L’Institut La Boetie, la fondazione di riflessione e analisi della France Insoumise, ha pubblicato una nota nella quale vengono delineate le linee guida della politica estera proposta dalla formazione di Jean-Luc Melenchon. Il testo è co-firmato da due collaboratori importanti del leader di LFI, entrambi di provenienza socialista, Sophia Chikirou e Arnaud Le Gall.
Il testo di una ventina di pagine si intitola “Alle soglie del mondo nuovo” e assume come punto di partenza la “fine del momento unipolare del mondo”. Viene a concludersi la sequenza storica aperta dalla fine dell’ordine bipolare con la caduta del Muro di Berlino e la scomparsa dell’Unione Sovietica. Venne meno così “uno dei due imperi che strutturavano il mondo”. In questa nuova situazione l’Europa si trovò ad un incrocio perché avrebbe potuto scegliere la strada della costruzione di un sistema di sicurezza collettiva pan-europeo. Venne scelto invece un altro percorso: “la guerra in Jugoslavia fu il principale segnale dato dalle potenze legate agli Stati Uniti della loro preferenza per la violenza come metodo di regolazione della riorganizzazione dello spazio europeo”.
La nuova fase storica sul piano globale era caratterizzata da due elementi: il dominio “geopolitico” degli Stati Uniti e la diffusione a livello mondiale del “capitalismo finanziarizzato, stadio storico del capitalismo americano alla fine del 20° secolo”. Il motore principale di questo capitalismo non è più principalmente la produzione quanto la circolazione accelerata di capitali. Per funzionare a pieno regime deve eliminare tutte le limitazioni politiche, giuridiche e territoriali. La mondializzazione, pur se ritenuta “felice”, aveva in sé le proprie contraddizioni. La dislocazione verso la Cina di una parte crescente delle capacità industriali ha consentito a quest’ultima di volgere la situazione a proprio vantaggio. “In qualche decennio, la Cina è così diventata la prima potenza produttiva del mondo”.
Questo mutamento dei rapporti di forza ha determinato, già con la presidenza Obama, un progressivo cambiamento di posizione degli Stati Uniti. È stata promossa, con l’aiuto degli europei, la nozione di un “ordine internazionale fondato sulle regole”. È stato questo un modo per sostituire alle norme universali del diritto internazionale un “dispositivo occidentale di legittimazione geopolitica”.
Il secondo mandato di Donald Trump ha consacrato la fine di una fase di trasformazione dell’ordine mondiale e l’ingresso in una “nuova era” che si presenta sotto due aspetti: il primo è la fine del libero scambio generalizzato e il secondo è l’individuazione della Cina come principale sfida all’egemonia USA. Per Washington non si pensa più di poter contenere l’avanzata cinese con i soli meccanismi del mercato.
Il ricorso alla militarizzazione e alla guerra fredda verso la Cina, il sostegno a operazioni militari contrarie al diritto internazionale e l’estensione della NATO rispondono ad un unico principio: “far prevalere la forza sul diritto internazionale”.
“La nostra epoca è dunque quella della guerra generalizzata e della crisi ecologica”. Di fronte a questo nuovo ordine mondiale, “la risposta non può essere né l’allineamento a blocchi militari, né l’accettazione rassegnata della legge del più forte”.
La France Insoumise vede nella “riaffermazione della centralità del diritto internazionale una lotta politica primaria che richiede una vera e propria rivoluzione intellettuale per la sinistra radicale”. In effetti, si ritiene, la rivendicazione del diritto internazionale e del ruolo dell’ONU non hanno costituito per lungo tempo elementi centrali della proposta politica.
Il “diritto internazionale” deve essere il vettore attraverso il quale si dispiega “l’interesse generale umano” e non può limitarsi ad arbitrare le relazioni tra Stati, “ma deve diventare la carta politica di un’umanità cosciente e creatrice di sé stessa”.
Da questa analisi La France Insoumise fa derivare la proposta di una politica estera “non allineata”. Centrale è la difesa dell’ONU, grazie alla quale “il popolo umano può trasformare la sua legittimità politica in potere giuridico effettivo”. Il testo sottolinea che la Francia è una “nazione globale presente sui cinque continenti” e questo le consente di partecipare a diversi contesti di cooperazione. I critici della France Insoumise segnalano che in questo modo viene valorizzato il residuo colonialismo francese.
La Francia “partecipa all’Unione Europea ed è così solidale con gli altri Stati membri in virtù della clausola di assistenza mutua prevista dall’articolo 42 del Trattato dell’Unione Europea”, ma d’altra parte è inconcepibile che possa restare nel quadro della NATO, “istanza di vassallizzazione degli europei ad una potenza ormai ostile”.
Il principio di solidarietà non implica l’accettazione delle regole di funzionamento né dei principi economici dell’UE. Viene respinta la pretesa di adottare una politica estera comune decisa a maggioranza qualificata o di “perennizzare un posto di Commissario europeo alla Difesa”. Per quanto riguarda le politiche ordoliberali iscritte nei trattati europei la difesa dell’interesse generale umano impone la “disobbedienza alle misure che l’esprimono nella pratica”. All’interno dell’UE è possibile cooperare con chi “rifiuta l’era della guerra generalizzata, a cominciare dalla Spagna”.
Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, la Francia deve utilizzare tutti i mezzi diplomatici a sua disposizione per evitare che la sorte del conflitto sia regolata bilateralmente tra Mosca e Washington. Una volta tornata la pace sarà necessario “reintegrare la Russia nel concerto europeo”.
La France Insoumise considera che “lo spazio della francofonia sia il prolungamento naturale di una diplomazia francese al servizio dell’interesse generale umano”. Il sostegno alla diffusione della lingua francese è visto come un elemento della “creolizzazione e può essere un punto d’appoggio importante per un internazionalismo rinnovato”. Un “prolungamento della francofonia” può essere l’ambito della “latinità”. I tre spazi linguistici della francofonia, della lusofonia e della ispanofonia, ai quali si devono aggiungere l’Italia, la Romania e la Moldavia, rappresentano quasi un sesto della popolazione mondiale. La tesi, abbastanza sorprendente, è che “l’unità profonda” della latinità “non riposa unicamente sul fatto di parlare delle lingue appartenenti ad una stessa famiglia linguistica ma su una visione del mondo che ha attraversato i secoli a partire dall’antica repubblica romana. Da Roma, i popoli latini hanno ereditato una concezione civica della nazione, fondata su un diritto civile codificato e un certo universalismo che fa della cittadinanza un principio di organizzazione collettiva al di là delle origini particolari. Esiste pertanto per così dire un’osmosi tra questa eredità filosofica latina e il necessario avvento del popolo umano”.
La latinità può diventare “un contrappeso alla potenza imperiale statunitense che minaccia diversi dei suoi membri”.
La Francia, “potenza universale”, dovrà perseguire dei partenariati bilaterali contro la logica dei blocchi. La pretesa delle principali potenze occidentali di incarnare “la” comunità internazionale ha portato ad una sottovalutazione delle relazioni intessute tra loro dai paesi del cosiddetto “sud globale”. I BRICS sono un esempio di questo genere di relazioni. La Francia, senza mai “sostituire una dipendenza con un’altra”, deve rafforzare le relazioni bilaterali con le due più grandi potenze dei BRICS: Cina e India.
La Cina non va considerata un nemico e non c’è alcun interesse economico o politico a partecipare o a iniziare una guerra commerciale contro di essa. L’esito di un simile conflitto sarebbe una forte inflazione che colpirebbe innanzitutto le classi popolari, la destabilizzazione di diverse filiere produttive e un aggravamento della dipendenza da altre potenze commerciali. Quello che viene proposto è un “protezionismo solidale e negoziato nel quadro di una pianificazione ecologica”.
Nella parte finale del documento viene delineato il fondamento teorico della visione della France Insoumise. Questi concetti sono “ancorati in un approccio filosofico e politico globale. Ogni popolo, ogni nazione è una componente dell’umanità universale”. I principi filosofici “insoumise” si collocano alla convergenza “tra l’umanesimo e l’analisi materialista del mondo”.
L’universalismo interpretato da LFI conduce a “ricusare tanto l’individualismo, quando postula che la società non esiste e che l’uomo è un lupo per l’altro uomo, che il relativismo assoluto, che dissolverebbe qualsiasi base comune nella pluralità delle culture”. La France Insoumise si richiama a un “collettivismo che riconosce che la cooperazione e non la competizione è a fondamento dell’esistenza umana”.
L’universalismo concreto “guadagna in profondità nella misura in cui l’umanità prende coscienza di sé stessa come un popolo umano. Ovvero come una comunità di destino oggettivamente costituito dall’interdipendenza delle condizioni di sopravvivenza”.
L’interesse del testo della France Insoumise, al di là delle diverse obiezioni che può sollevare e del taglio fortemente francocentrico, è legato all’essere una proposta di una formazione politica che punta al potere attraverso la vittoria alle prossime elezioni presidenziali. Non siamo quindi in presenza di un mero esercizio retorico come spesso succede ai partiti della sinistra radicale.
Franco Ferrari