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L’autunno di un patriarca

di Giancarlo
Scotoni

Mercoledì scorso Alessandro ha pubblicato “La cupola di vetro: capitalismo, patriarcato e riscatto della mascolinità mutilata”. Non pretendo nè di entrare nel merito della sua esposizione come sempre analitica  e ricca di spunti e nemmeno di esplicitare una posizione personale compiuta. Me ne manca il fiato (di lavoro, di studio, di sistematicità) e i presupposti, che -come spero riuscirò a spiegare poi- non sono di facile reperibilità. Però non vorrei nemmeno mancare di intervenire sulla pubblicazione del suo saggio: mi sembrerebbe di mancare di reciprocità e mancare anche di coraggio, sottraendomi ai compagni,  certo, ma -inutile dirlo- soprattutto alle compagne che in transform da anni fanno battaglia politica. E’ propria dell’esperienza di lotta femminista la valorizzazione del tessuto esistenziale, del partire da sè, sebbene non tutti i sè siano uguali. Vorrei dunque delineare i riflessi di una particolare esperienza di percorso come spezzoni di contributo, prosciugandoli però dall’anedottica personale se non per qualche accenno.

Per farla breve, assieme a molti mi sono trovato dal lato sbagliato della barricata, ma non semplicemente perché fossimo nati appartenendo a un genere che fonda e distribuisce oppressione e patriarcato: come parecchi, credo, la barricata me la son vista costruire accanto, attorno e contro. Talvolta è stato persino difficile vederla e spesso mi sono stupito di essere dalla parte del torto. Talvolta lo ho negato o mi sono opposto supponendo che le buone intenzioni potessero essere un efficace moneta di scambio nel conflitto.

Sia detto, pur senza credere molto nè nell’efficacia nè nella praticabilità dell’autocritica, solo per riconoscimento della plausibilità e della forza delle ragioni avverse.

D’altra parte la storia è abbastanza ricca di esempi di membri rinnegati della classe dominante che si schierarono con gli oppressi. A partire dal vecchio Federico con le sue fabbriche (e nel cui caso, sono convinto, solo i meschini spiegano alcune sue fallacie teoriche con l’origine di classe). Negli anni della mia giovinezza in cui da un lato era fortemente rimpianto il ricordo del partito come partito degli operai e dei contadini e dall’altro il nuovo soggetto ipotizzato prendeva altre fattezze e prerogative, il mio percorso verso la classe si costruì attorno a quali fossero le discriminanti di un’azione politica di classe, quali i piani di giudizio, quali i contorni di una morale rivoluzionaria, e queste questioni mi apparvero presto come frutto di una serie di contraddizioni, frutto di una dialettica materiale che era possibile inseguire (ma fino a un certo punto, nella mia consapevolezza un punto piuttosto limitato) nella loro evoluzione, nel cristallizzarsi e frantumarsi delle esperienze storiche. Ma la necessità di diventare un rinnegato si imponeva non solo sul piano morale ma su quello esistenziale e rivoluzionario.

Il carattere concreto di questa dialettica trovava i suoi soggetti in persone, corpi, storie, lotte e i residui delle lotte, dei loro successi e dei loro fallimenti (sebbene, purtroppo e comprensibilmente i secondi pesassero più dei primi), sia sul piano storico che teorico. E sotto o sopra  -o forse a fianco- il conflitto psichico, il mondo della soggettività interiore. Ed è buffo che questa zona così poco esplorata e partecipata sia quella che mi sembra mi abbia inflitto le sofferenze più acute e meno componibili. E non tanto la sofferenza del non comprendere, di essere terreno e oggetto dell’azione di forze che si presentavano aliene; ma anche quella del possedere pochi strumenti di interpretazione e di intezione. Strumenti che certo potevano provenire solo da un’esperienza collettiva.

Questa attenzione, talvolta preponderante, ai temi delle relazioni sociali (produttive e riproduttive) è stata –ritengo- una delle caratteristiche del movimento degli anni settanta e una delle basi costitutive dell’alterità antagonista che lo ha in parte caratterizzato e che costituisce una eredità così difficile da esigere. In questi giorni un numero fantasmatico ma davvero ridotto di “giovani incappucciati” legittima allarmi apocalittici e appelli all’unità nazionale. Si tratta di reazioni isteriche che sono il sintomo di una generale negazione dell’avversario, della sua alterità. Questa negazione, tra l’altro, rivela quanto la costituzione reale si sia allontanata dalla Costituzione del 1948 che si basava sul riconoscimento dell’esistenza delle spinte antagonistiche presenti nella società. Una negazione esiziale per la tenuta profonda dell’architettura istituzionale della Repubblica e per l’intelligenza della classe politica (di cui però si può anche non avere nostalgia). Una negazione soprattutto che genera un accumulo di tensioni e contraddizioni che conducono all’identificazione di un sè civile e sociale contrapposto in termini belligeranti a un nemico. Qualcosa che produce una aggressività astratta e produce vittime. Qualcosa che porta dritti all’indifferenza per il riscaldamento globale, al riarmo e a Gaza, cioè alle catastrofi umanitarie e alla divisione internazionale dell’orrore.

Il paradosso irresolvibile sta nel fatto che il carattere irresolvibile del conflitto rappresenta per il capitale una condizione generativa: non può rinunciarvi, agisce per eliminarlo e finisce con il riprodurlo in forme che possiamo definire più avanzate se a questo termine togliamo ogni finalismo positivo. Io resto convinto, infatti, che la dimensione dello sviluppo, della crisi e della guerra stiano lì, nelle pieghe della storia di una lotta di classe che per essere invisibile non per questo smette di agire.

E dopo questo torno all’argomento dell’ultimo lavoro di Alessandro e cioè al contributo di conflitto che le femministe hanno portato quanto alla vita concreta di tanti e tante e quanto alla ridefinizione dell’agire politico. La portata generale di questa marea è evidente, tanto quanto l’irriducibilità del suo soggetto e lo sono anche gli elementi generativi che esso ha introdotto, molto dolorosamente per quanto riguarda la miseria del narcisismo maschile, e senza i quali la dimensione della biopolitica e della psicopolitica ci resterebbero impossibili da focalizzare. Ne ho tratto la convinzione che il percorso del femminismo sia costitutivo alla qualificazione degli altri piani di conflitto.

Mi piacerebbe dunque dichiararmi un rinnegato di genere, e ancor più un sabotatore se non un rivoluzionario. Anch’io, come molti, ho saggiato alcuni percorsi in quel senso e ne ho tratto che anche l’intenzionalità va sottoposta alla critica e non solo perché è anch’essa un percorso dialettico: mi sembra esistere, ad esempio, un’ansia (che mi viene da definire maschile perché si è presentata a me, alla mia storicità di maschio) che quando non si esprime in disciplinamento emancipatorio e assimilazione del diverso si manifesta come tentativo di possesso di identità irraggiungibili: le identità altrui –certo- ma anche una identità propria. Il problema, mi è sembrato di capire, sta nella irrealizzabilità del concetto di identità personale dove invece la reale dimensione sociale ci restituisce la pienezza di un noi stessi fatto di concrete caratteristiche e concrete potenzialità, strettamente individuali e sottoposte ai limiti dell’esistenza: un insieme vitale che viene reso possibile e sostanziato da una relazione collettiva (sociale) reciproca che emerge soprattutto nelle lotte e che è fatta di qualcosa che, se assumesse in sè il termine di amore, farebbe giustizia di sentimentalismi e proiezioni narcisistiche per indirizzarsi  verso quello che Lacan definiva il Godimento Altro. E’, per certi versi, la dimensione matura dell’uguaglianza che incontra la concretezza storica e ci precisa i limiti e l’imbroglio dell’uguaglianza astratta (borghese) basata sull’equivalenza del denaro.

Nel rimandare a altre occasioni il confronto, ritengo insomma che il movimento femminista sia indispensabile e possegga un carattere costituente nel processo di liberazione umana, a partire dal disvelamento concreto e dalla lotta contro i processi che hanno sussunto i generi alla riproduzione del dominio. E qui voglio ringraziare ancora Alessandro per la semplicità a cui si è affidato nel ringraziare le compagne attive in transform-italia.it perché concordo nel ritenere indispensabile che la loro parte sia decisiva per quella che con altro, improprio, linguaggio avremmo definito direzione politica.

Abbiamo da perdere solo le nostre catene: definirle attraverso la conflittualità, affrontare i compiti organizzativi nel loro significato più ampio significa tornare a attingere all’utopia concreta della liberazione.

Giancarlo Scotoni

 

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1 Commento. Nuovo commento

  • Alessandro Scassellati
    29/07/2026 16:56

    Caro Giancarlo, ti ringrazio per aver raccolto la sfida del “partire da sé”. Rompere l’afasia e posizionarsi nel conflitto, anche ammettendo di essersi trovati “dal lato sbagliato della barricata”, è l’unico atto di onestà intellettuale possibile per un uomo oggi.
    Hai perfettamente ragione nel diffidare delle buone intenzioni come moneta di scambio. Il patriarcato non si smantella con la benevolenza individuale, ma con una critica spietata ai dispositivi materiali e biopolitici che riproducono il nostro privilegio di casta.
    Condivido profondamente il tuo richiamo storico. Come gli intellettuali borghesi dovevano farsi rinnegati di classe per sposare la causa operaia, oggi noi dobbiamo farci rinnegati di genere. Il “sabotaggio educativo” e relazionale è un dovere non solo morale, ma strettamente esistenziale e rivoluzionario.
    Il tuo richiamo a Lacan centra il problema. L’ansia maschile di possedere un’identità rigida e performativa è una gabbia capitalista. Solo liberandoci dalla logica proprietaria ed egoistica possiamo approdare a una vera dimensione collettiva della relazione.
    Concordo pienamente sulla decisionalità politica delle compagne. Il percorso femminista non è un elemento secondario o un “aiuto”, ma la chiave di volta indispensabile per qualificare e rifondare qualsiasi altro piano di conflitto e di liberazione umana.
    Grazie per aver raccolto la mia provocazione. Alessandro

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