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Intervista a Cecco Bellosi

di Giancarlo
Scotoni

Cecco Bellosi è attualmente sotto processo per aver buttato via dei fiori deposti davanti a un monumento a Benito Mussolini, monumento intollerabile e  illecito ma mai rimosso. Un gesto che l’imputato rivendica tanto da dichiarare che se verrà condannato vorrà scontare la pena in detenzione, rifiutando eventuali multa sostitutiva al carcere e altre misure lenitive.

Questo troverete nell’intervista che ci ha concesso e che non avrebbe bisogno di altre introduzioni. Ma fatemi esprimere una riflessione. Cecco Bellosi parla a lungo, ma più che di sè parla di antifascist3 e partigian3 le cui storie e la cui vicinanza lo hanno formato. E parla di comunist3 con rispetto, considerazione e appartenenza. In questo essere comunista, che sarebbe appropriato considerare da tutt3 un bene comune e troppo raro, sta una fame di comprensione, relazione e confronto, un desiderio di vivere sé stessi dentro tutti i fili, nuovi e antichi, che tessono i legami umani con le lotte di liberazione. E di lottare per scopi non particolaristici.

E non mi riferisco in specifico alla lotta di liberazione degli anni ’40. Come fa Bellosi, tutt3  noi andiamo cercando i percorsi, le strade, le singolarità delle lotte contro la condizione di sfruttat3, e lo facciamo anche a ritroso. E’ un lavoro di ininterrotta scoperta e costruzione del nuovo. Ricordiamo l’attenzione piena di rispetto -sebbene intransigente sul piano teorico- con cui il giovane Marx criticava i suoi antecedenti.

Questa fame, che è fame di giustizia, di libertà e di uguaglianza per tutt3, è l’unica risposta alla sopraffazione, alla violenza e alla guerra che oggi sono la quotidianità della vita sociale della maggioranza degli esistenti: perché tutt* e non solo il genere umano è coinvolto dall’inarrestabile processo distruttivo che il capitalismo rappresenta. E’ il frutto della maturazione del conflitto. Ha radici profonde, ed esiste su piani che potremmo ben dire intersezionali, a cui quello del tempo non è estraneo.

Per questo considerare il passato non come un punto di crisi ma come un peso da cui liberarsi significa diventare ciechi alla continuità del percorso di liberazione e questo è un  punto di partenza inefficace, dunque peggio che miope, superficiale e chi più ne ha più ne metta.

Forse la tendenza attuale all’autosufficienza di molte soggettività che si sentono rivoluzionarie nasce dal ricordo sbiadito e in parte incompreso di una rottura reale che si manifestò sul piano sociale e politico alla fine del ‘900, da una fase precisa dello scontro di classe e –soprattutto- dalle modalità della sua sconfitta. Forse sta insomma sotto la pietra tombale  che è stata calata non tanto sulle responsabilità degli errori ma sulla plausibilità stessa della prospettiva trasformatrice. Dal momento che non si tratta di un problema teorico non lo si può risolvere sul piano della retorica, occorre misurarsi con il reale che ha la complessità di piani che abbiamo richiamato- Occorre farlo senza scorciatoie, cercando il confronto, anche quello con le storie. Ma prima un poco di chiarezza è necessaria.

Altrimenti, tra l’altro, non sarebbe possibile confrontarci con le altre appartenenze, storie e culture con cui il capitale (non purtroppo la terza internazionale) ci stringe nel medesimo destino. Come rispondere all’immigrato o allo straniero che ci chiedono conto della nostra oggettiva posizione di dominanti? Come sciogliere il nodo delle guerre? Durante l’assemblea NO KINGS del primo marzo a Roma ci sono stati almeno tre interventi 1 che hanno posto con forza e lucidità il problema e sarebbe stato il caso che di questo la una presidenza se ne prendesse il peso piuttosto che considerarli ospiti convergenti. Prima o poi, dunque, occorrerà accettare il confronto sui temi perché anche itemi e non solo le storie sono di pietra e non scompariranno magicamente col tempo con l’inerzia del facciamo tutto nuovo.

E dunque rassegnarsi a ridurre l’ampiezza del proprio sguardo sul mondo e ridurre la propria prassi a una rivendicazione di esistenza è uno sbaglio porta in un vicolo cieco ed è drammaticamente al di sotto di quello che la situazione richiede. Che ci rende irrimediabilmente residuali appena iniziamo a esistere.

Mi auguro che questa intervista possa venga vista soprattutto dai giovani e che possano trovarvi nessi e spunti per proseguire una lotta che certo è in gran parte nelle loro mani.

Buona visione e perdonate la tecnica primitiva del video.

Giancarlo Scotoni

 

https://youtu.be/aeiNTt_bvQs

 

 

  1. quelli di Parisa Nazari, di David Yambio, di Martina T.[]
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