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Melenchon: Io e il popolo

di Franco
Ferrari

Si è parlato ampiamente, qualche anno fa, dell’affermarsi di un “momento populista”. Che cosa sia il populismo è stato oggetto di molte analisi e discussioni senza che si arrivasse veramente ad un punto di vista condiviso. Questa differenziazione di posizioni ha riguardato la definizione del fenomeno ma anche la sua valutazione. Un pericolo per le democrazie liberali, un modo per ricomporre la frattura fra la politica e una democrazia sempre più sfilacciata o alla fine l’essenza stessa, ineludibile, della politica?

In questa articolazione di dibattiti e di posizioni si è anche affermata la suggestione di un “populismo di sinistra” che ha avuto soprattutto in Ernesto Laclau e Chantal Mouffe i principali sostenitori. Nella loro concezione post-marxista, la base sociale di un’alternativa politica di sinistra non è determinata da condizioni socio-economiche strutturali (tipicamente la classe operaia ma anche, in altre teorizzazioni, gli emarginati) ma è definita a partire dal nemico. Questo può essere variamente connotato (l’oligarchia, la casta) ma sempre in termini di potere e di ricchezza piuttosto che di ruolo in un sistema sociale determinato.

Per superare la frammentazione del potenziale blocco sociale alternativo è fondamentale introdurre una lettura strettamente bipolare del campo politico tra “noi” e “loro”. A questa visione si arriva, detto in modo molto sintetico, utilizzando il concetto gramsciano di egemonia ma depurandolo del contenuto di classe (perché questo è considerato “essenzialista”) e unendolo al concetto schmittiano di contrapposizione amico/nemico quale terreno proprio dell’agire politico. Se a Gramsci vengono tolte le classi sociali, in Schmitt si cerca di ammorbidire quella tendenza a vedere il conflitto come contrapposizione esistenziale che porta alla soppressione del nemico. Il tutto per ricondurre la strategia che ne deriva all’interno dei meccanismi della democrazia liberale.

Sotto l’etichetta di “populismo di sinistra” sono stati inseriti soggetti politici tra loro molto diversi (dalla Linke tedesca, al PTB belga, al Labour di Corbyn). In questo modo però è diventato populismo ogni tentativo di dare ad una politica di alternativa di sinistra una base popolare facendola fuoriuscire dalla logica della nicchia militante e della politica come autorappresentazione.

Se Podemos è stato inizialmente considerato il modello paradigmatico di populismo di sinistra, oggi il partito spagnolo, dopo varie traversie, sembra piuttosto ridefinirsi come formazione collocata all’estrema sinistra dello specchio parlamentare che punta soprattutto sulla contrapposizione al governo socialista. Se all’inizio si presentava come una strategia che cercava di afferrare una “finestra di opportunità” per conquistare il potere, utilizzando l’impopolarità delle politiche di austerità come leva, oggi sembra accontentarsi di non essere esclusa dal sistema politico, costruendo una propria area, pur limitata, di consenso. Molto meno rilevante, mi sembra, l’approccio populista “noi/loro” per una più classica polemica da sinistra contro i limiti e le contraddizioni di quello che, nonostante tutto, è forse l’ultimo governo progressista di un certo peso esistente in Europa.

Podemos è oggi più difficilmente un riferimento per la sinistra europea perché quasi tutti i partiti si trovano a dover fronteggiare governi di destra. Potremmo dire che l’ultima frontiera del populismo è oggi La France Insoumise di Jean-Luc Melenchon, che trova estimatori, più che imitatori, anche in Italia.

Il politico francese si è costruito una base di consenso significativa in settori popolari e in particolare in periferie dove è presente una forte componente di figli o nipoti di immigrati. Nel contesto della sinistra francese, frammentata e indebolita dalla crisi parallela delle due forze politiche che l’hanno dominata per lungo tempo, i socialisti e i comunisti, La France Insoumise si presenta come la forza più determinata e con un progetto strategico chiaro.

La France Insoumise, di cui abbiamo parlato in precedenti articoli, è una singolare forma di partito-movimento, in cui l’adesione può essere o puramente virtuale, con un click sulla pagina facebook, o di diretta partecipazione alle sue attività. Manca la classica struttura piramidale, gli organismi collettivi che decidono l’azione politica ai vari livelli, i Congressi composti da delegati. La rappresentazione, a volte fittizia, di una formazione nella quale il potere procede dal basso verso l’alto, è stata messa completamente in discussione.

Il ruolo di leadership di Jean-Luc Melenchon è incontestabile al di là dei meccanismi formali e chi lo ha contestato si è trovato fuori dal partito più o meno volontariamente. Alla base è riconosciuta autonomia nella propria azione politica locale (“la consegna è: nessuna consegna”) ma la strategia politica è interamente nelle mani di Melenchon che si confronta con un gruppo informale di collaboratori.

Da questo punto di vista si può considerare La France Insoumise come un “partito carismatico”, per usare un concetto weberiano. Verrà un momento in cui dovrà dimostrare di potere sopravvivere al suo fondatore, ma quel momento non è ancora arrivato.

Nel valutare il profilo politico e il modo di agire di Melenchon si possono rintracciare i diversi stati e momenti della sua lunga carriera politica. Dal punto di vista della gestione interna non mancano analogia con una certa brutalità e opacità tipica della corrente trotskista nelle quale il leader di France Insoumise ha iniziato la sua attività: il trotskismo detto “lambertista”, dal nome (o meglio pseudonimo) del suo fondatore Pierre Lambert. Dall’ispirazione mitterrandiana viene ripresa l’idea della centralità delle elezioni presidenziali come passaggio ineluttabile per la conquista del potere. Intervenendo ad un talk-show televisivo e rispondendo alla domanda del conduttore su come La France Insoumise avrebbe potuto realizzare il suo programma, Melenchon ha risposto: “vincendo le elezioni”. Il terzo stadio della sua carriera, dopo qualche oscillazione incarnata nella formazione del Parti de Gauche prima e della confluenza nel Front de Gauche poi, è l’assunzione di una propria variante del “populismo di sinistra”. Ispirato, questo, più alle esperienze concrete dell’America latina che alle teorie di Laclau e Mouffe con cui pure Melenchon si è apertamente confrontato.

Questa lunga premessa va tenuta presente nel valutare il libro tradotto in italiano e intitolato come “Ribellatevi! La rivoluzione del XXI secolo”, pubblicato da Meltemi (pp. 368, euro 20,00). Salvo errori, si tratta del primo che esce anche in italiano e che lo stesso Melenchon ha pensato per un pubblico non soltanto francese. Brillante oratore e abile scrittore, dispone di una lunga bibliografia e questo ultimo testo si propone ambiziosamente come una sorta di summa del suo pensiero.

Va letto però interamente come un’operazione politica in sé, non come l’esatta rappresentazione della strategia politica di Melenchon e dell’azione complessiva della France Insoumise. Se in tv la dimensione elettorale viene esplicitata come quella fondamentale per conquistare il potere, nel libro di elezioni praticamente non si parla. Così come lo stesso partito-movimento è citato quasi occasionalmente, mentre salta agli occhi una costruzione tutta centrata sullo stesso autore. Il percorso di costruzione teorica e di analisi della realtà è pressoché interamente assunto ed esposto come dimensione del tutto personale. Il “noi” non compare quasi mai.

Il testo non ha una dimensione programmatica, d’altra parte questa è presente nel testo “L’avvenire in comune” che ha avuto una larga diffusione. Operazione questa interessante perché ha fatto dell’elaborazione di un programma elettorale, normalmente di qualche interesse solo per gli esperti dei singoli settori, un fatto politico di più largo interessa.

“Ribellatevi” presenta una lunga parte iniziale sostanzialmente descrittiva degli effetti negativi del neoliberismo, toccando aspetti che normalmente esulano dal dibattito politico anche nella sinistra radicale. Si parla del mutamento dello spazio-tempo, dell’era dell’incertezza, o della noosfera, che consisterebbe nella sfera delle attività umane come definita da Vladimir Vernadskij. Vengono elencati anche nuovi diritti: al sonno, al silenzio, alla notte e così via. Non mancano spunti interessanti ma si tratta di una esposizione largamente aneddotica.

Personalmente ho trovato più interessante la seconda parte, quella che espone ambizioni teoriche, anche se molte concetti e tesi sono stati presentati da Melenchon in numerose occasione precedenti. Proverò a schematizzare quelli che mi sembrano i passaggi fondamentali del ragionamento esposto in “Ribellatevi!”.

Innanzitutto siamo in presenza di una nuova forma di capitalismo che è il “capitalismo delle reti”. E sono le reti uno degli elementi dominanti della attuale società e queste vanno intese sia nella forma materiale (ad esempio le autostrade ma anche l’acqua ecc.) sia nella forma digitale. Da un lato vi è chi vuole controllarle per estrarre ricchezza ed è soprattutto il possesso di queste ad essere la vera fonte della capacità di dominio del capitalismo, dall’altro chi le rivendica come strumento di sovranità sulla propria vita.

L’aumento della popolazione e contestualmente la prevalenza condizione urbana (questo è l’altro elemento chiave dell’analisi melenchoniana) rendono indispensabili le nuove forme di relazione sociale. Ma le reti determinano sia nuove forme di abbondanza che di scarsità. Citando il movimento dei Gilet gialli, che per Melenchon ha assunto una funzione paradigmatica, una ragione fondamentale della protesta è stato il sentirsi “lontani da tutto”.

Ampliamento della dimensione urbana, necessità delle reti per garantirne la sopravvivenza sono i punti di partenza fondamentali dei successivi passaggi del ragionamento: “le reti delle comunità urbane danno forma alle relazioni sociali della vita umana nel nostro tempo. Esse istituiscono un rapporto sociale inevitabile, alla base di una conflittualità quotidiana, all’origine dell’opposizione tra quello che chiamo il “popolo” e l’oligarchia. Perché tutto si tiene: la popolazione, la città, le reti e il capitalismo del nostro tempo”.

Entra quindi in scena “il popolo” che però è definito in modo originale rispetto ad altri sostenitori o analisti del “populismo”. Infatti prima si ha il “popolamento”, una folla di persone che vive in una stessa area, poi si istituiscono i legami sociali e quindi si crea una “popolazione”. Solo quando la popolazione si mobilita per delle rivendicazioni comuni sorge il “popolo”. Curiosamente si intravede una riproposizione della differenziane marxiana (di derivazione hegeliana) tra la classe in sé, che esiste come fatto oggettivo derivante dai rapporti di produzione, e la “classe per sé” che assume soggettività politica e si riconosce come tale. Melenchon aveva già scritto un libro dedicato all’era del popolo.

Per chiarire il rapporto tra la vecchia idea della classe e quella nuova del popolo, Melenchon spiega che “l’azienda non è il luogo esclusivo centrale” perché “nel neoliberalismo la precarietà è ovunque e molti lavorano in aziende di piccole dimensioni, dove il sindacato non c’è o è criminalizzato”. La condizione di lavoro, per i lavoratori stessi anche quando si contrappongono alla proprietà privata capitalistica, “non è il punto di partenza della loro coscienza politica e della loro azione”.

Va detto che, nel libro, il “popolo” è più l’oggetto degli schemi analitici dell’autore, piuttosto che soggetto parlante e dotato di vera autonomia.

La città è diventata il luogo inevitabile del conflitto per questo Melenchon parla di “rivoluzione cittadina”. La rivoluzione cittadina “ovunque si svolga, si esprime in un modo di insurrezione più o meno frontale nei confronti del governo e del potere costituito” e “non è la vecchia rivoluzione socialista”. Per esemplificare questa tesi, l’autore cita tutta una serie di mobilitazioni avvenute in varie parti del mondo, dalla Tunisia allo Sri Lanka, dalla Bolivia agli onnipresenti Gilet gialli, cercando di estrarne alcuni schemi comuni.

A questa rappresentazione si possono opporre diverse obiezioni. La principale è che se effettivamente si sono registrati diversi fenomeni di ribellione, questi non si sono, trasformati in “rivoluzione” se si intende non solo un cambiamento profondo del sistema di governo ma anche un cambiamento del sistema socio-economico. In non pochi casi queste ribellioni si sono concluse, almeno per ora, con l’ascesa di poteri altrettanto autoritari e a volte anche più reazionari di quelli precedenti. Si veda la Tunisia o l’Argentina passata dal “se vayan todos” al successo di Milei. Diversamente in alcune realtà dell’America latina le ribellioni hanno dato vita a nuova coalizioni politiche di governo, attraverso il passaggio elettorale, che hanno applicato politiche che in altri tempi si sarebbero definite come moderatamente riformiste. E forse è questo il modello che ha in mente Melenchon per la Francia. Con in più la parola d’ordine dell’assemblea costituente.

Una seconda obiezione è che l’equiparazione di vicende diverse estrapolate dal contesto per determinare uno schema di base comune, cancella molti elementi specifici creando un effetto di generalizzazione e semplificazione che non riesce ad essere abbastanza convincente.

Nelle sue conclusioni Melenchon propone due tesi fondamentali. La prima, più condivisa, è quella della fine della “narrazione dominante” del XX secolo: il progresso come determinato dalla crescita della produzione materiale. “La modernità produttivista trionfante è morta”. Il secondo tema concerne l’idea della “creolizzazione come universalismo concreto”. La premessa è “l’emergere di un popolo umano unito da una comunità di destino e da una dipendenza condivisa dall’ecosistema”. L’opposizione è certamente alla tesi dello “scontro di civiltà” ma anche, direi, a una sorta di multiculturalismo che congela le differenze anche se cerca di farle convivere felicemente. Esiste una “tendenza a creare una cultura comune a partire da elementi distinti. E a praticare il meticciato culturale. Si chiama creolizzazione”. Da questo intreccio nasce quella che lo stesso Melenchon ha cominciato a chiamare “la nuova Francia” (nonostante la vastità dei riferimenti globali la dimensione franco-centrica della sua visione traspare spesso dal libro).

Vi sono molti spunti ed elementi di riflessione nel testo del leader di France Insoumise e anche se, personalmente, non li trovo convincenti né dal punto di vista analitico né da quello strategico non si può non apprezzare un tentativo di ridefinire i fondamenti di una visione politica, al di là del contingente e del quotidiano.

Franco Ferrari

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