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GKN, Territori e NO KINGS: lotte progetto e organizzazione

di Roberto
Rosso

Dario Salvetti, portavoce del collettivo dei lavoratori della GKN nel suo e-book, un vero e proprio pamphlet Per una vita bella (Einaudi, collana «Quanti», euro 2,99) ricorda che “In Italia è avvenuta letteralmente una guerra. Dal 2005 al 2021, in quindici anni, i poveri assoluti sono quasi triplicati. Sono passati da circa 1,9 milioni a 5,6 milioni: 3,7 milioni di poveri in più in quindici anni. Se li paragonassimo a una città, è come se una metropoli più grande di Roma fosse diventata povera in un decennio e mezzo. Stiamo parlando di «poveri assoluti», a cui andrebbe aggiunta la fascia di popolazione in povertà relativa. La povertà, come è noto, riguarda anche chi lavora: i working poors, i «lavoratori poveri», sono ormai una componente strutturale del mercato del lavoro. Secondo i dati Istat, nel 2023 circa il 12 percento dei lavoratori dipendenti e autonomi viveva in condizioni di povertà relativa, mentre oltre 3 milioni di persone percepiscono un reddito inferiore alla soglia di povertà assoluta.

Tra il 2014 e il 2023 l’incidenza della povertà assoluta individuale tra gli occupati ha avuto un incremento di 2,7 punti percentuali, passando dal 4,9 percento nel 2014 al 7,6 percento nel 2023. Per gli operai l’incremento è stato persino più rapido, passando da poco meno del 9 percento nel 2014 al 14,6 percento del 20233. La curva salariale è impressionante. Dal 1990 al 2020 l’Italia è stata, insieme alla Grecia, l’unico Paese tra quelli cosiddetti avanzati a registrare un calo dei salari. Dal 2008 al 2022 il salario reale ha registrato una diminuzione del 12 percento. E anche se ci si limita agli ultimi anni, post pandemia, il calo è marcato: dal 2021 i salari reali in Italia sono scesi del 3,1 percento, a fronte di una media europea dello 0,8 percento.”

Più avanti afferma.

“Senza voler semplificare troppo, però, qua vogliamo concentrarci in particolare su una causa, su un paradosso: tanto più la forza lavoro considera sé stessa solo in termini economici, tanto meno è in grado di difendersi sul piano economico. Tanto più si considera merce, tanto meno riesce a difendere il proprio valore sul mercato. Tanto più si riferisce al proprio salario come denaro, e non come vita, tanto meno riesce a difendere il proprio potere d’acquisto. (…)

Negli anni Settanta la curva salariale saliva. Anche qua non esiste una sola causa di questo particolare processo economico. La prima ragione dell’innalzamento dei salari era «banalmente» l’efficacia della lotta di chi stava in basso nello strappare ricchezza a chi stava in alto. Ma questa efficacia era data anche da questo fattore: il movimento operaio inseriva la lotta salariale in una lotta complessiva per la vita bella, per una società diversa. Misurava il salario in vita, lo scomponeva in bisogni, di cui il consumo immediato era una parte importante, ma non l’unica: quanto dello stipendio per la casa, per la sanità, per la pensione, per lo spostamento casa-lavoro ecc.”

Le 36 pagine si leggono in un attimo, le riflessioni individuali di Dario Salvetti, sono il distillato dei contenuti, dell’esperienza di una lotta operaia che ha proiettato la resistenza contro i licenziamenti, la chiusura di un sito produttivo in un progetto alternativo inserito nell’orizzonte della transizione energetica ed ecologica; lotta che è diventata un punto di riferimento a livello nazionale, trasformandosi in un punto di coagulo del pensiero critico verso i rapporti sociali dominanti, ricordiamo il Festival di letteratura working class1.

Il tema di quest’anno. “Dopo le prime tre edizioni in cui abbiamo ripercorso il passato (le genealogie), il presente (le geografie) e il futuro (le prospettive) della letteratura di classe lavoratrice, adesso siamo nella fase più complicata per la mobilitazione della ex GKN e per il Festival che ne è strumento di lotta: il vecchio mondo sta morendo e quello nuovo tarda a comparire.

In questa logorante “transizione” – la parola-chiave di questa edizione del Festival – nascono i mostri che indeboliscono la vertenza, ma possono anche emergere nuove energie capaci di completare la transizione. È in questo stato di sospensione che proponiamo di convergere nel quarto Festival di Letteratura Working Class dal 10 al 12 aprile a Campi Bisenzio, organizzato anche quest’anno da Edizioni Alegre, Collettivo di fabbrica GKN, Soms Insorgiamo e Arci Firenze, e diretto da Alberto Prunetti.”

Un collettivo di lavoratori che ha espresso una soggettività politica e culturale, partecipando a tutti i movimenti che in questi ultimi mesi ed anni hanno attraversato e stanno attraversando l’Italia e l’Europa, sino al movimento NO KINGS, diventandone un punto di riferimento.

La transizione immanente.

Si impone il tema della transizione, come condizione, prospettiva propria, locale ed anche generale, globale. Una transizione globale si cui andiamo ragionando -lo ripetiamo- indotta da molteplici fattori, lo straordinario processo di innovazione tecnologico-digitale, la crisi climatica che sta letteralmente dilagando rivelando la straordinaria complessità, correlazioni e specificità regionale del sistema climatico, entro cui si esaltano le contraddizioni del sistema di produzione capitalistico. L’andamento generale viene quindi definito come molteplicità di processi di crisi- trasformazioni radicali, definita come policrisi, il cui prodotto ahimè è la tendenza alla guerra, di cui in questi giorni abbiamo una tragica manifestazione, mentre decine di conflitti armati continuano e si allargano.

Definire come instabile il contesto globale è un puro eufemismo, in termini sistemici la dinamica della formazione sociale globale è tale per cui l’orizzonte oltre il quale le traiettorie, i processi diventano imprevedibili è sempre più prossimo al momento presente. Nell’articolo della settimana scorsa, abbiamo derivato da questa imprevedibilità una maggiore responsabilità, nel condividere conoscenza, costruire cooperazione, organizzazioni solidali, attitudine ad apprendere e a mettere in discussione le proprie linee di condotta; qualcosa di più complesso e articolato di un lungo elenco di interventi dentro una assemblea.

L’attenzione, il ragionamento oscillano continuamente tra la generalità delle questioni, l’orizzonte globale dei processi e la dimensione locale, la situazione, il contributo specifico delle realtà locali, dei movimenti.

La condizione del nostro paese riassunta da Salvetti in quella serie di dati, spesso mascherata dalla manipolazione dei dati2 -a cui possiamo aggiungere l’accesso ai servizi fondamentali, la concentrazione della ricchezza, il grado di scolarizzazione e via censendo- è esposta oggi alle transizioni globalmente non governate che vanno trasformando radicalmente le nostre società. Peggio ci sentiamo se prendiamo in considerazione le istituzioni europee e gli strumenti che queste, le diverse forme di cooperazione tra i diversi paesi; non costituiscono certamente uno scudo contro le crisi e le contraddizioni globali, uno strumento condiviso e partecipato per affrontare le transizioni. Anche a questo livello la corsa agli armamenti sembra esser l’unico comune denominatore, sia pure che con le contraddizioni che si riverberano dal caos complessivo.

Una domanda nasce da queste brevi considerazioni, osservando lo sviluppo dei movimenti, delle assemblee delle manifestazioni di queste settimane, il lungo elenco di reti e situazioni locali che vi partecipano, e riguarda la capacità di attraversare le diverse dimensione delle crisi che investono e trasformano i territori ed i corpi sociali. Certo una capacità complessiva, che nasce dalla condivisione e messa a confronto delle pratiche, delle esperienze, degli strumenti e delle capacità di analisi, ma anche una capacità radicata nelle singole ‘situazioni locali’ dove soggettività nascono, crescono si evolvono nell’affrontare situazioni concrete. Una capacità in evoluzione che nasce dalla condivisione esperienze, conoscenze e pratiche organizzative.

Quali i soggetti del conflitto?

Quando parliamo di trasformazione, ci riferiamo anche alla stabilità alla possibilità di definire un soggetto che si trasforma. Se la GKN si è ben definita, attraverso pratiche e relazioni sempre più ricche e articolate, se esite una molteplicità di reti e organizzazioni più o meno recenti o storicamente fondate come i sindacati, la dimensione territoriale è quella più fluida, ben definita forse per le singole reti od organizzazioni, molto meno se presa nel complesso della sua composizione sociale, nella definizione dei suoi confini; eppure è una dimensione che si impone, sia che si tratti delle aree metropolitane o di aree storicamente, economicamente o territorialmente identificabili. Le forme del conflitto hanno bisogno di confini, sono il prodotto di confini strutturali, li vanno poi anche a modificare in processi di unificazione, messa in relazione delle lotte e dei loro contenuti.  Sono dinamiche che ben consociamo, anche in negativo, quando il conflitto sociale non è in grado di rompere le forme del dominio e dello sfruttamento, l’isolamento dei soggetti sociali nella propria individuale condizione.

La dimensione dell’area metropolitana milanese -per fare riferimento all’area metropolitana forse più complessa- che investe nelle sue dinamiche un territorio addirittura sovraregionale -pensiamo solo all’organizzazione concentrica della logistica che deborda in Piemonte ed Emilia- produce una gerarchia di vertenze e terreni di conflitto estremamente articolata a cui corrisponde una articolazione di reti e soggetti, vertenze specifiche e generali, locali e globali. Possiamo altresì ragionare sulla Valle del Sacco, con il suo Sito di Interesse Nazionale, che nel suo perimento assomma una molteplicità di forme di contaminazione delle matrici ambientali prodotte da decenni di industrializzazione selvaggia, e oggi conosce una stagnazione del tessuto economico e produttivo, l’invasione speculativa di impianti fotovoltaici e la proliferazione di insediamenti logistici, in mancanza di una pianificazione territoriale basata sule esigenze delle popolazioni  ed il rispetto, anzi la valorizzazione dell’ambiente. Una condizione che poi si traduce nelle dinamiche demografiche, con l’emigrazione delle nuove generazioni scolarizzate, fenomeno che conoscano vaste aree più o meno marginali e intere regioni del nostro paese.  Questo territorio a cavallo dell’area metropolitana di Roma e della provincia di Frosinone vede oi l’espansione delle filiere di produzione bellica già presenti da decenni.

Se questa è la realtà una lotta contro lo sviluppo della filiera bellica, per la sua riconversione verso una strategia industriale di pace non può che legarsi al complesso delle contraddizioni, dei bisogni delle progettualità che nascono nella sua realtà complessiva.

Potremmo dire semplificando ma non troppo, che ogni territorio che si ritrovi in una sua definizione strutturale, entro processi storici, sociali, culturali e politici, possa ambire a diventare una sorta di GKN, accumulando conoscenza e capacità di lotta e di organizzazione o meglio prenda ed esempi la GKN legando la lotta per la propria emancipazione ad un progetto di autodeterminazione opposte alle tendenze dominanti. Non c’è piattaforma rivendicativa di territori che non sia un progetto di transizione, proprio per le dinamiche dominanti a cui tutti siamo soggetti. Una progettualità che individui passaggi concreti e si misuri perso con quella instabilità da cui siamo partiti. Del resto è quella processualità che le lotte sociali, le lotte dei lavoratori hanno praticato, conosciuto e organizzato nei momenti più alti del conflitto praticato nel nostro paese.

NO KINGS simbolo e complessità.

Oggi si riassume nella sigla NO KINGS la lotta contro le forme che assume la transizione capitalistica nel nostro ed altri paesi, in tutte le sue forme, da quella autoritaria delle forme di governo sempre più autocratica, a quella neofeudale degli oligopoli della tecnologia e della finanza, alla concentrazione della ricchezza e alla crescita delle diseguaglianze, sino al dilagare della guerra e dei processi di armamento e di militarizzazione delle società e del controllo sociale.

Una sigla che riassume una realtà complessa, che nello sviluppo molteplice come reti, movimenti e manifestazioni sta crescendo nel nostro paese. Una complessità organizzativa, politica e soggettiva che deve attraversare la complessità della società, delle trasformazioni da cui nasce. Ogni pretesa egemonica e o di chiusura organizzativa è destinata ad uccidere le forme conflittuali che si riconoscono in ciò a cui quella sigla allude. La forza delle sintesi simbolica e la ricchezza delle pratiche, del suo patrimonio conoscitivo condiviso che questa sintesi aggrega, si sta espandendo in queste settimane ed in questi giorni.

Dalle reti al tessuto.

Come è stato detto la dinamica delle reti, dei nodi che si connettono e cooperano deve produrre un tessuto sociale conflittuale permanente in grado di ricreare le proprie forme organizzative, di far maturare le contraddizioni ed i limiti delle forme organizzative esistenti, qualunque sia la sigla a cui si riferiscono.

Roberto Rosso

  1. https://www.produzionidalbasso.com/project/sostieni-il-festival-di-letteratura-working-class-1/  https://edizionialegre.it/notizie/festival-di-letteratura-working-class-2025-il-programma/ []
  2. in particolare i dati sull’occupazione ignorando la percentuale della popolazione attiva, la precarietà del lavoro a tempo determinato ed il lavoro povero[]
Crisi Climatica, guerra, instabilità, Intelligenza artificiale, territorio
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