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Si andrà allo scontro finale Le Pen-Melenchon?

di Franco
Ferrari

Mancano ancora molti mesi alle elezioni presidenziali francesi previste per la prossima primavera. Ma il loro esito, in un contesto europeo e globale caratterizzato dal rafforzarsi delle forze politiche che si collocano all’estrema destra, avrà un impatto molto forte su tutto il quadro complessivo. Tanto più con una Germania che, con le tre elezioni di Lander, tra cui Berlino, previste in questo mese di settembre, sembra destinata a registrare un forte aumento dell’AfD a discapito della CDU del cancelliere Merz.
Il voto in Sassonia-Anhalt è certamente espressione di alcune peculiarità di quella regione, ma al di là delle specificità, che è giusto sottolineare, è parte di una tendenza che tocca realtà tra loro diverse. Alcuni commentatori centristi, per evitare qualsiasi forma di autocritica, cercano di giustificare il voto dell’estrema destra nella regione di Magdeburgo come conseguenza della presenza storica della DDR. Dimenticando che molti di coloro che ora sostengono l’AfD sono stati per decenni fedeli elettori della CDU. E omettendo anche che analoghe tendenze elettorali sono attive in paesi dell’Europa atlantica e capitalista come la Gran Bretagna o la Francia.
Quest’ultima ha subito un processo di spostamento a destra dell’elettorato che, nonostante la presenza di movimenti sociali importanti, si è andato consolidando. Al momento l’esito considerato più probabile delle prossime elezioni presidenziali è la vittoria di Marine Le Pen a cui la magistratura, pur condannandola per la distrazione dei fondi destinati al suo gruppo nell’europarlamento, ha riconsegnato la possibilità di candidarsi.
Le previsioni sono condizionate da un quadro complessivo che non è ancora del tutto definito. Ci sono candidati che probabilmente si ritireranno nei prossimi mesi, forse qualcuno vecchio/nuovo che si presenterà come salvatore della patria, ma si resterà in una situazione di incertezza.
I tre campi nei quali è diviso il sistema politico francese dopo la crisi del bipolarismo sono al momento caratterizzati da dinamiche diverse. L’estrema destra parte in vantaggio perché è consolidata l’egemonia del Rassemblement National e se il giovane Bardella poteva sollevare dubbi in una parte dell’elettorato tradizionale, il ritorno della Le Pen conferma una strategia politica che unisce un mix di prudenza e di radicalizzazione e di liberismo sostanziale con qualche tocco di populismo economico. La recente uscita della Le Pen sul divieto di indossare il velo, identificato con la religione musulmana, anche all’aperto e non solo nelle sedi istituzionali e scolastiche, manda un messaggio evidente alla parte più xenofoba dell’elettorato. A suo tempo, la Le Pen proponeva che questo divieto riguardasse tutti i simboli considerati religiosi come la kippah ebraica, mentre ora si specifica che riguarda solamente le persone di religione islamica. Così come da un altro lato il Rassemblement prova a intercettare l’insoddisfazione per l’aumento dell’età pensionabile, senza per altro cercare di perdere i legami con il grande padronato che ha apertamente espresso la disponibilità a sostenere un governo di estrema destra.
La Le Pen ha comunque riaffermato un discorso, tipico del padre seppure con toni più misurati, che tende a non collocare il Rassemblement National (che al tempo si chiamava Front National) come parte dello schieramento tradizionale di destra. Bardella aveva introdotto qualche prudente elemento di rottura con il posizionamento tradizionale. Le sue stesse scelte personali come il mediatizzato fidanzamento con un’erede dei borbone (ramo siciliano) sembravano destinate ad accentuare la sua integrazione nell’oligarchia tradizionale del paese. La Le Pen ha sempre cercato invece di presentarsi, anche nei comportamenti meno direttamente politici, come “una del popolo”. È ben consapevole che, riprendendo la formula gramsciana, la base di classe del partito, che vede attivamente schierati all’estrema destra diversi ultra-miliardari, non basta per vincere le elezioni, senza una base di massa popolare ben più larga.
I sondaggi danno stabilmente la candidata dell’estrema destra attestata su un solido 35% che sembra inattaccabile. Una percentuale che, data la frammentazione degli altri campi politici, le permetterebbe agevolmente di andare al secondo turno. All’estrema destra ci sono altri due candidati (Zemmour e Dupont-Aignan) che convogliano un altro 5% di elettorato complessivo. La destra tradizionale di origine gollista schiera la candidatura di Bruno Retailleau che ha spostato il partito su posizioni e temi sempre più vicini a quelli del Rassemblement nella speranza di recuperare i molti voti persi in quella direzione. Come spesso accade questa si è rivelata un’illusione che ha invece contribuito a normalizzare le posizioni dell’estrema destra. Per ora Retailleau è dato su un livello di consenso che non supera l’11%. Le valutazioni demoscopiche devono scontare il fatto che il quadro delle candidature non è ancora definitivo. La presenza o meno della candidatura di Edouard Philippe, che proviene dai Republicains prima di allearsi con Macron e diventarne uno dei tanti primi ministri, condizionerebbe pesantemente il voto per Retailleau. Risulta comunque evidente che quasi il 50% degli elettori è, al momento, orientato tra l’estrema destra e la destra tradizionale radicalizzata nella stessa direzione.
Il campo centrale, quello che ha sostenuto Macron, è diviso tra due candidati in concorrenza tra loro. Il già citato Philippe rappresenta il versante più di destra della “macronia” e ha puntato per tempo a staccare il proprio ruolo politico da quello di un Presidente in carica che è diventato profondamente impopolare e per questo ha dato vita ad un proprio partito. L’altra candidatura, quella di Gabriel Attal, rappresenta direttamente Renaissance, il partito di Macron, rispetto al quale cerca però di defilarsi. È il candidato più giovane e cerca di rinnovare la narrazione centrista che aveva permesso all’attuale Presidente di vincere le elezioni, ma il problema di fondo è che questa narrazione, con la crisi intrecciata, di globalizzazione, liberismo e atlantismo, fatica molto a risultare convincente. Due carte sulle quali Macron aveva puntato come l’europeismo (seppur ambiguamente mescolato ad una certa dose di sovranismo francese) e la competenza nella gestione economica, sono clamorosamente spuntate. L’unica direzione chiara sulla quale sta scommettendo l’establishment europeo è caratterizzata dal riarmo e con esso dalla contrapposizione con la Russia. Quanto alle capacità di gestione finanziaria, il deficit statale è cresciuto a livelli mai visti.
Prima o poi uno dei due candidati che escono (nel senso che provengono da lì ma cercano anche di allontanarsene) dal campo macroniano dovrà gettare la spugna e se così sarà è probabile sia Attal che ha scarse possibilità di arrivare al secondo turno, mentre Philippe è dato testa a testa con Melenchon. L’ideale per quella parte dell’oligarchia che non è già salita sul carro della Le Pen sarebbe fare convergere su un solo candidato i voti di Attal, Philippe e Retailleau, ma non sarà per niente facile.
Per quanto riguarda l’insieme delle forze che si collocano più o meno a sinistra, dato che in questo momento parlare di un “campo” unitario è impossibile, l’unico elemento certo è la candidatura di Melenchon. I sondaggi gli attribuiscono un consenso tra il 15 e il 18% e una buona possibilità, al momento, di passare al secondo turno ma anche la certezza di essere sonoramente sconfitto dalla Le Pen.
Anticipando di molto l’avvio della propria campagna elettorale, Melenchon ha messo in difficoltà le altre forze della sinistra. I socialisti, che non si sono ancora ripresi dalla crisi verticale della presidenza Hollande e più in generale dall’incapacità complessiva della socialdemocrazia europea di ripensare un progetto politico convincente, non hanno ancora espresso una candidatura ufficiale. Terranno le primarie a ottobre con una modalità che tende a restringere la partecipazione ad iscritti e simpatizzanti stretti. I pre-candidati al momento sono numerosi ma il favorito è Raphael Glucksmann che si propone come portabandiera di una socialdemocrazia del tutto ostile alla sinistra radicale e a Melenchon e ha dato vita ad una propria minuscola formazione politica Place Publique. Data la frammentazione e la debolezza complessiva del Partito Socialista, sul quale incombe anche un possibile rientro dell’ex Presidente Francois Hollande, sembra difficile che al ballottaggio possa davvero arrivare un candidato socialista.
Il Partito Comunista ha deciso di ripresentare la candidatura del proprio Segretario nazionale Fabien Roussel. Dotato di una certa popolarità personale che però finora non si è tramutata in consensi, la decisione di presentarsi, pur con la prospettiva di non raccogliere molto di più del 2% circa ottenuto nel 2022, è fortemente contestata da un terzo del partito. Il discorso che viene avanzato è che il problema della sinistra non è la pluralità dei candidati ma la scarsità degli elettori. Attualmente tutta la sinistra, ammesso che sia ancora sommabile, non va molto oltre il 30%. Oltre ai comunisti anche gli Ecologisti sono divisi tra una possibile candidatura autonoma della leader Tondelier e settori che spingono verso il sostegno per Melenchon o per Glucksmann. È proprio per evitare una polarizzazione che rischia di cancellare la loro presenza che potrebbero alla fine mantenere la candidatura al primo turno.
Finiamo la rassegna con Melenchon. I sondaggi indicano una dinamica di crescita tra un 10-11% iniziale e un dato al momento più alto di alcuni punti. I suoi comizi hanno registrato mobilitazioni importanti. La sua campagna è rodata dalle esperienze precedenti e ha i suoi punti di forza nella notevole capacità oratoria del candidato della France Insoumise e nella capacità di sollevare dibattiti e controversie che animano un confronto elettorale che sarebbe altrimenti piuttosto piatto. È il caso della sua proposta di cancellare il debito posseduto dalla Banca Nazionale Francese per conto della Banca Centrale Europea. La sua critica delle classi dominanti francese ha trovato una efficace rappresentazione quando, nel confronto pubblico organizzato dal Medef (l’equivalente della Confindustria), con i principali candidati, la sua richiesta di aumentare lo SMIC, il salario minimo ufficiale, è stata accolta dalle risate della platea. Segno che il distacco dell’oligarchia economica e finanziaria dai sentimenti e dalle condizioni di vita della gente comune non è un problema del solo Macron.

Franco Ferrari

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