“Sono pronte le istituzioni a investire risorse e attenzione per sostenere i nuclei familiari fin dal momento in cui si costituiscono? Di lavorare per sopperire quel tessuto comunitario, il ‘villaggio’ che serve a crescere ogni bambino, dimensione che si è andata sfaldando? Il premio Nobel per l’economia James Heckman sostiene che ‘investire sulla prima infanzia’, a cominciare da un’educazione di qualità, genera grandi benefici per l’intera società, facendo crescere cittadini ‘più autonomi e capaci di impegnarsi nella vita e con gli altri in modo attivo’ e che ‘commettono meno reati’, benefici che ricadrebbero anche sulle seconde generazioni. Il Nobel ha anche fatto precisamente i conti: ‘Ogni euro investito rende il 13%’. Siamo pronti a seguire i suoi consigli?”. Si chiude in questo modo l’editoriale dell’ultimo numero della rivista Futuri (dedicato all’ascolto dei minori, come viene specificato), a firma della presidente dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, nominata a gennaio 2025.
L’AGIA è stata istituita nel 2011 con l’obiettivo di operare per assicurare la tutela dei diritti e degli interessi di bambini e adolescenti e promuovere l’attuazione delle convenzioni e degli altri strumenti internazionali in materia di promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Con questo obiettivo in mente, la predecessora Carla Garlatti nel 2023 aveva mosso ufficialmente alcuni rilievi al cosiddetto “decreto Caivano” che ha tra l’altro allargato l’uso della custodia cautelare, aumentato le pene e modificato la messa alla prova, comportando anche un aumento del numero di minori detenuti in carcere così consistente da superare la capienza degli istituti dedicati (IPM), con la conseguenza che molti minorenni sono “ospitati” nelle carceri per adulti.
In questi giorni, nel pieno del dibattito sul disegno di legge del governo che prevede l’imputabilità dei minori fino a prova contraria, la presidente Terragni non ha ritenuto di battere ciglio, almeno ufficialmente, per ricordare che, come ha scritto, è necessario investire in educazione di qualità quelle risorse che frutteranno interessi a lungo termine anche sul piano della diminuzione dei reati.
Ci sono state, invece, decine di critiche articolate e di sollecitazioni autorevoli a non percorrere questa strada, che hanno argomentato sotto ogni possibile aspetto il contrasto tra questa misura e l’orientamento (già in gran parte minato dal cosiddetto decreto Caivano) che ha caratterizzato a partire dal 1988 il sistema della giustizia penale minorile, fondato sulla funzione educativa, sulla responsabilizzazione e sulla consapevolezza che l’adolescenza è una fase caratterizzata dalla formazione della personalità.
Si è ricordato che in Parlamento c’è una proposta di legge per abbassare a 13 anni l’età dell’imputabilità e che le due misure puntano, in un’unità di intenti, a inseguire la cronaca scegliendo sempre e solo la punizione.
È stato sottolineato il carattere classista e razzista della norma, già a partire dalla denominazione coniata a favore di lancio giornalistico e che per alcuni sarà più difficile, se non impossibile, portare la prova contraria, perché l’inversione comporta l’onere di una difesa costosa.
È stato evidenziato che con questo provvedimento la maggioranza scavalca a destra il codice Rocco del 1930, che prevedeva l’accertamento concreto della maturità al momento del presunto compimento del reato.
Si è argomentato che l’adolescenza è l’età della sperimentazione e dell’impulsività, della ribellione all’ordine costituito (familiare e sociale), dell’esplorazione del limite, della costruzione incerta, contraddittoria e faticosa della propria identità.
È stato segnalato che chi finisce in carcere da minore rischia di tornarci da adulto soprattutto in assenza di attività educative e culturali, per le quali sono state ridotte le risorse e che sono sostanzialmente impossibili nelle attuali condizioni di sovraffollamento.
È stato ricordato che nell’ambito della giustizia minorile non solo la forma della punizione ma anche il processo deve essere adeguato alla personalità, alle esigenze educative e alla conservazione dei legami affettivi.
È stato richiamato il rischio di incostituzionalità e di incompatibilità della norma con il diritto nazionale, che lega la non presunzione di imputabilità ai principi del recupero e della protezione dell’infanzia, e a quello europeo, che impone una valutazione individuale della maturità e della situazione del minore prima di determinarne la responsabilità penale.
Si è rammentato che il carattere deterrente della pena detenitiva non funziona con gli adulti, che a maggior ragione non è efficace con gli adolescenti e che sicuramente non è rilevante per chi sfrutta i minori.
Sono stati citati i numeri (60 sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità su 11.846 procedimenti penali definiti dinanzi ai Tribunali per i minorenni nel 2024) per mostrare la sostanziale inutilità fattuale e la valenza simbolica del provvedimento, perché – come si è detto da più parti – l’obiettivo è l’annuncio, il “messaggio”.
Come ha scritto qualche giorno fa sul manifesto Patrizio Gonnella – presidente di Antigone e coordinatore del tavolo “Questione giovanile e reazione penale” degli Stati generali della giustizia minorile – ricordando tutte le misure entrate in vigore dall’insediamento di Meloni, “il governo ha dichiarato guerra ai giovani”. In realtà non solo a loro, perché ogni giorno individua nuovi nemici, preferibilmente tra gli immigrati, i poveri, quelli che non sono disponibili ad accettare passivamente disuguaglianze e ingiustizie. Così si leggono la proposta leghista di istituire il nuovo reato (un altro!) di “terrorismo di piazza”, studiato – si fa per dire, vista l’incultura giuridica diffusa tra le fila della maggioranza – apposta per punire, tanto per cominciare, i manifestanti di Bologna e quelli della Val di Susa e successivamente ogni altro “antagonista” (questa è la definizione, insieme a quella di “propal” che da questa parte dell’oceano traduce “antifa”). E anche quella di estendere fino alla vendetta la difesa personale armata, oltre a quella di abolire la norma che prevede il risarcimento delle vittime di reato o dei loro familiari anche quando la vittima sia a sua volta autore di reato perché, come ha affermato con la solita cinica nonchalance il ministro Nordio in una sua intervista al Corriere della Sera, “qualcuno potrebbe sacrificarsi come certi kamikaze mediorientali, sapendo che la famiglia sarà adeguatamente risarcita” (andate a controllare: non ha smentito di averlo detto!). C’è poi la differenziazione tra immigrati per quanto riguarda il ricongiungimento familiare che, nelle norme in discussione, privilegia manager, ricercatori, docenti e lavoratori altamente qualificati e lascia tutti gli altri in attesa per due anni. E la restrizione dei criteri per accedere al gratuito patrocinio per gli immigrati che ricorrono contro i decreti di espulsione.
Ho sicuramente dimenticato qualche proposta, qualche provvedimento, qualche annuncio roboante, qualche video compiaciuto e sono sicura che nelle prossime settimane, se non nei prossimi giorni, bisognerà in ogni caso allungare la lista.
Maria Pia Calemme