La crisi dell’uomo contemporaneo non è una colpa individuale, ma il risultato di due forze combinate: le vecchie regole del patriarcato e le pressioni del capitalismo moderno. Oggi la società spinge gli uomini all’isolamento emotivo e all’ansia da prestazione, trasformando un problema sociale in una sofferenza personale. Questo testo propone una soluzione politica comune (co-liberazione) in cui il femminismo non è una punizione per gli uomini, ma uno strumento di emancipazione anche per loro. Rinunciare ai privilegi di genere è l’unico modo che gli uomini hanno per ritrovare il proprio benessere emotivo e liberarsi da modelli soffocanti. La proposta si basa su quattro punti concreti: 1. superare l’obbligo per l’uomo di essere l’unica fonte di reddito della famiglia (breadwinner); 2. condividere il lavoro di cura (casa, figli, anziani) a livello sociale e non solo privato; 3. curare la salute mentale affrontando le cause sociali del malessere, senza abusare dei farmaci; 4. liberare le relazioni e i desideri dal controllo delle grandi piattaforme digitali e dei social. L’obiettivo finale è superare la famiglia tradizionale per costruire relazioni umane più sane, libere e complete per tutti.
Premessa
Questa riflessione non pretende di collocarsi nello spazio neutro, oggettivo e distaccato dell’osservatore sociologico o del teorico puro. Scrivere di capitalismo, patriarcato e mascolinità mutilata impone un atto di onestà intellettuale: il rifiuto dell’onniscienza asettica1. Chi scrive si posiziona all’interno di questo conflitto non solo come analista, ma come soggetto parziale, cresciuto ed educato dentro i miti performativi, stoici e competitivi della virilità tradizionale.
Questa consapevolezza si inserisce nel solco tracciato dalla filosofa femminista Judith Butler, la quale spiega che il genere non è “soggettivo” o un interruttore che si aziona la mattina per scelta deliberata (volontarismo). Le persone sono profondamente plasmate da cultura, famiglia, religione e inconscio.
Personalmente ho avuto la fortuna di nascere e crescere in una famiglia borghese benestante che dava valore alle pratiche democratiche, all’apprendimento e all’apertura culturale, e che viveva in un quartiere “bene” di Roma, i Parioli. Mio padre Ubaldo (1924-2011) era un torinese figlio di un colonnello d’artiglieria a cavallo, Giovanni (1896-1981), che ha combattuto in tutte le guerre del primo mezzo ‘900 (ha avuto due medaglie d’argento e una di bronzo), incluse la campagna di Russia e la guerra civile di Spagna dove fu inviato come “volontario” dal governo fascista italiano. Dopo l’8 settembre venne deportato e fu internato dai tedeschi in campi di concentramento per ufficiali italiani in Polonia e Germania. Ubaldo era stato educato negli anni ’20 e ’30 del fascismo prevalentemente dalla sorella zitella (la zia Malisa) di sua madre (Sandra), profondamente monarchica, altoborghese e cattolica (il “cattolicesimo sociale” piemontese di Don Giovanni Bosco, delle “Dame di Carità di San Vincenzo” e dei viaggi da crocerossine coni malati nel “treno bianco” al santuario di Lourdes2), molto affettuosa e ansiosa, ad un culto dello studio scolastico e del rigore cattolico e del fascismo3. Maggiore di 4 fratelli, riuscì a evadere dalla realtà claustrofobica della sua famiglia per andare a studiare Lettere e Filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa tra il 1942 e il 1948 avendo come maestri figure del calibro di Delio Cantimori, Luigi Russo, Walter Maturi, Giorgio Pasquali e Cesare Luporini, mentre tra i suoi nove compagni di corso c’erano Giulio Bollati di St. Pierre (il suo amico del cuore), Alberto Tenenti, Dante Della Terza e Luigi Blasucci. Dopo l’8 settembre 1943 era stato partigiano nell’area del torinese e canavese, prima con i cattolici monarchici4 e poi dal luglio 1944 con i cattolici-comunisti del gruppo del filosofo Felice Balbo e del Partito della Sinistra Cristiana (che si sciolse nel dicembre 1945). Nel dopoguerra, tornato alla Scuola Normale, si era iscritto al PCI e dopo una borsa di studio a Parigi (1° ottobre 1947 – 31 luglio 1948)5, ha lavorato (1949-1951) come redattore della Casa Editrice Einaudi (fu anche eletto segretario della cellula del PCI nella casa editrice) e delle Edizioni Scientifiche Einaudi (poi casa editrice Boringhieri) fino alla sua espulsione dal partito per incompatibilità politico-ideologica6 e al conseguente licenziamento in tronco da entrambi gli incarichi da parte di Giulio Einaudi. Trasferitosi a Roma nel settembre 1951, nei decenni successivi è stato un intellettuale cattolico democratico, un ricercatore sociale e ha lavorato per espandere il welfare italiano (messa a sistema delle scuole per assistenti sociali, Ufficio ricerche dell’Ente Gestione Servizi Sociali Case per Lavoratori dell’INA-Casa, Programma speciale ASEM nel Mezzogiorno) e poi è stato fondatore, direttore e segretario generale della Fondazione G. Agnelli di Torino, nonché dirigente FIAT7. Era una figura complessa, un grande cervello, con un culto assoluto del pensiero razionale e una volontà quasi ossessiva (ha sempre lavorato 14-15 ore al giorno), ma totalmente incapace di manifestare il proprio affetto, i propri sentimenti e le proprie emozioni. Non ricordo che mi abbia mai detto: “ti voglio bene” e l’ho visto una volta sola dare un bacio a sua moglie.
Soprattutto, la mia traiettoria è stata profondamente segnata da mia madre, Sandra Faraggiana Scassellati (1925-1996). Nata orfana di padre, ultima di sei fratelli in una famiglia torinese capitanata da una madre severa ma autorevole, Sandra è stata una figura intellettuale e professionale di rottura, un’anticipazione vivente di quella “pedagogia della cura” che oggi cerco di teorizzare. Ginecologa montessoriana, formatasi nel 1954 alla Clinique Les Bluettes di Parigi sul parto indolore e sulla psicoprofilassi di Fernand Lamaze, ha speso la sua vita negli ospedali pubblici (prima al San Camillo, poi al Sant’Anna) facendo partorire migliaia di donne e, al tempo stesso, praticando attivamente la legge 194 per l’interruzione volontaria di gravidanza.
La sua non era una semplice professione, ma una militanza biopolitica quotidiana sul corpo delle donne e per la liberazione della loro fertilità. Eppure, la sua figura si scontrava con i limiti e le spietate asimmetrie del mercato e del matrimonio tradizionale. Con la sua attività professionale di successo assai impegnativa, mia madre ha dovuto farsi carico di un duplice pesante compito: da un lato sosteneva materialmente l’alto stile di vita della famiglia e permetteva a noi figli di crescere nell’agio dei Parioli; dall’altro, doveva operare come unico “ammortizzatore sociale” e affettivo della casa, gestendo da sola l’intero peso emotivo domestico durante i lunghi isolamenti di mio padre, dal 1966 in poi pendolare tra Roma e Torino e presente solo nei fine settimana.
In questo contesto, la sua stessa presenza – insieme a quella di mia sorella Giovanna, più grande di 5 anni, femminista della Seconda Ondata e poi anche lei ginecologa responsabile del reparto per la 194 al San Camillo per 23 anni – ha rappresentato il primo, radicale tentativo di “sabotaggio educativo” dentro le mura domestiche. Un tentativo faticoso di arginare l’afasia emotiva paterna e di offrirmi un alfabeto relazionale alternativo, le cui crepe e le cui luci hanno piantato in me i primi semi del lungo percorso per disimparare il “codice del branco”.
La fragilità e i limiti di questo sabotaggio domestico emersero brutalmente quando si trattò di scegliere il mio percorso formativo. La decisione sul mio futuro scolastico venne interamente presa e imposta da mio padre che voleva evitare la mia politicizzazione a sinistra e applicò quel principio di autorità e di rigore stoico in cui era stato educato, indifferente alle pratiche democratiche e montessoriane che mia madre difendeva. Vissi così l’esperienza per me traumatica di essere “deportato” da una scuola media pubblica (Torquato Tasso) molto progressista e con una classe mista, ad un liceo cattolico (Villa Flaminia) con una classe di soli maschi nel 1970. Ho fatto questa esperienza negli stessi anni e vivendo in un’atmosfera relazionale assai simile a quella descritta nel libro di Edoardo Albinati, La scuola cattolica (Rizzoli, Milano 2017), che ha ricostruito l’ambiente claustrofobico, repressivo e potenzialmente violento dei licei maschili cattolici della “Roma bene” degli anni ’70. Dopo una laurea in Scienze Politiche alla LUISS, sono riuscito ad evadere dall’ambiente sonnolento romano grazie ad una borsa Fulbright per studiare antropologia culturale al Graduate Center della City University di New York. Dopo aver ottenuto un Ph.D sono tornato in Italia e ho sempre lavorato (con partita Iva) come ricercatore sociale sui temi dello sviluppo locale, collaborando anche con Aldo Bonomi e Giuseppe De Rita.
Le tesi qui avanzate non nascono da formule astratte, ma dalle crepe del mio stesso vissuto: dal tentativo quotidiano, faticoso e non lineare di disimparare il codice del branco, di riconoscere la mia analfabetizzazione emotiva e di fare i conti con la paura strutturale del crollo, del rifiuto e della perdita di controllo che il patriarcato instilla nei maschi fin dalla prima infanzia. In questo sono stato aiutato dalla compagna di una vita, Ida, sempre incalzante nella richiesta di una mia apertura emotiva e di un rapporto realmente paritario. Anche dalla pratica di genitore di Giovanni, che ha preso il testimone ed è stato capace di andare oltre nel processo di liberazione dal giogo del patriarcato.
La “sicumera” analitica di alcune proposte politiche presentate in questo testo non vuole essere un’imposizione tecnocratica calata dall’alto, ma è il tentativo disperato di aggredire le gabbie materiali che intrappolano i corpi. In queste pagine c’è l’ansia e la consapevolezza che, di fronte a un disastro di sistema, serve prima di tutto un’analisi di sistema e la ricerca di possibili vie di salvezza. Sono consapevole che non si tratta di una missione facile.
Questo testo è uno strumento aperto e in divenire. So bene che la teoria non può sostituire i percorsi collettivi in cui ci si guarda dentro insieme. Riconosco anche che rinunciare al privilegio maschile non è un calcolo di convenienza, ma un lutto profondo della propria identità da attraversare insieme ad altri. Parlo a partire da questa ferita, con l’obiettivo di liberarci insieme. Togliere l’armatura dell’invulnerabilità è l’inizio del nostro riscatto relazionale e politico.
- La violenza non è uno sfogo: è un codice di potere
L’attuale dibattito sulla condizione maschile si muove lungo una faglia profonda, oscillando tra l’analisi sbrigativa della cosiddetta “mascolinità tossica” e la constatazione di un diffuso stato di sofferenza psichica che colpisce gli uomini in particolare all’interno delle società occidentali, ma anche altrove.
Dobbiamo però rifiutare un’idea sbagliata: la violenza di genere non è una “tazza piena d’acqua che trabocca” a causa dello stress accumulato. La violenza degli uomini non è un raptus biologico o una perdita di controllo dovuta alla pressione. È, al contrario, una valvola di sfogo programmata: un preciso codice politico che l’uomo attiva deliberatamente in casa perché, storicamente, il patriarcato gli garantisce l’impunità tra le mura domestiche8.
Questo problema non è una semplice malattia del singolo o una colpa di natura biologica. La solitudine dei giovani e degli adulti è il sintomo di un’alleanza micidiale tra le regole del patriarcato e i meccanismi del capitalismo avanzato. Questo intreccio schiaccia le vite delle persone e ne modifica la psicologia, definendo i confini del conflitto politico contemporaneo. Il dibattito attuale è bloccato tra la destra, che usa il malessere degli uomini per difendere il vecchio potere, e una sinistra moderata, che non sa unire i problemi di genere con quelli economici e lavorativi.
I dati sulla salute dei cittadini confermano chiaramente questo grave problema. Il Mental State of the World Report 2024 di Sapien Labs mostra che i Paesi capitalisti più ricchi hanno i risultati peggiori sulla salute mentale. L’infelicità non nasce dalla miseria, ma da uno stile di vita che trasforma tutto in una merce. In Italia ci sono circa 6 milioni di persone che soffrono di disturbi mentali, soprattutto giovani precari tra i 18 e i 34 anni, che vivono nell’incertezza economica continua. Per difendersi dallo stress, le persone abusano di psicofarmaci, droghe o cadono in dipendenze come il gioco d’azzardo, la pornografia e lo smartphone. Oggi tutto è diventato una merce, persino il nostro corpo e la nostra vita online. Grandi aziende controllano la natura e l’essere umano per fare profitto, minacciando il futuro della nostra società, aprendo un inquietante futuro “transumanista” o “postumanista”. Lo sfruttamento del capitalismo neoliberista ha superato i confini del tempo di lavoro per iscriversi dentro la biochimica umana.
La storia dell’economia politica degli ultimi decenni è stata caratterizzata da una guerra di classe che il capitale ha vinto a mani basse. Nonostante la crisi del “socialismo realizzato” dopo il 1989-1991, le forze politico-culturali anticapitaliste cercano oggi nuove strategie per costruire una società comunitaria votata ai “beni comuni”, alla giustizia sociale e al benessere universale. L’obiettivo di questo testo è dimostrare che tale riscatto è impossibile senza l’abbattimento simultaneo dell’alleanza biopolitica tra profitto e patriarcato, l’unica via per contrastare le derive distruttive di una società improntata all’alienazione, all’individualismo sfrenato e alla nevrosi9.
L’incertezza, la precarietà socio-lavorativa e le disuguaglianze economiche creano una maggiore competizione sociale e divisioni. Queste a loro volta favoriscono la frammentazione delle relazioni sociali: l’aumento dell’ansia (paranoia, angoscia e depressione) individuale e collettiva, della solitudine (il «bowling alone», ossia il «giocare a bowling da soli» evidenziato da David Putnam10, della sensazione di catastrofe imminente e di un maggiore stress individuale (con lo stress cronico che innalza il cortisolo, che abbatte dopamina e testosterone contemporaneamente, e che danneggia la salute e riduce l’aspettativa di vita). Quindi, una maggiore incidenza di malattie mentali, disordini alimentari, insoddisfazione e risentimento che portano le persone ad utilizzare strategie di compensazione – uso ed abuso di antidepressivi, psicofarmaci, droghe, alcol e comportamenti di dipendenza come shopping compulsivo, gioco d’azzardo, pornografia, dipendenza da smartphone – che a loro volta generano ulteriore stress e ansia individuale e collettiva.
Non vi è simmetria nella privazione: se l’uomo sperimenta lo smembramento dell’assenza e dell’incapacità di esprimere a parole i propri sentimenti (afasia affettiva), la donna è costretta a farsi carico, da sola e continuamente, di tutto il peso emotivo e psicologico della famiglia. L’economia moderna usa le vecchie regole del potere maschile per bloccare le donne nei soliti ruoli tradizionali. Le donne subiscono una doppia morsa: da una parte il mercato pretende che siano sempre produttive per il profitto, dall’altra la società assorbe tutto il loro tempo libero esigendo che si facciano carico gratis del lavoro di cura familiare. Questo sistema danneggia entrambi in modo diverso: l’uomo si chiude in se stesso fingendosi forte, mentre la donna deve gestire da sola tutto lo stress della famiglia, perdendo la propria libertà.
- Anatomia dello smembramento
2.1. Lo smembramento psicologico e la monocultura della rabbia
La radice della “mascolinità tossica” affonda in quello che la pensatrice femminista bell hooks definisce una forma di “smembramento psicologico”11. L’educazione patriarcale impone ai maschi, fin dalla più tenera età, una recisione netta dei propri tessuti emotivi vulnerabili. La società insegna ai bambini, fin da piccoli, a nascondere e soffocare la propria fragilità e il bisogno di affetto. Sentimenti universali e costitutivi dell’esperienza umana — quali la tristezza, l’insicurezza, la solitudine e il bisogno biologico di rassicurazione e accudimento — vengono sistematicamente censurati. Agli uomini viene intimato, attraverso codici verbali e soprattutto dinamiche implicite e non verbali molto potenti, di escludere tali vissuti dallo spazio dell’esprimibile12.
Questo isolamento forzato genera una profonda autoalienazione: un distacco doloroso dalle proprie emozioni. In questo deserto emotivo, l’unica espressione emotiva che riceve una legittimazione sociale e di genere è la rabbia. Il patriarcato tollera e incentiva la collera poiché essa viene codificata come un indice di potenza, di controllo e di dominanza, a differenza della vulnerabilità che viene immediatamente sanzionata con il marchio dell’infamia e della femminilizzazione.
La mutilazione psichica del maschio può trovare il suo riscatto politico solo se incontra, lungo la faglia del conflitto, il percorso di emancipazione della donna dalla sua corrispondente prigione relazionale. Uomini e donne possono liberarsi solo insieme, capendo che l’obbligo maschile di fingersi forti e l’isolamento sociale delle donne dipendono dallo stesso sistema di potere. L’uscita dell’uomo dal deserto dell’analfabetismo emotivo deve convergere con il diritto della donna a disinvestire dall’obbligo del contenimento psicologico dell’altro. Spezzare la logica proprietaria significa, per l’uomo, accettare il lutto del dominio; per la donna, significa emanciparsi dalla spossante funzione di ammortizzatore sociale delle nevrosi capitalistiche, conquistando lo spazio per un’esistenza psichica non subordinata alla salvezza o alla cura del proprio oppressore.
È necessario chiarire con rigore scientifico e politico la natura di questo legame: le alterazioni neurobiologiche indotte dallo stress capitalista — come l’innalzamento cronico del cortisolo e i conseguenti crolli dopaminici — non costituiscono in alcun modo la causa neurochimica diretta o la giustificazione biologica della violenza di genere. Queste alterazioni descrivono unicamente lo stato di profonda vulnerabilità, reattività e spossatezza della psiche maschile schiacciata dal mercato. La scelta di canalizzare questa instabilità emotiva nella violenza domestica, nell’abuso o nel femminicidio non è un “raptus” ormonale, ma l’attivazione di un codice politico preesistente: l’ordine patriarcale offre all’uomo la casa come valvola di sfogo e territorio di impunità, orientando una sofferenza sistemica verso una feroce riaffermazione di dominio castale.
2.2. La burocratizzazione dell’infanzia: neurosviluppo, ADHD e imperativo performativo
Lo smembramento psicologico precoce trova oggi una sponda nella gestione sbrigativa e normata di disturbi del neurosviluppo come l’ADHD. Senza disconoscere la reale sofferenza neurobiologica del bambino e il carico che grava sulle famiglie, come evidenziato da analisi recenti13, occorre denunciare come l’iperattività motoria e la disattenzione vengano ridotte a mero difetto biologico individuale per giustificare la via rapida ed efficientista della sedazione chimica (il business del metilfenidato). Invece di interrogarsi sui ritmi nevrotici e iper-performativi imposti dalla scuola e dai dispositivi digitali, il sistema normalizza il sintomo per conto del mercato. L’iperattività va così sottratta alla sola lente psichiatrica per essere letta come una disperata risposta vitale e una “lotta partigiana” inconscia del corpo infantile, che si ribella a un ambiente relazionale e spaziale incapace di accoglierne i bisogni biologici di movimento, espressione e cura.
2.3. Il circuito della violenza come linguaggio sostitutivo
Quando l’ordine patriarcale percepisce una minaccia alla propria egemonia, la violenza emerge non come un cortocircuito emotivo, ma come un preciso codice politico di ripristino del potere14. La letteratura femminista demistifica radicalmente ogni lettura clinica che tenta di interpretare l’atto violento maschile come un “pianto surrogato” o una reazione disperata all’impotenza. I proiettili, i pugni e gli abusi non sono “lacrime”: sono strumenti di coercizione e di esercizio della sovranità patriarcale15.
Questa chiave di lettura rifiuta categoricamente qualsiasi sociologismo assolutorio o psicologizzazione del carnefice. Gli uomini stuprano, abusano e uccidono perché l’ordine strutturale del patriarcato assegna loro un atavico senso di proprietà, controllo e impunità sui corpi delle donne e delle persone che non rientrano nei classici ruoli maschio/femmina (comunità LGBTQIA+). Interpretare il femminicidio o la violenza domestica come l’esito di un’oppressione economica o di un’ansia da prestazione maschile occulta la realtà: la violenza di genere è un’azione intenzionale di riaffermazione di una gerarchia di casta. Sono scelte deliberate degli uomini per mantenere il controllo e il potere sulle donne. La cosiddetta “sindrome del travaso della rabbia” all’interno delle mura domestiche non è un’esplosione incontrollata dovuta allo stress del mercato, ma la scelta deliberata e politica di colpire i soggetti storicamente subalterni (la partner, i figli, gli animali domestici) per ripristinare, nello spazio privato, quel dominio materiale e relazionale che il capitale minaccia nello spazio pubblico.
- L’economia politica del sentimento
3.1. Il sistema del “capitalismo avvoltoio” e la reificazione affettiva
Le dinamiche descritte non si sviluppano in un vuoto storico, ma sono alimentate e accelerate dal sistema economico dominante. Oggi viviamo in un sistema di “capitalismo avvoltoio” (il cosiddetto “vulture capitalism”). Questa formula descrive l’economia finanziaria attuale, che è fortemente distruttiva, rapace e basata sulla speculazione16. L’economia di oggi non sfrutta solo il nostro tempo sul posto di lavoro. Vuole controllare anche i nostri sentimenti e la nostra vita privata, obbligandoci a gestire noi stessi come se fossimo un’azienda17.
È fondamentale evitare un cortocircuito analitico: denunciare la pornografia di massa come dispositivo di cattura monopolistica e alienazione dopaminica non significa assimilare i soggetti che vi operano a ingranaggi passivi o complici del sistema. Esattamente come la critica al lavoro salariato non criminalizza il lavoratore della fabbrica fordista ma ne rivendica l’autonomia, così la critica alla mercificazione affettiva digitale deve scindere la violenza dell’infrastruttura estrattiva dall’agentività delle sex workers e dei creators. La loro non è sottomissione passiva, ma una complessa strategia di sopravvivenza e, talvolta, di appropriazione consapevole di spazi di reddito e autodeterminazione dentro le crepe del mercato capitalista.
3.2. La “colonizzazione manageriale del sé”: l’asservimento neurobiologico della mente
La “colonizzazione manageriale del sé” non è solo un costrutto sociologico, ma un processo neurobiologico18. La scuola psicologica sovietica (Vygotskij, Leontiev, Luria) ha dimostrato che la nostra mente e il nostro cervello vengono influenzati e trasformati dal contesto sociale e dai ritmi stressanti del lavoro e della massimizzazione del profitto19. Questa tesi trova d’accordo le neuroscienze italiane contemporanee: Michela Mattioli (CNR/Lincei) conferma che la mente si plasma in base alla qualità delle relazioni e del contesto sociale20. Il capitalismo, tuttavia, opera una depoliticizzazione del disagio: riduce la sofferenza ontologica a mero squilibrio chimico cerebrale e offre palliativi adattivi (yoga, mindfulness) o terapie farmacologiche al solo scopo di garantire un rapido ritorno del soggetto alla produttività del mercato.
3.3. Intersezionalità della crisi: l’erosione del modello breadwinner lungo le linee di classe e razza
In questo contesto, l’imperativo della produttività, della competizione perpetua e del successo economico si sovrappone perfettamente al mandato patriarcale della performance maschile. L’uomo non è solo un maschio che deve dimostrare virilità, ma è un agente economico che deve performare sul mercato. Quando le condizioni materiali peggiorano — come con l’erosione dei salari, la precarietà strutturale e la perdita di tutele sociali che caratterizzano l’Italia e l’Occidente contemporaneo — la capacità dell’uomo di adempiere al ruolo tradizionale di “breadwinner” (colui che garantisce il sostentamento) crolla verticalmente.
D’altra parte, il “breadwinner” è in crisi e frustrato non solo per le dinamiche capitalistiche, ma perché un sempre maggior numero di donne si sono via via autonomizzate e non hanno più bisogno di questa figura maschile. E ridisegnare relazioni di genere a partire dalla fine di un bisogno e, dunque, ridisegnare nuove relazioni di potere è una questione radicale, per entrambi. Se viene meno o si attenua il potere di controllo esercitato sui corpi delle donne è perché le donne il corpo se lo sono ripreso, pensiamo prima di tutto al controllo della fertilità e alla fine dell’essere ostaggio sotto questo profilo. Non è un caso che continui a essere un terreno di lotta politica della destra che cerca di alimentare la questione del potere tra i generi e del contendere attorno a questo potere dentro le relazioni concrete nelle loro dimensioni quotidiane su cui la soggettività delle donne ha lavorato.
Il capitalismo contemporaneo estrae valore colonizzando l’intera sfera emotiva e psichica degli individui attraverso una “colonizzazione manageriale del sé”. Sebbene il patriarcato sia storicamente antecedente al modo di produzione capitalista, capitalismo e patriarcato si sono uniti: il mercato sfrutta le disuguaglianze tra uomo e donna per produrre ancora più profitto. Pertanto, i due sistemi non sono binari paralleli co-dipendenti, ma un unico apparato co-evolutivo. Non esiste una lotta più importante dell’altra. Attaccare il profitto economico significa indebolire anche il patriarcato, e viceversa.
È fondamentale applicare una lente intersezionale a questo processo: la “colonizzazione manageriale del sé” non si dispiega in modo uniforme lungo la piramide sociale. Se nelle classi medie e nei “colletti bianchi” essa assume le forme dell’ansia da prestazione e del burnout da sovra-ottimizzazione cognitiva, nelle periferie sociali e per i lavoratori immigrati e precari si manifesta come una brutale amputazione dei diritti biologici e materiali. Per questi soggetti subalterni, la sottomissione ai ritmi del profitto non passa da sofisticati protocolli di autolimitazione dello stress, ma dalla violenza di un ricatto occupazionale che riduce il corpo a mero ingranaggio fungibile, privandolo persino del tempo necessario per coltivare legami affettivi minimi e condannandolo a una solitudine ancora più radicale.
Il capitale non ha semplicemente “colonizzato” la gerarchia di genere: ha stipulato un’alleanza simbiotica con essa. Nelle periferie sociali e tra i lavoratori precarizzati o migranti, questa doppia oppressione agisce con ferocia biopolitica. La perdita del ruolo di sussistenza (breadwinner) non “causa” la violenza per via di un trauma psicologico maschile; piuttosto, svela la natura nuda del dominio patriarcale, spingendo l’uomo a ricorrere alla violenza fisica immediata quando i dispositivi economici di controllo familiare non sono più sufficienti.
| Dimensione identitaria | Mandato patriarcale tradizionale | Imperativo capitalista avanzato | Risultato della crisi sistemica |
| Emotiva | Repressione della vulnerabilità, ammissibilità della sola rabbia | Autogestione manageriale dello stress, pragmatismo cinico | Depressione mascherata, esplosioni di violenza proprietaria e punitiva |
| Relazionale | Controllo gerarchico sul nucleo familiare e sociale | Utilizzo strumentale delle relazioni come capitale sociale | Solitudine cronica, incapacità di condivisione profonda |
| Materiale | Protezione economica e dominio materiale | Produttività incessante, accumulazione, competizione | Senso di fallimento, alienazione dal lavoro e dal sé |
3.4. L’atomizzazione sociale e la produzione della solitudine cronica
La precarietà economica e lo smantellamento dei corpi intermedi (sindacati, partiti di massa, spazi di socialità comunitaria) privano gli uomini di reti di supporto concrete. Il risultato è una frammentazione atomistica che colpisce in modo differenziato ma parimenti severo le diverse coorti anagrafiche. Da un lato, i giovani uomini sperimentano l’impossibilità di progettare il futuro, rifugiandosi spesso nelle camere dell’eco digitali; dall’altro, gli uomini che si avvicinano alla vecchiaia affrontano l’obsolescenza professionale e l’isolamento affettivo.
La totale assenza di figure di riferimento con cui confidarsi per segnalare i propri livelli di angoscia trasforma la sofferenza di classe e di esclusione sociale in un’esperienza solitaria. Il capitalismo in fase avanzata distrugge la solidarietà, lasciando l’individuo solo di fronte al proprio fallimento percepito. Non potendo dirigere la critica verso il sistema economico, che appare astratto e immodificabile, il soggetto interiorizza la colpa sotto forma di depressione o la proietta verso l’esterno attraverso il risentimento identitario.
- La fabbrica del risentimento
4.1. La psicologia della proiezione: odio di sé, xenofobia e misoginia reazionaria
La destrutturazione psichica operata dal capitalismo e dal patriarcato costituisce il terreno di coltura ideale per le forze politiche reazionarie e di estrema destra. Il meccanismo psicologico fondamentale che muove queste formazioni è la proiezione dell’odio verso sé stessi. L’uomo che sperimenta un’indicibile vergogna per la propria inadeguatezza materiale ed emotiva trova sollievo nel deviare questo sentimento autodistruttivo verso bersagli esterni deboli prefissati: il migrante, la donna emancipata, le minoranze sessuali, le persone con disabilità.
Non vi è alcuna necessità logica di inventare narrazioni disprezzative o complottiste contro intere categorie di persone se si possiede una sana e solida opinione di sé. La xenofobia, il razzismo, l’omofobia e la misoginia non sono dunque semplici posizioni ideologiche teoriche, ma risposte compensative a una devastante insicurezza profonda. L’odio verso il migrante diventa lo specchio deformante di un io frammentato che cerca disperatamente un nemico visibile per non dover guardare il proprio vuoto interiore.
La filosofa femminista Judith Butler definisce il genere come un “fantasma”, un costrutto fantasmatico e un nemico immaginario creato dalla destra per aggregare e amplificare una moltitudine di paure moderne. Funziona come un capro espiatorio (simile al razzismo o all’antisemitismo) per distrarre le persone dalle reali minacce strutturali. Afferma che a distruggere la vita delle persone sono la devastazione ecologica, l’ipercapitalismo, la mercificazione totale e la perdita dei beni pubblici (casa, sanità, istruzione) che generano ansia, povertà e precarietà.
Crisi economica & mandato patriarcale
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Autoalienazione e vergogna
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Rimozione della vulnerabilità
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Proiezione politica reazionaria ──► Misoginia, razzismo, xenofobia, nazionalismo
4.2. Lo specchio deformante di classe: il cortocircuito del lavoratore precarizzato
Questo meccanismo proiettivo svela un tragico cortocircuito di classe e razza. Il lavoratore bianco precarizzato, schiacciato dal “sistema avvoltoio”, non riconosce nel lavoratore migrante un compagno di sfruttamento, bensì un concorrente sleale o una minaccia al proprio residuo mandato patriarcale di breadwinner. Il capitalismo avanzato specula cinicamente su questa frammentazione: frammenta l’identità di classe dei soggetti sfruttati attraverso la “linea del colore”, offrendo al maschio bianco autoalienato il surrogato psicologico della “supremazia razziale” come compensazione narcisistica alla sua reale miseria materiale. I grandi poteri dividono i lavoratori sfruttando il razzismo e facendo credere al lavoratore bianco di essere superiore all’immigrato, così da distrarlo dalla sua povertà e non fargli capire che subisce la stessa ingiustizia.
4.3. Il teatro della mascolinità iperbolica: manosfera, popolarità digitale e dispositivi di cattura
Figure politiche come Donald Trump e Pete Hegseth o Matteo Salvini e Roberto Vannacci possono essere analizzate come espressioni paradigmatiche di questo fenomeno. La loro proiezione pubblica si configura come un vero e proprio “reality show” della performatività virile, un teatro calcolato in cui viene costantemente recitato il ruolo dell’uomo forte, duro e inscalfibile21. Questi personaggi esibiscono uno stile di vita basato sulla dominanza assoluta, l’accumulazione di ricchezza, la mercificazione dei corpi e l’indurimento emotivo. Questa esibizione iperbolica risponde a una duplice funzione:
- compensazione personale: serve a fuggire da anni di verità rimosse e dall’angoscia dell’inadeguatezza;
- dispositivo di cattura del consenso: aggancia il malessere dei giovani uomini radicalizzati sul web, offrendo loro un’identità preconfezionata basata sulla dominanza e sul disprezzo del vulnerabile.
Per il giovane utente anestetizzato, il consumo di questi contenuti agisce come una scarica dopaminica vicaria. L’identità preconfezionata del “maschio alfa” compensa il vuoto interiore. La rabbia, unica emozione socialmente legittimata dal patriarcato per il maschio, viene canalizzata e organizzata online attraverso il “codice del branco”. I media conservatori e le piattaforme digitali costituiscono un’industria multimilionaria della distrazione di massa che capitalizza su questo “cocktail tossico” di orrore e volgarità, assecondando gli elementi più sordidi e sciovinisti per monetizzare l’attenzione e distrarre le masse dalle reali cause sistemiche della loro miseria materiale. La performatività reazionaria agisce così come un oppiaceo spirituale: deprime l’intelligenza critica, normalizza la discriminazione ed estingue la possibilità di un’autentica emancipazione.
- Verso una sinistra della cura
5.1. I limiti del progressismo liberale: l’errore del giudizio moralistico e individualizzante
Di fronte all’avanzata del risentimento maschile, la politica progressista e la sinistra occidentale si sono spesso rifugiate in una postura puramente giudicante e moralistica. Adottando la categoria di “mascolinità tossica” come un’accusa individualizzante o un difetto caratteriale da correggere, la sinistra ha finito per posizionare i singoli uomini esclusivamente come carnefici consapevoli o vettori di un virus ideologico. In questo modo, è stata ignorata la reale dimensione di sofferenza e alienazione che i soggetti proletari e sottoproletari esperiscono quotidianamente all’interno del mercato globale.
Questo approccio ha prodotto un effetto paradossale: ha spinto i soggetti maschi, spaventati dalla vergogna e dal giudizio, tra le braccia dell’estrema destra, la quale – seppur in modo fittizio e velenoso – offre loro un senso di appartenenza, di orgoglio e di valore comunitario. La critica al patriarcato promossa dalle forze progressiste è rimasta monca ogni qualvolta non ha saputo connettersi con una radicale critica al capitalismo, dimenticando che le distorsioni provocate da questo sistema colpiscono la vita emotiva e materiale di tutte le persone.
L’errore moralistico della sinistra si sovrappone pericolosamente al dispositivo ideologico del capitalismo stesso. Come teorizzato da Mark Fisher attraverso il concetto di “realismo capitalista”22, il sistema scarica sui singoli individui l’ansia e la depressione causate dall’instabilità economica, privatizzando il disagio. Limitandosi a giudicare, la sinistra ha tolto valore politico al malessere delle persone. Così facendo, ha impedito che la rabbia individuale si trasformasse in una protesta comune contro il sistema.
L’errore moralistico della sinistra occidentale è stato anche un errore di cecità intersezionale. Giudicare l’universo maschile come un blocco monolitico e indistinto di privilegiati significa ignorare che le coordinate della razza e della classe sociale ridisegnano completamente l’accesso al potere relazionale e materiale. Un giovane precario delle periferie o un lavoratore stagionale razzializzato non esperiscono il medesimo “privilegio” di un manager d’azienda. Schiacciarli sotto la medesima categoria astratta di oppressori significa non comprendere le gerarchie interne allo stesso genere maschile, perpetuando l’afasia politica della sinistra.
La rabbia e la fermezza del movimento femminista contro la violenza di genere non costituiscono affatto un errore, bensì l’unica risposta legittima e storicamente necessaria di fronte a un’emergenza di sangue (dalle “botte” agli stupri e ai femminicidi). L’errore moralistico appartiene, invece, a quella sinistra istituzionale e liberale che si è limitata a mutuare i linguaggi della decostruzione culturale per farne una colpevolizzazione individualizzante, utilizzata come paravento per nascondere la propria totale complicità con lo smantellamento dello Stato sociale e la precarizzazione del mercato del lavoro.
5.2. I confini del privilegio: i limiti del moralismo progressista di fronte alle gerarchie di genere
Per affrontare direttamente la crisi della condizione maschile, l’analisi progressista contemporanea dovrebbe muovere da una diagnosi al contempo strutturale e culturale: è necessario denunciare l’azione aggressiva di un capitalismo iper-corporativo, che sfrutta la solitudine atomizzata per monetizzare l’attenzione attraverso algoritmi predatori. Tuttavia, l’analisi deve evitare la trappola di un proibizionismo moralista che cancella l’autonomia dei soggetti e criminalizza il piacere o lo svago. Nei comparti del gioco e del sesso digitale, l’alleanza tra capitale e algoritmi agisce per indurre dipendenza e isolamento; la risposta non è il ricorso allo Stato penale — che spingerebbe questi fenomeni nell’ombra dell’illegalità deregolamentata — ma la costruzione di setting protetti e culture condivise. Occorre accrescere le possibilità di un controllo sociale sul gioco e supportare l’autodeterminazione di chi opera nelle piattaforme digitali, riconoscendo i creators come lavoratori dotati di diritti e agentività, e non come vittime passive del bisogno economico.
Quando le nuove generazioni si trovano isolate, in difficoltà finanziaria o in uno stato di deprivazione psicologica, l’industria della mascolinità regressiva — incarnata e personificata da una fitta rete di influencer della cosiddetta “manosfera” sui social media — interviene tempestivamente per capitalizzare quella specifica frustrazione, canalizzandola in colpevolizzazione sistematica verso le donne o le minoranze sociali. I contenuti della “manosfera” non offrono solo conforto alla solitudine, ma addestrano attivamente i ragazzi all’odio politico organizzato e alla supremazia di genere.
L’analisi permette di decodificare la “manosfera” non come una semplice sottocultura ideologica, bensì come un sistema di algoritmi studiato per catturare l’attenzione dei ragazzi sfruttando le loro reazioni chimiche ed emotive (come la rabbia). La “manosfera si inserisce esattamente nella faglia creata da uno stato di apatia, anedonia (incapacità di provare piacere o gioia), isolamento e depressione mascherata: offre contenuti iper-polarizzanti, intrisi di rabbia e shock, che sono gli unici stimoli capaci di attivare un sistema dopaminico spento23. Il senso di inadeguatezza biologica (incluso il declino del testosterone indotto dallo stress e dallo stile di vita) viene ridefinito come l’effetto del “ginocentrismo” e dell’emancipazione femminile. La colpa della propria solitudine non è dell’atomizzazione neoliberista (bowling alone), ma delle donne che opererebbero una selezione spietata basata su ipergamia e potere.
Isolamento & crisi dopaminica ─► Influencer regressivi ─► Colpevolizzazione delle donne
5.3. Il paradigma della co-liberazione: dall’alleanza passiva alla prassi rivoluzionaria
La risposta strategica della sinistra non può più passare attraverso la colpevolizzazione del singolo, ma deve proporre un modello alternativo di mascolinità radicalmente profemminista. Questo orientamento non va inteso come una “mascolinità benevola” di stampo paternalistico o protettivo — formula che riprodurrebbe la vecchia asimmetria del “cavaliere bianco” — ma come l’assunzione di una postura di alleanza intersezionale e di co-liberazione.
Gli uomini non sono chiamati a mettersi passivamente ‘al servizio’ di una lotta altrui, né a una sterile abiura morale di sé, bensì a riconoscere la priorità delle donne e delle soggettività marginalizzate nella direzione politica delle proprie lotte di autodeterminazione.
Disinvestire dal privilegio patriarcale non è un atto di rinuncia passiva, ma una scelta strategica di autoliberazione: significa smantellare l’impalcatura che garantisce all’uomo un dominio fittizio al prezzo della sua stessa alienazione emotiva ed economica. La forza maschile si converte così da strumento di oppressione in prassi rivoluzionaria, agendo in sinergia per l’abbattimento di quella gabbia strutturale che incatena entrambi i generi, seppur con asimmetrie e gradi di violenza incomparabili.
5.4. Un’ecologia della mascolinità: i quattro assi della transizione emotiva
Se la decostruzione ci dice cosa il maschio non deve più essere, una proposta politica radicale e costruttiva deve definire cosa l’uomo può diventare, offrendo un orizzonte di liberazione desiderabile e attivo. L’autonomia di riscatto della sfera emotiva maschile non è in contraddizione con l’alleanza femminista, ne è la diretta conseguenza. Nel momento in cui l’uomo rifiuta il mandato patriarcale del controllo, smette di essere il guardiano della propria prigione e rivendica il diritto politico all’interezza. Il ragionamento per una nuova ecologia della mascolinità può essere strutturato in quattro assi emotivi e relazionali:
- dalla “rinuncia” al “riscatto”, la liberazione dall’auto-mutilazione: il testo di bell hooks evidenzia come il patriarcato imponga ai maschi un’autentica mutilazione psichica. La prima leva costruttiva non è la colpa, ma il desiderio di interezza. Si dovrebbero costruire spazi politici e sociali in cui la tristezza, la paura, il dubbio e il bisogno di accudimento non siano marchiati come “femminilizzazione” o debolezza. Al tempo stesso, smantellare l’idea che la collera sia l’unico canale emotivo legittimo per dimostrare potenza. Agli uomini va offerto l’apprendimento di un alfabeto emotivo complesso, dove esprimere il dolore non si traduca automaticamente in violenza proiettiva o in depressione mascherata;
- dall’efficienza manageriale all’erotica della relazione: il “capitalismo avvoltoio” impone all’uomo la “colonizzazione manageriale del sé”, per cui anche le relazioni diventano capitale sociale da ottimizzare e la sessualità viene ridotta a performance dopaminica (alimentata dal porno di massa). Occorre sganciare l’immaginario sessuale maschile dal mandato del dominio e della penetrazione performativa. Educare a un’erotica basata sul consenso entusiasta, sulla reciprocità del piacere e sulla destrutturazione del “dover performare”24. Rompere il “codice del branco” patriarcale (basato sulla complicità goliardica, sul bullismo o sulla competizione). Promuovere tra uomini relazioni di reale fratellanza, confidenza intima e mutuo supporto emotivo, contrastando la solitudine cronica del bowling alone;
- la cura come potenza e autonomia (oltre il paternalismo): nel modello tradizionale, l’uomo protegge economicamente (breadwinner) o interviene come “cavaliere bianco” protettivo. La proposta costruttiva deve ridefinire la cura come pratica quotidiana e paritaria. La cura dei figli, dei corpi vulnerabili e dello spazio domestico non deve essere vissuta come un “aiuto concesso” alla partner, ma come un bisogno biologico ed emotivo dell’uomo stesso. Prendersi cura dell’altro è l’unico modo per guarire dal proprio analfabetismo relazionale. Riscattare i gesti della quotidianità (cucinare, pulire, accudire) come elementi di sovranità personale e di connessione con la materia biologica della vita, strappandoli alla logica dell’efficienza capitalista;
- la giustizia trasformativa come assunzione di responsabilità attiva: questo è il terreno emotivo più radicale per l’universo maschile. Occorre insegnare agli uomini a stare dentro il conflitto relazionale e la fine di una relazione senza attivare il codice proprietario della vendetta o della violenza punitiva. Invece di isolare il singolo che sbaglia o crolla nella nevrosi, creare comunità maschili capaci di esercitare una “vigilanza affettuosa” ma intransigente sui propri pari. I Centri di ascolto per uomini non devono essere cliniche di contenimento, ma palestre di assunzione del rischio relazionale.
In conclusione, la sinistra e il femminismo non devono solo chiedere agli uomini di “rinunciare a qualcosa”, ma devono mostrare che il patriarcato è un pessimo affare anche per i maschi. La rinuncia al privilegio di casta è il prezzo da pagare per ottenere qualcosa di infinitamente più prezioso: la fine della propria alienazione e l’accesso a una vita emotiva piena, degna e non mutilata.
Il nuovo desiderio maschile
| Dimensione | Dal mandato patriarcale/capitalista | Alla mascolinità liberata – proposta costruttiva |
| Identità | Performance, controllo, invulnerabilità, profitto | Interezza psichica, diritto al crollo, auto-ascolto |
| Relazione | Dominio, complicità di branco, reificazione dopaminica dell’erotica | Intimità profonda, fratellanza emotiva, vulnerabilità condivisa |
| Azione | Protezione economica estrinseca (breadwinner) | Cura intrinseca dei corpi, della terra e dei legami |
5.5. Pedagogia della cura, autocoscienza e la fabbrica primaria del sé sessuato
Per invertire la rotta e strutturare un’alternativa realmente emancipatoria, la politica progressista deve ripartire dalle radici dell’autocoscienza e dalla pedagogia della cura25. Questo processo, tuttavia, rischia di rimanere un’utopia tecnocratica se concepito come un’imposizione normativa calata dall’alto o come un mero protocollo terapeutico. La transizione richiede l’articolazione di due movimenti sinergici: la decostruzione del condizionamento infantile primario e la pratica politica della parola condivisa.
In questo dispositivo di riproduzione, le donne — e in particolare le madri, storicamente relegate al monopolio della sfera riproduttiva dalla divisione sessuale del lavoro — si trovano investite di una responsabilità politica drammatica e paradossale. Esse sono chiamate a operare una prassi di sabotaggio educativo cosciente, spezzando la catena transgenerazionale che riproduce proprio quel modello di maschio performativo e violento che si trovano a combattere nello spazio pubblico e privato. Questo non significa colpevolizzare il ruolo materno, internalizzando la colpa secondo i dettami del “realismo capitalista”, ma riconoscere che la cura genitoriale è un terreno di lotta biopolitica primario. Per cambiare le cose, le madri non dovrebbero esentare i figli maschi dalle faccende domestiche e di accudimento per proteggerli. Devono invece abituarli fin da piccoli a essere responsabili verso gli altri. Questo anche se in ultima analisi la destrutturazione dei miti della performance infantile può darsi solo come prassi collettiva e socializzata. Richiede una sinistra capace di rifondare i servizi prescolari, i consultori e gli spazi di socialità di quartiere, affinché la cura e la decostruzione del genere cessino di essere un carico privato e diventino una responsabilità politica comune di tutta la società.
I compiti fondamentali di una sinistra rinnovata, capace di coniugare la giustizia di classe con l’alleanza di genere, si articolano su tre livelli d’azione fondamentali:
- sradicare la fabbrica primaria del genere: chi non storicizza il proprio malessere è condannato a ripeterlo nei propri schemi nevrotici. Questa storicizzazione, tuttavia, non può limitarsi all’analisi dell’adulto inserito nel mercato del lavoro. Come dimostrato dall’opera fondamentale di Elena Giannini Belotti (“Dalla parte delle bambine”, Feltrinelli, Milano 1973), il condizionamento di genere e la conseguente mutilazione emotiva maschile non iniziano con la precarietà lavorativa, ma nei primissimi mesi di vita. Attraverso gesti inconsci, toni di voce differenziati durante l’allattamento, l’imposizione di giocattoli orientati al dominio e la censura precoce del pianto, la famiglia e le istituzioni prescolari fabbricano la corazza dell’invulnerabilità virile. Sradicare la mascolinità tossica significa intervenire su questa “fabbrica primaria”, destrutturando i miti della performance fin dalla primissima infanzia e restituendo ai bambini il diritto biologico alla vulnerabilità, all’accudimento e all’esplorazione emotiva fuori dal codice del branco;
- l’autocoscienza come prassi: il personale è politico, occorre spezzare l’indeterminatezza della rabbia generica fornendo agli uomini le parole per nominare la propria solitudine. Questo passaggio non può avvenire tramite una delega burocratica allo Stato, ma necessita della pratica dell’autocoscienza collettiva, mutuata dalla tradizione femminista. L’incontro, il confronto e la parola condivisa tra uomini fuori dalle logiche di prestazione e di complicità goliardica sono gli unici dispositivi capaci di scardinare il sistema simbolico della supremazia maschile. Disinvestire dal privilegio patriarcale non è un calcolo utilitaristico, ma una fatica psicologica che richiede l’elaborazione di un lutto identitario. I gruppi di autocoscienza giovanile non sono cliniche di contenimento, ma spazi di prefigurazione politica in cui il vissuto personale si fa rivendicazione strutturale;
- validare il desiderio di non auto-mutilarsi: esiste una quota crescente di uomini che manifesta il profondo desiderio di accedere a una sfera emotiva piena: giovani che rifiutano i codici della gerarchia di branco, lavoratori che cercano relazioni fraterne e padri che rivendicano la centralità della cura genitoriale. Questa domanda latente va sottratta all’isolamento privatistico e inserita in un progetto collettivo di liberazione. La sinistra deve comprendere che la piattaforma materiale ha senso solo se sposa questa rivoluzione della soggettività: il welfare serve a liberare il tempo e lo spazio dal ricatto del profitto, affinché la cura e l’autocoscienza cessino di essere un lusso per pochi intellettuali e diventino una pratica di massa.
5.6. La scuola pubblica come campo di battaglia biopolitico: oltre l’ora di educazione affettiva
Se la “fabbrica primaria” del genere si attiva nei primissimi mesi di vita attraverso i condizionamenti familiari e prescolari, è nell’universo della scuola pubblica (medie e superiori) che quel condizionamento viene industrializzato, normato e, oggi, agganciato ai dispositivi digitali della “manosfera”. La risposta della sinistra a questa emergenza non può limitarsi alla proposta liberale e cosmetica dell'”ora di educazione affettiva” o relazionale, concepita come un corpo estraneo calato dall’alto in un programma ministeriale per il resto invariato. Quel modello fallisce perché tratta l’affettività come una competenza tecnica da apprendere in modo astratto, ignorando che l’intera struttura scolastica attuale è configurata per riprodurre l’imperativo performativo e la competizione individuale tipici del “realismo capitalista”. La scuola oggi valuta le competenze, frammenta i saperi, parcellizza il tempo in moduli rigidi e premia la performance quantitativa: è essa stessa una palestra di “colonizzazione manageriale del sé”. La rifondazione della scuola pubblica in chiave profemminista e di classe deve articolarsi su tre direttrici materiali immediate:
- la parità dei sessi oltre l’illusione della neutralità (La lezione dello spazio comune): riprendendo la suggestione provocatoria di storici modelli comunitari di socializzazione totale della crescita (come il modello spartano, depurato però da ogni torsione militarista e autoritaria), la scuola deve sottrarre gli adolescenti all’isolamento privatistico della famiglia nucleare. Questo significa trasformare gli istituti scolastici da “fabbriche di voti” aperte solo la mattina a presidi civili aperti 24 ore su 24, dotati di mense collettive gratuite, spazi di aggregazione laica, sale cinematografiche e laboratori autogestiti. La reale parità e la rottura del “codice del branco” non si insegnano sui libri, ma si praticano nella coabitazione materiale dei corpi dentro spazi sottratti alla mercificazione e alla logica proprietaria;
- sabotaggio dei programmi e de-costruzione della virilità storica: i programmi scolastici ministeriali (dalla storia alla letteratura) sono ancora largamente incentrati sulla celebrazione della violenza come codice politico, sulla glorificazione dell’eroe bellico maschile e invulnerabile, e sull’invisibilizzazione del lavoro di cura e delle soggettività marginalizzate. È necessaria una riforma radicale dei testi e delle linee pedagogiche che metta al centro la storia dei movimenti sociali, l’eco-socialismo, la riproduzione materiale della vita e la filosofia della vulnerabilità, offrendo ai ragazzi modelli di identificazione alternativi al mandato patriarcale del “maschio alfa” o del dominatore economico;
- infrastrutture di contrasto alla “manosfera” e psicopedagogia territoriale: la scuola non può fingere che gli smartphone non esistano o limitarsi a vietarli. Gli istituti superiori sono oggi il luogo in cui i ragazzi, isolati nei corridoi o nei bagni, consumano i contenuti iper-polarizzanti degli influencer regressivi per compensare la propria ansia da prestazione e i crolli dopaminici. La piattaforma politica deve prevedere l’inserimento strutturale e stabile in ogni scuola di équipe psicopedagogiche e consultoriali a orientamento transfemminista. Questi professionisti non devono agire come sceriffi disciplinari o clinici della devianza, ma devono coordinare laboratori permanenti di autocoscienza e alfabetizzazione digitale, fornendo ai giovani maschi le parole per nominare la propria spossatezza prima che gli algoritmi predatori la trasformino in risentimento misogino o xenofobo.
- Linee per una piattaforma politica materiale di sinistra
Per tradurre le tesi teoriche finora articolate in una piattaforma politica pragmatica ed elettorale, la sinistra progressista dovrebbe abbandonare il linguaggio accademico e la postura giudicante. La strategia dovrebbe basarsi su interventi materiali, economici e strutturali, capaci di disinnescare l’ansia da prestazione e il risentimento sociale. Partendo anche dalle esperienze e istanze che emergono da movimenti sociali, organizzazioni della società civile e gruppi di base, di seguito proviamo a sviluppare una prima proposta strutturata in 4 pilastri operativi e immediatamente traducibili in atti legislativi.
6.1. Politiche del lavoro e riproduttive: eradicazione del breadwinner e reddito individuale
La precarietà economica non va contrastata per lenire il senso di fallimento dell’identità maschile tradizionale, bensì per distruggere definitivamente il mandato patriarcale del capo-famiglia (breadwinner) e la conseguente dipendenza materiale delle donne. La violenza e il risentimento non si disinnescano proteggendo il ruolo di sussistenza dell’uomo, ma scardinando la gerarchia economica che gli attribuisce la proprietà materiale del nucleo familiare. La sinistra deve garantire che ogni persona sia indipendente dal punto di vista economico, slegando la sopravvivenza dal ricatto del mercato o della famiglia:
- introdurre un reddito di base universale e individuale: istituzione di un reddito di base universale, rigorosamente individuale e slegato dal nucleo familiare o dall’ISEE. Questo strumento garantisce l’immediata autonomia economica a donne, soggettività marginalizzate e giovani, fornendo una via d’uscita materiale e immediata da contesti di violenza domestica o sfruttamento lavorativo, neutralizzando alla radice il potere di ricatto economico del partner o del datore di lavoro;
- introdurre un salario minimo per legge e multare severamente le aziende che pagano le donne meno degli uomini. La giustizia salariale deve colpire la svalutazione sistematica del lavoro delle donne e la segregazione occupazionale verticale e orizzontale. Il salario minimo deve essere fissato per legge per contrastare l’erosione dei salari e la povertà lavorativa che colpisce soprattutto i giovani precari;
- socializzazione e de-mercificazione del lavoro di cura: riconoscimento del lavoro riproduttivo e di cura (storicamente estratto gratuitamente dal corpo e dal tempo delle donne a beneficio sia del patriarcato che del capitale) come pilastro produttivo centrale. Questo si traduce in un piano di investimenti massicci per rendere i servizi all’infanzia, l’assistenza agli anziani e alle disabilità totalmente pubblici, gratuiti e attivi nelle 24 ore, sottraendoli sia alla speculazione del mercato sia al confinamento privato tra le mura domestiche. Oltre che nei servizi sociali, investimenti pubblici massicci devono essere fatti nella transizione ecologica per assorbire la disoccupazione giovanile e dare alle nuove generazioni una stabilità progettuale e una prospettiva di sopravvivenza alla crisi ambientale in atto;
- abbattimento della divisione sessuale del lavoro e tutele intersezionali: riduzione drastica dell’orario di lavoro a parità di salario (30 ore settimanali) per liberare tempo di vita per tutti i generi, imponendo la redistribuzione paritaria dei carichi domestici. Regolarizzazione immediata e incondizionata delle lavoratrici e dei lavoratori migranti e domestici, cancellando il caporalato e il ricatto del permesso di soggiorno legato al contratto di lavoro, una trappola che espone le lavoratrici straniere a continui abusi e violenze.
6.2. Socializzazione della riproduzione e de-strutturazione del welfare patriarcale
La cura non è un fatto privato da “conciliare” con i ritmi dello sfruttamento capitalista, né un dovere biologico confinato all’interno della famiglia nucleare eteronormata. Il lavoro riproduttivo ed emotivo è l’infrastruttura materiale che tiene in piedi la società, storicamente estratto gratuitamente dal corpo delle donne a beneficio del capitale. La riforma del welfare non deve limitarsi a distribuire equamente il carico all’interno della coppia, ma deve collettivizzare la cura e sradicare le gerarchie di razza e classe che gravano sulle lavoratrici riproduttive:
- congedo parentale individuale, egualitario, obbligatorio e slegato dal genere: introdurre un congedo di 8 mesi obbligatorio e pagato al 100% per entrambi i genitori. In questo modo le aziende non eviteranno più di assumere le donne per paura che abbiano figli.;
- socializzazione e de-privatizzazione della cura (welfare di comunità): superamento del modello che delega l’infanzia e la cura degli anziani alle mura domestiche. Investimento strutturale per la creazione di una rete universale e gratuita di asili nido pubblici, mense collettive di quartiere e presidi di cura diurni attivi 24 ore su 24. La cura deve uscire dalla famiglia e diventare una responsabilità collettiva dello Stato e delle comunità, liberando il tempo e i corpi delle donne;
- regolarizzazione e tutele per il lavoro di cura migrante (intersezionalità della cura): fine dello sfruttamento coloniale e razzializzato delle lavoratrici domestiche, badanti e babysitter migranti. Abolizione dei contratti di somministrazione precari e garanzia di salari dignitosi equiparati ai livelli industriali, con inclusione di ammortizzatori sociali e permessi di soggiorno incondizionati. Il welfare occidentale non può più reggersi sull’estrazione di lavoro sottopagato da donne del Sud del mondo per permettere l’emancipazione delle donne del Nord del mondo;
- pluralizzazione giuridica delle forme di convivenza e genitorialità: estensione dei diritti assistenziali, previdenziali e di welfare oltre la gabbia del matrimonio o dell’unione civile standard. Riconoscimento giuridico e materiale delle famiglie monogenitoriali (composte in schiacciante maggioranza da donne sole con figli), delle comunità di cura elettive, delle co-abitazioni solidali e delle reti di mutuo aiuto, garantendo l’accesso ai servizi indipendentemente dallo status civile o biologico.
6.3. Salute mentale pubblica, de-patologizzazione e giustizia trasformativa
La salute mentale non è un equilibrio chimico da ripristinare per restituire corpi produttivi al mercato, né una valvola di sfogo per contenere la violenza proiettiva maschile prima che esploda. La psichiatria tradizionale e le multinazionali del farmaco hanno spesso protetto il mercato e il patriarcato. Hanno ridotto a un semplice problema biologico quello che è un malessere sociale, usando i farmaci per calmare i sintomi anziché curare le cause. Hanno ridotto a disturbo biologico ciò che è una ferita politica. La risposta della sinistra deve de-colonizzare la cura psicologica, sottraendola alle multinazionali del farmaco e radicandola nella liberazione collettiva:
- psicologia e psicoterapia di base territoriale a orientamento femminista e transfemminista: istituzione del servizio psicologico pubblico, gratuito e universale nel Sistema Sanitario Nazionale, svincolato dalle logiche corporative e diagnostiche del profitto. Dobbiamo finanziare i consultori pubblici per aiutare chi subisce discriminazioni o sfruttamento. Le persone devono capire che il loro malessere è causato dalla società e non da una colpa personale;
- abbattimento della patologizzazione scolastica e de-farmacologizzazione del neurosviluppo: riforma radicale dell’approccio scolastico e medico ai disturbi del neurosviluppo (come l’ADHD). Blocco del business del metilfenidato e della chimica come strumento di contenimento burocratico e normalizzazione performativa dei bambini. Finanziamento massiccio a pedagogie della cura, basate sull’ascolto affettivo, sul riconoscimento della specificità del bambino e sulla de-costruzione dei ruoli di genere fin dall’infanzia, interpretando l’iperattività non come difetto biologico ma come disperato segnale di un ambiente relazionale ostile;
- centri di transizione emotiva e laboratori diffusi di autocoscienza maschile: finanziamento strutturale e pubblico a spazi orientati all’elaborazione critica del privilegio maschile, della gestione della rabbia e dell’analfabetismo relazionale. È necessario superare la logica puramente assistenziale o “medicalizzante” di questi presidi. Lo Stato deve finanziare e promuovere, in collaborazione con le realtà del terzo settore (come le reti di Maschile Plurale), la nascita di laboratori stabili di autocoscienza e parola condivisa per giovani uomini. Questi spazi non devono funzionare come cliniche per soggetti devianti, ma come luoghi di cittadinanza attiva e pedagogia di genere, strutturati per rompere l’isolamento del bowling alone. L’obiettivo politico è trasformare il malessere atomizzato e il risentimento identitario in coscienza di classe e di genere, fornendo l’infrastruttura materiale (spazi fisici gratuiti, tempo liberato dal lavoro) affinché la trasformazione personale diventi prassi rivoluzionaria collettiva;
- centri antiviolenza (CAV) laici e femministi come presidi biopolitici: finanziamento pubblico stabile, blindato e senza bandi al ribasso per i CAV autogestiti dalle donne e dalle soggettività marginalizzate. Lo Stato deve riconoscere questi spazi non come semplici sportelli di assistenza sociale, ma come presidi di liberazione, protezione materiale, supporto psicologico radicale e autonomia biopolitica essenziali per la sopravvivenza e il riscatto dall’ordine patriarcale;
- adozione della giustizia trasformativa e garantista: rifiuto del populismo penale e del dispositivo repressivo dello Stato neoliberale, che usa il carcere come discarica sociale per i soggetti marginalizzati senza intaccare le radici strutturali della violenza. La risposta della sinistra non deve tuttavia scivolare in un’ingenua idealizzazione di percorsi alternativi informali. Per evitare i rischi di arbitrarietà, la vaghezza di ambiti “comunitari” privi di codificazione e derive neo-correzionali orientate a un mero disciplinamento morale del reo, la giustizia trasformativa va intesa come un’infrastruttura pubblica sussidiaria e rigorosamente garantista. Ciò si traduce nell’istituzione di protocolli oggettivi, definiti per legge e sottratti alla discrezionalità del gruppo sociale, che garantiscano il diritto di difesa e la presunzione di innocenza. L’obiettivo non è la redenzione morale o il “ravvedimento spirituale” del maltrattante, ma l’attivazione di percorsi materiali di assunzione di responsabilità, interrotti immediatamente qualora venga meno la sicurezza e l’autodeterminazione della vittima. La transizione oltre il sistema carcerario classico si persegue non privatizzando la giustizia nelle reti di prossimità, ma collettivizzando la prevenzione e garantendo la certezza di misure di protezione e risarcimento biopolitico fuori dalle logiche della pura vendetta di Stato.
6.4. Regolamentazione del capitale digitale: sottrazione del desiderio e dello svago alla rendita monopolistica
L’esplosione delle piattaforme digitali di gioco d’azzardo e di pornografia di massa non va affrontata attraverso la lente moralizzatrice o proibizionista dello Stato penale. La storia dimostra che la proibizione azzera i diritti, cancella i presidi di sicurezza e regala interi mercati alla gestione delle mafie. La sinistra non deve rincorrere la destra sul terreno del controllo poliziesco. Se l’industria capitalista distorce queste attività riducendole a performance dopaminica e sfruttamento selvaggio, la risposta politica deve muovere dalla riduzione del danno, dall’autodeterminazione dei corpi e dalla tutela sociale. Le persone non sono meri automi manipolati dalle trame del capitale: scelgono, si divertono e agiscono. L’obiettivo di una politica di sinistra è spezzare i monopoli estrattivi delle multinazionali del web per accrescere la capacità di controllo individuale e sociale all’interno di contesti trasparenti e sicuri:
- decostruzione dei monopoli digitali e tutele per l’autodeterminazione (oltre la retorica della vittima passiva): è necessario rifiutare la narrazione paternalistica che dipinge le sex workers digitali esclusivamente come vittime passive della sottomissione economica. Per molte soggettività marginalizzate, il lavoro digitale rappresenta uno spazio di autodeterminazione e un’alternativa consapevole, spesso meno violenta rispetto alle dinamiche del lavoro salariato tradizionale. Il focus politico si deve spostare dall’abolizione delle piattaforme alla tutela radicale di chi vi opera, riconoscendo i creators non come merci, ma come lavoratori con pieni diritti sindacali, fiscali e previdenziali, in grado di contrattare contro gli algoritmi predatori delle multinazionali. Vogliamo regole severe sulla trasparenza e sul controllo dei profitti delle grandi piattaforme web. Dobbiamo garantire che il consenso di chi ci lavora sia sempre libero e revocabile in ogni momento, colpendo i guadagni miliardari dei giganti della rete;
- gioco d’azzardo: dal proibizionismo securitario al controllo sociale e setting favorevoli. L’approccio al gioco d’azzardo digitale non può basarsi sull’illusione autoritaria della chiusura dei canali legali, che spingerebbe immediatamente milioni di utenti verso circuiti illegali e deregolamentati gestiti dalla criminalità organizzata. Le persone non sono meri automi biologici manipolati dal capitale; molti scelgono il gioco come spazio di svago e di esercizio di una propria agentività. La politica di sinistra deve strutturare setting favorevoli che aumentino la possibilità di esercitare un controllo consapevole e sociale sul gioco. Questo si traduce nella limitazione algoritmica dei meccanismi di fidelizzazione aggressiva e nella trasparenza dei flussi. Invece di vietare, lo Stato deve applicare una tassazione fortemente progressiva sui concessionari del gioco legale, vincolando i proventi al finanziamento di spazi culturali laici, consultori giovanili e reti di mutuo aiuto territoriale. L’obiettivo è prevenire la perdita di controllo individuale promuovendo culture comunitarie della cura e della socialità, sottraendo i territori periferici all’isolamento atomizzato del capitalismo predatorio
L’approccio al capitale digitale deve superare il dualismo tra la colpevolizzazione del consumatore “alienato” e l’ingenua celebrazione del suo libero arbitrio. La spinta individuale verso il gioco o lo svago digitale esprime una reale e legittima agentività, un disperato tentativo di fuga dall’incapacità di provare piacere o gioia quotidiana. Il problema non risiede nel desiderio in sé, ma nella natura predatoria dell’infrastruttura algoritmica che lo cattura, progettata per indurre dipendenza e isolamento a fini di profitto. La regolamentazione di sinistra deve quindi mirare a liberare queste pratiche dalla rendita monopolistica, costruendo contesti trasparenti e sicuri che restituiscano all’utente la capacità di un controllo sociale e consapevole sul proprio tempo e sul proprio piacere. Una strategia più efficace obbligherebbe le aziende tecnologiche a regolamentare e rendere trasparenti gli algoritmi di fidelizzazione aggressiva che creano dipendenza, assoggettandole agli stessi standard di responsabilità del produttore, come avviene nella maggior parte degli altri settori.
- L’infrastruttura del nuovo desiderio
La reale linea di demarcazione non può limitarsi a una generica contrapposizione tra i soggetti sfruttati e le strutture del capitale. Riconoscere la faglia biopolitica contemporanea significa riaffermare che il conflitto di genere è strutturale, co-essenziale e intrinseco all’apparato capitalista. L’alleanza collettiva ha senso solo se gli uomini rinunciano attivamente ai propri privilegi di genere, assumendosi la responsabilità politica del proprio analfabetismo relazionale e sostenendo le lotte di autodeterminazione delle donne.
La risposta alla “colonizzazione manageriale del sé” e all’angoscia atomizzata non può essere terapeutica, compensativa o di mero contenimento psicologico. La sinistra deve abbandonare l’illusione di poter “disinnescare” la violenza semplicemente lenendo le ferite identitarie dell’uomo precarizzato. Non si tratta affatto di risanare l’io maschile affinché torni a performare sul mercato o a restaurare il ruolo reazionario di capo-famiglia. L’obiettivo è superare la famiglia tradizionale, che oggi isola le persone e sfrutta il lavoro delle donne in casa, per rendere la cura un impegno comune di tutta la società26.
Distruggere la famiglia patriarcale non significa cancellare l’affettività genitoriale o i legami elettivi; significa liberarli dalla logica proprietaria, dal confinamento privato e dal ricatto materiale. Solo scardinando questa struttura claustrofobica, i padri affettivi e le comunità di cura elettive potranno esercitare una responsabilità paritaria e diffusa, dove la vulnerabilità cessa di essere un’infamia sanzionata per diventare la base di un orizzonte relazionale inedito.
La disarticolazione della riproduzione materiale del dominio non è un cammino solitario. La nuova libertà si basa su due movimenti: l’uomo che rinuncia al potere per ritrovare i propri sentimenti, e la donna che smette di curare e proteggere l’ego dell’uomo ferito. Solo in questo punto di contatto — dove il sabotaggio dell’educazione patriarcale incontra la socializzazione radicale della cura — la vulnerabilità cessa di essere un’infamia maschile o un destino di sottomissione femminile, divenendo la sola prassi rivoluzionaria capace di fondare una nuova ecologia dei legami.
Per fermare la violenza degli uomini non basta curare la loro ansia. Bisogna distruggere le leggi, le idee e le basi economiche che oggi garantiscono loro potere e impunità.
Alessandro Scassellati
- Credo di aver fatto in pochi giorni un percorso personale ed intellettuale di una intensità straordinaria scrivendo questo saggio. Devo assolutamente ringraziare dei/lle graditi/e compagni/e di viaggio che mi hanno stimolato, criticato e aiutato, spingendomi a tirare fuori il meglio di me stesso. Per cui ringrazio: Nicoletta Pirrotta, Paola Guazzo, Paola Boffo, Patrizia Sentinelli, Patrizia Zappa Mulas, Susanna Ronconi, Alba Donata Magnani, Grazia Grena, Claudio Tosi, Arnaldo Vinci, Marco Persichetti, Stefano Ciccone, Fulvio Pellegrini, Carmine Farnetano, mio figlio Giovanni, Ida e Connie Sagnotti, Daniela Tanzj, le mie sorelle Giovanna a Cristina, mia zia Maria Teresa Scassellati ed Ernesto Screpanti (con il suo libro su Jack London). Devo soprattutto ringraziare Vanessa Roghi per l’invito a partecipare al reading congiunto del suo libro (La parola femminista. Una storia personale e politica, Mondadori, Milano 2024) con Sonia Bergamasco alla Casa Internazionale delle Donne a Roma il 3 luglio. Senza quella serata e la successiva accanita (e per certi versi disperata) discussione con l’amico Fulvio, questo saggio probabilmente non sarebbe mai stato scritto.[↩]
- Il cattolicesimo piemontese del XIX e XX secolo rappresenta un laboratorio storico e biopolitico straordinario. Lontano dall’essere una semplice dimensione spirituale e astratta, esso si è strutturato come una vera e propria infrastruttura materiale, psicologica e sociale. Questo modello religioso ha operato una complessa gestione dei corpi, delle emozioni e delle gerarchie di classe, muovendosi costantemente sul crinale tra il contenimento del conflitto sociale (il controllo delle masse popolari) e l’attivazione di forme radicali di pedagogia della cura e solidarietà.[↩]
- Riguardo al rapporto di Ubaldo con suo padre Giovanni è indicativa una sua testimonianza raccolta nell’ambito di una ricerca del Censis nel 1994: “Io stavo a Pisa [1943] e non avevo notizie di mio padre da tanti mesi. Una sera torno alla Scuola Normale e mi dicono che aveva telefonato mio padre. Pensavo che scherzassero, perché di mio padre non sapevo nulla da prima di Natale. Eravamo circa ad aprile. Per puro caso a Tarvisio l’avevano mandato a Pisa a fare il campo contumaciale dove doveva stare 40 giorni per vedere se i pidocchi gli avevano attaccato il tifo. Diciamo che questo è stato il periodo in cui ho visto mio padre più a lungo praticamente da quando facevo la terza media fino a quando è tornato dalla Germania alla fine della guerra. Lui ed io non stavamo a casa e quindi per molti anni è stata per me una figura abbastanza misteriosa. Comunicavamo attraverso quelle cartoline della posta militare. Si può capire cosa ci potevamo dire! Questo senso di figura paterna in parte mi è mancata, quindi sono stato abbastanza indisciplinato.”[↩]
- Ubaldo era un giovane dirigente dell’Azione Cattolica e nelle sue carte c’è la tessera con foto dell’Esercito di Liberazione Nazionale, Divisione “Giovane Piemonte”, Brigata Orco. Grado: Capo squadra. Cognome: Baldi. Nome: Pio. Data di incorporazione: 1° settembre 1944. Firmata da Bruno Casella (tenente Gianni Massucco). C’è anche una Tessera personale n. 471 del Comitato di Liberazione Nazionale Regionale Piemontese, firmata da Franco Antonicelli.[↩]
- Fa ricerca alla Biblioteca nazionale e agli Archivi Nazionali. Insieme con Alberto Tenenti e Ruggero Romano segue le lezioni di Fernand Braudel al College de France. Torna in Italia con le bozze di Maurice Bloch Le metier d’historienne e di La Mediterranée e le Monde méditerranéen à l’époque de Philippe II di Fernand Braudel, prima edizione senza note. “Alla Einaudi il libro fu dato in lettura ad Antonio Giolitti che allora era molto ortodosso, per cui se non c’era materialismo dialettico non passava niente. L’ha bocciato. Ma la cosa più significativa è che fu bocciato da Delio Cantimori perché l’edizione di cui portai le bozze da Parigi era un manoscritto che Braudel aveva scritto durante la prigionia, con pochissime note, che fu poi pubblicato alla fine del 1948. Allora Cantimori scrisse una noticina manoscritta che dovrebbe ancora esistere nell’archivio Einaudi dicendo: ‘questo è il via col vento della storiografia’. Era molto diverso dagli altri professori della Normale e gli ero affezionato. Ho imparato di più andando il pomeriggio a prendere il tè da lui che a lezione. L’uomo non era gretto, però, come succede con le tesi di laurea, i professori l’unica cosa che vanno a vedere è la bibliografia, quante note e pagine di note sono state fatte, poi magari il testo passa in secondo piano… come il fatto che ci fosse questo “coso” che affrontava i problemi del Mediterraneo con queste ipotesi nuove che però aveva un apparato critico relativamente modesto, gli fece dire che era sostanzialmente una esercitazione letteraria. Io risolsi il problema dicendo ad Einaudi che era un libro bellissimo, senza confronti dal punto di vista della cultura locale, e che avrei potuto trovare delle illustrazioni straordinarie per poter fare un magnifico libro strenna. Questo fu un argomento decisivo, perché Einaudi aveva certamente una serie di vizi di cui potremmo parlare a lungo, ma certamente aveva una grande sensibilità empirica, istintuale sul mercato.” Testimonianza di Ubaldo al Censis 1994.[↩]
- Il problema era che Ubaldo, come Felice Balbo, Giorgio Ceriani Sebregondi e Alessandro Fè d’Ostiani erano cattolici e quando ad un certo punto fu posto un problema di disciplina ecclesiastica con la scomunica prevista per i cattolici che abbracciavano il comunismo da parte di Pio XII e del Sant’Uffizio nel 1949, decisero di uscire dal partito.[↩]
- Con Ubaldo ho ricostruito buona parte del suo percorso di vita in “La cultura dello sviluppo locale. Intervista ad Ubaldo Scassellati”, in Manifesto per lo sviluppo locale, G. De Rita e A. Bonomi, a cura di, Bollati Boringhieri, Torino 1998, pp. 118-200; si veda anche U. Scassellati, “I primi cinque anni della Fondazione Giovanni Agnelli di Torino (1966-1970)”, Società e Storia, n. 90, 2000, pp. 792-822; si veda anche M. Bortolini, “The first experiment in a transnational dialog’: Il Caso italiano and the 1970s crisis of the social sciences”, Intellectual History Review, 14 May 2005, pp. 759-780, https://doi.org/10.1080/17496977.2025.2496105[↩]
- È bene ricordare che l’Italia accumula condanne internazionali per come tratta la violenza di genere. Avrebbe pure leggi adeguate ma non sa o non vuole metterle in pratica, secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Di recente, è stata condannata dalla Corte (per la nona volta dal 2017) perché le sue istituzioni hanno gestito in modo inadeguato le denunce fatte da una donna vittima di violenza, e perché nelle sue aule di tribunale viene talvolta portata avanti una “cultura sessista e stereotipata”. Alcune sentenze contro l’Italia sono considerate storiche perché hanno stabilito princìpi nuovi e posto le basi della giurisprudenza successiva. Una di queste è la prima, nel 2017, che riguardava Elisaveta Talpis, una donna che aveva denunciato più volte il marito per violenze fisiche e minacce. I ritardi nell’apertura delle indagini sul marito di Talpis, l’inerzia istituzionale e l’assoluta sottovalutazione del rischio avevano però fatto in modo che non venisse predisposta alcuna misura di protezione nei confronti della donna: ci fu così un’ennesima aggressione, durante la quale lei rischiò di essere uccisa e venne ucciso il figlio diciannovenne che aveva provato a difenderla. In quel caso la Corte aveva rilevato che forze dell’ordine e magistratura avevano trattato il caso con superficialità impiegando sette mesi solo per trasmettere i verbali delle denunce e senza attivare tempestivamente i meccanismi di protezione previsti dalla legge, come avrebbe richiesto la situazione di estremo pericolo. La Corte aveva dunque concluso che la passività delle autorità aveva garantito al colpevole una sostanziale impunità. La pronuncia è ritenuta storica per due motivi. Il primo è che l’inazione dello stato era stata considerata come una vera e propria discriminazione basata sul genere, in violazione dell’articolo 14 della Convenzione: colpiva cioè in modo sproporzionato le donne. Il secondo è che la sentenza era stata una delle prime in cui la Corte aveva interpretato i diritti fondamentali alla vita (articolo 2) e al divieto di trattamenti inumani (articolo 3) alla luce della Convenzione di Istanbul, il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e della violenza domestica, che l’Italia ha ratificato nel 2013. Quella pronuncia aveva insomma messo in evidenza che l’Italia avesse un problema sistemico nella gestione dei reati di genere. Il governo presentò anche ricorso, ma venne respinto.[↩]
- Si vedano il mio libro “Ecosocialismo o barbarie. La lezione di Karl Polanyi e la sfida democratica al neoliberismo”, Left, Roma 2026; e il mio articolo “Dalla distrazione alla prassi: critica del realismo capitalista e riscatto ecosocialista”, qui.[↩]
- Putnam R.D., “Bowling alone: America’s declining social capital”, Journal of Democracy, January 1995:65-78, https://www.tesd.net/cms/lib/PA01001259/Centricity/Domain/1114/BowlingAlone.pdf[↩]
- hooks bell, The Will to Change: Men, Masculinity, and Love. New York: Atria Books 2004. In particolare il Capitolo 2 (“Introduction to Patriarchal Masculinity”) e il Capitolo 3 (“Boyhood Vulnerability”). In Italia, il saggio è stato tradotto e pubblicato con il titolo: hooks bell, La volontà di cambiare. Mascolinità e amore, Traduzione di Maria Rita d’Angelo, Il Saggiatore, Milano 2022. In quest’opera, bell hooks spiega come l’alleanza tra il patriarcato e il capitalismo imponga ai maschi una vera e propria mutilazione fisica e psichica (una “censura emotiva” o “anestesia dei sentimenti”). Per mantenere il controllo e il potere sociale, ai ragazzi viene richiesto di recidere l’espressione di ogni sentimento che non sia la rabbia (come la tristezza, la paura, il bisogno d’affetto o l’insicurezza). L’autrice paragona questo processo a un’operazione chirurgica forzata compiuta sulla psiche, un auto-isolamento emotivo che getta le basi per la successiva alienazione, solitudine e, nei casi più gravi, per la violenza proiettiva verso l’esterno.[↩]
- Si veda Chu Judy Y., When boys become boys. Development, relationships and masculinity, New York University Press, New York 2024. Una volta che le qualità umane vengono divise in maschile e femminile, tutti perdono. Diventare uomo o diventare donna significa seppellire o mettere a tacere parti di sé. Un’intuizione fondamentale a cui Chu è giunta nella sua ricerca è stata la consapevolezza che le capacità relazionali che i ragazzi imparano a rinnegare – l’empatia e la sensibilità che li portano a interpretare il mondo umano che li circonda con tanta precisione e perspicacia – sono essenziali per realizzare l’intimità che cercano con gli altri ragazzi. Eppure, smussando o proteggendo la propria sensibilità emotiva per essere “uno di loro”, rendono irraggiungibile quell’intimità. La scoperta fondamentale della ricerca di Chu e l’importanza del suo libro risiedono nella dimostrazione che l’insensibilità relazionale spesso associata ai ragazzi e agli uomini non fa in realtà parte della loro natura. È la conseguenza di una rinuncia della propria apertura emotiva fatta nel desiderio di diventare “uno dei ragazzi” e il segno di un mondo in cui la volontà di tradire l’amore è una prova di mascolinità. Chu osserva che i ragazzi nascondono dentro di sé la loro sensibilità emotiva. Imparano “come essere un uomo” in un mondo in cui essere un uomo significa essere emotivamente stoico e indipendente. Oggi, questo processo di “mascolinizzazione” avviene in forme estreme e brutali anche attraverso la rete: proliferano gruppi di adolescenti che spesso celebrano la violenza, la manipolazione e il danno fine a se stessi. Le vittime si trasformano in carnefici per cercare di sfuggire ai loro bulli online che le hanno avvicinate, manipolate e poi costrette a farsi del male. Esiste un ecosistema online globale in continua evoluzione che incoraggia e glorifica attivamente atti di violenza, autolesionismo e degradazione – la “gamificazione del danno“, come lo definisce il ricercatore Marc-André Argentino. Questi gruppi giovanili celebrano la violenza, la manipolazione e il danno fine a se stessi, raccogliendo prove di tali atti per acquisire notorietà e controllo. La miniserie tv Adolescence esplora questo abisso: cosa accade quando il codice del branco non viene disinnescato e incontra i dispositivi di cattura digitali. La trama ruota attorno all’arresto del tredicenne Jamie Miller per l’omicidio di una compagna di scuola. Girata magistralmente in tempo reale e in un unico piano sequenza per episodio, la serie restituisce visivamente l’ansia claustrofobica di un ambiente relazionale che collassa. La narrazione scava nei mesi precedenti al crimine, mostrando come l’isolamento sociale e una profonda crisi dopaminica abbiano reso il ragazzo una preda perfetta per la “manosfera” online, i gruppi incel e la sottocultura della misoginia digitale. Adolescence demistifica l’idea del “raptus”. Il gesto estremo di Jamie non è una semplice esplosione biologica di rabbia giovanile, ma l’attivazione di un codice politico di ripristino del potere di fronte a un rifiuto relazionale. La serie evidenzia la ferocia biopolitica dei media moderni e degli algoritmi predatori, capaci di capitalizzare sulla solitudine dei ragazzi per addestrarli all’odio organizzato e alla riaffermazione violenta di una gerarchia di genere.[↩]
- Alessia Barbagli, Alessio Giampà e Marco Randisi in ADHD. L’iperattività tra sintomo e ribellione, L’Asino d’Oro edizioni 2026.[↩]
- Questa chiave di lettura offre una diagnosi strutturale che consente di inquadrare sia gli sparatori di massa (assai spesso dei suprematisti bianchi; si veda il mio libro Suprematismo bianco. Alle radici di economia, cultura e ideologia della società occidentale, DeriveApprodi, Roma 2023) sia gli uomini che commettono atti di violenza contro le donne.[↩]
- Si vedano: Dworkin Andrea, Pornografia. Gli uomini possiedono le donne, traduzione di C. Limentani, Il Dito e la Luna, Milano 2011; Federici Silvia, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, traduzione di L. Caminiti, Mimesis, Milano 2015); MacKinnon Catharine A., Verso una teoria femminista dello Stato, traduzione di G. Di Cristofano, Edizioni di Comunità, Milano 2000; Millett Kate, La politica del sesso, traduzione di B. Masi, Bompiani, Milano 1971[↩]
- Il concetto di “capitalismo avvoltoio”, mutuato dalla geografia critica di David Harvey per descrivere le pratiche cannibalistiche del capitale finanziario, ha trovato la sua più compiuta sistematizzazione recente nell’opera di Grace Blakeley. L’autrice dimostra come l’alleanza tra apparati statali e monopoli corporativi agisca pianificando un’economia predatrice, la quale estingue le libertà individuali e privatizza le risorse sociali ed emotive della collettività per tutelare i profitti delle élite. Si vedano Blakeley G., Capitalismo avvoltoio. Storia delle promesse tradite del neoliberismo (trad. di F. Galimberti e P. Marangon). Milano: Il Saggiatore 2024; Harvey D., Spazi del capitale. Verso una geografia critica. Roma: Manifestolibri 2006; Fumagalli A., Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma accumulativo. Roma: Carocci 2015.[↩]
- Si vedano Han Byung-Chul, La società della stanchezza, Roma: Nottetempo 2012; Ehrenberg Alain, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, Torino: Einaudi 1999; Davies, William, L’industria della felicità. Come la politica e i grandi affari ci hanno venduto il benessere, Torino: Einaudi 2016.[↩]
- Il concetto di “colonizzazione manageriale del sé”, si sposa con la critica al “realismo capitalista” e alle neuroscienze. L’individuo come manager evoca l’idea che la persona debba gestire la propria psiche, il proprio tempo e le proprie emozioni come se fosse il dirigente di un’azienda (l’imperativo dell’autolimitazione dello stress, dell’efficienza dopaminica e della performance totale). Inoltre, richiama le procedure, i protocolli e l’ottimizzazione fredda delle risorse umane tipica del management corporativo (la “burocratizzazione dell’anima”). Si preferisce questo concetto a quello di “colonizzazione imprenditoriale del sé”, una variante legata a pensatori come Michel Foucault (Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, Milano 2005) e al concetto di neoliberismo perché questa sposta l’accento su un altro aspetto: l’imprenditore di sé stesso che evoca il soggetto che capitalizza sul proprio corpo, sulle proprie relazioni e sulle proprie competenze per competere sul mercato, trasformandosi interamente in capitale umano. Sottolinea che il fallimento economico o emotivo viene percepito come un fallimento di una “start-up individuale”, generando vergogna e colpa privatizzata. Facendo esplicito riferimento all’azione di un “capitalismo iper-corporativo” e a un “sistema avvoltoio” che impone l’autogestione algoritmica e dopaminica dei corpi, si ritiene che la parola “manageriale” descriva meglio questa sottomissione strutturale e organizzata della mente ai ritmi del profitto.[↩]
- Lev Vygotsky, Mind in Society: The Development of Higher Psychological Processes, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts 1978; A. N. Leontiev, Activity, Consciousness, and Personality, Prentice Hall, Englewood Cliffs, New Jersey 1978; Alexander Luria, The Making of Mind: A Personal Account of Soviet Psychology, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts 1979.[↩]
- Michela Mattioli in Calandra R., “Con l’aggressività stiamo rovinando il nostro cervello. In Italia la ricerca è sempre in apnea”, Il Sole 24 Ore, 5 luglio 2026, p. 12[↩]
- Il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha presentato un nuovo piano per offrire iniezioni di testosterone al personale militare. In un videomessaggio, Hegseth ha dichiarato di aver autorizzato un programma di screening per verificare la presenza di bassi livelli di testosterone e per garantire che i soldati statunitensi di età pari o superiore a 30 anni abbiano “i giusti livelli di testosterone” per poter esprimere al meglio le proprie potenzialità. Molti professionisti del settore medico avvertono però che potrebbe non avere alcun effetto e, anzi, potrebbe aumentare il rischio di infertilità tra i militari o causare altre conseguenze se il testosterone viene prescritto in modo inappropriato. Il testosterone, noto come l’ormone della virilità, ha un effetto rilevante sul comportamento maschile. Al di là degli aspetti fisiologici come la crescita muscolare o la voce grave, questo ormone stimola il desiderio di raggiungere uno status sociale elevato, di competere e di assumere ruoli di leadership aumentando l’assertività e la dominanza. I dati scientifici accumulati negli ultimi decenni confermano in modo inequivocabile un declino progressivo e generalizzato dei livelli di testosterone nei maschi. Questo fenomeno, definito dai ricercatori come declino secolare, possiede una caratteristica fondamentale: è indipendente dall’età. Ciò significa che un uomo di 30 o 40 anni oggi ha livelli di testosterone significativamente più bassi rispetto a un suo coetaneo di trent’anni o quarant’anni fa. Un maxi-studio scientifico e meta-analisi globale basato sui dati di oltre 118.000 uomini tra il 1972 e il 2019 (condotto tra Stati Uniti, Israele, Danimarca, Finlandia e Brasile) ha rilevato che il testosterone totale medio è crollato del 54% in meno di cinque decenni. La comunità medico-scientifica internazionale attribuisce questo declino a un mix multifattoriale di cause metaboliche, ambientali e di stile di vita moderno. Tra queste cause ci sarebbe l’epidemia di obesità e diabete: il tessuto adiposo in eccesso esprime l’enzima aromatasi, il quale converte attivamente il testosterone in estrogeni (ormoni femminili). Inoltre, l’insulino-resistenza legata al diabete di tipo 2 altera direttamente i segnali dell’asse ipotalamo-ipofisi-testicolo. Poi, ci sarebbero gli interferenti endocrini (EDC): l’esposizione quotidiana a sostanze chimiche artificiali presenti nelle plastiche, nei pesticidi e nei prodotti industriali (come bisfenoli/BPA, ftalati e PFAS) mima o blocca l’azione degli ormoni naturali, sabotando la produzione endogena. Inoltre, c’è la sedentarietà e la privazione del sonno: la drastica riduzione dell’attività fisica quotidiana combinata con la riduzione cronica delle ore di sonno (il picco di testosterone viene prodotto proprio durante il sonno REM) deprime la naturale secrezione ormonale. Infine, c’è lo stress cronico: alti livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) esercitano un’azione biologicamente antagonista e inibitoria nei confronti della sintesi del testosterone.[↩]
- Mark Fisher, Realismo capitalista, Produzioni Nero 2018 [2014][↩]
- È interessante notare come la ricerca scientifica sostenga che la correlazione tra il calo dei livelli di testosterone nei maschi e la centralità della dopamina è stretta, bidirezionale e dà origine a un circolo vizioso neuroendocrino. Il testosterone (un ormone) e la dopamina (un neurotrasmettitore) agiscono in sinergia per regolare la motivazione, la libido, l’energia e il comportamento orientato all’obiettivo. Quando i livelli di testosterone diminuiscono, la sintesi e la recettività della dopamina nel cervello crollano di conseguenza. Il testosterone non è solo un ormone sessuale, ma un potente modulatore del sistema nervoso centrale. Stimola l’enzima tirosina idrossilasi, essenziale per la produzione di dopamina in aree cerebrali chiave come la substantia nigra e l’ipotalamo. Livelli sani di testosterone aumentano la densità e la sensibilità dei recettori dopaminergici. Se il testosterone cala, i recettori diventano meno sensibili, riducendo la percezione del piacere e della gratificazione. Come evidenziato da studi pubblicati su PubMed, gli androgeni regolano direttamente i trasportatori e gli enzimi metabolici della dopamina. La dopamina esercita a sua volta un controllo cruciale sulla produzione di testosterone attraverso l’asse ipotalamo-ipofisi-testicolo (HPTA). Promuove il rilascio dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH) nell’ipotalamo. Il GnRH stimola l’ipofisi a rilasciare l’ormone luteinizzante (LH), che viaggia fino ai testicoli per ordinare la produzione di testosterone. Una bassa attività dopaminergica causa l’innalzamento della prolattina. La prolattina alta blocca direttamente la secrezione di GnRH, sopprimendo ulteriormente il testosterone. Il declino del testosterone legato all’età (circa l’1% all’anno dopo i 30 anni) è oggi esacerbato da fattori ambientali e comportamentali correlati alla dopamina: Abitudini moderne (social media, videogiochi, cibo ultra-processato) creano picchi artificiali di dopamina seguiti da profondi crolli. Il conseguente “esaurimento” o desensibilizzazione dei recettori dopaminergici riduce il segnale ipotalamico per la produzione di testosterone. Come spiegato nelle guide mediche di VitaminFit, lo stress cronico aumenta il cortisolo, il quale abbatte contemporaneamente sia il testosterone che la dopamina.[↩]
- Recenti serie tv – Sex Education e Adolescence – sono sguardi pop ma utilissimi. Evidenziano come la cultura pop contemporanea stia provando a mappare, con straordinaria precisione, la crisi relazionale ed emotiva delle nuove generazioni. Sex Education, in particolare, mostra magistralmente l’importanza di costruire un nuovo alfabeto relazionale tra i giovani, abbattendo la monocultura della performance sessuale a favore del consenso e dell’ascolto. Racconta proprio la fatica e la bellezza di quel “disimparare il codice del branco” di cui si parla qui, per salvare i giovani dall’isolamento e dalla violenza.[↩]
- La pedagogia della cura è un approccio educativo e filosofico che mette al centro della relazione formativa l’ascolto, la ricettività, la responsabilità e il riconoscimento dell’altro nella sua vulnerabilità. Contrariamente ai modelli educativi tradizionali o capitalisti — basati sulla performance, sulla competizione e sulla repressione emotiva — essa promuove l’empatia e la cooperazione. Nel contesto della crisi della mascolinità, la pedagogia della cura si configura come lo strumento per insegnare l’alfabetizzazione emotiva, scardinando l’idea che la vulnerabilità sia una debolezza e trasformando la cura in una pratica politica collettiva e paritaria. Il superamento della “mascolinità tossica” non può avvenire per via normativa o sanzionatoria, ma richiede la costruzione di spazi in cui sia consentito agli uomini di rimettersi in discussione senza il terrore della vergogna e del disonore. Si vedano: Mortari L., Filosofia della cura, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015; Noddings N., Caring: A Relational Approach to Ethics and Moral Education, University of California Press, Berkeley 2013; Boff L., Saper curare. Il destino della Terra, Diabasis, Reggio Emilia 2001.[↩]
- È interessante notare come, parallelamente alla “manosfera”, sia emerso il movimento delle tradwives (traditional wives), un trend social in cui giovani donne promuovono il ritorno a una rigida divisione dei ruoli di genere e alla sottomissione al marito. L’analisi di Shirley Osborne (The Women the Patriarchy Co-opted, The Power Table 2026) inquadra il fenomeno come una cooptazione patriarcale che spinge le donne ad abbandonare l’indipendenza economica, esponendole a gravi rischi e offrendo in cambio una gratificazione fittizia basata solo sul corpo biologico. Nonostante la popolarità digitale di alcune icone come “Ballerina Farm” (Hannah Neeleman), i dati reali mostrano che il 59% delle giovani donne rifiuta questo modello, considerandolo dannoso per la società. A livello globale, il trend viene strumentalizzato da due grandi galassie conservatrici. Da un lato, le chiese evangeliche e mormone fondamentaliste utilizzano la dottrina del complementarismo e promuovono l’homesteading e l’homeschooling per creare comunità isolate dallo Stato, trasformando la tradwife nel pilastro logistico dell’indottrinamento religioso. Dall’altro, la destra radicale e ultra-nazionalista sfrutta figure iper-femminili e politicizzate come l’attivista olandese Eva Vlaardingerbroek per legare la difesa della famiglia tradizionale a teorie complottiste come la “Grande Sostituzione“. Infine, il meccanismo algoritmico del soft-pilling aggancia gli utenti tramite contenuti apparentemente innocui sulla cucina o la natura, per poi introdurli gradualmente all’interno di camere dell’eco patriarcali e radicali.[↩]