Introduzione. La guerra dei dazi aperta dal presidente Trump domina lo scenario economico mondiale, aprendo più interrogativi sul futuro di quanti ne risolva. Gli effetti possibili del nuovo regime dei dazi che via via si vanno definendo sono sostanzialmente imprevedibili. L’ultimo accordo raggiunto con L’UE in realtà tutto da definire ed interpretare con nodo ancora da sciogliere e versioni contrastanti trai due contraenti. Le trattative con la Cina sono di ben altro tenore e ben diversi sono i rapporti di forza alla base della trattativa. Tra i flussi che attraversano l’atlantico due questioni fondamentali sembrano restare impregiudicate i flussi finanziari e quelli tecnologici-digitali; su quest’ultimi l’imposizione della web tax stante alle dichiarazioni di parte europea sembra restare aperta, ma è comunque di difficile definizione, nonostante l’apparato regolativo di cui si è dotata e si sta dotando l’UE. In ogni caso a gestire questi flussi sono ad oggi i big della finanza e del digitale statunitensi.
Su moneta-finanza-tecnologie, con la recente esplosione delle tecnologie di intelligenza artificiale, si definiscono in ultima analisi le contese, che partono dal dominio statunitense del dollaro sul piano monetario, le cosiddette Big Three Black Rock, Vanguard e State Street, nella gestione dei fondi d investimento1 le Big Tech nella tecnologia. Oggi la contesa è aperta nei confronti degli USA su tutti i piani da parte della Cina e da quello schieramento composito che si sta allargando costituito dai BRICS. Se sul piano delle tecnologie la Cina è in grado di competere ad armi pari e talvolta superiori, sul piano monetario-finanziario la guerra sarà lunga. A proposito di guerra nel quadro di quella che viene definita come fase di de-globalizzazione la crescita dell’aspetto militare della crescente e multiforme competizione globale è evidente nelle cronache e nei dati regionali e globali della corsa ad armarsi, nel rovesciare nella creazione di nuovi dispositivi di distruzione e annientamento le risorse di ogni filiera tecnologica, piegando la bilancia del dual use di ogni tecnologia verso il piatto che alimenta la guerra.
Il quadro -come sottolineiamo ogni volta che lo sguardo si alza verso orizzonti globali- è quello di una instabilità crescente, nel quale le dinamiche su qualsiasi scala livello e settore sono sempre più caotiche e prive di punti di attrazione che non siano equilibri momentanei, nel medio e lungo periodi non si si sa se saremo vivi o morti. La strategia trumpiana è quella di fare saltare il banco, di rompere con ogni regola, norma, istituzione o consuetudine che sorregga una qualsiasi parvenza di ordine in questo contesto di crescita dell’instabilità; essa gioca su qualsiasi vantaggio di cui gli USA godano al momento presente. Gioca di volta in volta sulla minaccia di ritirarsi o al contrario di intervenire più pesantemente sulle diverse situazioni, in termini economici, finanziari e militari.
Nella discussione della redazione si è sottolineato il fatto che l’attuale presidenza USA sia riuscita ad aggregare un blocco sociale composito, che va oltre il più tradizionale blocco reazionario e va dai sindacati illusi di una ripresa del lavoro e della produzione in patria grazie all’uso dei dazi, alle BIG tech protette nel loro ruolo a livello mondiale, liberate da ogni controllo nell’uso e sviluppo dell’ Intelligenza Artificiale; quanto poi l’uso sempre più pervasivo delle tecnologie digitali, dell’I.A. in particolare, sconvolga la struttura del mercato del lavoro, aumentando le diseguaglianze e la precarietà è cosa che passa in second’ordine se non ignorata del tutto. La promessa di nuovi posti di lavoro, che aggrega al blocco trumpiano un po’ di burocrazia sindacale, si confronta con la riduzione dei fonti a disposizione dell’assistenza medica e del sostegno alimentare alle fasce più povere della popolazione. In passato si sarebbe detto che si aggrega su promesse future una sorta di aristocrazia operaia contrapposta ai lavoratori più precari e ai migranti.
Certo l’azione dell’amministrazione USA, così pressante ad ogni livello, gioca sui rapporti di forza immediati in un contesto di instabilità crescente, sulla promessa di vantaggi futuri per i settori di massa, sui vantaggi immediati per chi possiede le risorse finanziarie per inserirsi nel suo gioco. La logica è quella di acquisire il maggior vantaggio, profitto e potere nel breve periodo -quello della presidenza come limite- per sé e per quel gruppo di potere in grado di intervenire in questo gioco. Una ideologia, una visione del mondo reazionaria, profondamente radicata nella storia del personaggio che siede nello studio ovale, indubbiamente fa da collante nel composito blocco sociale che lo sostiene e soprattutto nei settori di massa. La destrutturazione di ogni vincolo istituzionale a livello interno quanto esterno è il fulcro della sua azione, che sia la costituzione del suo paese, l’insieme delle norme e leggi federali e statali, la giurisprudenza che sino ad ora ne hanno regolato la vita, quanto i trattati e le istituzioni internazionali che in passato ha contribuito a realizzare e sostenere. Una risposta spregiudicata allo crisi a progressiva del dominio assoluto degli Usa sul piano globale ed alla trasformazione radicale in corso e progressiva del rapporti sociali di produzione, risposta resa possibile da una concentrazione di potere nelle mani della presidenza straordinaria nella storia degli USA, con l’uso esasperato e forzato delle prerogative della presidenza, la sottomissione totale del congresso e l’allineamento della corte suprema alle sue politiche -sia pure con qualche rara eccezione- e l’aggressione alle resistenze della magistratura federale e stata, dei poteri locali e statali.
Nel quadro delle instabilità presenti e future che caratterizzano la formazione sociale globale, i mutamenti climatici -indotti dal riscaldamento globale prodotto a sua volta dalle emissioni di gas climalteranti effetto dell’uso dei combustibili fossili- costituiscono una dinamica un fattore destabilizzante di ogni equilibrio regionale e globale. Anche su questo, la strategia trumpiana è quella di giocare sul presente di acquisire un vantaggio immediato nella produzione e nell’uso dei combustibili fossili, benché il gioco non sia di facile conduzione; infatti al di sotto di un certo prezzo del petrolio e del gas naturale la produzione di shale gas e shale oil con la tecnica della frammentazione cessa di essere conveniente. E’ la produzione shale che ha permesso agli Usa di passare da importatore a esportatore di petrolio2.
Se questo è vero, la crisi climatica anche nell’immediato, nel breve periodo sortisce i suoi effetti e colpisce pesantemente nel territorio degli USA, dove i fenomeni estremi che da sempre hanno caratterizzato la meteorologia di alcune parti del territorio -ricordiamoci di Katrina- si fanno ancora più devastanti e frequenti aggredendo gran parte del territorio. Tuttavia, mentre si smantellano i servizi di controllo e prevenzione sul clima, l’inquinamento delle matrici ambientali e lo stato di salute degli ecosistemi, anch’essa viene vista come occasione, in particolare le ‘opportunità ’ offerte dalla riduzione dei ghiacci artici con l’apertura di nuove vie di navigazione e le possibilità di sfruttamento minerario, in competizione con Russia e Cina, da cui la volontà espressa di appropriarsi della Groenlandia.
Libertà del capitale rivolta della natura.
Se il capitale si libera di ogni vincolo attraverso la forma del denaro, operando in ogni tempo e luogo attraverso sempre più sofisticati strumenti finanziari, la crisi climatica progredisce, si articola, si fa sempre più complessa nei suoi effetti, si diffonde globalmente e compete vittoriosamente con quella libertà del capitale ne segna i confini, ne annuncia le crisi prossime venture, per quanto essa stessa diventi terreno e occasione delle più ciniche speculazioni, per primi gli strumenti finanziari di compensazione delle emissioni.
Essa opera alla radice dei meccanismi di riproduzione della vita e soprattutto dell’umanità stessa delle popolazioni. Se la forma attuale del rapporto sociale di capitale produce diseguaglianze sempre più esasperate, queste diseguaglianze si esasperano a fronte degli effetti del cambiamento climatico, in termini di qualità della vita, di possibilità di sopravvivenza rispetto al mutare di parametri fondamentali che permettono la vita stessa delle popolazioni e del ripetersi sempre più frequente di fenomeni estremi che devastano le basi materiali, strutturali della vita di intere regioni, territori e comunità. Ogni regione più o meno estesa della formazione sociale globale presenta dinamiche sue proprie, intesa come formazione sociale definita nel suo territorio, nelle sue molteplici dinamiche interne e relazioni col resto del mondo. È attraversata dalle radicali trasformazioni in corso nel modo di produzione è investita in modo specifico dal cambiamento climatico. Si modifica la composizione sociale, in tutti i suoi parametri compreso l’andamento e la composizione demografica.
Le città, le aree metropolitane sono il cuore di tutti i mutamenti delle crisi e delle trasformazioni, punto di attrazione dei flussi demografici, economici, finanziari, tecnologici e produttivi. Sono costituiscono un attrattore per ogni tipo di risorsa che il capitale cerchi di valorizzare, di cui si debba nutrire, sono gli attrattori di dinamiche che attraversano e sconvolgono i territori circostanti. Lo sviluppo urbanistico, cosiddetto, è il prodotto di queste dinamiche, dalla concentrazione della ricchezza e degli investimenti finanziari alla concentrazione di masse umane costrette a miserabili condizioni vita in porzioni e anelli concentrici del territorio metropolitano: ogni città la sua composizione. Il caso di Milano, nelle sue indubbie specificità, è semplicemente la dimostrazione concreta come ogni altra metropoli che attragga e sia attraversata da circuiti della finanza globale. Ne abbiamo trattato ampiamente, raccolto contributi in un contesto di un confronto che si approfondisce e si estende ogni giorno.
Se la città, le concentrazioni urbane e metropolitane, nelle loro varie configurazioni e dimensioni, sono quindi attraversate e luogo di concentrazione ed espansione di ogni dinamica sociale, il loro territorio è oggetto degli appetiti della finanza globale, come i flussi di denaro dell’ordine delle decine di miliardi verso Milano dimostrano ampiamente. Esiste un nesso ovvio tra la concentrazione di capitali finanziari e la dislocazione della popolazione nel territorio in base ai livelli di reddito e ricchezza, tuttavia è necessario sottolineare le conseguenze sul piano del cambiamento climatico, come la struttura stessa della città diventa sempre più esposta, fragile di fronte a fenomeni metereologici estremi e come le diverse componenti del territorio e della popolazione vedano peggiorare le proprie condizioni di vita, per dirne una di fronte alle ondate di caldo estremo o alle condizioni id inquinamento delle matrici ambientali. Se Milano ad oggi è uno dei peggiori esempi di governo della città, esistono percorsi diversi, almeno in parte, come Barcellona o Parigi, quest’ultima impone oneri di urbanizzazione dieci volte quelli di Milano. Di questo dovremo ragionare, per mettere in relazioni diverse pratiche di governo della città, di sviluppo del conflitto sociale e dei processi di partecipazione al loro interno.
La crisi climatica è connessa nei suoi effetti a livello locale con l’uso che il modello di produzione capitalistica fa del territorio, del suolo, degli ecosistemi. In questo senso Milano, la Valsusa e ogni altro territorio sono profondamente correlati tra loro, nel contesto della devastazione ambientale che caratterizza il nostro paese, dove incombono opere come il ponte sullo stretto di Messina. Ogni anno misuriamo il livello di sfruttamento delle risorse rinnovabili del nostro pianeta e di ogni sua regione è l’Overshoot Day3 somma dell’impronta ecologica di ogni attività e sistema umano. Per il nostro paese, come per il resto del mondo, si fa sempre più breve il periodo in cui consumiamo le risorse naturali rinovabili, questo dato sintetico diventa ancor più drammatico se lo decliniamo, lo articoliamo nei diversi territori e ambienti che lo compongono.
Il modello di sviluppo delle città e dei territori produce una dispersione della composizione sociale, i cui effetti si traducono nella difficoltà di costruire un blocco sociale critico ed antagonista ad esso, difficoltà a dare continuità movimenti rivendicativi che attraversino i luoghi della produzione e della riproduzione, nella lor articolazione attuale e cangiante. La mancanza di una relazione nel conflitto tra i diversi soggetti della composizione sociale, di una continuità dei movimenti rivendicativi e nella elaborazione progressiva dei loro obiettivi produce la passività e il distacco dalla partecipazione attiva alla politica che conosciamo. La crisi del modello di governo delle città, articolazione fondamentale della società in cui viviamo, che sta manifestandosi a Milano, ma riguarda ogni altra città e area urbanizzata, costituisce una occasione irrinunciabile. Imperdibile e irripetibile per rimettere in gioco tutte le risorse critiche e conflittuali, ad ogni livello di organizzazione e elaborazione nel nostro paese e negli ultimi mesi si sono almeno in parte aggregate nel movimento contro la guerra ed il riarmo dell’Europa. Sele città sono luogo di concentrazione di ogni dinamica sociale, economica, culturale e quant’altro, la fragilità complessiva del nostro paese si esprime nella realtà e nel futuro delle cosiddette aree interne il cui destino secondo chi ci governa è ormai segnato e destinato all’abbandono e allo spopolamento. Laddove non si capisce che -a parte le condizioni di vita ed il destino di chi le abita- la stabilità e la sicurezza dei territori urbanizzati dipendono, per la configurazione del nostro territorio nazionale, proprio da quelle aree, in particolare tutto il territorio appenninico, il cui degrado si traduce e si tradurrà sempre di più nei disastri a valle che ben conosciamo. Nel frattempo la riduzione progressiva dei ghiacciai alpini minaccia le disponibilità idriche della pianura padano-veneta. Non è possibile allora avere una visione parziale e settoriale delle crisi che attraversano il nostro paese nel contesto globale sconvolto dalle dinamiche di cui sopra.
Ai poli opposti del processo di riproduzione sociale, dei rapporti sociali di produzione stanno da un capo il movimento del capitale denaro dall’altro la riproduzione delle forme di vita, degli ecosistemi, del sistema climatico in tutte le sue componenti e dinamiche. La relazione tra questi due movimenti, entro la dinamica complessiva del rapporto di capitale, esprime il livello più alto di contraddizione; l o sviluppo onnilaterale dell’individuo sociale è parte, trova la sua collocazione, il suo inveramentRoberto Rossoo ed il suo limite entro le condizioni e le forme complessive di riproduzione della vita sul nostro pianeta.
Il movimento NOTAV con la sua Festa dell’Alta Felicità anche quest’anno ha attratto migliaia di giovani, grazie la molteplicità delle sue manifestazioni ed i suoi obiettivi di fondo, così come negli scorsi anni il movimento dei Fridays For Future, ha mobilitato centinaia di migliaia di giovani; vien da ricordare anche la composizione anagrafica delle manifestazioni del Gay Pride. La costruzione di un senso generale della vita in tutta la sua complessità, la sua realizzazione concreta, superando ogni concezione antropocentrica – che costituisce il travestimento di ogni ideologia a sostegno dello sfruttamento- è la posta in gioco della transizione che stiamo vivendo.
Roberto Rosso
- https://eticaeconomia.it/esplorando-il-potere-degli-asset-manager/ Gli attivi mondiali complessivi delle 500 più grandi società che gestiscono fondi di investimento nel 2023 superavano i 128 trilioni di dollari, pari a circa il 121% del Pil mondiale. Oltre il 55% degli asset è US (+ 5% dal 2013), il 25% è europeo (in sensibile calo). Il 45,5% di tutti gli attivi era appannaggio dei maggiori 20 fondi (+ 3% rispetto al 2022), e il 20% dei 3 più grandi, Black Rock, Vanguard e State Street, noti come le Big Three. Le Big Three, insieme, nel 2021 erano arrivate a possedere il 22% delle società quotate dello S&P 500, controllando il 27,5% dei voti assembleari. Vedi anche https://sbilanciamoci.info/finanza-e-politica-la-guerra-del-potere/ [↩]
- https://www.gisreportsonline.com/r/shale-oil/ https://www.eia.gov/tools/faqs/faq.php?id=847&t=6 https://crudeoilpeak.info/us-shale-oil-seems-to-cover-up-peaking-crude-oil-production-in-the-rest-of-the-world-since-2018 [↩]
- https://overshoot.footprintnetwork.org/ [↩]
