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Francia: la sinistra regge ma non ha un progetto condiviso

di Franco
Ferrari

Le elezioni municipali che si sono concluse domenica 22 marzo in Francia sono state analizzate e commentate soprattutto ponendole in relazione con le prossime elezioni presidenziali che si terranno nel 2027. Come per l’Italia, la Spagna e la Grecia che voteranno anch’esse, sarà un anno cruciale per determinare il quadro politico complessivo dell’Europa e il peso dell’estrema destra a livello di Unione Europea.

Come si era già visto dal primo turno, i due mandati presidenziali di Macron lasciano un quadro estremamente frammentato. Questo ha consentito ad ogni partito di vantare i propri successi, veri o presunti. A destra il Rassemblement National consolida ed estende il proprio insediamento territoriale senza però ottenere successi clamorosi, se si esclude quello, comunque previsto, di Nizza, città tradizionalmente orientata a destra. La destra tradizionale, che si è radicalizzata in senso reazionario nella speranza di recuperare i voti fuggiti verso l’RN, mantiene una diffusa presenza territoriale che appare più un residuo del passato che prova di una vera dinamica espansiva.

Il voto centrista non è scomparso ma non trova una solida rappresentanza politica. Renaissance, il partito dei macronisti puri, guidato da Gabriel Attal, resta largamente virtuale, mentre risulta rafforzata Horizon, la formazione che ne occupa l’ala destra, guidata dall’ex primo ministro Eduard Philippe. Quest’ultimo ha respinto brillantemente l’offensiva del candidato comunista che sembrava poterlo mettere in seria difficoltà e ora può aspirare a competere per le presidenziali.

A sinistra il quadro è ancora più complicato. Nelle ore successive allo scrutinio si sono contrapposte due narrazioni contrastanti sull’esito del voto. La Franche Insoumise di Melenchon ha sottolineato la propria avanzata. Questa c’è indubbiamente stata, ma largamente circoscritta ad alcune zone in cui il movimento melenchoniano aveva già costruito una propria consistente forza elettorale. I successi più significativi li aveva già ottenuti al primo turno con Saint Denis (alleata ai comunisti) e Roubaix. Al secondo turno ha conquistato alcuni cittadine medio-piccole ma, va detto, strappandole ai socialisti e ai comunisti.

Il caso di Saint Denis è indicativo perché la vittoria della LFI è avvenuta scalzando un’amministrazione socialista, grazie all’accordo con il PCF locale (non gradito da tutto il partito). Ma si tratta di un comune dove la destra, in tutte le sue varianti, non ha nemmeno la forza per presentarsi alle elezioni. Ai tre partiti di sinistra in competizione al primo turno, si contrapponevano due candidati centristi di scarso peso che hanno raccolto circa il 7% complessivo e ben tre candidati trotskisti che hanno intercettato un più che rispettabile 9%. Una situazione quindi assai diversa da quella della Francia nel suo complesso.

La France Insoumise ha dimostrato di poter recuperare una parte del voto popolare soprattutto nelle situazioni di maggiore povertà e dove gli abitanti che hanno origine nell’immigrazione (definiti come “razzializzati”) soffrono di numerose forme di discriminazione. L’ondata di razzismo che ha colpito il nuovo sindaco di Saint Denis, Bally Bagayoko, nato in Francia da genitori di origine maliana, è indicativo del clima difficile nel quale si trovano a doversi confrontarsi molti esponenti di quella che Melenchon ha battezzato come “nuova Francia”.

Se La France Insoumise ha vantato una dinamica di crescita e di rafforzamento forse superiore a quella reale ma che la rende una parte non aggirabile per la costruzione di una maggioranza di sinistra, dalla destra del Partito Socialista le elezioni sono state rappresentante come l’evidenza dell’impossibilità di un’alleanza con LFI.

Dopo il voto si è aperto uno scontro interno ai socialisti di cui è difficile prevedere l’esito. La destra, rappresentata dall’ex Presidente della Repubblica Francois Hollande, al quale sono giustamente attribuite pesanti responsabilità nell’indebolimento complessivo della sinistra, e Jerome Guedj, ex assistente parlamentare di Melenchon di cui è diventato acerrimo nemico, e dall’esterno, perché non iscritto al Partito Socialista, Raphael Glucksmann, ha attaccato il segretario Olivier Faure per gli accordi intercorsi a livello locale tra socialisti e insoumis. Prima del voto Faure aveva dichiarato l’impossibilità di un accordo nazionale con La France Insoumise accusata di estremismo e di antisemitismo. Veniva lasciata aperta la porta ad accordi locali e in molte situazione, tranne Parigi e Marsiglia, l’intesa c’è stata con risultati alterni.

Le analisi dicono che le liste unitarie non hanno allontanato elettori di sinistra ma hanno determinato una maggiore mobilitazione dell’elettorato di destra sul quale ha fatto presa una violenta campagna mediatica tesa a raffigurare La France Insoumise come un partito estremista e violento.

Le forze di sinistra che operano per una ricomposizione unitaria, gli ecologisti, i comunisti e i piccoli gruppi fondati da fuoriusciti della France Insoumise (L’Apres e Debout!), non sembrano in grado di avere il peso sufficiente per evitare lo scontro tra quelle che molti cominciano a definire come “sinistre irreconciliabili”. Gli ecologisti, che nel 2020 avevano beneficiato di quella che era stata definita come un’onda verde, hanno perso quasi tutti i sindaci importanti che avevano conquistato e risultano inevitabilmente indeboliti da questo risultato che si aggiunge a quello, modesto, ottenuto alle europee. I comunisti hanno confermato una presenza territoriale diffusa e hanno riconquistato dopo molti anni Nimes, ma restano largamente minoritari nella sinistra e al loro interno si confrontano tendenze favorevoli ad un rapporto più stretto con LFI, in nome della “sinistra di rottura”, con altre più ancorate al modello dell’Unione de la Gauche. L’imminente congresso nazionale dovrà stabilire la direzione maggioritaria.

Il Partito Socialista mantiene un consistente insediamento territoriale ed è di gran lunga la prima formazione di sinistra in ambito municipale, dove governa circa 8 milioni di cittadini e cittadine, manca però di un progetto politico condiviso e comprensibile. La segreteria di Olivier Faure ha cercato di ridare credibilità al partito dopo la disastrosa presidenza Hollande, ma è minoritaria e al momento fortemente in bilico. I socialisti hanno partecipato alla NUPES e al Nuovo Fronte Popolare ma, retrospettivamente, queste scelte sembrano essere state motivate più dalla necessità di salvare il maggior numero di parlamentari che come sincero contributo alla ridefinizione di una nuova sinistra socialmente e politicamente maggioritaria.

Le voci sull’andamento della direzione nazionale del Partito Socialista, indicano che Oliver Faure si sarebbe trovato in minoranza anche perché abbandonato da Boris Vallaud con il quale aveva instaurato una precaria alleanza. Il documento che lo sconfessava, alla fine, non sarebbe stato messo ai voti.

Una parte del mondo socialista e degli intellettuali di riferimento pensa che vada ormai abbandonato il “mito” dell’unione della sinistra e perseguita invece la costruzione di un’alleanza tra i socialisti e il centrismo macroniano. Alla guida di questo progetto potrebbe porsi Glucksmann o direttamente un esponente del Partito Socialista. Lo stesso Hollande, secondo voci persistenti, ambirebbe a svolgere questo ruolo.

Mentre Melenchon scommette sulla polarizzazione e sul desiderio di “degagisme”, la rottura “dal basso” con le vecchie élite politiche, la destra socialista pensa che si possa recuperare la scissione macroniana riportando quella parte dell’elettorato a sostenere un progetto di destra socialdemocratica. Due percorsi evidentemente inconciliabili.

L’ipotesi alternativa di passare attraverso il percorso delle primarie per individuare un solo candidato a sinistra, proposto da ecologisti e gruppi minori e inizialmente approvato dal Partito Socialista, sembra destinato a naufragare. Né Melenchon, né Glucksmann, i due candidati per ora più accreditati, l’hanno condiviso e ora anche tra i socialisti sembra prevalere il desiderio di affossarlo.

Non è la prima volta che la sinistra francese si trova divisa, ma due sono gli elementi nuovi. Il primo è che laddove PS, PC e altre forze minori partivano dal 40-45% dei consensi, oggi tutta la sinistra non arriva ad un terzo dei voti. Inoltre il meccanismo che ha portato a convergere nelle elezioni per effetto della logica bipolare oggi non è più dato per scontato. L’estrema destra del Rassemblement National, e presto si saprà se rappresentata da Marine Le Pen o Jordan Bardella, pesa nei sondaggi come tutta la sinistra messa insieme. Al momento non si vede un progetto politico che sappia unire la sinistra che ai tempi dello scomparso Lionel Jospin si definiva “plurale” e ne sappia allargarne i confini.

Franco Ferrari

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