Mano a mano che le sconfitte militari liberavano territori e interi paesi dal giogo nazista e poi, dopo che la Germania stessa fu occupata e quell’oscuro e ripugnante regime fu distrutto, iniziarono a venire alla luce le prove inoppugnabili del progetto di annientamento delle “razze inferiori” che era stato perpetrato per anni. La portata e l’estensione di quell’annientamento su scala industriale resero ovvio l’interrogativo: quanti tedeschi se ne erano accorti? All’inizio non furono sporadici i casi di unità militari degli eserciti vittoriosi che di fronte a incredibili unanimi dichiarazioni di ignoranza e di innocenza costringevano la popolazione di villaggi vicini ai campi a visitarli e a lavorare alla rimozione dei corpi.
Le genti della Germania non furono le uniche in Europa a rendersi responsabili di massacri razziali, etnici, politici, eugenetici e di genere: non un solo paese occupato fu esente dalla sua quota di partecipazione allo sterminio; nell’Europa orientale una recrudescenza dei tradizionali pogrom integrò il meccanismo della macchina di morte nazista. Ma negli anni del dopoguerra, nella coscienza popolare furono i tedeschi a essere considerati ovviamente i più responsabili e coinvolti a partire dal fatto che da loro si era originato l’orrore nazista e anche dal fatto che come popolo avevano dimostrato una capacità militare che solo gli inglesi potevano aspirare a eguagliare sebbene fosse priva di quel fanatismo romantico. Sembrava che la Germania fosse nata per la guerra, che il suo processo di unificazione (il primo, quello ottocentesco) fosse stata l’alba necessitata di una volontà di dominio continentale, che i tedeschi fossero in buona sostanza dei prussiani in pectore. Queste valutazioni sembrano delle prese d’atto e non dei pregiudizi: l’esperienza della disciplina della Wehrmacht, dell’etica guerriera dei combattenti, della efficacia dei piccoli gruppi di guastatori… si tratta di iconografie concrete, affondate negli occhi e nella memoria di tante e tanti amici, maestri, padri.
Mi sono dilungato, ma vorrei dare tempo al lettore di assaporare la seduzione di questo tipo di argomentazioni: a posteriori tutto sembra incastrarsi in un puzzle e le prove di queste osservazioni assolute (i tedeschi sono bravi in guerra, come sono tecnici, ecc. ecc.) sono evidenti, sono palmari, basta leggere un libro di ricordi di guerra italiani o anche americani per rendersene conto.
Sono memorabili poi, a livello culturale, le definizioni di Thomas Mann dell’animo tedesco, nelle conferenze e nei pamphlet che scrisse dall’esilio negli Stati Uniti. Memorabili, profonde e illuminanti.
E anche qui la domanda è: potrebbero non esserlo? Come ci si può confrontare con il pensiero di un gigante della cultura tedesca sul tema della cultura tedesca per cercare verità sulla cultura tedesca? Direi che è impossibile, come è impossibile negare la verità di una esperienza. Sono ambedue sistemi di verità non falsificabili e in questo sono analoghi ai sistemi dottrinari chiusi che applicano e riapplicano se stessi alla realtà e -se riescono a darne una lettura coerente- mostrano i loro limiti nella capacità di afferrare i cambiamenti.
Ma torniamo al tema da cui ero partito e cioè la corresponsabilità storica. Nel 2008 gli storici Eric A. Johnson e Karl-Heinz Reuband davano alle stampe una corposa ricerca sul campo in base ai cui risultati proponevano questa stima: da un terzo alla metà della popolazione tedesca era a conoscenza dell’Olocausto.
Questo è un dato certamente importante e significativo: conoscere quantitativamente i fenomeni è decisivo nello studiarli. Possono essere utilizzati per sviluppare una politica di classe dopo averli estratti per così dire dalla carne e dal sangue della storia? Mi pare proprio di poterlo escludere. Però è giusto trovare quel dato sconvolgente, a interrogarci profondamente. Faremmo un torto terribile innanzitutto a noi stessi se per estremismo intellettuale o per convenienza tattica dimenticassimo le innumerevoli tedesche e tedeschi che hanno combattuto il nazismo con ogni loro mezzo, e con questi intendo sia i compagni che le persone di coscienza e anche persino quegli ebrei conservatori che pur essendo venuti a sapere dei campi non vollero cercare di scappare per umana paura, per umana incredulità, perché sulla pietra sacrificale di Isacco ci troviamo stesi tutte e tutti e in questo dobbiamo continuare a riconoscerci.
I punti di vista che è giusto adottare devono trovare un loro posto sull’asse del cambiamento. Molti di noi hanno salutato la costruzione dell’Europa oltre che come un’arena più adeguata al conflitto anche come una occasione in cui le responsabilità per l’Olocausto trovavano una più giusta distribuzione e anche maggiori possibilità di essere emendate, consegnate a un passato di disumanità.
Dove mi condurrebbe l’equazione tedeschi-antisemitismo o una qualsiasi equazione di questo genere? Mi pare che mi allontanerebbe dalla comprensione di come il nazismo sia stato interno alla storia della nostra civiltà, abbia superato i confini della Germania e si sia insinuato anche nelle coscienze, oscurerebbe i dove e i come siano avvenute le battaglie che abbiamo perso e “loro” hanno vinto (e che, per intenderci, non sono le battaglie militari della seconda guerra mondiale). [Questo modo di esprimersi per essere sintetico e forse efficace è profondamente fuorviante come lo sarebbe una interpretazione semplice dell’espressione di Gallino in merito alla lotta di classe rovesciata. Sarebbe davvero sbagliato rappresentare intelligenze avulse che si danno battaglia e una semplificazione del genere non dovrebbe essere ammessa in un discorso serio e me ne scuso.] Mettersi fuori dal conflitto ne renderebbe indecrifrabili gli esiti.
Il manifesto di Zimmerwald si apriva con le parole “Proletari d’Europa!” quando era fresco lo scandalo delle socialdemocrazie che avevano stretto patti di morte con le rispettive borghesie guerrafondaie. Non era una parola d’ordine strumentale. Nella seconda guerra mondiale un appello ai Proletari del mondo purtroppo non fu possibile pronunciarlo con la stessa capacità di corrispondere ai bisogni dell’umanità e a lungo abbiamo portato il peso di questa mancanza. Oggi dobbiamo lavorare tutti e tutte, da Tel Aviv a Washington, da Mosca a Beejing per riprendere i motivi di quel manifesto a fronte della guerra che sta imperversando, a partire dal genocidio in corso a Gaza e del quale, un giorno, qualcuno potrà chiederci “Ma tu sapevi?” ancor prima di chiederci “Ma cosa hai fatto?”.
Certo un appello all’internazionalismo in quanto tale suona ingenuo eppure appena viene declinato in azioni si dimostra tutt’ora intollerabile per il potere (lo abbiamo sotto gli occhi di continuo) e lo diverrà sempre di più di fronte a una sorta di divisione dei compiti tra paesi (quella a cui ha accennato Merz quando ha detto che Israele sta facendo il lavoro sporco per “noi”) che travalica i confini nazionali ma adotta nelle rispettive patrie le stesse politiche repressive.
Abbiamo sotto gli occhi la caricatura distruttiva a cui il sistema capitalistico riduce la possibilità di una comunità internazionale in grado di autodeterminare le condizioni della sua esistenza umana. Il movimento per la pace può costituire altra cosa e a questo movimento l’analisi e quella marxista in particolare possono dare un impulso fondamentale se si mantiene la capacità di rappresentare la speranza e la possibilità di cambiamento, realistica e innervata nel conflitto, immune dalle tentazioni di sacrificare il necessario all’opportuno, dal riscoprire l’estremismo dottrinario e i suoi metodi, dal non considerarsi parte in causa e oggetto di cambiamento oltre che soggetto.
Giancarlo Scotoni
P.S. Il quotidiano israeliano Haaretz che costantemente pubblica voci e notizie contro la politica israeliana che altrove vengono censurate è minacciato di chiusura. Penso che sarebbe indispensabile aggiungere ai tanti e sempre troppo pochi appelli un appello in sua difesa.

2 Commenti. Nuovo commento
Sinceramente penso di non avere gli strumenti per comprendere questo articolo. Non riesco a comprendere se avalli che il nazismo abbia qualcosa a che fare con la natura germanica, il che contrasterebbe con i principi marxisti e internazionalisti, oppure che abbia saputo conquistare il popolo, il che vorrebbe comunque dire che erano in qualche modo adatti. Sono invece convinto che il nazismo sia andato al potere per convinzione del popolo, come il fascismo, e che la collaborazione dei popoli occidentali contro gli ebrei ci sia stata. Quest’ultima affermazione però richiederebbe di aprire altri mille capitoli, perché mi risulta che neanche Ben Gufino, fondatore dello stato di Israele, si sia opposto nei fatti alla Shoah. Tutto questo mi addolora ancora di più di fronte alla situazione attuale, che vede quasi tutte le sinistre laiche azzerate in tutti e 5 i continenti
Caro Marcello, hai ragione: il registro di questa riflessione era a tratti paradossale e mi spiace di non essere riuscito a essere più chiaro. L’intenzione era quella di negare ogni forma di colpa collettiva, però si riconosceva che nell’esperienza che le generazioni fanno dei fatti storici si determinano generalizzazioni e si fissano giudizi collettivi. A queste generalizzazioni indebite e a questi pregiudizi che si presentano come frutto di esperienza e che diventano luoghi comuni occorre contrapporre le consapevolezze a cui fai riferimento tu. Purtroppo la storia la fanno i vincitori e gli avvenimenti storici (Hitler in Germania ma anche Netanyhau in Israele o Trump negli USA o Putin nella Federazione Russa e che dire della dirigenza europea…) ci si presentano come “naturali”- Invece, dal punto di vista dell’articolo, sono frutto di “nostre” sconfitte e occorre rispettare chi prima di noi nella storia dovette soccombere. Infine, queste sconfitte pur dolorosissime e dannose non devono essere considerate definitive: la storia si può modificare e la “lotta contro” non deve mai dimenticare che gli esiti sono aperti, deve cioè mantenere una tensione trasformativa, una spinta utopica che deve trovare espressione nella dimensione politica. Senza questa dimensione -realistica perché ci dice che la realtà è trasformabile e ci fa cercare continuamente il bandolo della trasformazione- si finisce con il ritorno a forme di pensieroalienato: si torna ai caratteri nazionali dei popoli, alle razze, alla storia come catena e non come spazio di liberazione.