dell’Impero Ottomano la sua prima sconfitta, salvando così l’Europa dall’invasione islamica.

Dopo il 1989, alla Chiesa sono stati restituiti i beni espropriati dal regime comunista (2.300 chilometri quadrati di terre) con l’esenzione in perpetuo dal pagamento delle tasse. Da allora la Chiesa è diventata il principale speculatore immobiliare del Paese.

Dal 2015 il PiS, insieme alla Conferenza Episcopale polcca, sta combattendo una battaglia della “memoria collettiva” basata su un revisionismo aggressivo ed integralista della storia nazionale recente e sulla promozione di un senso di forte orgoglio nazionale tra i polacchi che ha riaperto storiche ferite e animosità, riaccendendo conflitti che erano rimasti latenti per anni. Il PiS ha annunciato l’inizio di un nuovo Stato polacco – un passaggio dalla Terza Repubblica, inaugurata nel 1989, ad una Quarta7 – privo di tutte le reliquie del dominio comunista, e pone ora sui piedistalli le statue di un nuovo gruppo di eroi anti-sovietici che sono stati uccisi o messi a tacere durante il dominio comunista.

Al posto dei monumenti comunisti, stanno comparendo in tutto il Paese nuovi murales e memoriali approvati dallo Stato dedicati a quei generali polacchi che morirono per mano degli occupanti nazisti e sovietici, e sempre più, ai “soldati maledetti“, un gruppo eterogeneo di combattenti della resistenza dell’Armia Krajowa (l’Esercito Patriottico) e di altri movimenti clandestini, che hanno lottato contro le autorità comuniste fino agli inizi degli anni ’60. Un decennio fa, questi uomini e donne erano raramente ricordati e celebrati; oggi i loro nomi formano una parte fondamentale del mito della fondazione del nuovo Stato che il PiS sta cercando di forgiare per la Polonia.

Questo mentre nella narrazione del PiS e degli intellettuali ad esso vicini, lo storico leader di Solidarność, Lech Walesa, viene dipinto come (presunto) agente dei servizi comunisti e il negoziato (la “tavola rotonda”) della primavera 1989 tra il regime comunista guidato dal generale Wojciech Jaruzelski, Solidarność e la Chiesa cattolica, che portò alla democrazia, viene interpretato come il tradimento o il compromesso delle élite liberali di sinistra con dei criminali comunisti. Un accordo che ha portato alla rinuncia del potere da parte del regime comunista senza che si versasse del sangue, all’accettazione delle regole della liberaldemocrazia e all’indipendenza totale del Paese da Mosca, nonostante che diverse migliaia di soldati sovietici fossero ancora nel Paese. Ha consentito la transizione democratica nonviolenta che ha aperto la strada alle prime elezioni democratiche parzialmente libere in tutto il blocco orientale (4 luglio 1989). Ma, per i politici del PiS, lungi dall’essere il momento della rinascita della libertà polacca, l’accordo negoziato dalla “tavola rotonda” è stato un pessimo affare, un compromesso ignobile tra liberali e comunisti in cui l’anima della nazione è stata segretamente venduta in cambio di privilegi politici ed economici.

La morte di Lech Kaczyński, presidente della repubblica e fratello gemello di Joroslaw, insieme ad altri 95 cittadini polacchi in un incidente aereo a Smolensk nel 2005, mentre andava a commemorare i 21 mila ufficiali polacchi assassinati dai sovietici nel 1940, viene interpretata dal PIS come il risultato di un complotto realizzato dai russi con la complicità dei liberali polacchi ed in particolare dell’ex presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, all’epoca primo ministro, leader del partito Piattaforma Civica e principale rivale politico dei gemelli Kaczyński. Sebbene nel disastro siano morti politici, militari di spicco e altre figure appartenenti all’intero spettro politico, questo evento è diventato una pietra miliare dell’identità politica di PIS.

L’assassinio del sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz (14 gennaio 2019), un liberale progressista (europeista, pro-migranti e pro-LGBTQ+) di alto profilo e fortemente critico verso il PiS, da anni oggetto di minacce e odio politico, ha messo a nudo l’atmosfera densa di profonde divisioni, contrapposizioni e tensioni politico-ideologico-culturali che avvolge l’odierna società polacca. Il clima d’odio alimentato dal governo nazionalista ha contribuito ad attivare il giovane che ha accoltellato Adamowicz durante un evento pubblico di beneficenza nella città simbolo delle tragedie inflitte all’Europa dai totalitarismi oltre che di Solidarność, anche se è stato descritto dalle autorità come un rapinatore di banche malato mentalmente che ha accusato l’ex partito del sindaco, Piattaforma Civica, per il tempo trascorso in prigione.

Alle elezioni politiche generali del 13 ottobre 2019, il PiS di Kaczyński ha riottenuto la maggioranza assoluta nella Camera bassa (Sejm) e, quindi, il diritto di poter riscrivere la Costituzione democratica varata dopo la rivoluzione del 1989. Il PiS ha ottenuto il 43,6% dei voti, e quindi in base al sistema elettorale e al premio di maggioranza ha avuto la maggioranza assoluta con 235 seggi sui 460, ma l’opposizione è riuscita a prendere il controllo del Senato (51 a 49). Pertanto, Kaczyński ha dovuto affrontare qualcosa di nuovo, considerando che per la prima volta l’opposizione ha avuto il controllo di un’istituzione e ha potuto causargli problemi nell’attuazione della sua agenda. Il Senato può ritardare e modificare la legislazione, ma il Sejm può ignorare tali mosse con votazioni a maggioranza assoluta. Tuttavia, il Senato ha anche voce in capitolo nella nomina di molti funzionari chiave, il che ha minato i tentativi di PiS di mettere sotto il suo totale controllo tutte le istituzioni governative.

Inoltre, la composizione del Sejm è molto più ostile verso il PiS: Piattaforma Civica ha preso il 27,4% dei voti per 134 seggi, ma la coalizione di Sinistra ha preso il 12,6% con 49 seggi. La piattaforma di quest’ultima mirava a sfidare le politiche di destra del PiS con l’obiettivo di allentare le leggi restrittive sull’aborto, indebolire il ruolo della Chiesa cattolica e promuovere i diritti degli omosessuali. La coalizione tra il PSL (partito agrario) e l’anti-estabilishment Kukiz 15 ha ottenuto l’8,6% per 30 seggi. Infine, il PiS ha dovuto affrontare anche una forza politica che lo sfidava da destra: Konfederacja, un gruppo di ultranazionalisti e antisemiti, che ha ottenuto il 6,8% con 11 seggi.

Il PiS ha formato il governo con due piccoli partiti, il liberale Porozumienie (Accordo) e il conservatore Polonia Unita. L’alleanza, la cosiddetta “Destra Unita”, è durata fino all’agosto 2021, quando Morawiecki ha fatto dimettere il suo vice, Jarosław Gowin, il leader di Accordo, spingendo il partito a lasciare il governo e privando la coalizione guidata dal PiS della sua maggioranza. La rottura è avvenuta nel contesto della discussione su un nuovo pacchetto economico e sull’approvazione della contestata legge sui media (approvata con 228 voti a 216 dalla Camera bassa. solo grazie a 10 astensioni dell’ultradestra che ha regalato anche un voto a favore del testo) che vieta a società extra-UE di detenere una quota di controllo nei mezzi di comunicazione polacchi. Una legge vista dalle forze di opposizione e dal segretario di Stato degli Stati Uniti, Antony Blinken, come una “minaccia alla libertà dei media” e mirata alla più grande stazione televisiva indipendente della Polonia (controllata dal gruppo mediatico statunitense Discovery), TVN, il cui canale di notizie TVN24 è stato spesso critico nei confronti del governo populista del PiS8. In questo modo, Varsavia è arrivata ai ferri corti anche con Washington, l’alleato cruciale della NATO9. Morawiecki ha cercato di ridurre i danni, affermando che la nuova legge è necessaria per impedire che un’emittente polacca venga acquistata da “un’entità proveniente dalla Russia, dalla Cina o da un Paese arabo“.

Con la crisi della coalizione di governo, il PiS ha perso la maggioranza di un voto che aveva nella Camera bassa, anche se questo non ha comportato automaticamente la caduta del governo (questo richiederebbe un voto formale di sfiducia in parlamento). Inoltre, il rallentamento economico prima e durante la pandemia e la riduzione progressiva delle risorse europee hanno creato problemi di bilancio per il governo, mentre il conflitto con le istituzioni dell’Unione Europea si è via via inasprito.

Per cercare di trovare una nuova maggioranza in Parlamento (reclutando deputati dai partiti minori), il PiS ha fatto approvare un aumento degli stipendi del 60% per i legislatori, che è entrato in vigore il 1° settembre. È l’annullamento di una decisione del 2018 del leader del PiS Kaczyński di tagliare gli stipendi dei parlamentari del 20% dopo una controversia sul pagamento di grandi rimborsi finanziari ai parlamentari.

La traballante coalizione di governo deve fare i conti anche con Marian Banaś, il capo del’Ufficio Supremo dei Conti (NIK), un ex lealista del PiS che ha rotto con il partito. Banaś ha scatenato i suoi ispettori contro Zbigniew Ziobro, il potente ministro della Giustizia e procuratore capo che è anche leader del partito Polonia Unita. Ad agosto il NIK ha completato un rapporto relativo a gravi problemi in un fondo speciale amministrato dal ministero della Giustizia che dovrebbe essere utilizzato per aiutare le vittime di reati, ma è stato invece utilizzato per una varietà di altri scopi. Nel suo rapporto, il cane da guardia ha affermato che Ziobro non ha reagito ai “problemi sistemici” del fondo “così come ai conflitti di interessi e ai meccanismi generatori di corruzione“. Ziobro ha respinto le accuse e ha accusato il NIK di usare il rapporto per “giochi interni e per difendere gli interessi individuali” di Banaś e suo figlio. L’Agenzia Centrale Anticorruzione (CBA) sta indagando sul figlio di Banaś, che secondo il capo del NIK è un attacco politico contro di lui, mentre l’ufficio del pubblico ministero, diretto da Ziobro, accusa Banaś di aver depositato dichiarazioni errate sui suoi beni. Questo scandalo non aiuta Ziobro, che è impegnato in una lotta di potere dietro le quinte contro Morawiecki.

L’incorporazione subordinata della Polonia e dell’Europa centro-orientale nell’economia dell’UE

Dopo il 1989, e soprattutto dopo l’allargamento ad est dell’Unione Europea tra il 1999 e il 2007, i Paesi dell’Europa centro-orientale – Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria, Slovenia, Estonia, Lettonia e Lituania – sono stati incorporati nell’economia dell’Unione Europea come Paesi fornitori di forza lavoro a basso costo impegnata negli anelli maggiormente labor intensive delle supply chains industriali europee e globali.

Dopo aver subito negli anni ’90 gli shock-therapy transition programs, questi Paesi sono passati dal “socialismo reale” al “capitalismo oligarchico”. La transizione al libero mercato, infatti, è stata resa difficile dalla debolezza locale dell’agente di trasformazione capitalista preferito dal capitalismo neoliberista: la borghesia proprietaria. Si è cercato di “fare il capitalismo senza capitalisti. I fondi dell’Europa occidentale hanno dato la priorità all’espansione del mercato rispetto alla democratizzazione: dal 1990 al 1996, solo l’1% del meccanismo di aiuto internazionale dell’Unione Europea per gli ex Stati socialisti è andato al finanziamento di partiti politici, media indipendenti e altre organizzazioni civiche. Ma, con l’avanzare dei mercati, la classe media è rimasta anemica10.

Trent’anni dopo, i benefici della libera economia sono stati divisi in modo molto ineguale. I divari di reddito tra città e campagne sono più ampi nell’Europa centro-orientale che in qualsiasi altra parte del continente. Eppure l’ubiquità del pensiero del libero mercato nella regione è un fatto compiuto e oggi questi Paesi sono in rapida crescita e in tendenziale piena occupazione. Basano la loro competitività su bassi salari e basse tasse per le imprese11.

Ma, hanno anche grandemente beneficiato dei trasferimenti di risorse finanziarie dall’Unione Europea: tra il 2007 e il 2020, gli Stati membri dell’Europa centro-orientale hanno ricevuto 395 miliardi di euro, metà dei quali sono andati a Polonia e Ungheria. Con i cospicui aiuti economici europei la Polonia ha avuto modo di ammodernare la rete dei trasporti nell’ambito di un poderoso programma di ricostruzione delle fondamentali infrastrutture nazionali che ha inciso poco o nulla in termini di indebitamento nazionale (il debito pubblico era di poco superiore al 50% del PIL nel 2019). Stando ai dati della Commissione Europea, più della metà degli investimenti pubblici (strade, ponti, mercati, linee ferroviarie, etc.) in Ungheria e in Polonia nel periodo 2015-2017 sono stati finanziati dall’Unione Europea. Nel 2017, la Polonia ha contribuito al bilancio UE con 3,048 miliardi e incassato 11,9 miliardi, mentre l’Ungheria ha versato 821 milioni di euro e ha incassato fondi per 4,049 miliardi.

La Polonia ha attraversato in continua espansione gli anni successivi alla Grande Recessione del 2008-09, con un PIL che è cresciuto del 3% all’anno e ora importa manodopera temporanea e stagionale da altri Paesi dell’Europa dell’Est considerati “culturalmente omogenei” (Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Georgia, Armenia e Russia) e ha anche stipulato un accordo con le Filippine, per arginare la mancanza di forza lavoro nell’agricoltura, nelle costruzioni e anche nei servizi (infermieri e badanti). Nel 2017, la Polonia ha fatto entrare 638 mila migranti provenienti da Paesi extracomunitari dell’est Europa e si stima che circa 500 mila ucraini lavorano con contratti regolari, ma che almeno altri 700-800 mila lavorano con contratti stagionali a breve termine o nell’economia sommersa. La loro presenza aiuta a contenere la carenza di manodopera dovuta ai polacchi che sono andati a lavorare per salari più alti negli altri Paesi dell’Unione Europea. Secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2018 l’Ucraina era il più grande destinatario di rimesse salariali di qualsiasi Paese in Europa, con circa 10 miliardi di euro, pari all’11% del PIL del Paese, inviate dai circa 4 milioni di ucraini che lavorano all’estero (la maggior parte nell’UE)12.

La Polonia e gli altri Paesi dell’Europa orientale sono stati destinatari di rilevanti investimenti ed esternalizzazioni (near-shoring) sia per lavorazioni nel tessile/abbigliamento/calzaturiero da parte dei grandi marchi del “made in Italy”, sia per la produzione di componenti industriali a basso costo da parte delle grandi imprese metalmeccaniche europee, sopratutto tedesche. Con Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, l’economia tedesca gestisce un volume di scambi più ampio rispetto a quello con la Cina. La Germania è il più grande partner economico dell’Ungheria, con circa il 30% delle esportazioni e circa un terzo dei nuovi posti di lavoro ungheresi (almeno mezzo milione) è stato creato da un’azienda tedesca.

Una parte importante della competitività dell’industria tedesca, soprattutto di quella dell’automobile, è il risultato di processi di investimento diretto nel capitale delle imprese e della costruzione di reti di subfornitura della componentistica che hanno consentito di mantenere in Germania l’assemblaggio finale, così come i laboratori di ricerca e sviluppo, che rappresentano le fasi di produzione a più alto valore aggiunto. Nel 2019, la Germania aveva esportazioni verso il resto del mondo che contribuivano alla presenza di 8,4 milioni di posti di lavoro in tutta l’Unione, di cui 6,8 milioni nella Repubblica Federale e nell’ordine 270 mila in Polonia, 160 mila in Italia, 155 mila in Olanda, oltre 150 mila nella Repubblica Ceca e 140 mila in Francia13.

Il successo industriale tedesco, dunque, si sostiene, almeno in parte, sul lavoro di milioni di operai poveri dell’Est Europa che vivono con salari mensili di 500-700 euro e che devono far fronte a costi occidentali sull’acquisto di beni tecnologici, prodotti alimentari industriali, farmaci o servizi medici14. Inoltre, le grandi imprese tedesche riescono anche ad eludere le basse tasse ufficiali sulle imprese, mentre le popolazioni locali sopportano un carico fiscale schiacciante nell’imposta sui consumi. Un rapporto di Finance Uncovered, una ONG indipendente bulgara, ha mostrato che i primi 10 gruppi attivi nel Paese, non solo hanno pagato un’aliquota dello 0,2% su ricavi aggregati pari a 11 miliardi di euro nel 2015, ma sono riusciti a risultare creditori netti dello Stato. Situazioni simili si ritrovano anche in Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia, Lettonia e Slovenia15. In Polonia, la corporate tax porta nelle casse dello Stato solo il 5,3%. In sostanza, lavoratori e cittadini dei Paesi dell’Est Europa sussidiano alcune grandi imprese globali, soprattutto tedesche, facendo sì che possano remunerare meglio i propri dipendenti in Germania.

Secondo i dati dell’Ufficio studi di Intesa Sanpaolo per Il Sole 24 Ore (2017), dal 2008 al 2015 nell’elettromeccanica, nella meccanica e nell’auto la quota di import tedesco da Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria Slovacchia e Romania è salita dal 18 al 23,4% (in gran parte a scapito dell’Italia e degli altri Paesi dell’Europa mediterranea). Dagli impianti industriali di questi Paesi arriva una quota crescente del made in Germany. Le linee produttive ormai sono così integrate che il FMI parla di “German-Central European supply chain”, un sistema produttivo unico dove la gran parte del valore è catturata dalle grandi imprese tedesche. Paesi trasformati in laboratori di produzione e assemblaggio per l’industria tedesca, che forniscono manodopera così a buon mercato da trascinare verso il basso i salari tedeschi. Un hinterland a pochi chilometri di distanza, comprendente 64 milioni di abitanti, che è stato trasformato in una piattaforma di produzione neo-Fordista delocalizzata dell’industria tedesca (e su scala minore anche di quelle italiane, francesi e inglesi). La Mercedes-Benz Cars ha annunciato che inizierà a produrre batterie elettriche per le automobili a Jawor, in Polonia, dove sta già costruendo un impianto per produrre motori.

Anche i conglomerati coreani si sono recentemente trasferiti in Polonia e Ungheria, affermandosi come i principali fornitori di batterie per l’industria automobilistica europea. Con VW, Audi, BMW, Mercedes-Benz e Renault che chiedono a gran voce le batterie, il governo polacco ha anche rinunciato all’obbligo di quarantena per consentire agli specialisti dell’azienda chimica coreana LG Chem di continuare a lavorare su un enorme impianto vicino a Breslavia, un progetto da 2,8 miliardi di euro sostenuto dalla Banca Europea per gli Investimenti. Alla fine del 2020, il valore delle esportazioni di batterie agli ioni di litio ha raggiunto circa 400 milioni di euro al mese e ora rappresentano fino al 2% di tutte le esportazioni polacche. Ciò equivale a quasi un terzo della domanda europea di batterie per veicoli elettrici.

Un sistema di catene produttive fortemente integrate che solo parzialmente ha risentito degli effetti negativi della pandemia da CoVid-19. Ma, i Paesi dell’Europa orientale sono vulnerabili perchè le loro economie dipendono dalle esportazioni e questo le lascia in balia della domanda in altri Paesi, dipendenti soprattutto dal successo dei prodotti industriali tedeschi sui mercati globali. In proporzione al PIL, le esportazioni di beni e servizi variano dal 96% in Slovacchia e dall’85% in Ungheria, fino al 67% in Bulgaria e al 61% in Lettonia. A titolo di confronto, in Spagna il rapporto è del 35%.

Da notare che in nessuno di questi Paesi, a differenza di quelli occidentali, esiste un sistema di contrattazione collettiva salariale – né in azienda, né per settore – salvo che per le sedi distaccate di poche multinazionali. Per chi lavora nelle fabbriche si applica solo il salario minimo di legge e questo è generalmente intorno ai 3-5 euro all’ora, pari a circa un decimo dell’operaio tedesco che costa 33 euro l’ora lorde (26 euro di retribuzione netta) e la cui produttività effettiva non è di tanto superiore16. In Polonia la produttività è cresciuta il 43% in più dei salari negli ultimi 10 anni e il rapporto è molto simile in Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Paesi baltici.

La Confederazione Europea dei Sindacati (ETUC) ha chiesto una direttiva europea che introducesse i contratti collettivi di settore nei Paesi dell’Est Europa per affrontare il tema della concorrenza dei bassi salari. Una situazione che il presidente francese Macron ha denunciato apertamente come “dumping sociale”, anche se solo in riferimento ai cosiddetti lavoratori distaccati, i posted workers, lavoratori est-europei assunti e pagati secondo gli standard del Paese di origine (per cui hanno bassi salari, basse contribuzioni e scarsi diritti) per poi essere distaccati in fabbriche o come autisti dei camion pesanti nei Paesi dell’Europa occidentale, contraddicendo il principio invocato dal Parlamento Europeo (ma osteggiato dalla Polonia) della “stessa paga per lo stesso lavoro nello stesso posto”.

Una direttiva del Consiglio Europeo votata a maggioranza (hanno votato contro Lituania, Estonia, Ungheria e Polonia) nel settembre 2017, ha previsto che entro 4 anni i livelli di compensi e di contributi sociali dei lavoratori distaccati devono essere in linea con la legislazione del Paese di effettiva esecuzione del lavoro/servizio.

In Polonia la crescita dei salari è stata intorno al 3-5% all’anno negli ultimi anni, mentre il governo nazionalista di destra del PiS ha alzato il salario minimo a 2.100 zloty (circa 500 euro), abbassato l’età pensionabile a 65 anni per gli uomini e a 60 anni per le donne (mentre il precedente governo progressista neoliberista, guidato da Piattaforma Civica, aveva alzato entrambe a 67 anni), alzando le pensioni minime a mille zloty (circa 240 euro), e garantito a tutte le famiglie un bonus di 500 zloty (circa 120 euro) al mese con il cosiddetto Programma 500+, indipendentemente dal reddito (il salario medio mensile è intorno ai 700 euro), per ogni figlio a partire dal secondo, dalla nascita fino ai 18 anni. In questo modo il PiS è impegnato a costruire la “versione polacca dello Stato sociale“.

Si stima che in Polonia su una popolazione totale di 38,5 milioni di abitanti ci siano circa 5,5 milioni di cittadini economicamente inattivi, mentre i lavoratori ucraini regolarmente registrati sono 1,5 milioni e un altro mezzo milione lavora senza permesso.

Dal punto di vista territoriale, la rapida crescita economica polacca è stata concentrata soprattutto nella regione metropolitana della capitale Varsavia, nella Bassa Slesia e della Grande Polonia ad ovest. E’ qui che la Volkswagen, la Siemens e la LG Chem hanno costruito le loro fabbriche. Ed è vicino a Cracovia che global corporations come IBM, Capgemini e HSBC hanno trasferito una parte dei loro servizi.

Nelle regioni orientali del Paese, invece, lo sviluppo economico non è arrivato, sono rimaste aree di piccola agricoltura, senza investimenti e senza lavoro che si sono svuotate per l’emigrazione, finendo in una spirale negativa: diminuzione delle entrate delle amministrazioni locali, difficoltà a pagare i servizi pubblici, crollo delle capacità residenziali ed attrattive.

Coerentemente con il contro-movimento nazionalista, il primo ministro Mateusz Morawiecki ha dichiarato di essere favorevole ad un drastico cambiamento nel modello di crescita della Polonia, per passare da un modello basato sull’afflusso di capitale dall’estero che fluisce nel Paese per allargare la produzione industriale e trarre vantaggio da bassi salari e dalla vicinanza ai mercati chiave, ad un modello “sviluppista”, in linea con quelli seguiti da Paesi asiatici come la Corea del Sud o il Giappone durante la Guerra Fredda, dove, facendo leva su “campioni nazionali“, governi conservatori ed autoritari hanno guidato l’espansione e hanno fatto meno affidamento sugli investimenti di capitali esteri.

Gli investimenti stranieri – ha affermato il primo ministro – hanno introdotto una concorrenza vantaggiosa per l’economia, ma “c’era troppa pressione competitiva sulla società, sulla comunità degli affari e sugli imprenditori che non hanno gli strumenti adeguati per competere“. Ora, la missione di Morawiecki è quella di “lentamente, ma sicuramente spostare il pendolo” verso quella che chiama una “economia soggettiva“, attraverso un maggior impegno delle imprese statali (che già danno lavoro a circa il 15% della forza lavoro totale) ad aumentare gli investimenti, perché le imprese private nazionali sono troppo piccole e non abbastanza audacemente espansive da fornire la spinta desiderata. Negli ultimi anni il capitalismo di Stato polacco si è rafforzato soprattutto nei settori bancario, delle grandi infrastrutture, della chimica e dell’energia.

Il governo del PiS pensa di poter conquistare un terzo mandato nel 2023 grazie a quello che chiama il “Deal polacco“, un programma economico che taglia le tasse per i redditi medio-bassi, sostiene gli acquirenti di case, aumenta la spesa sanitaria e aumenta i benefici per pensionati e famiglie con bambini. Sarà in gran parte pagato da un forte aumento delle tasse sull’assistenza sanitaria dei lavoratori autonomi, mentre anche i comuni hanno lanciato l’allarme che vedranno un drastico calo delle entrate. Il governo sostiene che una grande maggioranza di polacchi vedrà guadagni dal pacchetto, ma l’opposizione e le federazioni dei datori di lavoro hanno avuto un certo successo nel dipingere la misura come un aumento delle tasse. Un recente sondaggio ha rilevato che quasi il 55% dei polacchi ritiene che li lascerà in condizioni peggiori.

Il “Deal polacco” ha creato significative tensioni e lotte intestine all’interno del PiS (tre deputati hanno lasciato il partito negli ultimi mesi) e della coalizione di governo, composta dal PiS e da due alleati più piccoli, Polonia Unita di estrema destra e Accordo più liberale. Morawiecki ha cacciato il viceministro per lo sviluppo Anna Kornecka di Accordo dopo che questa aveva criticato il pacchetto perché penalizzante per i piccoli imprenditori e la classe media. Accordo è uscito dalla coalizione, anche a seguito dell’approvazione della controversa legge sui media, per cui ora il governo non ha più una maggioranza in Parlamento.

I conflitti della Polonia con l’Unione Europea

Il modello di integrazione economica dei Paesi dell’Europa Orientale contribuisce anche a spiegare la tolleranza dell’Unione Europea e del Partito Popolare Europeo (prima coalizione politica europea con leader del calibro di Juncker, Tusk, von del Leyen, Tajani, Merkel, Weber, Rajoy, Varadkar) che per anni hanno esercitato nei confronti del governo di Viktor Orbàn in Ungheria17. Allo stesso tempo, l’UE ha anche tollerato il governo polacco dominato dal PiS di Joroslaw Kaczyński (che però non fa parte del PPE, ma del gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei). Governi che fanno proposte politiche simili, incentrate su un ritorno ad una sovranità nazionale incondizionata e basate sull’autoritarismo, sui muri ai confini e sulla chiusura delle frontiere (almeno per coloro che sono considerati non graditi, come rifugiati, profughi e migranti economici)18, sul settarismo sociale ed ideologico, sul nazionalismo, sui fondamentalismi religiosi ed identitari e sulla chiusura demografico-etnica e culturale.

Il PiS e Fidesz sono da anni orientati a dare vita a “democrazie illiberali” e nazionaliste (teorizzate da Fareed Zakaria a partire dalla seconda metà degli anni ‘90), riducendo l’indipendenza dei media19 e cercando di eliminare la separazioni tra i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario che sta alla base di ogni Stato di diritto e democrazia, nonché della stessa Unione Europea.

Questi regimi, centrati su un leader autocratico (come Kaczyński e Orbàn) che concentra il potere nelle proprie mani prevaricando (e in molti casi eliminando) controlli e bilanciamenti istituzionali, sono stati finora capaci di conservare sostegno popolare e maggioranze elettorali attraverso il controllo sull’apparato statale e sui media tradizionali (mettendo sotto controllo, direttamente o indirettamente, tv, radio e giornali indipendenti), politiche di bilancio generalmente sobrie e prudenti e mercati relativamente aperti.

Molti degli sforzi di questi regimi per sovvertire la democrazia sono “legali“, nel senso che sono approvati dal legislatore o accettati dai tribunali. Possono anche essere rappresentati come sforzi per migliorare la democrazia – rendendo il sistema giudiziario più efficiente, combattendo la corruzione o ripulendo il processo elettorale. I giornali si pubblicano ancora, ma vengono comprati da oligarchi alleati del governo in carica o spinti all’autocensura. I cittadini continuano a criticare il governo, ma spesso si trovano ad affrontare problemi fiscali o altri problemi legali.

Un’erosione della democrazia che per molti è quasi impercettibile e che semina la confusione pubblica. Le persone non capiscono immediatamente cosa sta succedendo e in molti continuano a credere di vivere in una democrazia. Ma, la continua modifica delle regole, la sostituzione dei giudici, lo svuotamento delle funzioni del Parlamento, la trasformazione dei corpi intermedi in attori irrilevanti, la pressione poliziesca sulle opposizioni e la stampa libera, l’imposizione di una narrativa falsificata e la frode alle urne, permettono ai leader autocratici di vincere le elezioni successive e di imprimere una ulteriore stretta sul sistema politico-istituzionale, marginalizzando o eliminando qualsiasi credibile avversario, e dando vita a forme di “democrazia plebiscitaria20.

Ciò che non è in discussione, tuttavia, è il carattere del modello economico di questi Paesi. Sia i liberali sia gli illiberali concordano sul fatto che dopo la fine del comunismo, l’unico percorso di sviluppo che rimane per le loro società è quello capitalista.

I successi delle “democrazie illiberali” in Polonia e Ungheria sono stati resi possibili dal cinismo (“realismo”) dei politici di centro-destra in Europa che per anni si sono rifiutati di prendere le distanze da quelli che in realtà sono dei governi nazionalisti, reazionari sul piano politico-sociale. I democratico-cristiani tedeschi sono apparsi a lungo meno preoccupati per lo Stato di diritto in Polonia o Ungheria o per altri “valori europei” che per importanti investimenti delle compagnie automobilistiche, come Audi e Mercedes. Come ha notato amaramente Timothy Garton Ash, una delle scoperte più deprimenti degli ultimi anni è che l’UE, che passa così tanto tempo a parlare di democrazia, è pateticamente inefficace quando si tratta di difendere la democrazia all’interno dei propri Stati membri. Dal 2015, il PiS ha visto che può farla franca con qualsiasi cosa, nonostante la UE abbia creato qualche problema.

Il radicale rinnovamento del sistema giudiziario del Paese – un progetto di Kaczyński e del ministro della Giustizia Ziobro – ha portato all’accusa che ha lo scopo di portare i giudici sotto un controllo politico più stretto. Dal 2015, il PiS e i suoi alleati politici hanno messo sotto controllo il Tribunale Costituzionale e l’ufficio del pubblico ministero, hanno esercitato un’autorità crescente sui tribunali ordinari, preso il controllo dell’organo che dovrebbe nominare i giudici e istituito un nuovo organo disciplinare nella Corte Suprema.

Solo nel dicembre 2017 la Commissione Europea (“il guardiano dei trattati europei”) ha attivato “l’opzione nucleare”, aprendo contro il governo polacco guidato dal PiS la procedura di messa in stato di accusa ai sensi del primo comma dell’articolo 7 dei Trattati per “il grave rischio di una seria violazione dei princìpi dello Stato di diritto” che sono alla base del progetto europeo (e che sono celebrati dall’articolo 2 del Trattato di Lisbona, sottoscritto dalla Polonia nel 2004), a seguito dell’approvazione dal 2016 di 13 leggi che prevedevano interferenze sistematiche dei poteri legislativo ed esecutivo nella composizione di tutte le corti giudiziarie, nella loro amministrazione e nel loro funzionamento. Con le nuove leggi, in particolare, 15 dei 25 membri del Corte Suprema, prima eletti dagli organi di autogoverno dei giudici, venivano invece nominati dalla Camera bassa del Parlamento, mentre l’età di pensionamento dei giudici della Corte Suprema – tribunale di ultima istanza – era stata ridotta da 70 a 65 anni, consentendo così alla maggioranza parlamentare di nominare ex novo 70 giudici su 120. Ma, i giudici che avevano ricevuto la notifica di pensionamento si sono appellati alla Corte di Giustizia Europea. La Commissione Europea ha ribadito la sua richiesta di modifica delle norme e a inizio marzo 2018, il Parlamento Europeo ha approvato a larga maggioranza – 422 voti contro 157 e 48 astenuti – una risoluzione non vincolante di sostegno della Commissione.

Confermare la procedura d’infrazione contro la Polonia sarebbe stato possibile, essendo necessario il voto di solo 4/5 del Consiglio Europeo. Assai più difficile sarebbe stato il passo successivo – la sospensione del diritto di voto in seno al Consiglio – per il quale occorre l’unanimità dei Paesi membri. Ungheria e Repubblica Ceca avevano fatto sapere di volersi opporre a qualsiasi sanzione contro l’alleato del Gruppo di Visegràd21. In sostanza, la procedura dell’articolo 7 non ha impressionato il governo PiS perché è solo una procedura di dialogo politico e questa può durare per sempre.

L’impasse è stata superata nel settembre 2018, allorché la Commissione ha denunciato con procedura di urgenza la Polonia di fronte alla Corte di Giustizia Europea per l’attacco all’indipendenza della magistratura. Nel novembre 2018, la Corte ha emesso una sentenza che ha ordinato di sospendere l’applicazione della legge e pochi giorni dopo il governo polacco ha annunciato il reintegro dei giudici della Corte Suprema che erano stati costretti ad andare in pensione. Il governo ha anche dichiarato di voler lavorare con la Commissione Europea a proposito della sua riforma della giustizia che secondo Bruxelles minaccia l’indipendenza del potere giudiziario.

Ma, le controversie del governo polacco con l’UE, legate alle riforme del sistema giudiziario, sono comunque andate avanti. La sentenza della Corte di Giustizia Europea che ha stabilito che la riduzione dell’età pensionabile per i giudici viola il diritto dell’UE è arrivata il 24 giugno 2019, e ha rappresentato un duro colpo per il governo del PiS. Ma, il conflitto tra PiS (Parlamento) e la magistratura (Corte Suprema) è continuato a fine 2019 e inizio 2020 con l’introduzione di ulteriori limitazioni all’autonomia dei giudici. Per questo, a fine aprile 2020 la Commissione Europea ha dato avvio alla quarta procedura d’infrazione contro il governo polacco.

A marzo la Commissione Europea ha chiesto alla Corte di Giustizia di emettere un’ordinanza provvisoria che sospendesse la legge polacca del 2019 che consente di mettere sotto inchiesta e sanzionare i giudici per le loro decisioni giudiziarie, fino alla pronuncia della sentenza definitiva. A luglio la Corte di Giustizia dell’UE ha stabilito che il nuovo organo disciplinare all’interno della Corte Suprema viola il diritto dell’UE e ha ordinato di sospendere l’ordinanza. Didier Reynders, il Commissario per la Giustizia, ha avvertito che la Polonia avrebbe potuto subire multe se non si fosse adeguata. Ad agosto, il capo della Corte Suprema polacca ha parzialmente congelato l’organo disciplinare. Una decisione considerata insufficiente dalla Corte di Giustizia che il 27 ottobre 2021 ha reso noto di aver condannato la Polonia a pagare alla Commissione europea una penalità giornaliera da un milione di euro per non aver sospeso l’applicazione delle disposizioni nazionali relative alle competenze della Camera Disciplinare della Corte Suprema.

Il potere della Corte di Giustizia Europea e il futuro dell’Unione

Ciò che giornalmente accade all’interno dell’Eurozona è frutto di un intreccio inestricabile di microdecisioni da parte di una miriade di attori, reso possibile e modellato dalla istituzionalizzazione di norme, princìpi e regole sovranazionali nei confronti delle quali i governi nazionali hanno perso influenza discrezionale sovrana e unilaterale, anche per la giurisdizione della Corte di Giustizia Europea che ha introdotto criteri costituzionali nel funzionamento del sistema giuridico comunitario e nei suoi rapporti con gli Stati membri.

La Corte di Giustizia Europea ha il compito di garantire che il diritto dell’UE sia interpretato e applicato allo stesso modo in tutti i Paesi dell’UE e di garantire che i Paesi e le istituzioni dell’UE rispettino il diritto dell’UE. Grazie all’azione della Corte, oggi l’economia europea si basa in gran parte sulla garanzia secondo cui se le imprese portano una controversia davanti a un tribunale di Lisbona, Varsavia o Berlino, i giudici applicano gli stessi standard europei.

Con una sentenza del 5 febbraio 1963, la Corte ha stabilito la supremazia del diritto UE su quello nazionale, senza che il Trattato di Roma avesse autorizzato questa interpretazione, invocando lo “spirito” del Trattato (che concedeva alla Corte solo diritti di controllo giurisdizionale rispetto agli atti delle istituzioni dell’Unione, non rispetto agli atti degli Stati membri). La prima sentenza che ha applicato questo principio riguardava il caso Costa contro ENEL nel 1964. Il grande successo dell’UE come comunità di diritto risiede proprio nel fatto che le autorità nazionali hanno sostenuto tale principio per molti decenni dopo il 1964, nonostante non sia mai stato espressamente approvato dai Paesi membri dell’UE. La bozza di Costituzione europea bocciata nel 2005 includeva un articolo che sanciva la supremazia diritto dell’UE, ma poi tale disposizione è stata abbandonata dal Trattato di Lisbona.

La Corte resta, tra tutte le istituzioni dell’Unione, la più nascosta al pubblico. Situata con discrezione in Lussemburgo e composta da giudici nominati – uno per Paese – dagli Stati membri, i suoi procedimenti sono nascosti agli occhi del pubblico; le sue decisioni non consentono la menzione dell’opinione dissenziente; i suoi archivi garantiscono un accesso minimo ai ricercatori.

Le sue origini risalgono alla prima fase dell’integrazione: la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), nata dal Piano Schuman del 1950, era stata dotata di una Corte di Giustizia, poi estesa alla Comunità Economica Europea istituita dal Trattato di Roma cinque anni dopo, e poi all’Unione Europea creata a Maastricht nel 1992.

La Corte è diventata non solo un’istituzione unica all’interno dell’Unione, ma unica tra le corti supreme costituzionali, è dotata di poteri che non hanno mai avuto pari in nessuna democrazia. In tutti gli altri casi, le sentenze di tali tribunali sono soggette a modifica o abrogazione da parte di legislatori eletti. Quelle della Corte di Giustizia non lo sono; sono irreversibili. A parte la modifica dei Trattati stessi, che richiede l’accordo unanime di tutti gli Stati membri, non si può ricorrere contro le sentenze della CGUE.

Partner fondamentale della Corte è stata la Direzione Generale per la Concorrenza della Commissione Europea. Fin dalla sua istituzione è stata una fortezza popolata da ordoliberisti tedeschi, la cui devozione ai principi di mercato e determinazione dei prezzi, che non dovevano essere ostacolati da ingerenze improprie da parte di alcuno Stato, li rendeva naturali fautori del federalismo, come lo era stato Friedrich von Hayek prima della guerra22. Il servizio giuridico ha aperto la strada, fornendo alla Corte di Giustizia la stragrande maggioranza dei casi su cui le sue sentenze avrebbero potuto edificare una sempre più ampia costruzione del diritto europeo al di sopra dei Parlamenti nazionali. Tra il 1954 e il 1978 i dieci più frequenti ricorrenti dinanzi alla Corte hanno proposto un totale di 1.381 casi: di questi, 1.082 provenivano dalla Commissione o da suoi collaboratori – poco meno dell’80%.

L’UE è nata sull’idea che la libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali sia un diritto di rango costituzionale, e chiunque si senta danneggiato in questi suoi “diritti”, o pensi che la competizione sia ostacolata, può fare ricorso e si prende la ragione che la Corte inevitabilmente gli dà. Per di più i pronunciamenti della Corte diventano immediatamente legge europea (cosiddetto diritto self-executing) che fa premio su qualsiasi legge nazionale.

È uno strumento potente di diffusione di un principio fondamentalista di competizione ed integrazione che ha sbilanciato le ragioni del mercato rispetto alle ragioni della politica, quelle delle imprese rispetto a quelle dei lavoratori e dello Stato-nazione. Questo anche se è importante riconoscere che dal diritto alla libera circolazione dei lavoratori nell’Unione Europea sono derivati anche importanti diritti sociali che sono stati consolidati da diverse sentenze della Corte di Giustizia, come quelli della portabilità della pensione, della tutela dei familiari di chi lavora, dell’accesso all’assicurazione per la malattia e gli infortuni sul lavoro, dell’assunzione a tempo indeterminato e della parità uomo-donna.

La decisione del Tribunale costituzionale polacco del 7 ottobre 2021 ha fatto scattare una sorta di controlimite verso la Corte di Giustizia (ma, in realtà, verso tutte le istituzioni comunitarie), anche se vi sono stati diversi precedenti in questo senso23. Essa, infatti, su ricorso del governo della Repubblica di Polonia, sancisce il principio della primazia della Costituzione nazionale sul diritto dell’Unione e trova la sua ragione più immediata nel procedimento in corso davanti alla Corte (n. 204/21), promosso dalla Commissione, col quale si chiede al Giudice UE di dichiarare contrarie ai Trattati le riforme in materia di giustizia introdotte dal governo e dal Parlamento di Varsavia. Non si tratta perciò nè di un contrasto sui limiti del diritto eurounitario, quando vengano toccate posizioni soggettive che il giudice nazionale ritiene tutelate al livello della legislazione statale, né di una decisione politica come quella assunta dal Regno Unito con la Brexit (“non vogliamo essere vincolati dal diritto eurounitario e perciò ce ne andiamo”), ma qui si ritiene di poter restare nell’Unione senza alcun vincolo riguardante i diritti fondamentali quale è sicuramente quello relativo alla indipendenza ed imparzialità del giudice.

Per il governo polacco, però, la Corte di Giustizia non può stabilire come gli Stati debbano organizzare il loro stato di diritto in quanto (Art. 4 del Trattato sull’Unione Europea) “l’Unione rispetta l’identità nazionale [degli Stati membri] insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale”. Pertanto, per Morawiecki la Corte di Giustizia va contrastata perché è lo strumento utilizzato dalle élite liberali europeiste per standardizzare i sistemi costituzionali degli Stati membri, trasformando questi ultimi in “province” di uno Stato nazionale.

Il governo polacco è disponibile a riconoscere il potere delle istituzioni europee di agire nelle materie ad esse delegate dagli Stati membri, ma a condizione che rimanga all’interno della delega ricevuta. Secondo Morawiecki, l’Unione Europea è solo un’organizzazione internazionale, non sovranazionale, “un’alleanza economica, politica e sociale”, e non c’è alcun motivo di uscire da essa24.

Polonia, Ungheria e altri Paesi dell’Europa centro-orientale, così come i Paesi scandinavi (Danimarca, Svezia e Finlandia), e fino alla Brexit anche il Regno Unito, vogliono perseguire un’integrazione esclusivamente economica, di libero scambio, pensando in questo modo di preservare la loro sovranità parlamentare e governativa nazionale, per cui finora hanno fatto di tutto, e probabilmente continueranno a farlo, per bloccare o posticipare ogni passo in avanti del processo di integrazione politica a livello europeo. “C’è una crescente espansione di poteri in atto qui che deve essere finalmente fermata. I polacchi hanno avuto il coraggio di iniziare questa battaglia. Il nostro posto è lì con loro ”, ha dichiarato Viktor Orbán.

Questi Paesi sono favorevoli ad un mercato unico (inteso come un’unione doganale), ma non ad una politica comune (intesa come un’unione federale). Si comportano come se fossero dei commensali ad un tavolo da pranzo che vogliono avere il privilegio di scegliere à la carte i piatti graditi (ad esempio, i finanziamenti provenienti dai programmi strutturali) e di rifiutare quelli sgraditi (ad esempio, l’allocazione al loro interno di una quota di rifugiati politici).

Per gli europeisti, difendere lo status quo, rimanere immobili, non è sufficiente per contrastare la sfida sovranista e il malessere sociale derivante dal modo in cui l’Unione Europea e l’Eurozona hanno gestito – o meglio, non gestito – le crisi dell’ultimo decennio fio alla pandemia da CoVid-19. Gli europeisti dovrebbero soprattutto riflettere in modo critico sulla logica integrativa da essi sostenuta e ispirata dal pensiero funzionalista di Jean Monnet, secondo cui l’unità europea si forma navigando a vista, passando da una crisi all’altra, dalla soluzione di un problema a quella di un altro. Le istituzioni europee – a cominciare dalla Commissione – hanno cercato di risolvere problemi complessi, cavalcando un processo integrativo in continua espansione e che rimane indefinito come la finalità che dovrebbe raggiungere (“un’unione sempre più stretta”). I limiti delle competenze UE sono resi flessibili dal fatto che i Trattati definiscono le competenze non per materie, ma per politiche e obiettivi: cosa che ha indotto la Corte di Giustizia a riconoscere all’UE tutti i poteri necessari a esercitare le proprie competenze, anche se non esplicitati dai Trattati (dottrina dei “poteri impliciti”), e tutte le ulteriori competenze necessarie a non pregiudicare il perseguimento degli obiettivi posti nei trattati (dottrina dell’”effetto utile”). Seguendo la logica integrativa ed incapace di autolimitarsi in assenza di un vero quadro costituzionale, l’UE ha progressivamente accentrato e allargato competenze, poteri e politiche, nonostante che i Trattati celebrino il principio di sussidiarietà, secondo cui il livello più alto dovrebbe intervenire solamente quando il livello più basso non è in grado di risolvere un problema.

Un processo espansivo dei poteri sovranazionali che non si è accompagnato ad un ripensamento effettivo della complessa architettura istituzionale, né sono stati messi a punto degli efficaci meccanismi (a parte il programma Erasmus) che potessero far progredire la costruzione di un’identità culturale europea condivisa. A Bruxelles è stato messo in piedi un embrione di Stato europeo incardinato su una tecnocrazia relativamente efficiente in grado di garantire la continuità e stabilità amministrativa. Un apparato dedito a direttive, regolamenti, parametri definiti dall’alto, in grado di gestire processi di stabilizzazione, ma in evidente difficoltà nell’interpretare ed affrontare le novità via via emergenti, a stimolare l’innovazione politica, sociale ed economica.

È tempo che le forze politiche sinceramente europeiste promuovano con urgenza una riforma degli assetti politico-istituzionali comunitari che, oltre ad allargare gli spazi di partecipazione e controllo democratico25, al contempo definisca con precisione sia le aree di policy che spettano al controllo e alla responsabilità delle democrazie e dei governi nazionali sia le aree di policy che spettano alle istituzioni sovranazionali, rendendo possibile una gestione più equilibrata (meno gerarchica) delle relazioni interne fra i diversi partner. Da questo punto di vista, un’arena importante potrebbe essere la Conferenza sul futuro dell’Europa (che però finora è stata gestita con un bassissimo profilo) che ha lo scopo di “rendere l’Unione più unita e sovrana” anche con eventuali modifiche dei Trattati.

L’Unione Europea difficilmente potrà continuare ad esistere solamente sulla base della volontà dei governi degli Stati membri all’interno della logica intergovernativa incarnata dalla leadership esercitata dai governi di alcuni grandi Paesi – Germania e Francia, e in subordine Italia e Spagna. Essa dovrà essere in grado di garantire sia un equilibrio dinamico tra interessi nazionali ed interesse europeo sia la strutturazione di un processo politico che consenta anche la partecipazione e la legittimazione democratica delle istituzioni e delle decisioni da parte dei cittadini europei.

L’urgenza è quella di colmare il deficit di democrazia che investe gli stessi poteri sovranazionali delle istituzioni europee. Questo richiede che le classi politiche europee dimostrino di avere fiducia in un progetto democratico e solidale comune e per questo – come ha notato Jurgen Habermas – è necessaria la rottura di un tacito consenso: “Sinora, la classe politica ha dato per scontato che l’Europa dei cittadini fosse un costrutto troppo complesso e la finalità – lo scopo dell’Unione Europea – una questione troppo complicata perché i cittadini potessero occuparsene direttamente. Le attività correnti della politica di Bruxelles sono cose per esperti o, semmai, per lobbisti ben informati, mentre i capi di governo sono impegnati a rimandare o eludere i problemi più gravi tra gli interessi nazionali in conflitto. Ma, soprattutto, i partiti politici sono unanimi nella volontà di evitare i temi europei nelle elezioni nazionali, a meno che non si presenti l’occasione di addossare ai burocrati di Bruxelles i problemi domestici. … I padri fondatori … hanno creato un’Europa senza popolazione perché allora erano esponenti di un’avanguardia illuminata. … Però adesso [occorre] fare di quel progetto elitario un progetto di cittadinanza e, contro i governi nazionali che nel Consiglio Europeo si bloccano a vicenda, … che si compiano dei passi chiari verso l’autodeterminazione democratica dei cittadini europei.

Ma, un’unione federale non è solo un’unione di cittadini. E’anche un’unione di Stati e pertanto non può funzionare senza che sia riconosciuto ai governi nazionali un ruolo decisionale di centrale importanza. Federale deve significare che l’Unione Europea deve essere organizzata secondo una doppia sovranità, quella nazionale e quella sovranazionale.

Con l’Unione Europea, e ancor più con l’Eurozona, una parte molto rilevante delle decisioni sulle politiche (le policies) è stato trasferito a Bruxelles, mentre il dibattito politico (la politics) è rimasto esclusivamente nazionale. I governi nazionali sono coinvolti nelle decisioni europee, ma in modo poco trasparente e poco comprensibile per i cittadini. Occorre riportare la riflessione e il dibattito politico sul futuro dell’Unione Europea per fare dei concreti passi avanti nella direzione di un’unione politica in cui le decisioni sulle politiche vengano prese a seguito di un processo democratico che, in un modo o nell’altro, coinvolga direttamente anche i cittadini europei.

Finora Bruxelles non è diventata un centro politico democratico in senso classico, è rimasta piuttosto un grande forum negoziale dove interagiscono diverse istituzioni comuni con prerogative limitate e dove, dentro il Consiglio Europeo dei capi di governo, si confrontano 27 (Unione) o 19 governi (Eurozona) che si credono ancora sovrani, che si fidano poco l’uno dell’altro e che solo in occasione del programma Next Generation UE hanno dimostrato di essere disposti a fare cassa comune e a farsi carico dei problemi degli altri perché ciò è nell’interesse di tutti26.

La crisi della pandemia da CoVid-19 ha dimostrato che in questa Europa tecnico-intergovernativa c’è bisogno di politica per l’Europa e non solo di un insieme di contrattazioni diplomatiche e giochi di potere fra leader di governo e i loro ristretti entourage. Un problema di fondo che era stato denunciato anni fa da Ralf Dahrendorf (Dopo la democrazia. Intervista a cura di Antonio Polito, Laterza, Roma-Bari, 2003:34): “Ci sono pochi dubbi che quando la Comunità Economica Europea […] fu costruita, la democrazia non costituì la prima preoccupazione di coloro che progettarono ed edificarono il nuovo edificio. […] Due categorie di interessi dovevano essere conciliate, quello europeo da un lato, quelle nazionali dall’altro. Dunque c’era il bisogno di due istituzioni, una che rappresentasse l’interesse europeo, incaricata di avanzare proposte; l’altra che rappresentasse gli interessi nazionali, incaricata di decidere. Perciò furono inventati la Commissione e il Consiglio. Un’idea alquanto brillante, ma non certo democratica. L’Europa fu costruita in modo tale che gli interessi europei potessero trovare una sede per il compromesso nella Commissione, ma che le decisioni fossero prese alla fine nel rispetto degli interessi nazionali, comunque prevalenti; e questo era garantito dal ruolo del Consiglio. Ecco perché fin dall’inizio, ha sempre funzionato la regola dell’unanimità, e tuttora la mancanza di unanimità resta un trauma.

Oggi, appare evidente che tra i 19 Paesi dell’Eurozona, ad esempio, occorrono un maggiore coordinamento politico e meno vincoli gestionali. La governance della moneta unica così come è ora – con i ruoli centrali esercitati dall’Euro Summit (composto dai capi di governo) e dall’Eurogruppo (composto dai ministri finanziari), mentre la Commissione può solo implementare le loro decisioni e il Parlamento Europeo non esercita un ruolo significativo – non funziona, non ha stretti rapporti con i Parlamenti nazionali e manca di una legittimazione da parte dei cittadini dell’Eurozona27. Soprattutto, negli ultimi dieci anni ha dimostrato di non essere in grado di evitare che si verifichino gravi crisi e conflitti che mettono a rischio la solidarietà e il progetto europeo.

Solo un’architettura europea più coesa può mettere l’Unione e l’Eurozona al riparo dalle nuove tempeste che arriveranno dall’andamento inerentemente instabile dell’economia globale. La centralizzazione intergovernativa fa sì che le decisioni vengono prese sotto l’impulso degli Stati più forti che sono anche i maggiori creditori (a cominciare dalla Germania), in totale assenza di un controllo parlamentare sovranazionale28.

In questi anni la BCE di Francoforte – sola istituzione sovranazionale federale con un reale potere di intervento paneuropeo, anche se limitato alla politica monetaria – ha evitato il peggio e, prima della pandemia da CoVid-19, aveva portato lentamente l’Eurozona verso una apparente ripresa, ma da tempo chiede di avere un interlocutore politico a Bruxelles29.

Negli ultimi anni, Macron ha sostenuto che la riforma delle regole economiche deve procedere insieme a quelle politiche, per cui un bilancio comune dell’Eurozona per gli investimenti “può andare di pari passo solamente con una guida politica forte, un ministro comune e un controllo parlamentare esigente a livello europeo. Soltanto la zona euro con una moneta internazionale forte può fornire all’Europa il quadro di una potenza economica mondiale30.

In ogni caso, le istituzioni europee dovrebbero essere riformate tenendo presente i basilari princìpi di organizzazione di un sistema democratico, come quelli della divisione dei poteri (separazione tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario) e del bilanciamento tra istituzioni. Occorre trovare il modo di riconciliare i cittadini con il progetto europeo e di inventare l’Europa politica, l’Unione federale e democratica del futuro, capace di offrire speranza per tutti i cittadini europei e di conciliare la realizzazione di un disegno politico unitario con un’applicazione del principio di sussidiarietà in un quadro di governo multilivello che rispetti le identità nazionali e valorizzi gli Stati nazionali in quanto arene vitali della democrazia europea.

L’Unione deve operare con maggiore trasparenza e concentrarsi sulle iniziative in cui sia chiaro il suo valore aggiunto, rispetto a ciò che va e può essere fatto a livello nazionale. Occorre, quindi, stabilire le basilari politiche che deve fare l’Unione, lasciando tutte le altre agli Stati membri.

Al momento, l’Unione Europea ha competenza esclusiva in ambiti come il mercato unico, la politica monetaria dei Paesi euro, il commercio internazionale. Le competenze concorrenti con gli Stati nazionali, invece, riguardano il mercato interno, l’agricoltura, l’ambiente, i trasporti, le politiche sociali, la protezione dei consumatori, l’energia, le reti transeuropee e pochi altri temi.

Come sostiene Stefano Fabbrini (Sdoppiamento. Una prospettiva nuova per l’Europa, Editori Laterza, Roma-Bari, 2017), il futuro dell’Europa sarà legato alla capacità o meno delle sue élites politiche di governare un processo di “sdoppiamento”: nel saper creare un’Unione (non uno Stato) federale sovrana, intesa come un’unione tra eguali (basata su un accordo politico di valenza costituzionale che sia in grado di tenere in equilibrio gli interessi dei cittadini europei con quelli dei loro governi nazionali), in alcune politiche (ove è necessaria un’azione collettiva) e, al contempo, un’Unione di Stati sovrani, in altre politiche che devono rimanere sotto il controllo delle democrazie nazionali, regionali e locali.

A questo proposito, la Dichiarazione di Roma del 25 marzo 2017 ha identificato tre aree di policy su cui si vorrebe costruire “un’unione più stretta” nei prossimi dieci anni:

  • quella economico-sociale che includa la gestione della moneta comune, ma anche della politica fiscale, di bilancio e sociale dell’Unione, dotandosi di un proprio bilancio (con)federale, congruo (rispetto all’attuale 1% del PIL della UE, mentre quello degli Stati membri è pari complessivamente a circa il 50%), finanziato attraverso una fiscalità autonoma e titoli garantiti congiuntamente da tutti i Paesi dell’Eurozona, utilizzabile per sostenere politiche anti-cicliche e sociali, come l’assicurazione europea contro la disoccupazione e il sostegno alle regioni meno sviluppate dell’Unione. Sarebbe auspicabile includere anche la mutualizzazione del debito pubblico a livello comunitario (attraverso gli eurobonds), trasferimenti fiscali tra Paesi core e periferici, l’istituzione di una garanzia pubblica europea sui depositi bancari (dando vita anche ad una sorta di Federal Deposit Insurance Corporation europea) prevista dall’Unione Bancaria e una effettiva applicazione delle procedure di infrazione nei confronti dei Paesi in surplus commerciale;
  • quella della sicurezza che, considerando la volontà di disimpegno nordamericano e la secessione britannica, includa la diplomazia, l’intelligence, il controllo delle frontiere e una politica migratoria “sostenibile”, un fondo comune per investimenti e acquisti di armamenti e un apparato militare di difesa comune (complementare alla NATO, di cui fanno parte 22 dei Paesi dell’UE). A questo riguardo, il presidente francese Macron ha chiesto che l’Unione Europea (e più in generale l’Europa) riacquisti una sua “indipendenza strategica” dagli USA;
  • quella dello sviluppo economico che includa le politiche industriali e di investimento nei campi della ricerca scientifica, delle infrastrutture, delle risorse ed energie rinnovabili, dell’idrogeno e dell’innovazione. Concertare e sviluppare politiche industriali europee significa impegnare risorse europee e nazionali (spese governative per la ricerca, lo sviluppo e la formazione, insieme a sussidi fiscali e incentivi all’esportazione) per sostenere le industrie emergenti, mentre i lavoratori dei diversi Paesi ottengono l’esperienza e l’occupazione che ne derivano.

Tutte le altre aree di policy potranno rimanere sotto il controllo degli Stati nazionali che le governeranno sulla base dei loro processi democratici interni, anche utilizzando incentivi e sostegni finanziari provenienti dall’Unione. In un’unione federale, non sono solo i poteri esecutivi e legislativi europei che debbono essere tenuti distinti da quelli nazionali, ma anche le competenze del livello nazionale non devono essere svuotate a favore del livello europeo, componendo i livelli, senza fonderli.

Occorre dare vita ad un sistema costituzionalmente anti-centralistico, eppure capace di prendere decisioni legittime ed efficaci, senza che via sia il totale trasferimento della sovranità dagli Stati al centro, perché è possibile distinguere tra le politiche e risorse nazionali e quelle condivise a livello sovranazionale.

Soprattutto, è necessaria un’azione politica responsabile che si faccia carico della questione cruciale di ridare forza e senso alla missione dell’Unione Europea e di completare, in senso compiutamente democratico, la sua architettura istituzionale. Non si possono prendere decisioni nelle aree di policy individuate dalla Dichiarazione di Roma, senza che i cittadini abbiano una voce in capitolo.

Oggi, la UE ha un potere legislativo (di fatto condiviso tra Parlamento, Commissione e Consiglio dei Ministri), uno giudiziario (Corte di Giustizia Europea) e una Banca Centrale Europea con caratteri sostanzialmente federali. Ma, la democrazia è la possibilità di scegliere il governo, responsabile di fronte ai cittadini. Il Parlamento Europeo è l’unico organo della UE eletto direttamente dai cittadini (dal 1979), ma la “procedura di codecisione” lo relega ad un ruolo depotenziato: le leggi le propone la Commissione e il Parlamento Europeo può approvarle, modificarle o bocciarle, ma il Consiglio Europeo dei capi di governo, per legge, non è obbligato a tener conto di quelle approvazioni, bocciature e proposte.

In alcuni casi si applicano però procedure speciali in base alle quali il potere decisionale spetta al Consiglio e il Parlamento ha solo funzione consultiva. Il Parlamento ha il compito di approvare il bilancio annuale dell’Unione, proposto dalla Commissione, ed è responsabile del controllo sulla sua messa in atto. Inoltre, il Parlamento Europeo esercita un ruolo di co-decisione (insieme al Consiglio dei Ministri) in quasi tutte le materie regolative del mercato unico, la sua approvazione è necessaria per rendere operativo il bilancio pluri-annuale (7 anni) dell’UE e, soprattutto, la sua maggioranza elegge la Commissione Europea (i cui membri, a cominciare dal presidente, sono proposti dal Consiglio Europeo dei capi di governo nazionali). Prima della nomina ogni commissario designato deve comparire davanti ad una commissione parlamentare, che deve poi votare sull’intera squadra. Il Parlamento può votare mozioni di censura contro la Commissione che, se approvate, ne comportano le dimissioni.

Parlare di unione bancaria, fiscale, economica, sociale, energetica, della sicurezza, della difesa e della politica ha senso solo all’interno di una vera Unione Europea federale e democratica, con tutte quelle politiche sotto la responsabilità di un vero esecutivo europeo. L’interesse europeo non può continuare ad essere una mera proiezione degli interessi nazionali. Occorre uscire dalla trappola intergovernativa, separando il livello nazionale da quello sovranazionale.

La Commissione potrebbe evolvere in un vero governo, legittimato attraverso le elezioni europee, che definisce l’agenda politica. Alle elezioni europee quasi tutti i partiti europei designano, con il sistema degli Spitzenkandidaten, i loro candidati di punta alle elezioni per il Parlamento europeo (un sistema non previsto dai trattati, ma inaugurato nel 2014 con l’elezione di Jean Claude Juncker in quanto capolista del PPE) per la presidenza della Commissione (il presidente deve comunque essere votato a maggioranza assoluta dal Parlamento su proposta del Consiglio Europeo che delibera a maggioranza qualificata).

In futuro, il presidente della Commissione potrebbe anche presiedere il Consiglio Europeo (come era stato proposto da Juncker) in modo che il potere esecutivo non continui ad essere bicefalo. Il Parlamento e/o il Consiglio dei ministri poi potrebbero approvare i singoli componenti della Commissione (ora decisi da Consiglio Europeo che generalmente li ha scelti tra ex primi ministri e ministri di governi nazionali). La Commissione diventerebbe il vero esecutivo dell’Unione a tutti gli effetti con il suo Presidente che sia anche a capo del Consiglio Europeo e con un legame di quasi-fiducia tra Parlamento e Commissione.

L’alternativa è l’elezione popolare o da parte di elettori presidenziali organizzati in collegi elettorali nazionali del presidente del Consiglio Europeo (i candidati potrebbero essere scelti dai governi nazionali) in modo che possa beneficiare di una maggiore autonomia politica e decisionale rispetto ai capi di governo, soprattutto degli Stati membri più grandi. In questo modo il presidente del Consiglio diventerebbe il rappresentante politico dell’Unione (il presidente dell’Unione), mentre il presidente della Commissione diventerebbe una sorta di primo ministro di un governo semipresidenziale. La Commissione, infatti, oltre a preparare i lavori del Consiglio europeo, avrebbe il compito tecnico ed amministrativo di dare seguito alle decisioni prese all’interno del Consiglio. Questa elezione andrebbe accompagnata da quella popolare di una Costituente che abbia il compito di preparare una Costituzione dell’Unione Europea federale.

 

Alessandro Scassellati

  1. Senza l’indipendenza della magistratura, ha osservato l’Economist, “ le altre corti nazionali non avrebbero fiducia nei loro pari polacchi”, creando così “un effetto domino che farebbe crollare il sistema legale dell’UE. Un mandato d’arresto qui non verrebbe onorato là, una licenza bancaria garantita da un Paese potrebbe non essere onorata in un altro.” Già un tribunale di Amsterdam all’inizio di quest’anno ha respinto l’estradizione di un sospettato di narcotraffico polacco, adducendo preoccupazioni sullo stato di diritto e “un rischio reale” che l’imputato non ottenesse un processo equo in Polonia.[]
  2. È bene ricordare che l’accordo sul programma Next Generation UE da 750 miliardi di euro è stato a lungo avversato oltre che dai Paesi cosiddetti “frugali” (Olanda, Danimarca, Austria e Svezia), nettamente contrari ad ipotesi di messa in comune del debito, anche dai Paesi di Visegràd – Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia –, e Finlandia. Il risultato finale dell’estenuante negoziato durato dalla primavera all’estate 2020 è stato un insieme piuttosto disordinato di compromessi. I “frugali” e la Germania hanno ricevuto aumenti significativi degli sconti che ricevono sui loro contributi di bilancio, come nel 1984 quando Margaret Thatcher si assicurò forti sconti sui contributi di bilancio del Regno Unito. La Polonia ha ottenuto anche un annacquamento della richiesta di collegare i fondi verdi di transizione alla sottoscrizione dell’obiettivo per il clima del 2050. La Polonia, che ha ottenuto 37 miliardi in sovvenzioni dal Recovery Fund (quarto paese beneficiario dopo Italia, Francia, Spagna), oltre che altri miliardi da un “fondo di transizione giusto” per dismettere il carbone, è l’unico Stato membro dell’UE a non aver sottoscritto l’impegno ambientale del 2050. Circa 209 miliardi sono andati all’Italia (81,4 di sovvenzioni e 127 di prestiti), 35 in più della proposta iniziale della Commissione, mentre 140 alla Spagna (72,2 di sovvenzioni) e 72 alla Grecia. L’erogazione dei fondi del Recovery Fund richiederà l’approvazione da parte di una maggioranza qualificata dei governi dell’UE (ovvero con il 55% degli Stati membri che rappresentano il 65% della popolazione della UE) e sarà collegata al raggiungimento di traguardi e obiettivi. Laddove ci sia il timore che le riforme non vengano attuate dagli Stati membri che ricevono denaro può essere attivato il cosiddetto “emergency brake”, ogni leader dell’UE può fermare l’erogazione di denaro per consentire al Consiglio Europeo di discutere “esaurientemente” della situazione. Per quanto riguarda il rispetto dello stato di diritto, Francia, Germania e altri Paesi volevano un collegamento con i fondi dell’UE, ma i governi di Ungheria e Polonia (appoggiati anche dalla Slovenia), accusati di minare l’indipendenza della magistratura e i diritti delle minoranze, hanno respinto questo piano. Il compromesso concordato dai leader ha rimandato la definizione di un meccanismo per la condizionalità dei finanziamenti al rispetto dello stato di diritto ad un successivo Consiglio e a un accordo con il Parlamento che ha stabilito la possibilità per la Commissione di bloccare i pagamenti del bilancio ai governi con decisioni raggiunte dalla maggioranza qualificata (e non all’unanimità) degli Stati membri. Una soluzione non gradita a Polonia ed Ungheria che ne hanno chiesto la cancellazione e hanno posto il loro veto all’approvazione di bilancio e Recovery Fund, costringendo a nuove trattative per cercare di diluire il meccanismo. Alla fine, la situazione di stallo è stata disinnescata il 10 dicembre 2020 attraverso una “dichiarazione interpretativa” dell’ultimo minuto che ha assicurato che il meccanismo delle norme sanzionatorie deve essere approvato dalla Corte di Giustizia Europea prima di poter essere applicato.[]
  3. Un precedente arrivato in un momento in cui altre sfide di alto profilo al diritto dell’UE hanno luogo o sono discusse. Gli appelli al rimpatrio dei poteri dalla Corte di Giustizia Europea sono diventati un tema nella campagna elettorale presidenziale francese. Michel Barnier, ex capo negoziatore dell’UE per la Brexit e aspirante candidato del centrodestra, ha chiesto il ripristino della sovranità legale della Francia sulle questioni relative all’immigrazione. Le conseguenze dell’ascesa della destra nazionalista dopo la Grande Recessione del 2008-09 si stanno ancora diffondendo nell’organismo politico europeo. È un delicato equilibrio, ma i leader dell’UE non possono permettere alla Polonia di alzare la posta senza conseguenze significative.[]
  4. Tra l’altro, se dovesse vincere Piattaforma Civica, guidata da Donald Tusk, ex premier del “miracolo polacco” (2007-2014) e poi ex presidente del Consiglio Europeo per due mandati, l’ungherese Orbán perderebbe l’ombrello del veto polacco contro le accuse della UE sullo stato di diritto, trovandosi solo di fronte ad una probabile uscita dall’Unione.[]
  5. Orbán ha detto: “La Polonia è il miglior Paese d’Europa. Non c’è bisogno di alcuna sanzione, è ridicolo. Quello che sta succedendo qui è che le istituzioni europee eludono i diritti del parlamento e del governo nazionali e modificano il Trattato senza avere alcuna autorità legittima per farlo. La Polonia ha ragione… la vera linea di divisione è il buon senso e il non buon senso”.[]
  6. In Europa (ed altrove), sempre più frequentemente il fondamentalismo religioso tende ad allearsi con il fondamentalismo politico, spesso apertamente razzista e suprematista bianco, che rivendica le “radici cristiane” del proprio Stato-nazione e utilizza la religione come uno strumento per disciplinare società che si ritiene abbiano perso i loro tradizionale baricentro morale. In America, votando Trump nel 2016, “gli evangelici hanno scelto il potere politico sui valori cristiani” (Howe, 2019). In Europa, i gruppi reazionari e antieuropeisti che, a partire dalla Polonia, da anni cercano di egemonizzare il tradizionalismo cattolico per trasformarlo nel collante ideologico delle destre politiche europee, hanno trovato a Roma Papa Francesco, fautore di una Chiesa “povera, per i poveri”, del superamento del neoliberismo e di una “economia che uccide” (“Il mercato non può risolvere tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale. Si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette di fronte a qualunque sfida si presenti.”), del dialogo con l’Islam (dopo la rottura provocata da papa Benedetto XVI con il “discorso di Ratisbona”) sia sunnita (con la visita ad Ahmed al-Tayyed, grande imam di al-Azhar) sia sciita (con la visita al grande ayatollah Sayyid al-Sistani a Najaf) ed anche con la Cina (e per questo apertamente criticato dal Segretario di Stato USA, Mike Pompeo), difensore dei migranti e di un’Europa solidale, laica e attenta alla salvaguardia dei diritti inalienabili di ogni individuo nei confronti di ogni potere. Hanno scatenato contro di lui una lotta (accusandolo anche di eresia e di proteggere preti e cardinali accusati di pedofilia) che vuole colpire nella sua persona tutta la Chiesa post-conciliare “accogliente e misericordiosa”, un’agenzia dispensatrice di spiritualità e non solo di precetti morali. Il carisma apostolico di Papa Francesco è un ostacolo alla deriva fondamentalista-cristiana del conservatorismo e nazionalismo perché Francesco propone un modello sociale alternativo, il vangelo della carità e degli ultimi, la costruzione di ponti al posto dei muri, la globalizzazione della “fraternità” e fratellanza umana del “buon samaritano” e di San Francesco, il dialogo tra la sfera secolare e quella religiosa, il multilateralismo nelle relazioni internazionali, la critica al capitalismo finanziario, la salvaguardia ambientale. Un messaggio apostolico che non accetta passivamente il mondo qual è, sollecitando cattolici e non cattolici, Stati, classi dirigenti e forze sociali a trasformarlo in una dimensione più umana, gettando un ponte tra i valori tradizionali dell’umanesimo del cattolicesimo sociale e quelli dell’umanesimo dell’Illuminismo centrato sulla triade libertà, uguaglianza e fraternità.[]
  7. Nel 1997, gli intellettuali conservatori iniziarono a chiedere una “quarta repubblica polacca” per sostituire la terza che era seguita alla fine del comunismo. Quattro anni dopo, Lech e Jarosław Kaczyński fondarono il partito Diritto e Giustizia (PiS), promettendo una radicale purificazione e rinnovamento politico della società polacca. Lo scopo dei Kaczyński era quello di usare tutta la forza del potere esecutivo e legislativo nel perseguimento di una resa dei conti finale con i fattori “contaminanti” del socialismo di Stato. Per molti anni, la Corte Costituzionale polacca ha limitato gli sforzi per epurare istituzioni statali e società civile da chiunque avesse fatto parte di associazioni comuniste, un processo noto come lustrazione. Questa protezione ha ricevuto il sostegno delle leggi dell’UE a tutela della dignità personale e della privacy. Quando il PiS è salito al potere nel 2005, tuttavia, ha portato la lustrazione a un nuovo livello. È stata proposta una legge che avrebbe richiesto a 350 mila dipendenti pubblici, giornalisti, accademici, insegnanti e dirigenti statali di dichiarare le loro associazioni politiche passate, non importa quanto banali, pena la perdita del lavoro. La diffusa resistenza dell’élite progressista polacca contro questa epurazione profondamente invadente ha contribuito a mettere i Kasczyński fuori dal potere nel 2007, a favore della liberale pro-europea Piattaforma Civica guidata da Donald Tusk. Questo primo tentativo fallito di purificazione totale della società polacca fa da sfondo al rinnovato assalto del PiS alla magistratura del Paese dal 2015, che ha attirato una maggiore attenzione internazionale. Ma, l’agenda illiberale del PiS non era una reazione contro l’imitazione occidentale. È frutto proprio del desiderio degli illiberali polacchi di una più profonda cancellazione del passato comunista, a costo di ignorare le protezioni dell’UE. Questo li ha portati a mettere sotto controllo le corti del Paese e ad attaccare la società civile progressista. Proprio ciò che ha reso così pacifica la transizione dal comunismo alla democrazia liberale – il suo carattere negoziato – ha fornito a una destra nazionalista insorta una potente accusa di peccato originale. Nel mito di un cambiamento solo apparente gestito da dei voltagabbana, per cui il 1989 non sarebbe stato un passaggio di consegne pulito, ma una massiccia imbiancatura dell’élite. La posta in gioco non è l’identità occidentale – qualcosa su cui i polacchi non hanno mai avuto dubbi – ma piuttosto su chi è adatto a entrare a far parte di uno Stato nazionale polacco purificato.[]
  8. Qualsiasi decisione di attuare queste leggi potrebbe avere implicazioni negative per la difesa, gli affari e le relazioni commerciali“, ha affermato una dichiarazione bipartisan dei senatori americani. “Esortiamo il governo polacco a fare una pausa prima di adottare qualsiasi misura che possa avere un impatto sulla nostra relazione di lunga data“. Il governo del PiS e il presidente, Andrzej Duda, si vantano molto del loro rapporto speciale con Washington, ma erano forti sostenitori di Donald Trump, che in cambio ha fornito assistenza elettorale a Duda nell’estate 2020. L’amministrazione di Joe Biden non deve loro alcun favore e ha un’agenda che afferma di essere forte sulla democrazia e sui diritti umani.[]
  9. È bene ricordare che la Polonia è uno dei cinque Paesi NATO che hanno raggiunto o superato il limite del 2% del PIL di spesa per la difesa, invocato da Washington da anni. Gli altri sono Stati Uniti (3,6%, coprendo il 68,2% delle spese NATO a fronte di un PIL pari al 45,9% del totale), Grecia, Gran Bretagna, ed Estonia. Da anni gli USA stanno cercando di legare l’Europa centro-orientale alle loro politiche anti Russia attraverso la linea di comando della NATO e le forniture militari come i 168 e 208 missili Patriot venduti dalla Lockheed Marietta rispettivamente a Romania e Polonia al costo di 3,4 milioni di dollari l’uno e i 32 F-35 venduti sempre alla Polonia. Il governo polacco rimane spaventato da una possibile aggressione russa e desidera disperatamente una presenza di truppe americane a lungo termine sul suo territorio (all’amministrazione Trump aveva offerto di spendere 2 miliardi di dollari per acquistare armi e costruire basi militari permanenti per accoglierle).[]
  10. I Paesi ex comunisti entrati nell’UE hanno registrato, tra il 2000 e il 2019, tassi di crescita annuali medi del 2,9%, mentre nel nucleo originario dell’Europa a 15 il reddito medio pro capite cresceva, negli stessi periodi, tra lo 0,4% e lo 0,8%. Nonostante la crescita dell’ultimo ventennio, il blocco orientale ha a malapena recuperato il divario che si era aperto rispetto alla media europea dopo la caduta del muro di Berlino (nei primi anni di transizione all’economia capitalista le distanze si accentuarono di molto). Il riavvicinamento si deve in gran parte ai guai economici del nucleo originario, soprattutto quelli dei Paesi del sud.[]
  11. Basti pensare che oggi il salario bulgaro minimo pagabile per legge è di 1,20 euro, mentre il minimo pagabile in Francia è di 15 euro. In Ungheria la corporate tax è ufficialmente al 9%, la più bassa nell’UE, c’è una flat tax del 15% sui redditi delle persone, mentre ha l’IVA più alta (27%) che rende le merci molto costose per i consumatori; in Bulgaria la tassa sulle società è al 10% e il Paese attrae investimenti di imprese sia europee sia turche. Per attrarre gli investimenti delle multinazionali europee e internazionali, oltre a tasse basse o vicine allo zero e ad un basso costo del lavoro, la Slovacchia fornisce aiuti: la copertura fino al 35% degli investimenti e un contributo fino a 30 mila euro per ogni dipendente assunto.[]
  12. L’aggressione della Russia all’Ucraina, con lo scoppio della guerra del Donbass nel 2014 (compreso l’abbattimento dell’aereo di linea MH17 della Malaysia Airlines con a bordo 298 passeggeri mentre sorvolava i territori controllati dai separatisti filorussi nella regione di Donetsk) e il crollo del valore della moneta locale (la grivnia), ha fatto arrivare oltre un milione di migranti economici in Polonia e altri 3 milioni in altri Paesi dell’Unione Europea, una migrazione favorita dalla abolizione dei visti nel 2015.[]
  13. Nel 2019, la Germania ha assorbito il 56% dei beni e prodotti esportati dagli altri Paesi europei (sopratutto da Olanda, Francia, Belgio, Italia e Paesi di Visegràd). Nella metà dei casi si trattava di beni intermedi, che entravano nel circuito produttivo del più importante sistema industriale europeo (soprattutto nell’industria automobilistica). La Germania è ancora la grande fabbrica che assembla le merci prodotte nel resto d’Europa. Un sesto dei prodotti che arrivano nel Paese sono beni di investimento, macchine o attrezzature, mentre solo un terzo sono beni finiti, beni di consumo.[]
  14. Questa situazione di squilibrio contribuisce a spiegare perché dal 2009 circa 1,6 milioni di europei orientali, i più giovani ed istruiti, sia affluito in Germania arricchendone le risorse umane, e che altri milioni di lavoratori siano emigrati in Gran Bretagna (“l’idraulico polacco” che ha infiammato la campagna del referendum che ha portato alla vittoria dell’opzione Brexit), in Italia (dove vivono più di un milione di romeni), e in altri Paesi dell’Europa occidentale. Si stima che gli ungheresi che lavorano all’estero siano oltre 600 mila (con almeno altri 200 mila giovani under 30 pronti ad andarsene), mentre i rumeni siano oltre 3,6 milioni (quasi un quarto della popolazione in età da lavoro), i polacchi oltre tre milioni (con almeno altri tre milioni di giovani che sarebbero desiderosi di lasciare il Paese), i bulgari 2,5 milioni, gli estoni e i lituani più di mezzo milione. Nel 2014, quasi 150 mila slovacchi, ossia il 6,1% della popolazione attiva, avevano un lavoro frontaliero, mentre si stima che almeno 250 mila lavoratori siano espatriati. Quando il dittatore Nicolae Ceausescu fu ucciso il giorno di Natale del 1989, la popolazione della Romania era di circa 23,5 milioni. Attualmente è di 19,5 milioni, un calo di quasi un quarto. Ma alcune stime indicano un milione o due di meno. Il basso tasso di natalità è una delle ragioni, ma la libera circolazione delle persone della UE è quella più importante. I romeni sono ovunque in Europa e gli ospedali romeni sono in crisi dal momento che 43 mila medici e decine di migliaia di infermieri hanno lasciato la Romania per salari più alti nell’Europa occidentale negli ultimi dieci anni, causando penose carenze di personale. Dal 2016 la Romania dà la possibilità a tutti i cittadini moldavi – compresi quelli residenti in Moldavia, il Paese più povero d’Europa, da anni al collasso e con il 25% della popolazione che è emigrata all’estero – di prendere passaporto e cittadinanza rumena (una mossa che si inserisce anche nel tentativo di arrivare all’unificazione dei due Stati). Alle prese con una grave carenza di forza lavoro, gli imprenditori romeni hanno cominciato a far venire lavoratori dai Paesi asiatici (Filippine, Vietnam e Nepal). I nepalesi, arrivati attraverso le agenzie internazionali, lavorano nei ristoranti e negli alberghi delle maggiori città del Paese per 400-500 euro al mese.[]
  15. In Ungheria, ad esempio, gruppi come Audi, Mercede-Benz, Bosch, General Electric, Flextronics e Samsung sono riusciti a pagare aliquote vicine allo zero. Non a caso, i prelievi sulle imprese pesano per appena il 4,7% del gettito complessivo, mentre il grosso grava sulle spalle dei cittadini come IVA.[]
  16. Quasi un terzo dei lavoratori rumeni riceve il salario minimo e un altro quinto ha contratti precari che offrono salari inferiori.[]
  17. Fidesz, l’Alleanza dei Giovani Democratici contribuiva con 11 membri al gruppo PPE – poi diventati 13 nel 2019 – al Parlamento Europeo, ossia a quasi la metà della maggioranza di 25 seggi sul gruppo dei Socialisti e Democratici che ha sostenuto Juncker alla testa della Commissione Europea.[]
  18. Vogliono frontiere aperte per i propri cittadini e frontiere chiuse per i rifugiati: le prime assicurano che i cittadini frustrati possano semplicemente andarsene (e che probabilmente non abbiano tempo né energia per organizzare l’opposizione politica dopo aver lavorato a Londra o Berlino come camerieri per dieci ore al giorno). E’ bene ricordare che uno dei temi di conflitto tra Commissione e Polonia e Ungheria riguarda la questione dell’immigrazione e, in particolare, la ripartizione degli oneri dell’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati. La Corte di Giustizia Europea ha respinto i ricorsi di Polonia, Ungheria e Slovacchia che non hanno voluto rispettare il sistema delle quote obbligatorie sui rifugiati accolti da Italia e Grecia decise dalla Commissione a maggioranza il 22 settembre 2015. Poi, il 2 aprile 2020 la Corte ha condannato questi Paesi per essere venuti meno ai loro obblighi europei, ma non è successo nulla. D’altra parte, il Consiglio Europeo del giugno 2018 ha trasformato le quote da obbligatorie in volontarie, per cui nulla di sostanziale è continuato a succedere. Von der Layen aveva promesso il superamento del Trattato di Dublino e l’avvio di un nuovo corso finalmente solidale, ma le misure contenute nel Patto sull’Immigrazione e l’Asilo, presentato il 23 settembre 2020, che deve passare al vaglio del Parlamento e del Consiglio Europeo, hanno in gran parte disatteso le dichiarazioni che lo hanno preceduto. L’esigenza primaria rimane per l’Unione Europea chiudere le frontiere, limitare gli ingressi e favorire i rimpatri di coloro che vengono definiti “migranti economici”, ossia di coloro che cercano di sottrarsi alla miseria a rischio della vita perché non esistono visti di lavoro che possono richiedere. La ricollocazione obbligatoria dei migranti per il superamento del Trattato di Dublino, che da tempo le organizzazioni umanitarie e gli enti di tutela hanno chiesto, non è stata inserita tra le misure che invece prevedono un “meccanismo di solidarietà obbligatoria”: gli Stati membri possono scegliere se accettare il ricollocamento o gestire e pagare per le spese del rimpatrio delle persone la cui domanda di asilo viene respinta.[]
  19. In Polonia, il PiS ha lanciato un attacco sistematico ai media indipendenti. I metodi sono quelli usati da Orbán in Ungheria. La pubblicità e gli abbonamenti del settore pubblico vengono ritirati dai media indipendenti. Contro di loro vengono usati tutti i tipi di raggiri normativi. Il denaro pubblico viene pompato nella televisione e nella radio di Stato. Viene proposta una “tassa pandemica” sugli introiti pubblicitari dei media. Una compagnia petrolifera di proprietà statale, PKN Orlen, il cui capo è un amico del PiS, acquista sia un distributore di di stampa, Ruch, sia la più grande rete di giornali regionali, Polska Press. I giornali più critici sono bombardati da cause legali. La Gazeta Wyborcza conta più di 60 cause, inclusa una del ministro della Giustizia in persona.[]
  20. Si veda Levistzky S. e Ziblatt D., How democracies die, Broadway Books, Ney York, NY, 2019.[]
  21. D’altra parte, anche l’Ungheria si trova nella stessa situazione della Polonia. Il Parlamento Europeo ha votato (12 settembre 2018) a favore – 448 favorevoli, 197 contrari e 48 astenuti – dell’avvio di una procedura di infrazione contro il governo ungherese per violazione dello Stato di diritto e dei “princìpi fondamentali dell’Unione”. Il rapporto dell’eurodeputata verde Judith Sargentini, a nome della Commissione Affari Interni dell’Europarlamento, aveva individuato 12 aree in cui le leggi fatte approvare da Orbán rappresentavano una “minaccia sistemica” (sistema costituzionale, magistratura, corruzione, libertà di espressione, associazioni e ONG, diritti dei rifugiati e delle minoranze, libertà accademica e di religione, diritto alla parità di trattamento tra uomini e donne, i diritti economici e sociali, tutela della privacy). Nel suo intervento al Parlamento Europeo, Orbán ha urlato: “Le decisioni dell’Ungheria sono prese dagli elettori nelle elezioni parlamentari. Quello che state sostenendo non è altro che dire che non ci si può sufficientemente fidare del fatto che il popolo ungherese sia capace di giudicare ciò che è nel loro interesse. Pensate di conoscere i bisogni del popolo ungherese meglio degli stessi ungheresi. Pertanto, devo dirvi che questo rapporto non mostra rispetto per il popolo ungherese. Questo rapporto applica un doppio standard, è un abuso di potere, oltrepassa i limiti delle sfere di competenza e il metodo di adozione è una violazione del trattato. …Ogni nazione e ogni Stato membro ha il diritto di decidere come organizzare la propria vita nel proprio Paese. Dobbiamo difendere i nostri confini e noi soli decideremo con chi vogliamo vivere.” Ora, la procedura prevede che il governo ungherese sia sentito dal Consiglio Europeo, che dovrà decidere a maggioranza di almeno 4/5 degli Stati se vi sia un “chiaro e serio rischio di violazione dei valori UE”. In caso affermativo, si apre una fase di dialogo e per poter applicare le sanzioni previste dall’articolo 7.2 (tra cui la sospensione del diritto di voto) è necessario un voto espresso all’unanimità (con Polonia, anch’essa sotto procedura per violazione dei princìpi democratici, e Repubblica Ceca che hanno già dichiarato che non voteranno contro l’Ungheria, che volentieri ricambierà il favore). La Commissione Europea ha aperto procedure di infrazione contro l’Ungheria per non aver rispettato la legge su asilo e ricollocamenti dei migranti e per la legge “Stop Soros“, chiedendone la modifica. Questo è il primo passo in un processo legale che potrebbe portare l’Ungheria ad essere deferita anche alla Corte di Giustizia Europea.[]
  22. Già nel 1939, Friedrich von Hayek, uno di padri dell’ortodossia neoliberista, difendeva lucidamente l’idea di una federazione e dell’abrogazione della sovranità nazionale, quali mezzi utili a implementare la sua concezione di società di mercato. Secondo l’economista austriaco, “l’abrogazione delle sovranità nazionali, e la creazione di un efficace ordinamento legislativo internazionale, costituiscono il necessario complemento e il logico compimento del programma liberale”. Von Hayek sosteneva che il superamento della sovranità nazionale costituiva una condizione imprescindibile per promuovere la causa della pace, ma nel suo pensiero non doveva portare solamente a un’unione politica, bensì anche e soprattutto a un’unione economica, entrambe da realizzare nell’ambito di una “federazione interstatale”. Compito di questa costruzione era consentire la libera circolazione dei fattori produttivi – beni, persone e capitali – celebrata in quanto capace di spoliticizzare il mercato: di vanificare l’azione dei pubblici poteri volta a influenzare la formazione dei prezzi, proteggere lavoratori ed imprese dal “capitalismo rovinoso” e ad interferire ed ostacolare con ciò lo sviluppo del mercato autoregolato. Hayek celebrava il “vincolo esterno” rappresentato dalla forza condizionante di un mercato unico, che avrebbe impedito ai singoli Stati di promuovere anche politiche di emancipazione sociale: “sarà difficile produrre persino le normative concernenti i limiti al lavoro dei fanciulli o all’orario di lavoro”. Secondo Hayek, una federazione interstatuale avrebbe vanificato il conflitto redistributivo in quanto motore di scelte non allineate all’ortodossia neoliberista. “Una volta che le frontiere cessano di essere chiuse e la libera circolazione è assicurata, tutte … [le] organizzazioni nazionali, siano esse sindacati, cartelli o associazioni professionali, perderanno la loro posizione monopolistica e quindi, quali organizzazioni nazionali, il loro potere di controllare l’offerta dei loro servizi o prodotti.[]
  23. In effetti, nel maggio 2020 la Corte Costituzionale tedesca è stata accusata di aver lanciatoun missile legale nel cuore dell’UE” e di aver minato “le fondamenta stesse dell’ordinamento giuridico UE” con una decisione che metteva in dubbio la legalità del programma di quantitative easing della BCE, nonostante fosse stato dichiarato compatibile con il diritto comunitario dalla Corte di Giustizia. Ma, la corte polacca è andata molto oltre. I giudici tedeschi hanno contestato la legalità di uno specifico programma della BCE su basi tecniche piuttosto ristrette. La Corte Costituzionale tedesca aveva già messo in discussione la versione della supremazia articolata dalla Corte di Giustizia in una serie di casi che risalgono al 1974.[]
  24. Analogo punto di vista viene rivendicato da anni da Viktor Orbàn: “L’Europa non è a Bruxelles, ma a Berlino, Budapest, Varsavia e Parigi. Io non attacco Bruxelles, ma i politici e i burocrati di Bruxelles. Si comportano come se fossero il centro dell’impero. Invece, noi vogliamo un’UE con un Parlamento dai poteri ben delimitati, una Commissione che vigila sui trattati anziché fare una propria politica, e un forte Consiglio dei capi di governo”.[]
  25. Nelle arene democratiche nazionali, sotto la pressione di movimenti nazionalisti, xenofobi ed euroscettici, l’Unione è diventata il capro espiatorio per tutti i problemi economico-sociali e i loro risvolti distributivi, con un evidente e preoccupante calo di legittimità. Ad un numero crescente di cittadini, l’Unione appare oggi come una macchina burocratica sempre più irresponsabile che detta le proprie decisioni dall’alto senza godere di una vera legittimità democratica.[]
  26. Sin da Maastricht nel 1992, l’Unione Europea ha affidato al Consiglio Europeo dei capi di governo, istituto nel 1974 (organo collegiale che rappresenta i governi nazionali e che con il Trattato di Lisbona del 2009 è diventato l’esecutivo politico dell’UE), il compito di controllo sulle politiche (come la politica economica, della sicurezza, della difesa, degli esteri, dell’ordine interno, tra cui la politica migratoria) tradizionalmente vicine alle sovranità nazionali, lasciando alla Commissione europea sempre più il ruolo di esecutivo tecnico delle decisioni. Dato che il successo o meno della politica migratoria o della gestione delle crisi bancarie o della lotta al terrorismo può decidere l’esito di un’elezione nazionale, ne consegue che i capi di governo nazionali non abbiano voluto lasciare la loro gestione a istituzioni sovranazionali – come la Commissione o il Parlamento Europeo – che non possono controllare. Pertanto, in condizioni di crisi il funzionamento del Consiglio Europeo ha mostrato di avere limiti evidenti. La necessità di prendere le decisioni all’unanimità ha portato spesso ad uno stallo decisionale o all’inefficacia delle decisioni prese o al non rispetto delle regole che i governi stessi si sono dati. Per uscire dallo stallo decisionale della governance intergovernativa, i leader dei governi nazionali più forti hanno preso iniziative unilaterali per gestire le sfide che minacciavano il loro consenso interno. Si pensi al caso della politica migratoria, all’accordo tra UE e Turchia, promosso dalla Merkel che aveva un grande bisogno di ridurre l’afflusso dei rifugiati politici per recuperare popolarità, e poi fatto proprio dal Consiglio Europeo. Tutto ciò in una condizione di completa autoreferenzialità in quanto le decisioni del Consiglio Europeo sono prive di controlli e bilanciamenti (checks and balances) da parte di altre istituzioni della UE, a cominciare dal Parlamento Europeo, che impediscano le prevaricazioni dell’esecutivo. I governi chiedono soluzioni europee a problemi europei, ma poi agiscono in modo unilaterale per rendere tali soluzioni impossibili o inefficaci. Hanno dato vita ad un sistema “post-democratico”, ignorano le proposte della Commissione o del Parlamento Europeo e non applicano le decisioni già prese, incluse quelle approvate all’unanimità. Nell’Eurozona, che rappresenta il centro economico e politico dell’Unione Europea, la risposta data alla crisi dell’euro (2008-2011) ha dimostrato l’inadeguatezza e la fragilità delle istituzioni che sostengono l’Unione Monetaria e si è basata quasi esclusivamente su strumenti e politiche intergovernative, a parte le politiche di quantitative easing adottate dalla BCE. I numerosi trattati approvati durante la crisi finanziaria hanno rafforzato il controllo intergovernativo sulle politiche economiche dell’Eurozona, ma sono stati fondati sulla sfiducia, mirando al controllo reciproco – sui conti pubblici con il Semestre europeo, sulle banche con i meccanismi di supervisione e di risoluzione europei – invece che sulla creazione di strumenti d’azione comuni, come un Bilancio e un Tesoro federali fondati su una capacità fiscale e di prestito, e un Fondo europeo di garanzia dei depositi bancari.[]
  27. Le istituzioni dell’Unione Europea debbono diventare democratiche e, quindi, garantire la partecipazione, oltre che dei governi, anche dei cittadini alle decisioni sulle politiche che li riguardano. Innanzitutto, il Parlamento dovrebbe acquisire tutti i poteri tipici dei parlamenti, incluso quello di iniziativa legislativa (attualmente prerogativa della Commissione). Si può prevedere anche l’obbligo per la Commissione di negoziare i programmi nazionali di riforma all’interno delle arene politiche domestiche (e non solo con i ministri nazionali dell’Economia). Infine, al Parlamento europeo eletto dai cittadini potrebbe essere l’affiancata una seconda Camera che comprenda rappresentanti/parlamentari designati dai Parlamenti nazionali oppure prevedendo la trasformazione del Consiglio dei ministri in una sorta di senato (sul modello del Bundesrat tedesco) costituito di rappresentanti dei governi nazionali. Il Parlamento e la seconda Camera potrebbero esercitare insieme (anche in modo differenziato) un ruolo di controllo sulle proposte e sulle scelte di policy del Consiglio e della Commissione.[]
  28. Durante la crisi finanziaria dell’euro abbiamo visto come la vulnerabilità anche di piccoli Paesi come la Grecia abbia reso instabile l’intera Eurozona e sperimentato l’impossibilità dell’Europa ad agire poiché ogni intervento avrebbe comportato trasferimenti di risorse da un Paese all’altro, cosa non legittimata dalle regole attualmente vigenti a livello europeo (il principio del “no bail-out”; per questo è stato necessario il voto favorevole dei parlamenti nazionali dei Paesi maggiori e creditori, come la Germania).[]
  29. La BCE dispone degli strumenti necessari per agire come le principali banche centrali del mondo, ma non nelle forme adeguate. I suoi poteri non sono integrati, come altrove, da quelli di altre istituzioni dello Stato, una condizione di cui l’UE per ora non può disporre. I poteri di intervento sul cambio estero dell’euro e quelli di svolgere funzioni da prestatore di ultima istanza (lender of last resort) sono stati attivati da pressioni derivanti da eventi straordinari e dall’abilità del Presidente, ma non sono espressamente previsti nel suo Statuto. Per la BCE occorre che si dia vita ad un governo della politica economica, ossia che si trovi una soluzione istituzionale democraticamente legittimata che consenta di imporre criteri comuni alle 19 politiche economiche nazionali degli Stati che fanno parte dell’Eurozona. I fattori di instabilità non sono ancora stati eliminati, a cominciare dall’alto debito pubblico di Paesi come Italia, Francia, Grecia e Spagna. Soluzioni tecniche ci sono (eurobonds e mutualizzazione del debito), ma queste comportano una forma di condivisione del rischio tra Paesi e sono quindi impossibili senza un incremento di democrazia politica europea (e una eventuale revisione dei Trattati).[]
  30. Una posizione non condivisa da un gruppo di otto Paesi, la cosiddetta “Nuova Lega Anseatica” – sei nell’Eurozona: Olanda, Finlandia, Irlanda, Lituania, Estonia e Lettonia; due fuori dell’Eurozona: Svezia e Danimarca – ai quali si sono aggiunti anche Belgio, Lussemburgo, Austria e Malta che, all’insegna del motto “la solidarietà richiede responsabilità”, considerano accettabili solo due riforme: l’Unione bancaria e dei mercati finanziari; la trasformazione del Meccanismo Europeo di Stabilità in un Fondo Monetario Europeo, ma con “poteri decisionali saldamente nelle mani degli Stati nazionali.” Se le proposte di Macron vanno nella direzione di una maggiore condivisione dei rischi e di una maggiore integrazione tra i Paesi che adottano l’euro, questi 12 Paesi “rigoristi” pongono invece l’accento sulla riduzione dei rischi (prima si abbassano i rischi collettivi e poi si parla della loro condivisione). La “Nuova Lega Anseatica” è contraria ai trasferimenti di competenze, poco incline ad allentare il rigore di bilancio, strenuamente in difesa del libero mercato. Con l’uscita di scena della Gran Bretagna, questo gruppo di 12 Paesi si è candidato a ricoprire il ruolo di grande frenatore del progetto europeo e chiede che anche le scelte sul futuro dell’Eurozona siano discusse da tutti i 27 Paesi membri dell’Unione, anziché dai soli 19 che adottano la moneta unica. L’intento è quello di mantenere lo status quo, facendo rientrare pienamente in gioco il Gruppo di Visegràd e, quindi, impedendo che l’euro possa divenire la base di un processo federativo che da economico si evolve sul piano politico e sociale. L’obiettivo è resistere, osteggiare e combattere qualsiasi passo avanti nel trasferimento di competenze verso la Commissione.[]
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