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L’Iran e la sinistra globale

di Franco
Ferrari

Il quotidiano britannico di centrosinistra, The Guardian, ha pubblicato una lettera aperta agli attivisti, agli studenti, agli intellettuali, ai lavoratori, agli artisti e a tutti gli altri “prigionieri di coscienza” che si trovano nelle carceri iraniane. Il testo è stato sottoscritto da intellettuali e militanti prestigiosi della sinistra come Alberto Toscano, Angela Davis, Judith Butler, Michael Lowy, Walden Bello ed altri.

La solidarietà ai prigionieri politici del regime di Teheran è espressa in quanto essi vivono una duplice fonte di oppressione. Da un lato quella esercitata dalla Repubblica Islamica che “dalle sue origini ha imposto un controllo sociale e politico assoluto basato su una ideologia esclusivista”. È in sistema che se pure dichiara di contrastare un potere imperiale, utilizza la stessa logica di dominazione e i sistemi di carcerazione, tortura e uccisione.

Dall’altro lato gli Stati Uniti e Israele promuovono guerre brutali, distruggono infrastrutture civili, uccidono studentesse innocenti. Gli autori ricordano che lo stato “ebraico”, il 23 giugno del 2025, ha bombardato consapevolmente la prigione di Evin dove si trovano incarcerati molti oppositori del regime.

È una “doppia oppressione” che li colloca tra le due lame di una forbice un regime oppressivo che imprigiona e tortura e forze straniere che li bombardano in nome della “libertà”. Gli autori ricordano che nell’ultimo anno si è assistito ad arresti arbitrari e ad una “terrificante ondata di esecuzioni da parte dello Stato”. Insieme a ciò vi è stata una crescente criminalizzazione della classe lavoratrice e dei disoccupati, sono stati messi nel mirino curdi, arabi, baluci e gli afghani che erano fuggiti in Iran sono stati trasformati in capri espiatori.

Si tratta, afferma l’appello, della stessa logica criminale che utilizza Israele nei confronti dei palestinesi o il governo USA con i centri di detenzione dell’ICE. Tutti hanno lo stesso obbiettivo: “silenziare il popolo con la paura, il dominio e l’isolamento”. Viene respinta la falsa semplificazione binaria tra imperialismo ed anti-imperialismo.

L’appello finale è rivolto alla “società civile globale” e alle “organizzazioni e attivisti antimperialisti” affinché estendano la loro solidarietà e il “sostegno incondizionato” a tutte le vittime della repressione, chiedendo al governo iraniano di “mettere fine a tutte le esecuzioni capitali e a liberare tutti i prigionieri politici”. La condanna è rivolta sia alle “pratiche inumane” del Regime islamico che alle guerre barbare e alle brutali sanzioni messe in atto da Israele e Stati Uniti.

Questa presa di posizione, che cerca di articolare il “no” all’aggressione USA-Israele con la condanna delle pratiche repressive del regime iraniano, ha sollevato obiezioni in alcuni settori della “sinistra globale”. Tra gli interventi più influenti quello di Vijay Prashad, un intellettuale marxista indiano, direttore esecutivo del Centro Tricontinental.

Nel suo articolo ricorda gli effetti della guerra avviata da USA e Israele contro l’Iran e afferma: “L’Iran non ha iniziato questa guerra. L’hanno iniziata Stati Uniti e Israele. L’Iran sta resistendo a un attacco armato contro il suo territorio e la sua popolazione. Questa fatto elementare deve determinare il momento, il linguaggio e la responsabilità politica di chiunque scriva dell’Iran in questo momento”.

Prashad dichiara di condividere molte delle affermazioni contenute nella lettera ma rimarca molto il problema del “momento”. L’appello può generare il tipo di confusione politica che oscura la dinamica reale sul terreno. In “questo momento” l’Iran mantiene il “vantaggio strategico” e il contesto deve definire “la chiarezza morale della sinistra” e scrive di “una guerra di aggressione che ha fallito e che ha collocato tanto l’Iran come i suoi vicini di fronte a un dibattito sulla sicurezza regionale, al posto della sicurezza imperiale”.

La metafora della forbice, utilizzata dai promotori dell’appello, viene contestata da Prashad perché “presenta l’aggressore e l’aggredito come fonti parallele di uno stesso pericolo, eliminando la storia e la gerarchia che li relazionano”. Come si vede l’argomentazione, apparentemente inoppugnabile, “c’è un aggredito e un aggressore”, può essere sempre richiamata da posizioni opposte e in contesti diversi.

Inoltre, prosegue il ragionamento, mentre gli Stati Uniti mantengono 900 installazioni militari al di fuori delle loro frontiere, impongono sanzioni contro popolazioni intere, finanziano e armano il genocidio israeliano, ecc, l’Iran non ha mai iniziato guerre di aggressione. Questa valutazione per Prashad va tenuta ferma “indipendentemente dalle critiche che si possono fare al suo sistema politico”. L’Iran non ha mai iniziato una guerra di aggressione, ma non si può sottovalutare il fatto che il regime islamico ha spesso avviato guerre di aggressione nei confronti di settori importanti del proprio popolo.

Prashad contesta la definizione contenuta nella lettera di un “antimperialismo vuoto”, laddove si deve intendere, a mio parere, “vuoto” di contenuti progressivi e di liberazione. A contestare questa definizione si ricorda che l’Iran, attraverso Soleimani, ucciso dagli Stati Uniti nel 2020, ha praticato una “strategia avanzata” consistente nel costruire uno “scudo difensivo mediante gruppi armati alleati dell’Iran”. L’autore non coglie però la contraddizione di movimenti di carattere nazionale che diventano subordinati alle necessità difensive di un altro Stato. E ci si deve interrogare se questi movimenti abbiano fatto avanzare positivamente un processo di liberazione interno oppure, inserendolo in una logica di scontro tra blocchi, l’abbiano alla fine indebolito.

Prashad richiama l’insegnamento di Fanon secondo il quale le lotte “anticoloniali non si sviluppano in condizioni scelte da coloro che ne sono protagonistp”. Il che è indubbiamente vero, ma ci si deve interrogare se il regime iraniano sia davvero e solo impegnato in una “lotta anticoloniale”, considerato anche che l’Iran e prima la Persia non sono mai state propriamente colonie, e non invece nella costruzione di un regime connotato da determinate caratteristiche politiche, sociali e di classe. Prashad evita accuratamente di esprimere in giudizio chiaro su questo.

Anzi assume una posizione piuttosto giustificazionista. “Gli Stati sottomessi ad una minaccia permanente di invasione, sabotaggio e cambio di regime sviluppano profonde contraddizioni interne, incluse istituzioni di sicurezza che possono esercitare la coercizione contro la propria popolazione”. Quindi il regime iraniano “esercita la coercizione contro la propria popolazione”? E se questo accade è solo frutto della minaccia esterna o anche della natura stessa del regime? Gli autori della lettera danno questa seconda risposta, mentre Prashad sembra orientarsi verso la prima senza però dirlo esplicitamente.

La storia del regime iraniano colloca la repressione, pur con oscillazioni importanti nel corso del tempo in relazione alle dinamiche esistenti sia nel blocco di potere dominante che non è mai stato omogeneo, all’inizio stesso della sua instaurazione. Ma un interrogativo che è necessario porsi è se la repressione rafforzi o indebolisca la capacità di reazione nei confronti dell’aggressione imperialista. Esiste il dubbio, più che fondato, che il regime utilizzi la guerra per rafforzare la repressione.

La lettera del Guardian presenta certamente dei limiti, ad esempio rivolgendosi solo a chi è in carcere e non all’insieme delle forze politiche iraniane, per quanto deboli, che si battono sia contro il regime che contro la guerra o non proponendo un terreno di iniziativa politica comune internazionalista, limitandosi al terreno pur sacrosanto della solidarietà. Ma limiti ancora maggiori presenta l’intervento di Prashad che tende a collocare l’appello in un contesto di contrapposizione tra “Nord globale” e “Sud globale” piuttosto che all’interno di un conflitto che attraversa entrambi i campi, tra forze di liberazione politica, sociale e culturale e forze reazionarie e oppressive. Una distinzione che va tenuta ferma anche quando si valutino e si analizzino le contraddizioni interne al campo degli oppressori ai fini della propria strategia politica. Come direbbe Mao ci sono contraddizioni in seno al “popolo” e altre in seno ai “nemici del popolo”. Anche di queste bisogna tener conto, l’importante è non fare confusione tra i due “campi”.

Franco Ferrari

 

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Tutto il resto è noia. Secessione del tempo vivo contro il ricatto delle Big Tech e la trappola della connessione perenne

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