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Difendere l’Europa delle Costituzioni

di Francesca
Lacaita

Nel conflitto che oppone la Polonia alle istituzioni europee, le posizioni sembrano chiare. Da una parte un Tribunale costituzionale con diversi giudici nominati per la loro fedeltà al partito di governo, che dichiara la prevalenza della costituzione nazionale sulla legislazione europea. Dall’altra parte, un’ampia coalizione di chi sostiene il progetto europeo, che tra i pilastri fondamentali ha sin dall’inizio la primazia della legislazione europea su quella nazionale, e, più di recente, la Carta europea dei diritti fondamentali. Questo contrasto si è riprodotto senza incrinature sostanziali anche intorno a una risoluzione del Parlamento Europeo approvata il 21 ottobre con 502 voti favorevoli, 153 contrari e 16 astenuti, che ha visto i gruppi Identità e Democrazia e Conservatori e Riformisti Europei votare contro. La destra sovranista vs. il centro e la sinistra europeisti. Come conviene che sia, o no?

Toni e accenti diversi caratterizzano invece un intervento “extraparlamentare” della capogruppo della Sinistra al Parlamento Europeo, Manon Aubry (che tuttavia ha votato a favore della risoluzione). Aubry intende separare la giusta difesa della democrazia e dei diritti, minacciati dalla destra in Polonia e altrove, dalla pretesa dell’Unione Europea di imporre la supremazia della sua legislazione sulle stesse Costituzioni nazionali, impedendo così di fatto l’affermazione dei diritti sociali e dell’ambiente. A sostegno dell’inviolabilità delle Costituzioni nazionali Aubry cita la Corte costituzionale tedesca nonché il comma 2 dell’art 4 del Trattato sull’Unione Europea: «L’Unione rispetta l’uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale».

Certamente non condivido molto dell’approccio di Manon Aubry nel suo intervento. Trovo regressiva, dopo oltre sessant’anni di percorso comune, questa posizione puramente difensiva, preoccupata solo di proteggere il proprio paese dal “pericolo esterno” dell’intervento europeo. E nemmeno mi convince la contrapposizione fra “Europa” e stati nazionali, come se l’attuale assetto dell’UE non fosse dovuto principalmente all’opera e al consenso delle classi dirigenti nazionali. Tuttavia, proprio perché si vuole andare oltre una posizione meramente “negativa” e pensare a come dovrebbe cambiare l’Unione Europea, è importante prendere sul serio la questione sollevata da Aubry e problematizzare «il primato del diritto dell’UE sulla legislazione nazionale» ribadito dalla risoluzione del PE.

Nei primi decenni dell’integrazione europea il senso di tale primato non appare particolarmente problematico, perché riflette comunque una volontà comune e condivisa. Le cose cambiano al più tardi (le premesse si erano poste già alla fine degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta) a cominciare dal Trattato di Maastricht, che riproduce, amplifica e impone anche a livello locale approcci ideologici e politici di carattere globale. I parametri di Maastricht e le prescrizioni del Patto di Stabilità e di Crescita condizionano ad ampio raggio le scelte politiche dei paesi membri con implicazioni dirette e concrete sulla vita dei cittadini, in particolare delle classi più svantaggiate. Al tempo stesso, le decisioni politiche, a livello europeo e non solo, tendono a essere sempre più sigillate e “protette” dall’influenza dei soggetti “popolari” (sia nel senso di ceti sociali, sia nel senso di costitutivi del demos in democrazia), e a prescindere da quella che appare come “la volontà popolare”, con ovvie ripercussioni sul concetto stesso di “rappresentanza”. Le differenze politiche e programmatiche tra i cosiddetti “partiti europeisti” si sono ridotte e non sembra facile invertire la tendenza, mentre le forze sovraniste e populiste di destra, teoricamente avversarie, in realtà forniscono stimoli significativi alla governance europea, specie in materia di muri e frontiere, e costituiscono l’unico interlocutore di fatto riconosciuto per canalizzare disagio e dissenso. I diritti di cittadinanza europea, fiore all’occhiello del Trattato di Maastricht, appaiono ormai precari; sono pochi i cittadini consapevoli della loro esistenza, e d’altra parte le istituzioni europee si guardano bene dal valorizzarli. Queste ultime intraprendono sforzi notevoli sul piano dell’“immagine” e della propaganda per avvicinare i cittadini, ma praticamente nulla fanno per creare una vera “sfera pubblica europea” – e in effetti, per crearla non si potrebbe fare a meno dei corpi intermedi, soprattutto agli inizi. Invece, nell’ambito delle politiche, diventano sempre più labili i confini dell’Unione Europea da quelle delle altre organizzazioni dell’“Occidente”. Riusciamo a distinguere sempre propriamente la politica della UE da quella dell’OCSE, della NATO, del G20?

Insomma, negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a un notevole sfilacciamento e impoverimento della dimensione politica sotto la pressione delle forze economiche e delle ideologie dominanti. Naturalmente questo non è limitato o dovuto solo all’“Europa”, è parte di una tendenza globale che si riscontra dappertutto e a tutti i livelli. Tuttavia è a livello dell’Unione Europea che si è agito sulla base dell’assunto “ipocrita”, come scrivono due storici, che il mercato potesse preparare l’avvento della democrazia. È a livello dell’Unione Europea che si è ritenuto che i trattati potessero fare le veci di una vera Costituzione, se solo si fossero chiamati “Costituzione”, ovvero “Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa”. È a livello dell’Unione Europea che si è bloccato ogni tentativo di discussione in ambito europeista (uso qui il termine nella vecchia accezione di chi ha un progetto per l’Europa intera, non nella nuova, che intende acquiescenza verso ciò che viene dalle istituzioni europee) sulla direzione da intraprendere, come attestano i referendum reiterati fino al raggiungimento del risultato desiderato o l’asserzione perentoria che “non esiste un piano B” (uno stile che in Italia si è adottato presto e bene). Lungi dell’integrare sempre più l’Europa nel senso voluto da Altiero Spinelli o da Jean Monnet, come hanno creduto in buona fede tanti europeisti, si sono depotenziate proprio quelle premesse necessarie a un’evoluzione in senso democratico e federale.

In tale situazione, in assenza di una Costituzione democratica europea (la Carta dei diritti fondamentali è importante, ma neppure può fare le veci di un’autentica Costituzione) è necessariamente antieuropeo guardare alle Costituzioni nazionali, scritte in ben altro periodo, come l’ultimo baluardo per difendere la qualità della democrazia e dei diritti di cittadinanza? Davvero saremmo disposti a dare a qualsiasi trattato UE il primato sulla nostra Costituzione? È ben vero che in Italia ogni stravolgimento costituzionale ha avuto finora origine unicamente dall’iniziativa interna, ma poniamo l’eventualità che in futuro qualche europeo della J.P. Morgan, assolutamente convinto della dannosità delle “Costituzioni antifasciste sudeuropee”, assurgesse ad alte cariche nelle istituzioni UE e sostenesse che il diritto allo sciopero in quanto tale falsi la libera concorrenza – cosa farebbero gli europeisti, oltre a cadere dal pero e a pigolare flebili proteste?

Certo, ci vorrebbe una Costituzione europea. Ma quale – una “Costituzione antifascista” o un “Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa”? La maggior parte della gente non si appassiona di questioni costituzionali; la diversità di tradizioni politiche potrebbe risultare paralizzante nell’elaborazione di qualsiasi visione costituzionale. Non a caso la Conferenza sul futuro dell’Europa mobilita individui disintermediati e si svolge in completo isolamento dalla conversazione pubblica europea. Toccherebbe appunto ai corpi intermedi europei, alle associazioni e ai movimenti europeisti riscuotersi da questo stato di paralisi e portare i temi di una possibile Costituzione europea nel dibattito pubblico, quasi un contrappunto a ciò che avviene nella Conferenza sul futuro dell’Europa. Anche per riprendere le questioni da affrontare a livello europeo nel dopo pandemia.

Nel programma “Primavera Europea” di Diem25 per le elezioni europee del 2019 c’era una sezione intitolata “Una Costituzione democratica per l’Europa” che prevedeva la richiesta di un’Assemblea Costituente e un percorso di assemblee pubbliche che avrebbero dovuto discutere del futuro assetto dell’UE in tutti i territori dell’Unione. C’era molto di velleitario in queste intenzioni, che però non erano in sé sbagliate. C’è bisogno di rilanciare il dibattito sulla democrazia e sulla cittadinanza al di là dello stato nazionale. Una ventina di anni fa, quando si stava aprendo il “processo costituzionale” europeo, ne parlavano in tanti. Ora, se non ne parla chi ha a cuore la democrazia e la giustizia, chi ne parla?

 

Francesca Lacaita

costituzione, democrazia, Polonia
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