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Immaginare e praticare la pace

di Nicoletta Pirotta
Francesca Lacaita

Premessa

Sulla guerra in corso iniziata con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin, molto si è detto e scritto. Pochi però hanno saputo tenere insieme un punto di vista critico e radicale con un approccio dialogico capace di parlare a chi si trova su posizioni diverse, potenzialmente anche agli stessi ucraini.

Lidia Cirillo nel suo recente, bellissimo articolo (Primum vivere – Jacobin Italia ) c’è riuscita in modo egregio. In particolare su alcuni temi che hanno creato divisioni anche all’interno del variegato mondo di chi si oppone alla guerra.

Ci riferiamo al diritto all’autodeterminazione delle nazionalità oppresse , un concetto politico che, come scrive Cirillo, riguarda da vicino la storia delle relazioni fra Russia e Ucraina dall’oppressione violenta che segnò l’ epoca zarista al riconoscimento, grazie a Lenin ed alla rivoluzione del 1917, del diritto dell’Ucraina di decidere se e come unirsi alla Russia sovietica, per tornare poi, dopo la caduta dell’URSS, ad una relazione tra le due nazioni più simile a quella dei tempi dello zar piuttosto che a quella auspicata dalle rivoluzionarie e dai rivoluzionari.

Un diritto all’autodeterminazione per essere davvero tale non può essere concesso solo ai virtuosi, come scrive Cirillo, perché rovescerebbe l’ordine logico della questione. Un rovesciamento cui ci hanno abituato gli Stati Uniti che hanno invaso paesi sovrani, in diversi parti del mondo, spiegando che si trattava di “paesi canaglia” che andavano rimessi in ordine!

Il concetto di autodeterminazione è una “pietra d’inciampo” perché ad esso è legata la questione dell’invio di armi all’Ucraina, anch’esso un tema oggetto di polemiche e divisioni. La difesa armata del proprio diritto all’autodeterminazione è certamente necessaria in condizioni di isolamento; è triste però che dopo settant’anni di integrazione europea non si sia trovata nessuna alternativa all’invio di armi e alla cobelligeranza di fatto. Le armi sono state inviate (nonostante la maggior parte delle e dei cittadini italiani ha espresso il proprio dissenso nella consapevolezza che le armi non aiutano la fine del conflitto anzi lo alimentano) e la guerra continua, senza che all’orizzonte si vedano spiragli per un cessate il fuoco.

 

Per questo oggi la questione che dovrebbe diventare centrale sarebbe quella di chiedersi come andare avanti per cercare di disturbare i manovratori, o almeno a provarci, non delegando tutto alla NATO e alle classi dirigenti.

Con una consapevolezza, anzi due.

Poiché non esiste oggi nessun fermento rivoluzionario capace di cambiare l’ordine delle cose (né lo si vede all’orizzonte), l’alternativa alla guerra non può che derivare da trattative, compromessi e diplomazie. E quindi andrebbe sostenuto ogni tentativo o proposta che si muove in questo direzione.

I due articoli e la proposta che indichiamo suggeriscono alcune possibili strade.

Chi, come noi, crede che si debba cambiare l’attuale ordine delle cose, di cui la guerra è figlia, dovrebbe saper immaginare un altro modo di stare al mondo. E farlo in modo collettivo provando a rimettere le istanze e l’immaginario che si sono venuti formando in questi anni di osservazione e di riflessione, mentre la politica mainstream procedeva di crisi in crisi.

Spunti, suggestioni,proposte.

1) Nell’articolo sul “Fatto Quotidiano” del 27 maggio scorso (“Sulla guerra la Russia ha due linee diverse. Ed anche l’Europa”) Barbara Spinelli analizzando la situazione all’interno dei due fronti per cercare di capire se esistono margini per iniziative diplomatica, ha messo in luce l’esistenza di due linee di pensiero sia in Russia che in Europa.

In Russia  secondo Suslov , direttore del Centro studi europei ed internazionali presso la Scuola di Economia di Mosca, c’è chi vorrebbe estendere la guerra non fermandosi alla conquista del Donbass. Ma ce ne sono altri, fra i quali secondo Suslov anche lo stesso Putin, che sarebbero disponibili a fermarsi al Donbass per poi richiedere la neutralità dell’Ucraina (che dovrebbe significare il non  ingresso nella Nato ma altresì il contrasto alle organizzazione neonaziste presenti nel Paese,  il riconoscimento della Crimea alla Russia e dell’autonomia del Donbass).

In Europa, secondo Spinelli, l’asse Kiev/ Londra  sostenuto da Washington preme per la continuazione della guerra fino alla vittoria dell’Ucraina così come il cosiddetto “blocco nord-orientale (Polonia, paesi nordici e baltici) spingono per l’ampliamento della Nato e l’invio massiccio di armi all’Ucraina.

Di contro l’asse Parigi- Berlino considera ancora attuali gli accordi di Minsk, che ricordiamo sono stati firmati dopo la crisi che nel 2014 ha portato all’invasione della Crimea da parte della Russia e agli scontri nel Donbass nella capitale bielorussa. Gli accordi sono stati negoziati da Ucraina e separatisti filorussi delle regioni orientali e firmati in due diverse occasioni, nel settembre del 2014 e nel febbraio del 2015, in presenza dei rappresentanti dell’Osce, della Russia e di alcuni Paesi occidentali, fra cui Francia e Germania per l’appunto. L’Italia non si è schierata apertamente con l’uno o l’altro anche se pare più vicina a Germania e Francia.

L’esistenza di differenti posizionamenti nei due schieramenti fa dire a Barbara Spinelli che lo spirito degli accordi di Minsk  oggi sembra sconfitto ma non del tutto morto lasciando qualche speranza alla possibilità di un cessate il fuoco e all’apertura delle trattative.

Aggiungiamo che anche in Ucraina vi sono posizioni articolate Il popolo ucraino è esso stesso diviso quanto a progetto nazionale. Queste divisioni possono certo essere attenuate dall’aggressione russa, ma è improbabile che scompaiano a breve termine. Il progetto nazionale perseguito dall’attuale dirigenza ucraina, basato sul nazionalismo filo-occidentale, e ora inasprito dalla guerra, non sembra in grado di tenere adeguatamente in conto questa pluralità e diversità.

Se è vero che su queste divisioni l’antagonismo tra due blocchi militari ostacola la ricerca di modalità pacifiche di convivenza e di ricomposizione del conflitto è altrettanto vero che le contraddizioni e la complessità del reale potrebbero aprire spiragli di trattativa.

2) Il “Centro per la Riforma dello Stato”, la Fondazione Basso e la rivista “Alternative per il Socialismo” in una conferenza stampa di qualche giorno fa hanno presentato la proposta di una Conferenza di pace, sul modello di quella di Helsinky, da tenersi a Roma

Un Conferenza che dovrebbe essere sostenuta , come scrive Franco Ippolito, presidente della Fondazione Basso da ” una autonoma soggettività dell’Unione Europea nell’adozione di urgenti iniziative per propiziare il cessate il fuoco e aprire una fase di vero negoziato verso una Conferenza di pace, con l’obiettivo di ricercare e concordare un nuovo accordo di convivenza internazionale, lontano da ogni spirito di vendetta verso chicchessia. I funesti effetti di Versailles (1919) sulla crescita dei nazionalismi nella prima metà del ‘900 dovrebbero averci insegnato che dai conflitti e dalle tragedie belliche si esce soltanto con un accordo che guardi al futuro, coinvolgendo positivamente e responsabilizzando tutti gli attori della comunità internazionale.”

Per il costituzionalista Gaetano Azzariti, una proposta di questa natura faciliterebbe la partecipazione della Russia al tavolo delle trattative perché se risulta difficile immaginare la presenza di Putin ad un incontro con Biden ed Erdogan, nella funzione di mediatore (sic!),  sarebbe più complicato per lui rifiutarsi  di sedere ad un tavolo con Europa, Cina, India e Stati africani.

Chi propone questa conferenza di pace, fra cui ci piace segnalare  la presenza di Maria Luisa Boccia, si dice convinta/o che “spetta alla comunità internazionale garantire la sicurezza tra i popoli e le Nazioni, dando vigore ad uno sforzo collettivo che coinvolga tutti i Paesi nella ricerca di un nuovo patto di sicurezza e di pace , superando gli attuali squilibri tra potenze e aree geografiche.
La politica e il diritto internazionale sopravvivranno alla guerra solo se saranno in grado di ripudiarla con iniziative e azioni concrete ed efficaci”

 

3) Donatella Di Cesare nel suo articolo (“Il falso mito dell’Ucraina sovrana con confini liberi”) pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” del 27 maggio mette in luce quanto, in questa guerra, concetti come sovranità, confini e integrità territoriali lungi dall’essere relativizzati per l’accoglimento delle differenze, sono al contrario assolutizzati a pregiudizio della pace. Di Cesare ribadisce quanto sia arbitrario, ipocrita e funzionale al conflitto il tentativo di leggere la guerra tra Russia e Ucraina in termini di democrazia contro regime, o peggio, di scontro di “civiltà” perché sono i blocchi geopolitici e la politica di potenza a ostacolare la convivenza pacifica e l’autodeterminazione (le due cose non sono in contraddizione, ma la prima è il presupposto della seconda). Si sottolinea infine quanto sarebbe necessario ed ancora fattibile che l’Europa nata, almeno in teoria, per superare le nazioni e favorire la coabitazioni fra popoli e quindi per mitigare e limitare ogni velleità sovranista, assumesse un ruolo autonomo

Immaginare e praticare la pace

Noi non sappiamo come andrà a finire né siamo nella condizione di poter condizionare l’esito.

Però da femministe e pacifiste qualcosa la potremmo fare: ragionare collettivamente sulla pace.

Ragionare sulla pace per chi crede che il “no alla guerra”, senza se e senza ma , sia la sola possibilità teorica e pratica per non schierarsi in difesa dell’esistente, non può che significare immaginare e praticare con la necessaria creatività politica altri modelli di convivenza.

Modelli che non abbiano bisogno di eserciti e di confini.

Modelli che svelino lo stretto legame esistente fra sistema capitalista e patriarcale, militarismo e regimi totalitari, tra il potere esercitato nella sfera pubblica e nella sfera privata.

Modelli che sappiano vedere quanto la guerra peggiori le condizioni materiali, in particolari dei ceti e delle soggettività impoverite, perché riduce e svuota ulteriormente i pochi diritti sociali rimasti.

Modelli capaci di riconoscere le differenze, le contraddizioni e le difficoltà delle relazioni umane provando a gestirle in modo assertivo e nonviolento.

Modelli che assumano il paradigma della cura come rovesciamento dell’attuale ordine delle cose.

Non è impresa facile, ma a volte sono le cose complicate che scaldano i cuori.

Se non ora quando?

 

Francesca Lacaita e Nicoletta Pirotta

A broad front with the working class
Con il Rojava

2 Commenti. Nuovo commento

  • Brave! Sottoscrivo. Avete letto anche Ida Dominijanni intervento “L’escalation delle parole”? (Sito Libreria delle Donne, Milano)

    Rispondi
  • Nicoletta Pirotta
    24/06/2022 16:40

    No grazie per il suggerimento. Lo leggerò volentieri
    Nicoletta Pirotta

    Rispondi

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