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Dalla distrazione alla prassi: critica del realismo capitalista e riscatto ecosocialista

di Alessandro
Scassellati

Il testo analizza la “policrisi” contemporanea — collasso ecologico, stagnazione economica, crescenti disuguaglianze economiche, disagio psicosociale e frammentazione politica — individuandone la matrice strutturale nel tardo capitalismo neoliberista. Criticando l’industria della distrazione di massa, il deserto teorico dell’accademia e la depoliticizzazione della salute mentale, si propone una transizione ecosocialista concreta e graduale. Rifiutando il centralismo sovietico, il testo teorizza una pianificazione democratica e policentrica fondata sulla “sussidiarietà algoritmica” e sull’uso di software open-source per mappare i bisogni territoriali. Attraverso metriche bio-fisiche e il platform cooperativism, si propone un’alleanza tra precariato urbano e piccole medie imprese, trasformando la tecnologia da strumento di sfruttamento a leva di autogoverno collettivo.

“Il capitalismo è un processo, non una cosa. È un processo di riproduzione della vita sociale attraverso la produzione di merci, in cui tutti noi, nel mondo capitalista avanzato, siamo profondamente coinvolti. Le sue regole operative interiorizzate sono tali da garantire che si tratti di una modalità di organizzazione sociale dinamica e rivoluzionaria, che trasforma incessantemente la società in cui è inserita. Il processo maschera e feticizza, raggiunge la crescita attraverso la distruzione creativa, crea nuovi desideri e bisogni, sfrutta la capacità di lavoro e di desiderio umano, trasforma gli spazi e accelera il ritmo della vita. Produce problemi di sovra-accumulazione per i quali esiste solo un numero limitato di possibili soluzioni”. David Harvey, The condition of postmodernity, Basil Blackwell, Cambridge, Mass. 1989, p. 343.

1. Perché stiamo male: la radice unica dei nostri problemi

Il mondo contemporaneo attraversa una fase di profonda e apparentemente irreversibile disgregazione, caratterizzata da una successione ininterrotta di crisi multidimensionali e simultanee. Guerre di inaudita ferocia; accelerazione del collasso ecologico; affermazione di oligarchie finanziarie che ostentano sfacciatamente le proprie ricchezze e il proprio potere in un contesto di crescente disuguaglianza economica; politici palesemente corrotti e ostili agli interessi di classe di coloro che li hanno eletti1; un giornalismo ristretto, illusorio o ingannevole; e lo smantellamento sistematico dello Stato sociale a vantaggio degli interessi privati compongono il bollettino quotidiano della nostra realtà macroeconomica. Questa frammentazione macroscopica si riflette specularmente nella micro-quotidianità attraverso indicatori precisi di declino della civiltà e delle forme di convivenza: infrastrutture pubbliche fatiscenti, esplosione della povertà urbana, crollo dei tassi di fertilità (declino demografico), diffusione di droghe sintetiche devastanti come l’oppioide fentanyl, una cultura popolare ossessionata dal narcisismo delle celebrità, dalla fantasia dei supereroi e dai videogiochi violenti, i supermercati pieni di cibo spazzatura, il moltiplicarsi dei femminicidi e un’impennata globale e latente di disturbi mentali, disordini alimentari, individualismo estremo, tossicodipendenza e suicidi.
Oggi viviamo sommersi dalle emergenze. Chi comanda ci dice che sono sfortune isolate (le chiamano “policrisi”), ma la verità è che il caro affitti, il clima impazzito e l’ansia dei giovani sono legati insieme da un unico motore economico malato: il capitalismo. Siamo afflitti da una fitta rete di crisi multidimensionali che, pur rispondendo a dinamiche storiche, antropologiche e culturali autonome, trovano nel tardo capitalismo neoliberista e finanziarizzato il loro principale catalizzatore e asse di convergenza2. Fenomeni complessi come il declino demografico, il moltiplicarsi dei femminicidi, la diffusione devastante del fentanyl o l’impennata globale dei disturbi mentali non possono essere ridotti a un mero e lineare riflesso meccanico della struttura economica. Essi possiedono radici profonde e specifiche; tuttavia, sono collegati tra loro come le spie accese sul cruscotto di un’auto. Non serve a nulla spegnere una spia alla volta se il motore (il sistema economico) sta fondendo. Il capitalismo accelera e peggiora ognuna di queste crisi. La logica pervasiva del capitalismo agisce come una forza colonizzatrice che esaspera queste contraddizioni, frammenta le risposte comunitarie e riduce il disagio esistenziale a una contingenza ingovernabile, ostacolando la costruzione di un pensiero sistemico e di una politica progressista.
Dietro il deserto teorico delle accademie e il rumore del dibattito sui media mainstream e sui social si nasconde in realtà un’unica matrice strutturale: la crisi sistemica, strutturale, di un modello economico – il capitalismo nella sua fase decadente, neoliberista e finanziarizzata – che colonizza la coscienza umana e sovverte la razionalità e le prove empiriche3. La crisi strutturale del capitale si riflette in perturbazioni croniche e fallimenti sistemici in tutti gli aspetti della riproduzione metabolica sociale, non solo in termini di condizioni materiali immediate (siano esse economiche o ecologiche), ma anche includendo i rapporti di classe/proprietà, lo Stato, i rapporti familiari/di genere e le strutture di controllo razziali/razziste endemiche al capitalismo e consolidate nel corso dei secoli. La perturbazione della totalità del complesso sociale si estende alla distruzione di una cultura unificata e dei mezzi della ragione, il che si riflette nella crescita dell’irrazionalismo e nella rinascita delle forze politico-culturali regressive4.

2. I limiti della parola “policrisi”: perché non basta descrivere i problemi senza cercarne la causa

A livello teorico ed economico, il tentativo più sofisticato di concettualizzare l’attuale caos globale è rappresentato dalla categoria di “policrisi”, promossa da storici, sociologi ed economisti liberali come Edgar Morin5, Adam Tooze6 e da istituzioni quali il World Economic Forum, la Banca Mondiale e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE)7.
Questo approccio descrive con indiscutibile efficacia l’intreccio, l’interconnessione e l’effetto moltiplicatore dei rischi planetari (climatici, finanziari, geopolitici). Tuttavia, la tesi della policrisi compie un passo indietro dinanzi alla ricerca di una causa comune. È una “teoria debole” che dichiara l’impossibilità di rintracciare un’unica contraddizione dominante all’interno della congiuntura storica, rigettando l’analisi sistemica, definita con sufficienza come “le nuove audaci certezze del ‘capitalocene'”. Ossia, la policrisi non viene considerata direttamente correlata al capitalismo in sé.
Coloro che utilizzano come strumento d’analisi la policrisi non solo mostrano resistenza all’organizzazione dei concetti, ma abbracciano attivamente l’ambiguità e dichiarano impossibile un’analisi sistemica. Ciò produce una disgregazione di senso che intensifica la crisi di significato. Per Adam Tooze, ad esempio, le crisi sono disparate ma interagiscono in modo tale che il tutto risulti ancora più schiacciante della somma delle parti. Queste molteplici fonti di rischio sistemico si amplificano a vicenda, portando una varietà di sfide, ma senza un’unica contraddizione dominante o fonte di tensione o disfunzione. Tooze riconosce la forza del marxismo nel diagnosticare le crisi intrinseche causate dal capitalismo, ma sostiene che esso non riesca a spiegare la portata, la velocità e la complessità delle crisi contemporanee. Insiste sull’impossibilità di individuare una causa o una soluzione comune a queste crisi. Accusa il marxismo di determinismo strutturale, incapace di cogliere la complessità delle crisi contemporanee. Opta per il pluralismo e l’ambiguità nell’analisi fenomenologica, focalizzata sulle interazioni e sulle descrizioni dense, trascurando la causalità, e per una governance tecnocratica liberale nella pratica come unica speranza.
La sociologia e l’economia liberale preferiscono scomporre la realtà costruendo intricati diagrammi di flusso complessi, le cui frecce puntano in ogni direzione senza mai convergere verso un centro strutturale. Questo approccio metodologico produce un’ambiguità epistemologica che disorienta il soggetto politico, alimentando una vera e propria paralisi dell’azione. Accettare i pezzi sciolti della storia come contingenze istituzionali non correlate significa ridurre la complessità a una formula di rassegnazione allo status quo. La critica marxista evidenzia come la teoria della policrisi agisca da barriera ideologica alla comprensione della crisi strutturale globale del capitale, eludendo le contraddizioni intrinseche del modo di produzione capitalistico e normalizzando il disastro come una condizione permanente ma ingovernabile8. Ciononostante, il fatto stesso che la nozione di policrisi sia oggi così centrale nei dibattiti ai massimi livelli dell’economia mondiale rappresenta di per sé un’ammissione, seppur a posteriori, del fatto che il denominatore comune del malessere globale odierno, così multiforme, sia la crisi strutturale del capitalismo in fase avanzata.

3. La crisi esistenziale ed epistemologica nella letteratura contemporanea

L’esperienza esistenziale di questo disastro continuo e di questa “apocalisse al rallentatore” trova una lucida e drammatica elaborazione nella produzione letteraria globale degli ultimi anni. Laddove la saggistica e l’analisi geopolitica mainstream indietreggiano, i romanzieri si fanno carico di registrare lo smarrimento, l’impotenza e la frammentazione della vita vissuta sotto il tardo capitalismo. Sally Rooney si interroga direttamente sulla forma stessa del romanzo contemporaneo, definendola quasi un atto di “violenza epistemologica” o un esercizio volgare in un’epoca in cui la civiltà umana sembra avviata verso un collasso irreversibile9. Nelle sue pagine emerge lo spettro di esistenze ridotte a collezioni di esperienze non correlate, senza senso, destinate all’oblio e prive di un legame comunitario.
La sensazione di poggiare su instabili sabbie mobili attraversa la narrativa occidentale e asiatica come un’ossessione collettiva. Elizabeth Strout evoca la potente metafora di un enorme autoarticolato che romba lungo l’autostrada mentre le ruote si staccano una dopo l’altra, lasciando l’umanità priva di controllo. L’epigrafe dell’ultimo romanzo della Strout è tratta da Carl Gustav Jung: “La solitudine non deriva dall’assenza di persone intorno, ma dall’incapacità di comunicare ciò che sembra importante per sé stessi, o dal nutrire certe opinioni che gli altri trovano inammissibili”. Questa frase potrebbe adattarsi a qualsiasi libro della Strout, che tocca ripetutamente il tema della solitudine e delle sue cause. Come dice Jung, la condizione non deriva dall’isolamento. I personaggi di Strout vivono in comunità, per lo più piccole città costiere, dove tutti conoscono gli affari di tutti gli altri. Spettegolano, ricordano, pontificano, stringono amicizie improbabili, litigano o si innamorano di qualcuno. Eppure si sentono soli, trascurati e incompresi. Non capiscono gli altri, neanche quelli a loro più vicini10. Scrittori come Sigrid Nunez e Russell Banks descrivono un mondo definito da un disastro perenne, privo di necessità interiore, fondamenta ideologiche o valori condivisi11. Lee Cole, fotografando la condizione della generazione millennial, evoca la litania di violenze, vanità e tradimenti quotidiani che si consumano sullo sfondo alienante del tardo capitalismo12.
Questa decomposizione spirituale e questo sradicamento morale si registrano anche nella letteratura cinese contemporanea. Autrici come Zhang Yueran raccontano il rischio costante di precipitare nell’abisso perdendo la fede e lo spirito combattivo, mentre Wang Anyi illustra l’esposizione costante ai simulacri della vita piccolo-borghese urbana come fattore di alienazione13. La radice di questo svuotamento complessivo viene sintetizzata magistralmente dal premio Nobel Annie Ernaux in Gli anni: “la profusione di cose cela la scarsità di idee e l’erosione delle credenze”14. Anche Ian McEwan propone argomentazioni simili15. L’immaginazione culturale oscilla così tra il silenzio dinanzi all’apocalisse (in quelli che potrebbero essere gli ultimi decenni della civiltà umana) e una disperata, spesso infruttuosa, ricerca di significato in un panorama strutturalmente mercificato16.
D’altra parte, quando i sociologi affrontano questo problema spesso si fanno eco dei romanzieri nell’articolare la mancanza di significato e persino nell’ammettere la sconfitta. Ad esempio, per Ulrich Beck: “Il mondo è fuori controllo… questo è vero in entrambi i sensi del termine: il mondo è scombinato ed è impazzito. Vaghiamo senza meta e confusi, discutendo a favore di questo e contro quello. Ma un’affermazione su cui la maggior parte delle persone può concordare, al di là di ogni antagonismo e in tutti i continenti, è: non capisco più il mondo”17.

4. Il crollo delle istituzioni e la colonizzazione delle coscienze da parte dell’industria della distrazione di massa

Un fattore determinante per l’acutizzarsi della crisi di significato è il crollo verticale delle vecchie istituzioni tradizionali e delle agenzie di orientamento morale e intellettuale, cui non è seguita la nascita di alternative razionali o emancipatorie. In contesti geografici specifici come l’Italia, la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda, sebbene vi persista un cattolicesimo politico e sociale, con la rete assistenziale (Caritas, parrocchie e associazionismo) e l’influenza sui temi etici, migratori e di welfare, la rapida scomparsa dell’autorità intellettuale e culturale storicamente esercitata dalla Chiesa cattolica ha lasciato un vuoto profondo nella coscienza collettiva. Lungi dall’essere stato occupato da una coscienza laica, critica e progressista, questo spazio è stato immediatamente colonizzato da surrogati irrazionali: forme di esoterismo squilibrato, religioni orientali occidentalizzate, primitivismo mercificato o un nichilismo passivo che si adegua acriticamente allo status quo.
Questo vuoto esistenziale non è un sottoprodotto accidentale dello sviluppo storico, ma risponde alle precise necessità riproduttive del modo di produzione dominante. Esso viene attivamente gestito, alimentato e capitalizzato dall’industria dell’intrattenimento di massa. La coscienza sociale subisce un bombardamento sistematico di rumore mediatico e distrazione: gossip sulle celebrità, promozione dello shopping compulsivo, del gioco d’azzardo e della chirurgia estetica, pornografia a profusione, ossessione per lo sport, videogiochi violenti, reality show e altra spazzatura culturale che offrono una fuga dalla realtà. Grandi rituali collettivi transnazionali come l’Eurovision Song Contest si riducono a esplosioni ipercinetiche di luci, suoni e movimenti coreografati che non significano nulla, celebrando programmaticamente l’insensatezza e la distrazione dal vuoto reale. Ciononostante, la sociologia dei media contemporanea è capace di rintracciare proprio in queste produzioni spazi di negoziazione identitaria, critica sociale latente e riflessione distopica sulle ansie del presente.
Persino l’immaginazione cinematografica e televisiva appare esausta, intrappolata in un ciclo infinito di remake, prequel e sequel commerciali (da Superman a Star Wars, a James Bond) che segnalano la sterilizzazione e la standardizzazione della creatività culturale per scopi di profitto. La cultura e l’arte rimangono intrappolate nel riciclo di stili del passato (remake, nostalgia), specchio dell’incapacità della società di produrre un futuro nuovo.
D’altra parte, questa inclinazione ha contaminato profondamente anche il discorso politico. Donald Trump è l’incarnazione stessa della nostalgia, non a caso il movimento che lo ha portato al potere si chiama MAGA – ”Make America Great Again” (“rendere l’America di nuovo grande”) ed esplicitamente mira a restaurare un passato nazionale dorato (gli Stati Uniti economicamente e politicamente egemoni degli anni ’50 del secolo scorso) per la classe media bianca fatto di buoni posti di lavoro, famiglie patriarcali unite e felici, eterosessualità e comunità più ossequiose dei valori tradizionali. Ma il “sogno americano”, l’idea che se lavori sodo e rispetti le regole, dovresti avere una vita economica dignitosa e agiata, e che ogni generazione stia economicamente meglio della precedente, è stato vero solo fino agli anni ’70 circa. Negli anni successivi il “sogno” iniziò a subire un prolungato declino, parallelamente all’ascesa del paradigma neoliberista e all’aumento delle disuguaglianze socioeconomiche. Un altro punto di svolta: la crisi finanziaria del 2008 e le sue ripercussioni, che resero l’acquisto di una casa e la stabilità lavorativa sempre più irraggiungibili.
Il “sogno americano” non è mai stato esclusivamente una questione di successo finanziario. Per molti, è un sogno di libertà e diritti individuali che affonda le sue radici nei documenti fondativi dell’America, come la Carta dei Diritti. A tal proposito, vale la pena notare che molti afroamericani hanno a lungo pensato che il “sogno” fosse un mito costruito su un’alta retorica e le profonde contraddizioni dei Padri Fondatori che firmarono la Dichiarazione d’Indipendenza il 4 luglio 1776 (tutti maschi, bianchi, ricchi, mercanti, proprietari terrieri, schiavisti e con ideali illuministi che non mettevano in pratica, fondando la nuova Repubblica indipendente dall’Impero britannico per proteggere sia la libertà sia la schiavitù) che non si conciliava con la realtà del colonialismo d’insediamento bianco, della schiavitù e della segregazione (per non parlare del successivo imperialismo continentale e globale). Martin Luther King Jr. descrisse l’America come un Paese che manifestava una “personalità schizofrenica” ben prima che iniziasse la disillusione nazionale nei confronti del “sogno americano”. “In un certo senso, l’America è essenzialmente un sogno, un sogno ancora irrealizzato”, disse in un discorso tenuto nel 1960 nella Carolina del Nord. “La schiavitù e la segregazione sono stati strani paradossi in una nazione fondata sul principio che tutti gli uomini sono creati uguali”18.
La pervasività di trame distopiche, violente e soprannaturali nelle produzioni cinematografiche e televisive non è casuale, bensì il sintomo oggettivo di un senso di impotenza diffuso che proietta la fine del mondo piuttosto che la fine del capitalismo19. Gli americani trascorrono meno tempo a socializzare rispetto a 20 anni fa, e questa tendenza attraversa tutte le generazioni. Costretto a uno scorrimento infinito e passivo (lo scrolling compulsivo) sugli schermi degli smartphone, l’individuo perde gli strumenti cognitivi minimi necessari per interpretare e orientarsi nella realtà circostante, oscillando pericolosamente tra il conformismo quotidiano e la confusione nichilista, che si manifesta in comportamenti di esasperato individualismo e vandalismo casuale. In particolare, i giovani sono perennemente connessi a stimoli digitali e distrazioni di consumo (social media, videogiochi, video brevi), ma provano un profondo vuoto interiore. Cercano il piacere non perché lo godano davvero, ma per anestetizzare l’ansia causata da un futuro instabile e precario.

5. La salute mentale mercificata: alienazione e depoliticizzazione del disagio

Il nesso che unisce l’organizzazione economica capitalistica al collasso psicosociale e all’aggravarsi della crisi della salute mentale delle popolazioni, che è una crisi di significato e una crisi di visione del mondo, è diretto, intimo e sistemico. Dati epidemiologici significativi su vasta scala, come il Rapporto sullo stato mentale nel mondo redatto da Sapien Labs20, evidenziano un paradosso fondamentale: i Paesi capitalisti avanzati e benestanti registrano i punteggi peggiori in termini di benessere mentale complessivo. Questo dato dimostra che l’alienazione e la disperazione psichica contemporanee non scaturiscono esclusivamente dalla deprivazione materiale, ma sono prodotte strutturalmente dall’abbondanza capitalistica stessa, dal consumismo sfrenato e dalla mercificazione di ogni aspetto dell’esistenza21. La mercificazione è stata spinta fino ai confini dell’esistenza biologica (con le biotecnologie che vengono appropriate dal capitale attraverso le leggi sulla proprietà intellettuale che sanciscono la rendita monopolistica sull’umano e la natura) e del mondo digitale, aprendo un inquietante futuro “transumanista” o “postumanista” che mette in discussione la natura umana e la stessa società.
Nonostante l’evidenza delle radici storiche e sociali del malessere, la psichiatria e la psicologia mainstream attuano un’operazione ideologica di depoliticizzazione, riduzione individualistica e medicalizzazione del disagio. I sintomi di una profonda sofferenza ontologica e sociale vengono ridotti a meri squilibri chimici cerebrali o a fragilità caratteriali personali, da trattare esclusivamente tramite terapie farmacologiche22, palliativi superficiali o pratiche adattive di decontestualizzazione spirituale (come lo yoga, la mindfulness, la compagnia di un animale domestico come un cane o un gatto, il giardinaggio o l’invito individualistico a disconnettersi dai social). I problemi sistemici (come il precariato, il costo della vita o la mancanza di futuro) vengono riformulati come fallimenti personali. Senza toccare le cause materiali che generano lo stress, è un’operazione profondamente politica conservatrice. Finanche il mondo della medicina clinica giunge talvolta a consigliare la rimozione terapeutica del dubbio, esortando il soggetto a non indagare le ragioni profonde della propria sofferenza psichica per favorire un rapido ritorno alla produttività. L’obiettivo della psichiatria mainstream non è liberare l’individuo dal malessere, ma renderlo nuovamente produttivo e funzionale per il mercato.
A questa deriva si oppone una solida e ricca tradizione intellettuale materiale e psicologica che ha indagato il legame intrinseco tra struttura economica e mente. La scuola psicologica sovietica (Lev Vygotskij, Alexei Leontiev, Alexander Luria) ha ampiamente dimostrato che le funzioni psichiche superiori non sono biologicamente predeterminate, ma storicamente e socialmente mediate all’interno dei rapporti di produzione: il nostro cervello non è nato ansioso o distratto per un difetto biologico, ma viene letteralmente “fabbricato” e modellato dai ritmi stressanti e dall’isolamento digitale in cui siamo costretti a vivere per produrre profitto23. È una scuola ancora influente nel campo principale della teoria pedagogica24, sebbene il suo legame con il marxismo sia spesso messo in secondo piano o cancellato. Intellettuali come Erich Fromm e Frantz Fanon hanno decostruito le patologie specifiche prodotte dalle società capitaliste e coloniali25, mentre filosofi marxisti come Lucien Sève e Adam Schaff hanno gettato le basi per una psicologia filosofica fondata sul materialismo storico26. In tempi più recenti, teorici come Mark Fisher, con il celebre concetto di “realismo capitalista”, e James Davies si sono concentrati sul ruolo del capitalismo nella creazione del disagio mentale27. Il capitalismo scarica sui singoli individui l’ansia e la depressione causate dall’instabilità economica e sociale, individualizzando e medicalizzando i suoi sintomi e sopprimendo così alla radice qualsiasi tentativo di analisi collettiva e di trasformazione strutturale della società, depoliticizzando la sofferenza. Nel frattempo, la psicologia mainstream privilegia o le neuroscienze empiriche o una gamma eclettica di teorie e terapie che non arrivano al cuore del problema.
La centralità del disagio mentale nei contesti di povertà è un tema cruciale. Le persone povere si trovano in un circolo vizioso dato che la povertà genera malessere mentale, e il malessere mentale impedisce il riscatto economico. Spesso la mancanza di strumenti culturali ed economici impedisce alle persone di riconoscere e comprendere la propria sofferenza psichica. In molti casi manca un’alfabetizzazione emotiva e il trauma viene normalizzato, per cui l’ansia e la depressione sono considerate come normali conseguenze della miseria. Viene data priorità alla sopravvivenza, con i bisogni primari (cibo, casa, lavoro) che oscurano la salute mentale. Influisce anche lo stigma sociale, la paura dell’esclusione o della discriminazione all’interno della comunità. Soprattutto, ci sono spesso forti barriere d’accesso ai servizi. Mancano le strutture pubbliche e i costi delle cure private sono insostenibili. La conseguenza sul lungo periodo è la cronicizzazione, il disagio non trattato si trasforma in patologie gravi. Forte è il rischio di somatizzazione, per cui il dolore psichico si manifesta come dolore fisico, sovraccaricando l’assistenza sanitaria generale.
Una psicologia solida deve essere fondata su una filosofia e un’economia politica integrali e materialiste, un’analisi del sistema in cui la psiche si forma e si muove nell’intero panorama dell’esperienza socio-storica. Deve andare oltre la semplice focalizzazione su deprivazione, alienazione, individualismo, consumismo e medicalizzazione, analizzando le dimensioni sociali del disagio mentale per approfondire come la struttura e la traiettoria stessa del capitalismo, nel suo declino decadente, plasmino la vita intellettuale, psicologica e culturale e sovvertano la spinta verso il significato, colonizzando la coscienza stessa.

6. Il deserto teorico dell’accademia contemporanea

In questo quadro di complessiva regressione culturale, le istituzioni universitarie contemporanee, che storicamente hanno rappresentato i centri del pensiero critico, dell’integrazione intellettuale e del dibattito sulle visioni del mondo, attraversano una fase di profonda desertificazione teorica. Fatta eccezione per isolate sacche di resistenza, il mondo accademico odierno manifesta una radicale e aprioristica avversione per i grandi discorsi teorici, per le interpretazioni onnicomprensive della storia e per qualsiasi forma di “ismo”.
La ricerca scientifica e umanistica è perlopiù informata da presupposti impliciti mutuati dal positivismo e dal postmodernismo. Sebbene apparentemente antitetici, l’iper-specializzazione metodologica, l’ossessione per i dati empirici circoscritti, la burocrazia della ricerca e le metriche di valutazione quantitativa del primo e il relativismo frammentario del secondo convergono nel medesimo rifiuto delle grandi narrazioni storiche. Questo assetto epistemologico produce una mole sterminata di dati empirici circoscritti e settoriali, ma vieta rigorosamente di unire i puntini per non disturbare il capitale e comprendere la matrice strutturale del malessere globale. Ciò svuota le istituzioni di ogni finalità intellettuale o morale superiore.
Gli accademici sono spinti e incentivati (tramite bandi, fondi e carriere) a produrre conoscenze parcellizzate, spendibili sul mercato o direttamente funzionali agli interessi del capitale, rinunciando deliberatamente alla sintesi critica. Un economista studierà un micro-indicatore finanziario, un sociologo analizzerà un singolo comportamento urbano, ma a nessuno dei due è permesso di dire che quei fenomeni rispondono alla medesima logica di accumulazione del capitale. Il sistema universitario agisce così per ostacolare il pensiero sistemico attraverso pubblicazioni scientifiche sterili iper-specializzate, dove la complessità burocratica e il tecnicismo linguistico spesso incomprensibile ai non addetti ai lavori servono a mascherare l’assenza di un reale significato, dimostrando come l’università sia divenuta essa stessa un sintomo della disintegrazione culturale della nostra civiltà. È impegnata in una precisa missione politica: depoliticizzare il sapere e recidere il legame tra la conoscenza e le masse lavoratrici, addomesticando il potenziale rivoluzionario degli studenti e trasformandoli in tecnici sottomessi al sistema.
In sostanza, il deserto teorico delle università contemporanee non è un incidente di percorso, ma il trionfo dell’”educazione bancaria” (educação bancária) denunciata da Paulo Freire, dove il sapere parcellizzato serve a riprodurre la sottomissione28. Davanti a questa desertificazione, l’educatore non può restare un “intellettuale tradizionale” chiuso nel suo gergo protettivo; deve farsi “intellettuale organico” gramsciano, capace di organizzare la prassi a partire dal disagio materiale. Questa liberazione della coscienza deve recuperare anche la lezione radicale e originaria di Maria Montessori: distruggere la logica della catena di montaggio cognitiva che modella le menti fin dall’infanzia, per restituire all’essere umano la sua capacità di auto-determinazione e trasformazione sociale29.

7. L’analisi marxista come ricostruzione unitaria e della prassi socialista

In netta e radicale contrapposizione con le letture parcellizzate e disorientanti della sociologia liberale, il marxismo si propone oggi come l’unico quadro teorico unitario, completo e coerente. Apporta significato, prospettiva, fondamenti, scopo, una visione del mondo che abbraccia tutte le forze in gioco all’interno di un quadro unitario. Esso possiede la capacità di ricondurre la molteplicità delle crisi contemporanee alla loro unica matrice comune: le contraddizioni strutturali del capitalismo nella sua fase degenerata, neoliberista, finanziarizzata e decadente. Per l’analisi marxista, il caos ecologico, la miseria sociale e l’ingiustizia economica non sono incidenti di percorso, disastri fortuiti o convergenze casuali della storia, ma le conseguenze logiche e inevitabili di un sistema fondato sulla valorizzazione infinita del capitale a scapito della vita umana e biologica. Questa “sovradeterminazione” sistemica si riflette in modo altrettanto profondo sul piano dell’equilibrio psicosociale. Sebbene le patologie psichiatriche gravi a forte e comprovata eziologia biologico-genetica – come le psicosi o il disturbo bipolare – mantengano fattori di insorgenza organici e intrinseci all’individuo, è l’esplosione sistemica della sofferenza mentale comune, dell’ansia e della depressione generalizzate a dover essere interpretata come un riflesso diretto delle strutture materiali di alienazione. Il capitalismo non si limita a produrre precarietà, ma ne colonizza gli effetti psicologici, operando una sistematica depoliticizzazione del disagio. Laddove la psichiatria ufficiale rischia di isolare il sintomo biologico disancorandolo dalla realtà, la critica dell’economia politica svela come la sofferenza psichica diffusa sia strutturalmente alimentata dall’instabilità sociale e dall’erosione dei legami comunitari tipici del modo di produzione dominante. Per il marxismo, tutte queste crisi sono radicate in una crisi sistemica che richiede un’analisi sistemica.
Il marxismo, tuttavia, non si limita a un compito meramente diagnostico o intellettuale; esso unisce strettamente la precisione dell’analisi scientifica alla necessità storica di un’alternativa sistemica globale: il socialismo o, meglio, oggi l’ecosocialismo. La transizione verso questo modello alternativo rappresenta il nucleo problematico e centrale della modernità. Se nelle epoche storiche precedenti i processi rivoluzionari seguivano traiettorie d’azione più lineari (come espropriare gli espropriatori), conseguendo vittorie straordinarie e subendo anche amare sconfitte, l’attuale globalizzazione finanziaria del capitale esige lo sviluppo di nuove e più sofisticate forme di mobilitazione sociale capaci di coinvolgere le grandi masse. Oggi, un proletariato ambientale ancora in fase embrionale, insieme ad ampi segmenti delle generazioni più giovani delle classi medie scolarizzate, un’alleanza che subordina le rivendicazioni post-materiali della classe media ai bisogni economici e ai salari dei lavoratori, viene spinto, consapevolmente o meno, verso la creazione di una civiltà ecologica: una nuova comunità di produttori associati in piena armonia con la Terra, fondata sull’uguaglianza sostanziale e sulla sostenibilità ecologica, che prefigura lo spettro dell’ecosocialismo integrale (si veda il mio libro “Ecosocialismo o barbarie. La lezione di Karl Polanyi e la sfida democratica al neoliberismo”, Left, Roma 2026).
Le esperienze storiche più recenti offrono lezioni fondamentali e imprescindibili in merito. Il movimento transnazionale no-global o alter-globalista per la globalizzazione dei diritti contro la globalizzazione del capitale (con il Forum sociale mondiale, nato a Porto Alegre nel 2001) partito da Seattle (contro il vertice del WTO) nel 1999, passato da Genova (contro il vertice del G8) nel 2001, per poi riemergere a New York con Occupy Wall Street nel 2011 ha avuto l’indubbio merito di contestare la natura stessa del sistema economico-finanziario e rimettere al centro della discussione la critica del capitale, ma la sua forma rigidamente semi-spontanea e l’assenza di una solida struttura organizzativa ne hanno decretato una rapida e totale scomparsa30. Analogamente, la successiva stagione elettorale della sinistra alternativa europea – l’ondata di Syriza in Grecia e Podemos in Spagna – si è smobilitata troppo rapidamente sotto il peso di compromessi istituzionali, carenze strategiche e vincoli strutturali esterni. In questo scenario di riflusso, il caso italiano si distingue per una specificità ancora più marcata: negli ultimi quindici anni in Italia, a differenza di Spagna e Grecia, la sinistra radicale o alternativa non è riuscita a capitalizzare l’eredità di Genova 2001 e non è mai riuscita a costruire un polo elettorale di governo, vivendo una crisi di rappresentanza e una frammentazione cronica. La sfida cruciale del tempo presente risiede dunque nella capacità di combinare la stabilità organizzativa, disciplinata e duratura della tradizione socialista, con l’energia e la spinta creativa di mobilitazioni orizzontali di massa sostenibili nel lungo periodo.

8. Pensare ad un modello di ecosocialismo praticabile

Oggi fare una proposta di sinistra ed ecosocialista praticabile è difficilissimo perché la destra reazionaria e populista ha risposte molto più semplici e immediate da vendere. Mentre l’ecosocialista spiega che per salvarsi bisogna cambiare l’intero modello macroeconomico globale attraverso “metriche materiali e bio-fisiche” (contare le risorse reali, non il denaro)31, un leader populista come Donald Trump usa la “comunità del rancore”: individua un capro espiatorio immediato (il migrante, l’élite culturale, la transizione green stessa) e promette un ritorno nostalgico a un passato dorato in cui c’era benessere per tutti. La promessa della destra è falsa e distruttiva, ma parla alla pancia del lavoratore impoverito; la proposta della sinistra è strutturalmente corretta nella diagnosi, ma parla alla testa di chi non ha problemi ad arrivare a fine mese. Chi vive la “crisi di accessibilità economica” (caro affitti, inflazione) spesso non ha il tempo né gli strumenti per legare la sua sofferenza alla transizione ecologica.
Pertanto è comprensibile che la lucida analisi dei problemi e la fragilità delle soluzioni attuali possano portare a un senso di profonda impotenza. Tuttavia, la prospettiva storica e scientifica offre una lettura diversa, che sostituisce la rassegnazione con un realismo attivo. L’idea che non ci sia nulla da fare presuppone che le tendenze attuali continuino immutate per sempre. Ma la storia umana procede per salti, rotture e biforcazioni improvvise. I sistemi socio-economici complessi (come il feudalesimo o l’Assolutismo) sono sempre apparsi eterni e inscalfibili alle generazioni che vi erano immerse, finché una combinazione di crisi interne ed esterne non li ha fatti crollare, aprendo lo spazio a nuovi modelli32. Le contraddizioni stesse del tardo capitalismo — come l’automazione selvaggia e la crisi ecologica — stanno creando le condizioni per la nascita di nuove forme di resistenza e di organizzazione che oggi non siamo ancora in grado di codificare pienamente.
La fragilità dei modelli classici di sinistra (il partito novecentesco o il sindacato di fabbrica) non implica la fine dell’azione collettiva. Nel mondo reale si assiste a una proliferazione di laboratori di resistenza concreta: un sindacalismo di nuova generazione con le lotte dei lavoratori della logistica, dei rider e dei dipendenti dei giganti tecnologici che stanno progressivamente costruendo nuove forme di solidarietà transnazionale; le pratiche di transizione dal basso con comunità energetiche rinnovabili, cooperative di recupero industriale (aziende “recuperate” dagli operai”) e reti di agricoltura contadina che dimostrano che forme di gestione comune delle risorse non monetarie sono già possibili su scala locale; i contenziosi climatici globali con cittadini e movimenti che stanno utilizzando i tribunali internazionali per costringere governi e multinazionali a rispondere legalmente dei danni ambientali, creando precedenti giuridici vincolanti.
Riprendendo la celebre formula di Antonio Gramsci, la presa d’atto delle enormi difficoltà politiche costituisce il necessario “pessimismo della ragione”33. Questo però non deve cancellare l’”ottimismo della volontà”: la consapevolezza che l’azione politica e sociale è l’unico spazio in cui l’essere umano può determinare il proprio futuro. La rassegnazione è una scelta politica che favorisce unicamente lo status quo. L’alternativa non è un’utopia magica e immediata, ma l’impegno quotidiano nella costruzione di legami sociali, nella solidarietà materiale e nella partecipazione a conflitti specifici (sul salario, sulla sanità, sulla difesa del territorio) capaci di allargare progressivamente lo spazio del possibile.
Proviamo ad aprire un ragionamento sul che fare e come farlo. Occorrono soluzioni praticabili che consentano di spostare la transizione ecologica dal piano dei sacrifici morali a quello dei bisogni reali. Nel percorso verso l’ecosocialismo è necessario articolare una fase di transizione intermedia e graduale che non può nascere dall’alto, ma deve svilupparsi come un processo di “accumulazione di potere dal basso”. Date le condizioni esistenti del capitalismo delle piattaforme, per avviare la transizione, il conflitto sindacale deve diventare un conflitto sul codice e sui dati. I sindacati di nuova generazione non devono chiedere solo aumenti, ma la trasparenza e la comproprietà dei dati raccolti dagli algoritmi aziendali (es. tempi di consegna, mappatura dei percorsi). Attraverso pratiche di reverse engineering (decodificazione dal basso dei software proprietari)34, i lavoratori possono accumulare il know-how tecnico necessario. L’algoritmo cessa di essere una scatola nera subita passivamente e inizia a essere compreso come un’arma immediata di lotta contrattuale e sull’organizzazione del lavoro.
Il lavoratore impoverito non ha tempo per la teoria, ma risponde a bisogni immediati. La transizione deve quindi creare alternative economiche tangibili qui e ora. Va previsto un “salario di cittadinanza politica” o un sistema di “permessi di democrazia economica”. La transizione deve prevedere per legge la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, istituendo ore settimanali retribuite e obbligatorie dedicate esclusivamente alla gestione dei consigli di quartiere (o di altre istituzioni di autogoverno territoriale) e alla formazione tecnologica. L’autogoverno non deve essere un carico di lavoro non pagato nel tempo libero, ma una parte integrante della giornata lavorativa regolare.
Guardando ad un settore strategico del capitalismo presente come la logistica possiamo dire che sfruttando i dati accumulati nella prima fase e utilizzando software gestionali open-source, i lavoratori licenziati o in sciopero creano le prime piattaforme cooperative di consegna e logistica territoriale (es. modelli sul tipo di CoopCycle35). Queste piattaforme non competono sul mercato tagliando i salari, ma offrendo tariffe agevolate alle Piccole e Medie Imprese (PMI) locali e ai piccoli commercianti, anch’essi strozzati dalle multinazionali, per cui attualmente sopravvivono solo grazie alla compressione salariale e alla precarietà. Si potrebbe così creare una prima alleanza sociale concreta tra precariato urbano e piccola produzione territoriale, uniti dall’uso di un’infrastruttura digitale comune e protetta.
A questo punto, le piattaforme cooperative non sono più piccole isole isolate, ma un tessuto economico cittadino coordinato. Interviene la politica locale (i consigli municipali). Il Comune non nazionalizza nulla per decreto, ma offre sussidi legati a vincoli ecologici. Ad esempio: le PMI e i consorzi di rider che utilizzano la piattaforma comune (che traccia già i chilometri e le emissioni) ottengono sconti sulle tasse locali o l’accesso a locali pubblici a canone zero. È qui che entrano in gioco le “metriche bio-fisiche” (tracciamento di chilometri ed emissioni), come criterio per ottenere un vantaggio economico immediato (es. “se usi la filiera corta tracciata dal software cooperativo, paghi meno tasse”). Il lavoratore e il piccolo imprenditore vedono migliorare la propria “accessibilità economica” e, solo a quel punto, collegano la propria sopravvivenza materiale alla transizione ecologica.
La transizione verso l’ecosocialismo integrale non può e non deve riproporre il modello della pianificazione centralizzata e burocratica che ha soffocato le esperienze socialiste del Novecento. Quel modello scontava un limite tecnologico ed epistemologico invalicabile: l’impossibilità di calcolare in tempo reale i bisogni di milioni di individui, centralizzando le decisioni in un ufficio ministeriale rigido e cieco. Possiamo immaginare che la “civiltà ecologica” dei produttori associati si possa fondare oggi su una pianificazione democratica e policentrica, resa possibile dalle tecnologie digitali contemporanee.
Per evitare la nascita di una nuova casta tecnocratica o di un moderno “Stato Leviatano”, l’infrastruttura di rete deve essere strutturata secondo il principio delle decisioni locali aiutate dalla tecnologia (la cosiddetta “sussidiarietà algoritmica”). Le decisioni economiche non convergono verso un unico supercomputer centrale, ma vengono distribuite su una rete di nodi federati e autonomi: consigli di quartiere, assemblee municipali e comunità industriali36. I dati sui bisogni materiali non sono imposizioni statistiche calate dall’alto, ma flussi informativi generati capillarmente dai territori, dove la tecnologia funge da tessuto connettivo trasparente e non da centro di comando.
Per questo vanno sottratti i server e i computer delle multinazionali (come Google o Amazon) attraverso l’espropriazione legale delle infrastrutture fisiche presenti sul territorio nazionale, convertendoli in utility pubbliche37. Successivamente, questi nodi nazionali vanno federati a livello europeo e globale, creando una rete internet pubblica e decentralizzata che escluda il protocollo commerciale. In questo modo, l’infrastruttura di rete può diventare lo strumento per un’allocazione trasparente e partecipativa delle risorse, guidata non dal valore di scambio ma dal valore d’uso. I complessi algoritmi predittivi e logistici che oggi le multinazionali utilizzano per manipolare i consumi e massimizzare i profitti finanziari vengono qui riorientati a fini sociali. La contabilità di questa economia digitale non si esprime più in termini monetari o di PIL, ma attraverso “metriche materiali e bio-fisiche” reali: ore di lavoro necessarie, impronta idrica, emissioni di carbonio e tassi di riciclo dei componenti. Le piattaforme digitali comuni permettono di incrociare istantaneamente la disponibilità delle risorse con i bisogni espressi dalla collettività, garantendo l’equilibrio ecologico senza passare per l’anarchia distruttiva del mercato neoliberista o per la paralisi cartacea dei vecchi ministeri sovietici.
Integrando bilanci partecipativi locali, consigli dei lavoratori e rigidi vincoli ecologici planetari, l’ecosocialismo può dimostrare che è possibile coordinare l’economia locale e globale restituendo ai cittadini la sovranità reale sulle proprie condizioni materiali di esistenza. Il meccanismo democratico si può articolare su due livelli protettivi contro la burocratizzazione:
• votazioni digitali su applicazioni trasparenti e accessibili a tutti (una democrazia dei flussi deliberativi): i cittadini utilizzano piattaforme open-source per votare la destinazione dei macro-investimenti (es. stabilire quanta energia destinare alla sanità pubblica rispetto alla produzione manifatturiera);
• il controllo diffuso dei lavoratori: all’interno delle singole unità produttive, i lavoratori associati mantengono il potere di veto sull’organizzazione del lavoro e sull’uso dei software gestionali, impedendo che l’algoritmo si trasformi in un nuovo strumento di sfruttamento o di sorveglianza.
La tecnologia cessa così di essere il braccio armato dell’automazione capitalistica che crea precarietà e disoccupazione per farsi strumento di liberazione del tempo (per la riproduzione sociale, il lavoro di cura, lo studio, la cultura) e di autogoverno collettivo.
Questa transizione digitale e bio-fisica potrebbe acquisire una declinazione peculiare in contesti economici come quello italiano, dove la struttura produttiva è storicamente polverizzata in una miriade di PMI. La pianificazione policentrica e diffusa non si tradurrebbe in una statalizzazione forzata o nell’annichilimento di queste micro-realtà artigianali, agricole e manifatturiere. Al contrario, l’ecosocialismo integrale dovrebbe prevedere l’integrazione delle PMI all’interno di un sistema misto fortemente cooperativo e territorializzato.
Le piccole imprese sarebbero sottratte al ricatto delle catene di fornitura globali controllate dai fondi di private equity e dalle grandi piattaforme di e-commerce monopolistiche. Esse potrebbero essere aggregate in consorzi cooperativi decentralizzati, autogestiti dai lavoratori e coordinati dai consigli municipali. All’interno di questo ecosistema, le PMI beneficerebbero dell’accesso gratuito alle infrastrutture digitali comuni e agli algoritmi logistici precedentemente socializzati dai Big-Tech.
La loro sopravvivenza e il loro orientamento ecologico sarebbero garantiti dal meccanismo dei prezzi bio-fisici: mentre le risorse strategiche e i semilavorati fondamentali verrebbero distribuiti tramite piani di allocazione democratica basati sui limiti planetari, lo scambio di beni secondari locali avverrebbe in un mercato regolato, dove il prezzo finale incorpora il costo ecologico reale (emissioni, consumo idrico, prossimità di filiera)38 In questo modo, l’artigianato e la piccola produzione territoriale cesserebbero di essere anelli deboli e precari della valorizzazione capitalistica per trasformarsi in pilastri della resilienza ecologica e della riproduzione metabolica sociale delle comunità, ossia del modo in cui una società si procura il cibo, l’acqua, l’energia e altri prodotti necessari per sopravvivere senza distruggere la natura che la ospita. Proprio come il corpo umano ha bisogno di mangiare, digerire ed eliminare le tossine per vivere (metabolismo), così fa la società. Oggi questo ciclo è malato. Il sistema estrae risorse dalla Terra, produce merci, ci spinge a consumarle e poi le butta via creando montagne di rifiuti. Questo danneggia la salute del pianeta e delle persone.

9. Dibattito pubblico, responsabilità degli educatori/intellettuali e riconquista del significato

La battaglia per il superamento della crisi di significato e per la rinascita della civiltà in chiave ecosocialista deve necessariamente tradursi in un’offensiva politica, culturale e ideologica da attuarsi in ogni snodo del dibattito pubblico, dalle aule scolastiche e universitarie fino alle piattaforme dei social media. Gli educatori, gli intellettuali e le istituzioni formative hanno la responsabilità storica e il dovere morale di difendere la conoscenza razionale e le prove empiriche dall’attacco frontale portato dall’irrazionalismo capitalistico, il quale mina sistematicamente le prove empiriche e alimenta la reazione politico-culturale (il “populismo reazionario” delle nuove destre nazionaliste bianche).
Dinanzi a una gioventù globale che esprime un giudizio ampiamente negativo sul capitalismo, ma che al contempo ignora i contenuti teorici, storici e programmatici del socialismo a causa di una sistematica rimozione della memoria storica, è urgente fornire l’accesso a una contro-narrazione alternativa. Questa operazione richiede un costante innalzamento del livello concettuale della discussione quotidiana, trasformando le discussioni aneddotiche e frammentate in analisi sistemiche e strutturali. Ogni pretesto offerto dalla cronaca nera o dalla cultura pop deve essere utilizzato come un ponte pedagogico verso la comprensione del sistema.
È fondamentale far comprendere alle persone come il sistema strutturi le loro vite. Il capitalismo è responsabile delle terribili ingiustizie del mondo, della distruzione ecologica, della decadenza culturale e del disordine psicologico che lo affliggono. Le figure della politica reazionaria contemporanea, come Donald Trump non vanno analizzate indulgendo nel moralismo superficiale o nel dettaglio psicologico del loro narcisismo individuale39, bensì mostrate come il prodotto logico, inevitabile e coerente di un sistema economico e politico in crisi, ma capace di incanalare la lotta di classe in una guerra culturale tra lavoratori. Il “Trumpismo” è la forma politica di gestione della crisi di sovraccumulazione del capitale. Trump è il liquidatore politico del vecchio “sogno americano” neoliberista, la cui retorica rozza è un dispositivo ideologico scientificamente strutturato per incanalare la lotta di classe in una guerra culturale orizzontale (lavoratori bianchi contro minoranze e migranti). Allo stesso modo, le inchieste giornalistiche sulle oligarchie finanziarie e i loro scandali (come il caso Epstein) non devono esaurirsi nell’indignazione passeggera, ma servire a svelare il cortocircuito che vive la democrazia formale e la corruzione strutturale e intrinseca ai processi di accumulazione capitalistica40.
Trump promette una nuova “età dell’oro per l’America” e propone un “neoliberismo autoritario”, ossia una forma autoritaria di capitalismo. Pur agitando la bandiera del popolo, non mette in discussione i dogmi del capitale finanziario, ma ne accentua il carattere repressivo. La protezione promessa e vagheggiata si traduce in una “comunità del rancore” che individua nel migrante41 o nel diverso un capro espiatorio ideale per distogliere l’attenzione, dal fatto che si continuano ad attuare detassazioni per i ricchi e lo smantellamento dello Stato sociale. È il sacrificio dell’individuo e della democrazia per cercare di salvare il funzionamento tecnico del sistema capitalistico sotto un comando gerarchico.
Il capitalismo monopolistico ha assunto sempre più la forma del capitale finanziario e della conseguente perdita di controllo sociale da parte dello Stato, con un’oligarchia della finanza e del potere militare che controlla e detta, di fatto, l’agenda economica e militare ai governanti di vari Paesi (per cui, ad esempio, c’è “l’America” intesa come popolo statunitense e i suoi ideali democratici, e c’è “l’America” intesa come i leader politici, militari e aziendali che producono e sganciano bombe, e queste due entità hanno poco o nulla a che vedere l’una con l’altra), con le normali azioni correttive del sistema che si sono rivelate sempre più inefficaci. Di fatto, lo Stato, seppure indebolito come attore rispetto al passato, viene ri-orientato in senso autoritario e repressivo per servire gli interessi delle élite finanziarie. L’ordine capitalistico mondiale è diventato sempre più dipendente dall’avventurismo militare e finanziario, a riprova del fatto che il centro politico non regge più. Sovraccumulazione, stagnazione (investimenti netti lenti, crescita lenta, capacità produttiva in eccesso e alta disoccupazione/sottoccupazione) e sprechi sono giunti a caratterizzare l’intero sistema42.
Tutti gli aspetti dell’esistenza sociale e del sostentamento – assistenza sanitaria, assicurazioni, istruzione, pensioni, alloggi, trasporti e comunicazioni – sono stati soggetti all’implacabile logica della finanziarizzazione, accelerata dal private equity, aumentando i costi e riducendo i benefici per la popolazione in generale. Oggi, nelle economie capitaliste sviluppate, i lavoratori stanno vivendo una crescente “crisi di accessibilità economica” poiché il capitale finanziario monopolistico cerca di usare ogni mezzo possibile per “prendere dai poveri e dare ai ricchi”43.
Il capitale dell’IA, costituito da “hyperscaler” come Microsoft, Amazon, Google (Alphabet) e Meta, sta investendo massicciamente nei data center, che promettono di eliminare decine di milioni di posti di lavoro, sostituendoli con automi basati sull’IA, robotizzando al contempo i lavoratori rimanenti (si veda il nostro articolo qui). Questo anche se in Italia, caratterizzata da un tessuto economico basato per oltre il 90% da PMI a bassa intensità tecnologica, l’impatto immediato dell’IA non si sta traducendo in un licenziamento di massa robotizzato, bensì in una polarizzazione delle competenze e in un taglio dei posti di lavoro negli uffici, nella grafica e nella scrittura.
L’enorme impatto ecologico e idrico dell’IA (consumo energetico dei server, emissioni di carbonio e consumo di acqua dolce per il raffreddamento) contribuisce ad accelerare il collasso ecologico e climatico. Secondo l’ultimo rapporto Onu su “Costo ambientale del consumo energetico dell’IA: impronta di carbonio, acqua e suolo” entro il 2030 l’IA potrebbe arrivare a consumare l’acqua necessaria a 1,3 miliardi di persone. Si tratta dello “scenario peggiore” (worst-case scenario) che evidenzia la necessità urgente di vincolare per legge i server all’uso di sistemi di raffreddamento a circuito chiuso e a fonti energetiche interamente rinnovabili44. In Italia ci sono già 200 data center, e altre decine ne arriveranno. Non a caso, l’opinione pubblica statunitense si oppone alla costruzione degli enormi data center necessari all’IA per raggiungere una crescita esponenziale. Questo è solo il segnale più evidente della crescente opposizione a questa tecnologia. Cresce l’opposizione al culto dell’automazione, ai danni causati dalla digitalizzazione su vasta scala, alla proliferazione dei data center, all’arroganza e al potere dell’élite tecnologica e alla corruzione dei politici che si piegano ai loro voleri (si veda anche la recente enciclica del papa statunitense Leone XIV Magnifica Humanitas che ho analizzato in un articolo qui). Il Wall Street Journal ha scritto: “L’unica cosa che cresce più velocemente dell’industria dell’intelligenza artificiale potrebbe essere il sentimento negativo degli americani nei suoi confronti”.
Anche l’attivismo su fronti parziali, specifici e apparentemente slegati – come le campagne per il controllo delle armi negli Stati Uniti45, le lotte ecologiste contro il mutamento climatico, le mobilitazioni per la sanità pubblica, le tutele sociali e la pace (per il no al genocidio, alla guerra e al riarmo) o la difesa della neutralità geopolitica in Europa – deve essere valorizzato come un terreno fondamentale di alfabetizzazione politica. Oggi l’umanità intera si trova ad affrontare una crisi esistenziale. Nella sua irrazionale ricerca dell’accumulazione fine a sé stessa, il capitale, intrappolato in una crisi strutturale da lui stesso creata, sta distruggendo sia le proprie condizioni di produzione e riproduzione sia le condizioni di vita sul pianeta. La base oggettiva del movimento verso l’ecosocialismo si è notevolmente ampliata a livello globale, comprendendo ampie comunità della classe lavoratrice e i loro contesti – senza escludere i poveri, i contadini, i lavoratori di sussistenza, gli oppressi per razza e genere, gli indigeni e altri come la classe media scolarizzata – tutti sempre più accomunati dalle tendenze sterminatrici del sistema.
Mostrando con assoluta chiarezza come la logica del profitto privato sia strutturalmente e radicalmente incompatibile con la tutela della biosfera, della salute collettiva e della democrazia sostanziale (quella che “incorpora” l’economia nella società, rendendo i cittadini sovrani non solo sulle leggi civili, ma anche sulle condizioni materiali della loro esistenza: lavoro, sanità, istruzione, ambiente), è possibile unire rivendicazioni frammentate in un vasto e coerente movimento di resistenza sistemica.
Rompere l’isolamento e abbandonare il ruolo di spettatore passivo della propria alienazione per dedicarsi all’analisi del declino capitalistico e all’organizzazione politica significa, intrinsecamente, guarire dalla crisi di significato. La militanza attiva e la prassi cosciente si configurano così come l’orizzonte insuperabile per restituire scopo e futuro alle nuove generazioni. Se la tristezza sociale è uno strumento di controllo promosso dal capitalismo, rimuovere questo ostacolo attraverso l’azione collettiva è anche una strada di liberazione per l’ecosocialismo. È tempo di riprenderci il nostro destino collettivo, dimostrando che, contro la cecità distruttiva del capitale, la politica può ancora essere l’arte di costruire un mondo comune, solidale e autenticamente democratico.

Alessandro Scassellati

  1. Un capitalista miliardario come Donald Trump può fingere con successo di essere un eroe della classe lavoratrice “dimenticata” e “lasciata indietro”, non più in grado di vivere il “sogno americano” (ovvero la promessa che chiunque negli Stati Uniti possa costruirsi un futuro radioso). L’espressione “sogno americano” fu resa popolare con The Epic of America, un libro dello storico James Truslow Adams pubblicato nel 1931 durante la Grande Depressione. “Non si tratta semplicemente di un sogno di automobili e salari elevati, ma di un sogno di un ordine sociale in cui ogni uomo e ogni donna possano raggiungere il pieno potenziale di cui sono intrinsecamente capaci”. Nel corso degli anni, lo slogan si è evoluto. Oggi è spesso associato all’imprenditorialità, alla mobilità sociale e, soprattutto, alle opportunità economiche. Il “sogno americano” è stato venduto in tutto il mondo, in parte, attraverso il cinema e, per molti versi, Hollywood incarna l’idea di farcela in America. Un leader autoritario di destra come Trump spesso fa appello alla classe lavoratrice mostrando modi rozzi, un habitus proletario e usando un linguaggio semplice e dicotomico. Ma, in realtà, quando è al potere questo ideologo si oppone agli interessi della classe lavoratrice e promuove e attua leggi che prevedono agevolazioni fiscali per le grandi società e i super-ricchi e danneggiano la classe lavoratrice, smantellando gli effetti redistributivi dello Stato sociale e dei servizi pubblici.[]
  2. Potremmo dire che dietro la frammentazione del dibattito pubblico si nasconde un profondo nodo di “sovradeterminazione” sistemica. Sul concetto di “sovradeterminazione” (surdétermination) come superamento del determinismo meccanico e riconoscimento dell’autonomia relativa delle sovrastrutture, si veda il testo cardine di Louis Althusser, Per Marx, trad. it. di Franca Madonia (Roma: Editori Riuniti, 1967), in particolare il capitolo “Contraddizione e sovradeterminazione”, 69–108 (ed. originale: Pour Marx, Paris: François Maspero, 1965).[]
  3. La nozione di una “crisi strutturale globale del capitale” che definisce i nostri tempi fu introdotta per la prima volta da István Mészáros nel 1971 (István Mészáros, Marx’s Theory of Alienation, Merlin Press, London 1971; The Necessity of Social Control, Merlin Press, London 1971). Nel 1995, Mészáros distinse l’emergente crisi strutturale epocale del capitale dalle crisi cicliche e congiunturali che costituiscono “la naturale modalità di esistenza del capitale” (István Mészáros, Beyond Capital,, Monthly Review Press, New York 1995; Oltre il capitale. Verso una teoria della transizione, Edizioni Punto Rosso, 2021). La crisi strutturale odierna, spiegò, presenta quattro caratteristiche che la distinguono storicamente, concentrandosi qui principalmente sulle sue dimensioni economiche: il suo carattere è universale, la sua portata è veramente globale, la sua scala temporale è estesa, continua e permanente, il suo modo di svilupparsi potrebbe essere definito strisciante, con possibili convulsioni veementi e violente. Tutto ciò significa che l’attuale modo di produzione si sta avvicinando ai limiti assoluti del ciclo vitale della società (il modo di riproduzione metabolica sociale), evidente non solo nelle sue crescenti contraddizioni economiche – poiché produzione, consumo e circolazione ne definiscono la struttura interna – ma anche in ogni aspetto della realtà materiale. Una crisi strutturale si verifica quando non sono in discussione solo i “limiti immediati” del sistema, ma anche i suoi “limiti ultimi”, poiché ciò incide sulla “totalità di un complesso sociale”. Questo è particolarmente evidente in ambito ambientale, che il capitale, nella sua ricerca di un’accumulazione senza fine, tratta come se fosse costituito da semplici barriere da superare o da discariche per i suoi rifiuti, anziché rispettare i limiti planetari e le leggi naturali. Sappiamo che senza crescita il capitalismo crolla; tuttavia, la crescita perpetua di un sistema economico basato sul modello “estrazione-produzione-consumo-smaltimento” su un pianeta finito porta inesorabilmente al disastro ambientale, come afferma il 97% dei climatologi, a partire dai membri dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), un organismo patrocinato dall’Onu. La ricerca scientifica indica che praticamente nessun ecosistema sulla Terra sfugge alla minaccia del collasso, con il degrado dei suoli e degli ecosistemi acquatici e marini (acidificazione, microplastiche, riscaldamento globale, etc.) e la minaccia di estinzione per mammiferi, uccelli, anfibi, rettili, pesci selvatici, insetti, flora e la maggior parte delle altre forme di vita sulla Terra, inclusi gli esseri umani. Gli scienziati parlano di una sesta estinzione di massa – la più grande perdita di esseri viventi sulla Terra dall’era dei dinosauri – causata dall’uomo.[]
  4. Si vedano: John Bellamy Foster, “Capitalism Has Failed—What Next?,” Monthly Review 70, no. 9 (February 2019): 1–24; John Bellamy Foster, “The New Irrationalism,” Monthly Review 74, no. 9 (February 2023): 1–24; Brett Clark and John Bellamy Foster, “The Destruction of Reason and the Rise of Ecofascism in the United States,” Monthly Review 78, no. 2 (June 2026): 1–16.[]
  5. Edgar Morin e Anne Brigitte Kern, Terra e patria, Raffaello Cortina Editore, Milano 1996; Edgar Morin “Di fronte alla policrisi che l’umanità sta attraversando, la prima resistenza è quella dello spirito”, Le Monde, gennaio 24, 2024. Morin ha esplicitamente introdotto il concetto di policrisi come categoria volta a negare l’idea che fosse possibile “individuare un problema numero uno a cui tutti gli altri sarebbero subordinati” o addirittura costruire una gerarchia di problemi critici nel mondo. Tutti i problemi sono vagamente associati alla modernità o alla “tecnoscienza”, ovvero svincolati sia dalla struttura che dall’azione, nonché dai rapporti sociali di produzione, insieme a qualsiasi prospettiva storica coerente. Per Morin non c’è via di scampo (se non nel regno dello “spirito”, che egli definisce “prima resistenza”).[]
  6. Adam Tooze, “Defining Polycrisis—From Crisis Pictures to the Crisis Matrix,” Chartbook 130, June 24, 2022; Adam Tooze, “Polycrisis and the Critique of Capitalocentrism,” Chartbook 343, January 6, 2025, adamtooze.substack.com.; Adam Tooze, Crashed: How a Decade of Financial Crises Changed the World, Viking, New York 2018; Lo schianto, Mondadori, Milano 2018).[]
  7. Simon Torkington, “We’re on the Brink of a ‘Polycrisis’—How Worried Should We Be?”, World Economic Forum, January 13, 2023, weforum.org; World Economic Forum, Global Risks Report 2023, January 11, 2023; World Bank, Poverty, Prosperity, and Planet Report 2024: Pathways Out of the Polycrisis, World Bank, Washington DC 2024, xxiii—xxvi, 4, 190; Organisation for Economic Co-operation and Development, States of Fragility 2025, January 18, 2025, 29, 172, 177.[]
  8. Si vedano Perry Anderson, “Situationism à L’envers?”, New Left Review 119 (September–October 2019) e John Bellamy Foster, The Global Structural Crisis of Capital, Monthly Review, Vol. 78, n. 3 (July-August 2026; “Notes from the Editors,” Monthly Review 77, no. 6 (November 2025).[]
  9. Sally Rooney, Intermezzo, Einaudi, Torino 2024; Dove sei, mondo bello, Einaudi, Torino 2023.[]
  10. Elizabeth Strout, The Things we Never Say, Viking, New York 2026; Tell Me Everything, Random House, New York 2024; Lucy davanti al mare, Einaudi, Torino 2024.[]
  11. Sigrid Nunez, The Vulnerables, Riverhead Books, New York 2023; Russell Banks, Foregone, Ecco, New York 2021.[]
  12. Lee Cole, Mani nella terra, Marsilio, Padova-Venezia 2023.[]
  13. Zhang Yueran, Cocoon, World Editions, London 2022; Wang Anyi, Fu Ping, Columbia University Press, New York 2019.[]
  14. Annie Ernaux, Gli anni, L’Orma Editore 2024.[]
  15. Ian McEwan, Lezioni, Einaudi, Torino 2023.[]
  16. Ed Simon, Writing During the Apocalypse: Reflections on the Great Unraveling, Bloomsbury Academic, London 2026.[]
  17. Ulrich Beck, La metamorfosi del mondo, Laterza, Bari-Roma 2024.[]
  18. “Tutti gli uomini sono creati uguali” avevano affermato i Padri Fondatori ma, ovviamente, tra questi “uomini” non erano inclusi le donne, gli schiavi o i servi bianchi a contratto e i nativi americani. A questi ultimi, gli inglesi avevano assegnato le terre ad Ovest e a Sud che non facevano parte delle 13 colonie. Con la sconfitta degli inglesi, iniziò l’esodo verso Ovest e Sud, che funse da potente valvola di sfogo contro le ribellioni nelle ex colonie. Le tribù native americane furono soggette a spietate politiche di genocidio, con le loro popolazioni decimate e le loro fonti di cibo (i bisonti) annientate. Nel frattempo, la schiavitù nelle colonie meridionali si consolidò, nonostante i tentativi britannici di porvi fine a livello globale. Dopo l’indipendenza, il potere economico rimase saldamente nelle mani dell’élite schiavista. I grandi proprietari terrieri e i mercanti costituivano il 10% della popolazione, ma detenevano quasi la metà della ricchezza del Paese e tenevano in schiavitù un settimo della popolazione.[]
  19. In proposito, c’è la famosa citazione attribuita a Fredric Jameson e Slavoj Žižek: ”È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”.[]
  20. Sapien Labs, Mental State of the World Report 2024, Sapien Labs, Arlington 2025.[]
  21. L’OMS prova a misurare il grado di sofferenza psichica collettiva e calcola che oltre 800 mila persone si suicidano ogni anno nel mondo, mentre oltre 300 milioni di persone soffrono di depressione, con un aumento del 18% dal 2005 al 2015, e 260 milioni sono soggetti a disturbi d’ansia e attacchi di panico, con molti che soffrono di entrambi i disturbi, con un costo per l’economia globale stimato in 1 trilione di dollari l’anno in perdita di produttività. Secondo gli studi del National institute of mental health, circa il 20% degli statunitensi sperimenta un disturbo d’ansia nel corso di un anno; oltre il 30% lo sperimenta nel corso della propria vita. Un recente articolo di Newsweek ha indicato il debito personale, la diminuzione della proprietà della casa e la diminuzione dei tassi di occupazione come fattori di stress più tangibili tra i millennials. La Geriatric mental health foundation ha osservato che “le paure comuni sull’invecchiamento possono portare all’ansia” – paura di una caduta, dell’isolamento, della dipendenza, della degenerazione. Per gli adulti di mezza età, lo stress di sostenere finanziariamente i figli cresciuti mentre si prendono cura dei genitori anziani può portare ad ansia, depressione e riduzione della salute generale. Oggi in Italia circa 6 milioni di persone in età lavorativa sperimentano almeno un disturbo mentale; guardando al dato anagrafico, i giovani tra i 18 e i 34 anni sono le figure più colpite, mentre, suddividendo il campione per genere, le donne ne soffrono maggiormente; in generale, a essere maggiormente afflitta è la popolazione precaria, più vulnerabile economicamente e maggiormente stressata. Questi fattori di stress genericamente distinti sorgono in un contesto complessivo di precarietà finanziaria endemica per i lavoratori: mentre i salari non sono aumentati da decenni (anzi sono diminuiti in valore reale), il 78% dei lavoratori statunitensi a tempo pieno vive del solo stipendio (“from paycheck to paycheck”) e il 71% si trova ad affrontare una certa misura di debito.[]
  22. Con questo non si vuole ignorare la componente biologica, genetica e neurochimica di patologie mentali gravi come la schizofrenia o il disturbo bipolare, che certamente persistono indipendentemente dal modello economico di riferimento.[]
  23. Lev Vygotsky, Mind in Society: The Development of Higher Psychological Processes, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts 1978; A. N. Leontiev, Activity, Consciousness, and Personality, Prentice Hall, Englewood Cliffs, New Jersey 1978; Alexander Luria, The Making of Mind: A Personal Account of Soviet Psychology, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts 1979.[]
  24. In Italia, la neuropsicologia clinica, soprattutto di impostazione luriana, ha una tradizione scientifica fortissima e indipendente dalla pedagogia, legata alla riabilitazione cognitiva e medica nei principali ospedali e università nazionali. Michela Mattioli, ai vertici del CNR, membro dell’Accademia dei Lincei e alla guida del programma di neuroscienze dell’Humanitas, sostiene che: “Noi siamo anche l’ambiente in cui viviamo e il modo in cui viviamo, al di là del Dna. La nostra mente cambia, si nutre di alimenti materiali e immateriali: non dovremmo mai smettere di imparare, incuriosirci, emozionarci; di coltivare buone relazioni sociali, investire nella gentilezza invece dell’aggressività, confrontarci con la complessità invece di chiuderci nella logica dell’amico/nemico. Il nostro cervello sarà più sano e longevo.” (In Calandra R., “Con l’aggressività stiamo rovinando il nostro cervello. In Italia la ricerca è sempre in apnea”, Il Sole 24 Ore, 5 luglio 2026, p. 12). Questa impostazione neuroscientifica avanzata conferma la tesi centrale di questo saggio: persino la biologia cerebrale non è un dato statico o rigidamente predeterminato, ma si plasma in base alla qualità delle relazioni umane e del contesto sociale, offrendo una sponda scientifica alla critica della riduzione del disagio psichico a mero dato bio-meccanico. L’ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder) è il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività ed è diventato il disturbo del momento. Si tratta di una condizione del neurosviluppo che la medicina internazionale inquadra sulla base di precise vulnerabilità biologiche e genetiche che influiscono sulla capacità del cervello di pianificare, concentrarsi, gestire gli impulsi e regolare le emozioni. Tuttavia, è nell’interfaccia tra questa specifica base biologica e le pressioni del modello socio-economico che si consuma una profonda distorsione terapeutica e culturale. Negli Stati Uniti la diagnosticano quasi il doppio rispetto all’Europa. In Italia le diagnosi crescono ogni anno. Sui social chiunque si autodiagnostica, i sintomi aspecifici vengono decontestualizzati e i criteri diagnostici flessibili del DSM-5 rischiano di allargare i confini della patologia clinica a scapito di un’indagine psicologica profonda, mentre il business del metilfenidato prospera. E nel frattempo le scuole certificano in modo talvolta burocratico, le famiglie si affidano alla pillola come soluzione rapida ed efficientista, e quel bambino che manifesta un’irrequietezza motoria o una sofferenza relazionale viene etichettato prima ancora di essere ascoltato nella sua specificità affettiva. Alessia Barbagli, Alessio Giampà e Marco Randisi in ADHD. L’iperattività tra sintomo e ribellione (L’Asino d’Oro edizioni 2026) propongono una lettura diversa: l’iperattività come risposta vitale a un ambiente che non riconosce il bambino. Una “lotta partigiana”, la chiamano, e offre un contrappeso critico a una psichiatria che rischia a volte di essere troppo sbrigativa, riducendo la sofferenza psichica a elenchi di sintomi da spuntare su un manuale diagnostico. Offre un cambio di paradigma stimolante e critico, che si distacca dalla visione puramente biomedica del disturbo. Il fulcro della loro riflessione, fortemente influenzato dalla teoria psicodinamica di Massimo Fagioli, invita a interpretare l’iperattività non come un mero “difetto biologico” isolato da correggere meccanicamente, ma come una manifestazione di vitalità e una richiesta d’aiuto di fronte a un ambiente relazionale che non riconosce i bisogni affettivi del bambino.[]
  25. Erich Fromm, Psicoanalisi della società contemporanea, Mondadori, Milano 1987; Frantz Fanon, Pelle nera, maschera bianca, Edizioni ETS 2015.[]
  26. Lucien Sève, Marxismo e teoria della personalità, Einaudi, Torino 1973; Adam Schaff, Il marxismo e la persona umana, Feltrinelli, Milano 1977.[]
  27. Mark Fisher, Realismo capitalista, Produzioni Nero 2018 [2014]; James Davies, Sedated: How Modern Capitalism Created Our Mental Health Crisis, Atlantic Books, London 2021.[]
  28. Nella scuola e nell’università capitalista, il docente “deposita” nozioni tecniche e frammenti di dati nella mente dell’alunno, che resta un ricettore passivo. Questo metodo, spiega Freire, anestetizza il pensiero critico e serve a far adattare l’individuo al mondo così com’è. Per Freire, l’educazione deve essere problematizzante. L’educatore non impone dogmi, ma parte dalla realtà vissuta dalle persone (la solitudine, l’ansia da affitto, il precariato) per svelare, attraverso il dialogo, le cause strutturali dell’oppressione. Solo così la presa di coscienza (conscientização) diventa l’anticamera della prassi, ovvero dell’azione per cambiare il mondo. Si veda il suo capolavoro del 1968, La pedagogia degli oppressi.[]
  29. Le origini e il nucleo radicale del pensiero pedagogico di Maria Montessori sono profondamente legati alla liberazione dell’essere umano dai vincoli sociali repressivi. Montessori nacque con una forte sensibilità socialista e femminista, lavorando inizialmente con i bambini delle classi più svantaggiate nei quartieri popolari di Roma (San Lorenzo). Si scagliava contro la scuola tradizionale del suo tempo, definendola un luogo di “addomesticamento” dove i banchi erano disposti in file rigide per abituare i corpi dei bambini alla disciplina della fabbrica e dell’ufficio. L’iper-specializzazione e il dogmatismo universitario odierno sono la prosecuzione di questa catena di montaggio pedagogica. L’essenza del metodo montessoriano è “aiutami a fare da solo”. Per Montessori, la salute mentale e lo sviluppo del bambino non si ottengono reprimendo i suoi impulsi o inserendolo in schemi rigidi (il consumismo e l’ansia da performance odierni), ma liberando il suo potenziale intrinseco attraverso l’indipendenza. Montessori ci ricorda che la lotta contro il capitalismo è anche una lotta per l’autonomia antropologica dell’individuo fin dalla prima infanzia, contro ogni forma di alienazione istituzionale.[]
  30. Questa è la classica critica della tradizione marxista-leninista ortodossa (che predilige il modello “partito”). Tuttavia, storici e sociologi come Donatella della Porta o Sidney Tarrow sostengono l’opposto: la struttura orizzontale, a rete (“network of networks”) e priva di vertici burocratici è stata la vera forza che ha permesso a realtà eterogenee (sindacati, ambientalisti, cattolici di base, anarchici) di mobilitarsi insieme. La fine del movimento è dovuta più a fattori repressivi ed esterni che a un fallimento organizzativo interno. Oltre che per la brutale repressione governativa operata attraverso la polizia e gli apparati della sicurezza, il movimento alter-globalista subì una violenta battuta d’arresto geopolitica esterna a causa degli attentati dell’11 settembre 2001. Gli storici concordano sul fatto che gli attentati alle Torri Gemelle e la conseguente “guerra al terrore” abbiano bruscamente interrotto la traiettoria del movimento alter-globalista, spostando l’asse del dibattito pubblico occidentale sulla sicurezza nazionale e militarizzando i confini, rendendo di fatto impraticabili le istanze transnazionali sui diritti globali.[]
  31. Oggi un Paese è considerato ricco se il suo PIL (prodotto interno lordo) cresce, anche se per farlo distrugge una foresta o fa ammalare i lavoratori. Dobbiamo cambiare il modo di misurare il benessere. Il nuovo bilancio dello Stato deve calcolare cose reali: quante ore di vita le persone dedicano al lavoro, quanti litri di acqua pulita restano nei fiumi e quanta CO2 stiamo immettendo nell’aria.[]
  32. L’antica repubblica romana con il suo sistema di “pesi e contrappesi” per la condivisione del potere, scomparve quando un membro dell’élite, Augusto, raggiunse il potere assoluto tra il 27 e il 31 a.C. e Roma divenne un impero (con un imperatore). L’impero raggiunse il suo apice circa 200 anni dopo, ma poi iniziò a declinare a causa di una combinazione di contraddizioni interne nella sua economia basata sulla schiavitù (la fine degli schiavi), di enormi disuguaglianze (la terra nelle mani di un’élite aristocratica) e di fattori esterni dovuti all’indebolimento della sua capacità di controllare l’impero dalle forze di resistenza (le tribù germaniche). Le stesse tendenze si riscontrano oggi nell’impero statunitense. La sua economia capitalista non è più una potenza trainante in prospera espansione; le disuguaglianze di reddito e ricchezza non sono mai state così estreme negli ultimi 250 anni e sono in peggioramento. Inoltre, gli Stati Uniti hanno progressivamente perso il loro potere di “poliziotto del mondo”, come dimostrano i casi di Vietnam, Iran, Ucraina e Cina. Roma impiegò due secoli per declinare e cadere. Nel mondo capitalista moderno non ci vorrà altrettanto tempo.[]
  33. Secondo Mark Fisher, i giovani e i lavoratori sono perfettamente coscienti che la situazione globale (economica, sociale e climatica) sia catastrofica, ma sentono che non esiste alcuna possibilità di fare qualcosa per cambiarla. Questa consapevolezza cinica genera una rassegnazione che Fisher definisce “impotenza riflessiva”, la quale si traduce direttamente in stati d’ansia costanti e depressione clinica. Solo l’attivazione collettiva e la solidarietà sociale possono rompere l’isolamento in cui il “realismo capitalista” confina le nostre menti.[]
  34. In italiano ingegneria inversa, è il processo attraverso il quale si analizza un oggetto, un software o un sistema già esistente per comprenderne nel dettaglio il funzionamento, la struttura e la logica interna, al fine di replicarlo, modificarlo o interagirci.[]
  35. CoopCycle è una federazione internazionale di cooperative di consegna a domicilio (consegne in bicicletta e logistica leggera) gestite direttamente dai lavoratori. Rappresenta uno dei principali esempi mondiali di “platform cooperativism” (cooperativismo di piattaforma), nato in Europa per contrastare lo sfruttamento del capitalismo delle piattaforme (come Deliveroo, UberEats o JustEat). A differenza delle multinazionali che proteggono i propri algoritmi con il segreto industriale per controllare i lavoratori, CoopCycle utilizza un software gestionale open-source. Ciò significa che l’app di consegna è di chi lavora. Viene creata con un codice trasparente e appartiene ai rider stessi. I guadagni non vanno all’estero, ma servono a pagare stipendi giusti e a fare sconti ai piccoli negozianti della città.[]
  36. Significa non fare l’errore dell’Unione Sovietica, dove un ministero lontano decideva quante scarpe produrre per milioni di persone, sbagliando sempre i calcoli. Oggi le comunità di quartiere o le assemblee cittadine possono usare computer e software condivisi per contare da sole di cosa hanno bisogno (es. quanta energia serve a una scuola) e scambiare i dati con gli altri quartieri. Il potere resta in mano alla gente, il computer serve solo a fare i calcoli.[]
  37. Ovviamente, questa proposta sarà assai difficile da realizzare praticamente considerate le ritorsioni geopolitiche, militari, sanzionatorie, economiche e tecniche (es. interruzione centralizzata dei servizi cloud globali, blocco degli aggiornamenti software) che una simile azione unilaterale provocherebbe, specialmente in un Paese a capitalismo maturo ma dipendente come l’Italia.[]
  38. Nella fase intermedia, la moneta tradizionale (l’Euro) continua a circolare per garantire la continuità degli scambi materiali delle PMI. Tuttavia, lo Stato e i Comuni introducono un sistema di sconti e incentivi calcolati tramite un gemello digitale logistico. Un gemello digitale logistico (o digital twin) è la replica virtuale speculare di un’intera catena di distribuzione, magazzino o nodo di trasporto. Questo modello software clona in tempo reale flussi fisici, asset, processi e posizioni per permettere alle aziende di monitorare, simulare e ottimizzare le proprie operazioni di supply chain. Il software open-source fornito dal Comune calcola automaticamente i costi ecologici in background, sollevando la piccola impresa dall’onere computazionale e traducendo la metrica bio-fisica in un risparmio monetario immediato.[]
  39. La maggioranza dei commentatori critici fa esattamente solo questo e lo definisce un miliardario megalomane, razzista, guerrafondaio, bigotto, volgare, antidemocratico, autoritario, bugiardo incallito e aspirante tiranno.[]
  40. Nella sua essenza più profonda, il capitalismo è un sistema di sfruttamento basato sulle classi, guidato dall’accumulazione di capitale a beneficio di pochissimi. Il capitalista, in quanto personificazione del capitale, è costantemente spinto in avanti, rivoluzionando continuamente i mezzi di produzione. Tuttavia, un sistema sociale organizzato su queste basi si muove solo per contraddizioni, sfruttando internamente ed espropriando esternamente tutto ciò che non appartiene al suo essere alienato e feticizzato. Di conseguenza, l’accumulazione di capitale è anche l’accumulazione del potenziale di catastrofe. Un sistema del genere, più si globalizza, più i suoi limiti interni ed esterni diventano evidenti. È un esempio estremo di un sistema dissipativo che si appropria di tutto ciò che può e scarica i suoi detriti (gli “scarti’” materiali ed umani) nell’ambiente circostante. In questo modo, attraverso la sua costante espansione, il capitale erige barriere al proprio avanzamento, per cui il sistema diventa sempre più instabile e ogni reale controllo sociale si dissolve, per essere sostituito da meccanismi sempre più coercitivi e inefficaci che moltiplicano lo stato di disordine, generando un “impero del caos” (si veda Samir Amin, Empire of Chaos, Monthly Review Press, New York 1992).[]
  41. Trump ha fatto del contenimento dell’immigrazione un punto cardine della sua presidenza, dopo aver promesso in campagna elettorale di attuare il più grande programma di deportazioni di massa della storia. Durante il suo secondo mandato, Trump non solo ha inasprito le misure per limitare il numero di immigrati che entrano illegalmente attraverso il confine meridionale, ma ha anche bloccato alcuni percorsi legali per arrivare negli Stati Uniti. Oggi, però, non solo gli Stati Uniti accolgono meno immigrati, ma sembra anche che un numero record di persone stia lasciando il Paese. Un’ipotesi è che molti americani cresciuti negli Stati Uniti non ritengano che il Paese abbia mantenuto la sua promessa, ovvero che se lavori sodo e rispetti le regole, dovresti avere una vita dignitosa e agiata, ossia quello che potremmo definire uno stile di vita da classe media: una casa, l’assistenza sanitaria, la possibilità di prendersi cura dei propri figli, un’auto, una laurea all’università. L’anno scorso, in un’inversione di tendenza storica, il numero di statunitensi che si sono trasferiti in Irlanda è stato superiore al numero di irlandesi che si sono trasferiti negli Stati Uniti. Il governo statunitense non tiene traccia del numero di cittadini che lasciano volontariamente il Paese, quindi non esistono statistiche ufficiali, ma le segnalazioni suggeriscono che il fenomeno non riguardi solo l’Irlanda. Un numero record di statunitensi sta facendo domanda per la cittadinanza britannica e il Wall Street Journal ha riportato che il numero di statunitensi che arrivano per vivere e lavorare in Canada e in quasi tutti i 27 Stati membri dell’UE è in aumento. Generalmente si tratta di espatriati benestanti, nomadi digitali, professionisti dell’high-tech favoriti da regimi fiscali agevolati.[]
  42. Per un trattamento sistematico del concetto di spreco economico nel capitalismo monopolistico, si veda Henryk Szlajfer, “Waste, Marxian Theory, and Monopoly Capital: Toward a New Synthesis”, in The Faltering Economy, a cura di John Bellamy Foster e Henryk Szlajfer (Monthly Review Press, New York 1984), 297–321.[]
  43. Il blocco dei salari reali fermi o in diminuzione da trent’anni, la precarizzazione contrattuale giovanile e l’emergenza abitativa (il caro-affitti nelle città universitarie come Milano, Roma e Bologna) sono i veri motori del malessere giovanile e della “crisi di significato” nel nostro Paese. Negli Stati Uniti, quasi la metà degli adulti sotto i 30 anni, schiacciati dall’alto costo degli alloggi, vive ancora nella casa di un genitore. L’età media dell’acquirente statunitense di una prima casa ha superato i 40 anni.[]
  44. Secondo l’Uptime Institute, che ispeziona e valuta i data center, stiamo entrando in un’era di data center da megagigawatt. L’anno scorso ha individuato sei progetti, ognuno dei quali punta ad almeno 5 GW di potenza: cinque negli Stati Uniti e uno negli Emirati Arabi Uniti. Per dare un’idea delle proporzioni, il picco di domanda energetica in Irlanda è di 6 GW. Il fabbisogno energetico è enorme. Considerando solo i progetti annunciati lo scorso anno e ipotizzando che funzionino al 25% della capacità di produzione energetica prevista, questi consumerebbero l’1,3% del consumo energetico mondiale previsto per il 2025, secondo Uptime. Si tratta di quasi il doppio dell’attuale domanda di energia dei data center. Circa l’80% del nuovo fabbisogno energetico proviene da progetti statunitensi.[]
  45. Si veda il mio libro: Suprematismo bianco. Alle radici di economia, cultura, ideologia della società occidentale, DeriveApprodi, Roma 2023.[]
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