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Francia: sinistra unita contro la guerra all’Iran, ma divisa sul resto

di Franco
Ferrari

La situazione francese si muove, confusamente, su due livelli. Sul piano internazionale, Macron, un presidente che arriva verso la fine del secondo mandato avendo accumulato ripetute sconfitte, rilancia l’idea di mettere a disposizione il nucleare francese degli altri paesi europei per rafforzare l’autonomia strategica (ovvero militare) dagli Stati Uniti.

Una proposta che ha messo in circolazione da tempo e che ora, anche per le continue mosse trumpiane che prendono di mira l’Europa in quanto potenziale soggetto unitario, giocando a dividere e contrapporre i vari paesi, trova consenso in alcuni degli Stati dell’UE, ma non in tutti.

Macron ha annunciato l’aumento delle testate nucleari francesi, anche se il loro numero non sarà più reso pubblico, e l’introduzione del concetto di “dissuasione avanzata” che dovrebbe coprire quei paesi europei che si dichiarassero interessati. In che modo questo dovrebbe avvenire non è chiaro, dato che non sembra probabile la dislocazione di bombe nucleari francesi in altri paesi (e il cuore della dissuasione si basa sui sottomarini) e Macron ha confermato che la decisione sull’utilizzo resta nelle mani del Presidente della Francia.

Più evidente il tentativo francese di ricorrere alla dimensione nucleare per recuperare un ruolo politico all’interno dell’Unione Europea. Una influenza che durante la presidenza Macron, entrato in carica tra lo sventolio di bandiere azzurre europee, è andata via via declinando. Ultimo segnale in tal senso, la decisione di Ursula von der Leyen di attivare il Mercosur in via provvisoria, nonostante la contrarietà del Parlamento europeo e della Francia che deve scontrarsi con il malcontento dei suoi contadini.

Macron ha spesso lanciato idee improvvisate e quasi sempre finite in nulla. Anche quando queste potevano avere qualche intenzione positiva come l’azione congiunta con l’Arabia Saudita per dare una soluzione definitiva al conflitto in Palestina attraverso l’effettivo riconoscimento di uno Stato arabo a fianco di quello ebraico. L’intervento trumpiano con la finta pace che in realtà si è tradotta in un via libera alla politica israeliana di cancellazione politica e fisica dei palestinesi, ha archiviato la proposta franco-saudita senza che la Francia tentasse un minimo di resistenza. Anche l’impegno francese di contribuire alla liberazione di Barghouti, eventualmente garantendone l’ospitalità nell’esagono, è finito in nulla.

Di fronte all’aggressione USA-Israele all’Iran, a parte un timido richiamo al “diritto internazionale” violato, Macron ha di fatto avallato l’iniziativa della coppia Trump-Netanyahu e, visti i patti sottoscritti con alcuni paesi del Golfo, rischia ora di farsi inghiottire in un conflitto sul quale non ha alcuna possibilità di influire né per quanto riguarda gli obbiettivi, né per la durata e i potenziali, rischiosissimi sviluppi. Intanto una portaerei è in viaggio per la zona. L’obbiettivo di far riaprire lo Stretto di Hormuz, potrebbe portare al coinvolgimento militare pieno della Francia.

Al di là delle singole decisioni ciò che è più preoccupante è la retorica utilizzata da Macron che vede come inevitabile un mondo nel quale aumentano gli armamenti nucleari e nel quale la guerra, la sua preparazione, rientrano pienamente nel novero delle possibilità concrete.

Come ha scritto Stephane Sahuc, editorialista dell’Humanité, “per Macron il matamoro, la guerra non è più un’eventualità, ma l’unica bussola di un mondo ceduto agli appetiti imperialisti. Exit la pace, relegata al rango di utopia ingenua o prova di irresponsabilità. Spazio alla legge del più forte, alla paura come strumento del potere, alla corsa agli armamenti come sostituto alla politica estera. Tuttavia non è questa la via che la Francia dovrebbe scegliere. Essa potrebbe incarnare un’altra ambizione: quella del diritto contro la forza, del multilateralismo contro la logica dei blocchi, della riduzione delle tensioni contro l’entusiasmo bellicoso. La Francia ha ancora la voce, ma ha ancora qualcosa da dire?”.

Sull’aggressione militare all’Iran, la sinistra francese ha preso una posizione di condanna quasi unanime. Dalla France Insoumise a Place Publique, passando per comunisti, socialisti ed ecologisti, pur con qualche accento diverso, la critica è stata condivisa. “Se nessuno piange la morte di dirigenti iraniani che hanno martirizzato il loro popolo – ha dichiarato Fabien Roussel, segretario del PCF – condanniamo con forza gli attacchi all’Iran che portano alla destabilizzazione della regione”. Per il leader comunista l’obbiettivo di Trump è di prendere possesso del petrolio per privarne la Cina.

La stessa analisi è stata avanzata da Jean Luc Melenchon. Per quanto riguarda la morte di Khamenei, “boia del popolo iraniano, non giustifica i mezzi che l’anno provocata. Rapire o assassinare i dirigenti di cui si combatte la politica resta la negazione di ogni diritto internazionale”. Anche l’ultra atlantista Raphael Glucksmann ha dichiarato che “la storia recente ci ha insegnato che azioni militari fuori da ogni quadro legale internazionale possono condurre al caos”.

Questa convergenza delle sinistre sulla guerra all’Iran avviene in un contesto segnato da durissime polemiche e divisioni. Le elezioni amministrative previste per il prossimo 15 (primo turno) e 22 marzo (ballottaggio) vedono le sinistre procedere spesso in ordine sparso e ogni forza politica impegnata a definire la propria strategia in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno.

Melenchon e la France Insoumise hanno dominato il dibattito politico, nel bene e nel male. Prima l’uccisione di un giovane estremista di destra a Lione, a seguito di scontri con un gruppo antifascista locale, la Jeune Garde, ha scatenato una durissima offensiva mediatica contro il movimento di Melenchon. Il leader della Jeune Garde, sciolta dal governo, è diventato parlamentare di LFI dopo essere stato candidato del Nuovo Partito Anticapitalista (trotskista), e un suo collaboratore risulta coinvolto nell’inchiesta per la morte del giovane militante neofascista.

La vicenda, benché non vi sia un coinvolgimento diretto del movimento, ha sollevato critiche anche a sinistra nei confronti della strategia politica melenchoniana, tesa spesso ad alzare i toni dello scontro politico al di là di ciò che, almeno in Francia, è considerato ancora accettabile. Insulti che hanno riguardato anche esponenti di sinistra, volta per volta comunisti, ecologisti, socialisti come dissidenti dello stesso partito, quando questi hanno assunto posizioni politiche non gradite dalla France Insoumise.

La campagna mediatica contro LFI è stata però talmente forzata da ottenere forse (lo si vedrà con i risultati delle amministrative) l’effetto contrario. Il movimento ha reagito indossando il ruolo di unica forza coerentemente antifascista e ha sicuramente sollecitato una mobilitazione in tal senso che si è registrata nella forte affluenza alle iniziative pre-elettorali. L’uso del tema da parte di Melenchon e dei suoi non è privo di elementi problematici. Rivendicare l’antifascismo di fronte all’ascesa della destra del Rassemblement National e dello spostamento verso posizioni affini di settori estesi della destra tradizionale e del grande capitale, è certamente un fatto positivo, se confrontato all’atteggiamento di quei settori, molto minoritari in Francia, ma presenti in Italia, che tendono a minimizzarne la portata e i rischi. Più discutibile il tentativo di identificarsi come l’unica forza antifascista. Partendo dall’idea che solo Melenchon può battere la destra alle prossime elezioni presidenziali, chiunque ne critichi le posizioni o ne prenda anche moderatamente le distanze, viene collocato nel campo del nemico.

La polemica ha colpito Melenchon anche per aver ironizzato sulla corretta pronuncia del nome del miliardario pedofilo Epstein: EpstIN o EpstAIN? Per Melenchon, la prima pronuncia servirebbe a identificarlo con la Russia, ma, e qui interviene, il scivoloso sottinteso, rimuovere la seconda pronuncia servirebbe a cancellare i suoi collegamenti, ampiamente emersi dai files, con Israele. Ma essendosi, Melenchon, limitato ad un accenno senza argomentazione, da molti, strumentalmente o meno, è stato interpretato questo gioco verbale come un’insinuazione dalle risonanze antisemite.

Anche in questo caso la campagna mediatica sull’antisemitismo di LFI, già ampiamente utilizzata, per contrastare l’impegno a difesa del popolo palestinese, è andata oltre il segno, ma molti, anche a sinistra, si sono interrogati su quale fosse l’obbiettivo politico del discorso, più volte ripetuto, di Melenchon su Epstein.

Certamente la strategia di Melenchon si basa su una permanente polarizzazione del dibattito politico. Fedele all’idea sempre ripetuta secondo la quale alla fine la partita sarebbe stata tra “noi e loro”, ovvero tra la France Insoumise e il Rassemblement National, tutti coloro che si collocano in mezzo diventano i primi nemici. L’attacco è rivolto soprattutto verso i socialisti (“socialtraditori”) i quali a loro volta, premuti dalla destra interna o affine, incarnata dal redivivo Hollande, fanno campagna per una rottura completa nei confronti di LFI.

Melenchon punta, in prima battuta, a vincere lo scontro a sinistra per prevalere come la forza dominante perché dispone di un progetto politico, di una candidatura carismatica (sé stesso) e di una reale forza militante di base, mentre il resto della sinistra è diviso e incerto. Ma è difficile che possa competere in un ballottaggio presidenziale con l’estrema destra (che ha scommesso tutto sulla propria normalizzazione all’interno del sistema politico) avendo alle spalle una sinistra ridotta ad un campo di rovine.

È possibile che scommetta su una ondata di “degagisme”, di volontà popolare di cacciare tutti sperando che la linea, apparentemente più moderata, del partito di Marine Le Pen, possa far cambiare campo alla parte più protestataria dell’elettorato. Scommessa che al momento sembra molto azzardata.

Intanto le elezioni municipali rappresentano una prima verifica. Le divisioni nel campo della sinistra potrebbero far finire a destra nientemeno che Parigi e Marsiglia. La frammentazione che si registra al primo turno, nel quale quasi ovunque La France Insoumise si presenta anche contro amministrazioni uscenti di sinistra, non solo quelle a guida socialista, ma pure quelle di lungo insediamento comunista, potrebbe essere recuperata al secondo turno.

Ma l’alzarsi del tono delle polemiche in questi giorni, soprattutto tra il partito di Melenchon e i socialisti, che ormai non coinvolgono solo la destra di questo partito, rischiano di rendere impossibili gli accordi che dovranno essere ufficialmente registrati entro la giornata di martedì 17 marzo. Senza questi il destino di molte città sarà nelle mani degli elettori e delle elettrici di sinistra. Nelle giornate decisive del 1934 fu la spinta dal basso dei militanti socialisti e comunisti a imporre l’unità alle rispettive direzioni politiche e a bloccare l’ascesa del fascismo, aprendo la strada al successo del Fronte Popolare. Vedremo se questa pressione unitaria che, nonostante tutto, è radicata nella coscienza collettiva di una parte del paese, potrà darci qualche elemento in più di ottimismo.

Franco Ferrari

 

 

 

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