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La sinistra iraniana e la crisi del regime

di Franco
Ferrari

L’Iran è attraversato da alcuni settimane da proteste diffuse che hanno interessato oltre 100 città e che l’apparato di sicurezza del regime, nonostante la violenza utilizzata, non è ancora riuscito a sedare completamente. La contestazione ha preso le mosse dalla morte della ventiduenne curda Mahsa Jina Amini, arrestata per non aver indossato correttamente il velo, secondo le rigide regole imposte dalla teocrazia di Tehran. Le manifestazioni hanno visto una importante presenza femminile e giovanile ma sono riuscite a coinvolgere anche settori della classe operaia. Inoltre sono state particolarmente importanti tra due delle etnie minoritarie dell’Iran, quella curda, tradizionalmente ostile al regime, e quella del Beluchistan (al confine col Pakistan).

Per avere un quadro complessivo della situazione iraniana si possono leggere vari interventi di donne iraniane che hanno parlato al Congresso dell’Arci (qui) o commenti di osservatori e analisti che vivono in Germania ma sono di origine iraniana come Hamid Mohseni (qui), o accademici conoscitori della realtà iraniana come Janet Afari e Kevin B. Anderson (l’articolo pubblicato dalla rivista di sinistra Usa Dissent è disponibile in traduzione italiana qui). Sulla dimensione sociale delle proteste ha fornito informazioni preziose Stella Morgana sul sito della rivista Il Mulino (qui).

Mentre le ragioni della rivolta sono estesamente illustrate, risulta meno evidente quali siano, se vi sono, i soggetti politici che possano riuscire a rappresentarla e a darvi un possibile sbocco vittorioso in termine di potere. In precedenti cicli di proteste sembrava che l’opposizione al regime potesse essere interpretata dalle correnti riformiste interne al sistema, in modo tale da ridurne gli aspetti repressivi senza mettere in discussione i fondamenti del regime islamico. Dopo i vari fallimenti che i settori moderati hanno fatto registrare nel momento in cui hanno conquistato importanti posizioni di potere oggi anche questa strada sembra preclusa.

All’estero vi sono forze come i residui della monarchia Pahlavi o i Muhjaedin del Popolo (MKO, una setta non meno reazionaria del regime islamico) che cercano di proporsi come portavoce della protesta popolare ma che non sembrano disporre di alcun seguito all’interno del paese. Si sono anche formate coalizioni di formazioni politiche moderate la cui reale consistenza, al di fuori della regione curda, è difficile valutare così come sono tutt’altro che chiare le linee di divisione tra loro.

In questo quadro la sinistra iraniana cerca di far sentire la propria voce schierandosi nella sua totalità a favore delle proteste popolari. Ma si tratta di uno schieramento attraversato da numerose e ormai consolidate linee di frammentazione e che a causa della repressione da parte del regime non ha potuto mantenere una consistente rete di presenza organizzata all’interno del Paese. I gruppi dirigenti sono per lo più insediati in Europa occidentale dove operano tra le numerose comunità di emigrati. Anche in questo caso costituiscono una parziale eccezione quelle formazioni politiche che possono contare su un insediamento tra la minoranza curda. Diversi partiti hanno trovato ospitalità per le loro sedi a Suleymania, città del Kurdistan iracheno, e per quelli che dispongono anche di una forza armata (i peshmerga) nelle montagne confinanti con l’Iran.

Un’intensa presenza sulla rete consente la conoscenza delle posizioni delle forze politiche di sinistra (anche se solo in misura limitata vengono utilizzata lingue occidentali e per il materiale in lingua persiana è necessario fare ricorso ai programmi di traduzione automatica), delle loro analisi e delle loro parole d’ordine.

Naturalmente un esame dettagliato delle decine di partiti esistenti, frutto di divisioni che in molti caso risalgono agli anni ’60 e ’70 e che non si sono ricomposte nei decenni successivi (anzi se ne sono aggiunte di nuove) va al di là degli obbiettivi del presente articolo. Si sono pertanto selezionate le prese di posizioni di alcuni partiti che in un qualche modo sono rappresentativi di posizioni che, almeno al lettore esterno, non sembrano nemmeno troppo contrastanti.

Il Partito della Sinistra dell’Iran (Fedayin del Popolo)

Questo Partito ha le proprie radici nella frazione di Maggioranza dell’Organizzazione iraniana dei guerriglieri fedayin del popolo che aveva condotto la lotta armata contro il regime dello Shah, pagando un prezzo pesantissimo alla repressione, e disponeva di un reale seguito di massa nei primi anni successivi alla caduta della monarchia. Aveva tenuto un atteggiamento favorevole al regime islamico nei primi anni della sua costituzione in nome del sostegno all’“antimperialismo” (di fatto un acceso antiamericanismo) e di qualche misura sociale populista che aveva caratterizzato la presa del potere di Khomeini. Per questo si era avvicinato al Tudeh, il tradizionale partito comunista filosovietico, fino a ipotizzare un’unificazione tra le due formazioni. Entrambi questi partiti furono vittima di una feroce repressione a partire dal 1983, quando il resto dell’opposizione era stata ormai sbaragliata dagli apparati di sicurezza del regime. I Fedayn del Popolo (Maggioranza) hanno poi profondamente rivisto le loro posizioni ideologiche. Anche alla luce del crollo dell’Unione Sovietica hanno rivalutato gli obbiettivi democratici mantenendo un orizzonte di trasformazione in senso socialista dell’Iran. Sono vicini alla Linke tedesca, di cui hanno adottato anche il nome, e hanno contatti ufficiali con il Partito della Sinistra Europea.

La loro valutazione della situazione è contenuta in documento del loro Consiglio Centrale del novembre scorso di cui riportiamo ampi passaggi:

“Donna, vita, libertà” è un movimento rivoluzionario contro la Repubblica islamica. Con la formazione del movimento rivoluzionario, il paese è entrato nel periodo rivoluzionario. Con la continuazione e il progresso del movimento, la situazione politica del Paese non tornerà al passato.
Nonostante la crisi di efficienza, la crisi di legittimità, la crisi economica, l’insoddisfazione della maggioranza del popolo iraniano e la continuazione del movimento rivoluzionario, il governo è ancora in grado di continuare a funzionare. Nonostante le ribellioni e le esitazioni tra le forze di repressione, la volontà repressiva del governo non si è indebolita. Le forze governative sparano ancora sui manifestanti, li arrestano e riempiono le carceri di manifestanti. La repressione nelle regioni etniche come le province del Baluchistan e del Kurdistan è più intensa che in altre regioni. Tuttavia, la realtà ha dimostrato che la repressione non è stata efficace e ha portato al divampare del movimento.
Alcune componenti di una situazione transitoria o rivoluzionaria sono state sviluppate e alcune delle sue componenti non sono ancora state sviluppate. La maggioranza del popolo iraniano non vuole vivere come una volta, ma la Repubblica islamica può ancora esercitare il suo dominio politico. Nella continuazione e nell’espansione del movimento e nella formazione dei suoi componenti, si può realizzare una transizione o una situazione rivoluzionaria e si può realizzare la transizione dalla Repubblica islamica.
Attualmente il regime non è in grado di controllare il movimento e il movimento non è ancora in grado di rimuovere il regime. Ma è chiaro che il movimento rivoluzionario ha un alto potenziale e nella sua continuazione ed espansione, può cambiare a suo favore gli equilibri esistenti. Per quanto riguarda i rapporti con il movimento, sono apparse differenze all’interno del blocco di potere, ma non si è ancora arrivati a un divario che porterebbe alla creazione di diverse fazioni all’interno del regime.
I quattro fattori: crisi economica, mobilitazione politica, pressioni internazionali e divisioni all’interno del governo sono i fattori determinanti nel crollo dei governi autoritari. La Repubblica islamica sta affrontando crisi economica, mobilitazione politica e pressioni internazionali.
Con l’inizio delle proteste, il processo di declino della base sociale del regime si è accelerato, ma il regime ha ancora una base sociale limitata. Durante gli ultimi quattro decenni, il regime ha costruito molti livelli di sicurezza e organi militari. In questo regime si mescolano ideologia, politica ed economia. Classi e strati di potere si sono già formati e hanno accumulato ricchezze astronomiche e i loro interessi sono legati alla vita della Repubblica islamica. Le classi che si sono formate difenderanno i loro interessi. L’IRGC (ndr: Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche) ha occupato molti settori, in particolare l’economia del paese, e non sarà semplicemente disposto a lasciare andare la sua situazione economica e la sua posizione e cedere il potere. Allo stesso tempo, va notato che il regime è diventato altamente corrotto, la mafia del potere e della ricchezza ha attanagliato l’economia. Crisi croniche e complesse, in particolare la crisi economica, hanno travolto il regime e la sua unificazione e hanno aumentato la sua inefficienza.
Per rovesciare il regime, è necessario che il movimento continui, che le proteste si estendano, che l’università mantenga il suo ruolo centrale, che altri gruppi della popolazione si uniscano ai manifestanti, che i gruppi indifferenti siano attratti dal movimento e che promuovano la lotta pacifica, devono essere fornite le condizioni per la partecipazione dei gruppi che sostengono il movimento nelle proteste, i gruppi di difensori del regime devono essere messi in una posizione neutrale, il processo di logoramento del regime e soprattutto le forze repressive devono continuare, favorite le divisioni all’interno del blocco di potere, e alcuni gruppi del blocco di potere devono essere costrette a rendersi conto dell’inutilità della repressione.
Per la continuazione e la stabilità del movimento rivoluzionario, è necessario puntare su scioperi generali e nazionali. È assolutamente necessario che alle proteste di piazza si aggiungano scioperi nelle grandi unità produttive e nelle compagnie petrolifere, insegnanti, impiegati statali, negozi e mercati, autisti di autobus, camionisti e proprietari di camion, tassisti, ecc. Dovremmo cercare di pianificare la necessità di scioperi generali e nazionali e crearne le basi.
Gruppi di lavoratori hanno aderito al movimento rivoluzionario, cosa che si può vedere negli scioperi e nei quartieri operai. Ma parti della “classe media povera” e dei lavoratori non hanno ancora aderito al movimento. La loro adesione dipende in gran parte dalla misura in cui le rivendicazioni dei lavoratori e di altri salariati vengono sollevate e sostenute nel movimento. Attualmente, ciò che è possibile è sollevare le rivendicazioni sindacali e la questione dell’organizzazione dei lavoratori e cercare di collegare le rivendicazioni dei lavoratori con le rivendicazioni del movimento rivoluzionario. Nella continuazione del movimento rivoluzionario, gli scioperi sindacali possono portare a scioperi a livello nazionale. Questo problema è vero anche in relazione agli insegnanti e ad altri gruppi salariati, specialmente in altri settori governativi. Gli insegnanti insieme agli studenti svolgono un ruolo importante nel far avanzare il movimento.
La Repubblica islamica usa la violenza esposta contro il movimento. Non risparmia nemmeno i bambini. Il movimento rivoluzionario è profondamente pacifico e lo slogan “Donna, vita e libertà” si fonda sul fondamento della nonviolenza. I manifestanti affrontano a mani vuote la brutale repressione del governo. Evitare la violenza ha creato valori morali per essa e il movimento è stato efficace nell’attrarre il sostegno internazionale. In vari modi, il governo tenta di imporre la violenza come mezzo di lotta al movimento. È necessario neutralizzare gli sforzi del governo che tentano di imporre la violenza al movimento. Tuttavia, l’autodifesa contro l’oppressione è accettata e le persone hanno il diritto di difendersi dall’oppressione.
Il governo ha ucciso più di quattrocento persone e ne ha arrestate quasi 17.000. È necessario rafforzare gli sforzi che si stanno compiendo all’interno e all’esterno del paese e nelle sedi internazionali contro la repressione, l’uccisione, l’esecuzione e il rilascio di detenuti e prigionieri politici.
Internet ei social network hanno portato alla formazione e all’emergere di nuovi movimenti sociali, la cui caratteristica più importante è l’auto-leadership. L’attuale movimento rivoluzionario è uno di questi movimenti. Questi movimenti hanno un’elevata capacità di continuare le proteste. Il regime non si trova di fronte a un solo leader e non può mettere a tacere le proteste arrestando i leader. Ora le organizzazioni giovanili locali fanno parte del movimento e svolgono un ruolo nel guidare e continuare il movimento. La formazione di nuovi movimenti non nega la necessità di partiti politici, sindacati e organizzazioni democratiche. La loro connessione può aumentare la forza e la capacità del movimento.
Nella continuazione del movimento, è necessario formare una direzione politica che guidi il periodo di transizione e gestisca gli affari del paese fino alla formazione dell’Assemblea costituente. In questo momento, nelle file dell’opposizione e della società civile, abbiamo di fronte molti blocchi, partiti e organizzazioni politiche e sindacati, figure di spicco all’interno e all’esterno del Paese. È necessario coordinare le loro attività contro la Repubblica islamica. Sottolineiamo il dialogo per formare il centro di coordinamento delle forze democratiche. Le forze democratiche possono naturalmente essere presenti con i loro blocchi in questo processo. L’unificazione delle forze di sinistra e la creazione del baricentro delle forze repubblicane è la priorità della nostra politica di alleanza. La formazione di un tale centro non dipende da questa priorità in termini di tempo.

Il Partito della Sinistra mantiene relazioni e assume posizioni comuni con formazioni politiche che non sono specificamente di sinistra ma piuttosto di orientamento democratico in nome di una comune ispirazione “repubblicana”.

Il Partito Tudeh

Il Tudeh (o Partito delle Masse) nasce nel 1941 come fronte largo di forze progressiste animato dai comunisti e favorevoli all’Unione Sovietica. Negli anni successivi ha assunto di fatto il ruolo di partito comunista ufficiale, riconosciuto dai partecipanti del “movimento comunista internazionale”. Ha avuto un seguito significativo sino al colpo di Stato del 1953 ispirato da Usa e Gran Bretagna contro il Primo ministro nazionalista Mossadegh. Duramente colpito dalla repressione, il suo gruppo dirigente è dovuto emigrare nei paesi del blocco socialista (soprattutto la DDR) dove ha risieduto per molti anni. Con la caduta dello Shah ha potuto tornare ad operare legalmente ma senza recuperare la forza di cui disponeva all’inizio degli anni ’50. Pagava, tra le altre cose, l’eccessivo allineamento alla politica sovietica. Come per i Fedayin del popolo (Maggioranza) ha sostenuto il regime islamico per i primi anni e anch’esso a partire dal 1983 è stato vittima di una spietata repressione. Ha rivisto criticamente la politica sostenuta dopo la caduta dello Shah, ma sul piano ideologico non ha effettuato significative revisioni delle proprie tesi.

La sua analisi della situazione iraniana è ampiamente delineata in un testo presentato alla riunione dei partiti comunisti che si è tenuta a Cuba nell’ottobre scorso e da cui riprendiamo ampi stralci:

Nelle ultime settimane, l’Iran ha assistito a un’altra rivolta di massa in tutte le sue 31 province, in molti paesi e città, con manifestanti che chiedono diritti umani e democratici fondamentali, nonché giustizia sociale. Ora stanno chiaramente chiedendo la fine della dittatura teocratica al potere.
Questa protesta di massa è la quarta rivolta su larga scala che si è verificata negli ultimi 12 anni. Mostra chiaramente che la dittatura al potere e i suoi principi teocratici reazionari sono profondamente e ampiamente respinti dal popolo iraniano, con le donne, gli studenti e i giovani in prima linea nella lotta.
Le attuali proteste diffuse arrivano dopo due anni di continui e diffusi scioperi di lavoratori, insegnanti e pensionati, nonché manifestazioni di donne e studenti contro le politiche draconiane e antipopolari del regime che hanno portato a livelli di povertà senza precedenti per la popolazione.
Anche secondo le statistiche del regime, in Iran quasi il 40% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Questo è il risultato di decenni di politiche neoliberiste del regime, prescritte e incoraggiate dal FMI e dalla Banca mondiale, tra cui privatizzazioni incontrollate, fallimento di molte piccole e medie imprese, disoccupazione alle stelle e brutale erosione dei diritti e delle tutele dei lavoratori. Gli interessi di classe del regime sono fermamente e inestricabilmente allineati con gli interessi della grande borghesia corrotta e parassitaria che controlla la direzione economica e politica del paese.
La continua rivolta dei lavoratori iraniani – in particolare le donne, i giovani, gli studenti e (negli ultimi giorni) i lavoratori dei giacimenti petroliferi meridionali – pone una sfida significativa al regime al potere. Il nostro Partito riconosce che le forze imperialiste e i loro alleati regionali reazionari – in particolare il regime saudita e il governo razzista israeliano – vedono l’attuale sconvolgimento come un’opportunità per interferire negli affari dell’Iran e rafforzare le forze antidemocratiche, come i resti del regime del deposto Shah e l’Organizzazione Mojahedin-e Khalgh (MKO) con sede in Albania e finanziata dai sauditi.
Abbiamo detto molto chiaramente che il nostro Partito si opporrà a qualsiasi intervento imperialista in Iran. Abbiamo invitato tutte le forze progressiste e di sinistra iraniane a unirsi in un fronte anti-dittatoriale per l’istituzione di un governo democratico nazionale deciso a stabilire libertà, indipendenza e giustizia sociale in Iran.
Dobbiamo sottolineare che, nonostante la retorica antimperialista del regime iraniano e le sue manovre extraterritoriali nella regione, sotto la superficie la Repubblica islamica è stata un fedele aiuto agli interessi imperialisti. Ciò spazia dal suo sostegno ai Contras in Nicaragua e alle relazioni segrete con gli Stati Uniti e l’apartheid sudafricano durante gli anni ’80, fino alla sua partecipazione attiva e ambigua alla destabilizzazione e al rovesciamento della Repubblica democratica popolare dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti, alla guerra civile in Tagikistan, le successive invasioni e occupazioni sia dell’Afghanistan che dell’Iraq e il suo continuo sostegno ad alcune delle forze più reazionarie della regione (compresi i talebani). E questa è solo un’istantanea… Alla faccia dei suoi presunti precedenti antimperialisti!
La politica estera della Repubblica islamica dell’Iran è guidata esclusivamente dall’istinto di sopravvivenza del regime teocratico. Per questo motivo, contrariamente alla sua stessa propaganda, non solo la leadership del regime raggiungerà un accordo con gli Stati Uniti (come ha fatto in passato), ma continuerà a collaborare con gli interessi dell’imperialismo guidato dagli Stati Uniti nella regione. Le politiche estere del regime sono avventurose e pericolose e non rappresentano né servono gli interessi del popolo iraniano!
Il 7° Congresso del Partito Tudeh dell’Iran si è riunito con successo nel giugno 2022. I documenti politici chiave, approvati al Congresso, si basano sulla preparazione del terreno, nelle attuali circostanze concrete, per una Rivoluzione Nazionale Democratica (NDR), come unica prospettiva in questo momento con cui far passare l’Iran dalle grinfie della dittatura a una fase in cui le trasformazioni fondamentali tanto necessarie possono essere realizzate da e per il popolo, gettando infine le basi per la costruzione del socialismo in Iran. Il dominio del regime teocratico e dell’Islam politico, sin dalla battuta d’arresto della Rivoluzione popolare del 1979 all’inizio degli anni ’80, è stato l’ostacolo alle tanto necessarie trasformazioni fondamentali in Iran per assicurare la pace e la sovranità; diritti e libertà umani e democratici; e giustizia sociale. Ciò che è effettivamente accaduto in Iran negli ultimi 40 anni è il tradimento e la sconfitta dei principi e degli obiettivi fondamentali della Rivoluzione del 1979, la maggior parte dei quali rimangono pertinenti oggi come lo erano allora. L’esperienza ci ha insegnato che la NDR è considerata una minaccia nei confronti dell’imperialismo statunitense e del suo dominio.

Il Consiglio di Cooperazione delle Forze di Sinistra e Comuniste

La sinistra iraniana, come già detto sopra, è estremante frammentata. I “Fedayin del Popolo” si sono divisi nel 1980 tra la Maggioranza (da cui nasce il Partito della Sinistra) e la Minoranza, che raggruppava coloro che erano contrari al sostegno, seppur critico, al regime di Khomeini. Entrambe le componenti hanno poi subito numerose scissioni e ulteriori frammentazioni. Alcuni gruppi si sono dissolti mentre altri restano attivi, seppur indeboliti, e per lo più presenti nell’emigrazione. A tutti questi frammenti si è aggiunta una nuova tendenza sorta dalla fusione di un’organizzazione di origine maoista, con un certo seguito di massa nel Kurdistan iraniano, nota come Komala (parola tradotta come “associazione”) e altri gruppi, prevalentemente di composizione intellettuale ma presente in diverse città iraniane, come l’Unione dei Militanti Comunisti e una frazione di Peykar. Da questo incontro è nato nel 1983 il Partito Comunista dell’Iran. Per alcuni anni è sembrato poter assorbire numerosi militanti di altre formazioni della sinistra entrate in crisi per ragioni politiche o per effetto della repressione, grazie anche alla possibilità di insediarsi nella regione curda ottenuta col supporto dei peshmerga del Komala.

Dal 1990 questo processo di integrazione si è invertito portando alla formazione di nuovi partiti in forte dissenso tra loro. Da un lato è sorta una corrente ispirata alle idee di Mansoor Hekmat che si è definita come “comunismo operaio”, critica di tutte le esperienze storiche di socialismo, con una visione rigidamente classista, polemica nei confronti delle concezioni antimperialiste e ostile anche alla presenza religiosa sulla scena politica. Questa corrente si ritrova oggi dispersa in diversi partiti. Dall’altro lato la componente organizzata nel Komala si è allontanata dal processo unitario sulla base di una più netta adesione a posizione nazionaliste curde. Un settore di questa formazione ha assunto, a partire dal 2000, un orientamento socialdemocratico.

L’unico tentativo di convergenza tra partiti e gruppi della sinistra marxista si è raccolto da alcuni anni nel Consiglio di Cooperazione delle Forze di Sinistra e Comuniste. Di esso fanno parte al momento le seguenti organizzazioni: Organizzazione dell’unione dei fedayin comunisti, Partito comunista dell’Iran, Partito comunista operaio dell’Iran-hekmatista, Organizzazione dei lavoratori rivoluzionari dell’Iran (Rahe Kargar), Organizzazione dei Fedayin (Minoranza) e Nucleo di Minoranza. Come si vede diversi gruppi continuano ad utilizzare la denominazione “Minoranza” per richiamarsi ad una delle due fazioni nelle quali si era divisa l’Organizzazione dei Guerriglieri Fedayin del Popolo nel 1980.

Il Consiglio emana regolarmente propri documenti. Il più recente si schiera a sostegno di un appello ad una nuova mobilitazione per il 28,29 e 30 dicembre lanciato dai comitati di 24 università iraniane. Questo è il testo:

Sosteniamo con tutte le nostre forze l’appello nazionale del 28, 29 e 30 dicembre!
Un appello è stato lanciato da donne, giovani e studenti di 24 college e università con il seguente messaggio:
Per fermare i crimini della Repubblica islamica, come l’esecuzione, la repressione, l’arresto e lo stupro, dobbiamo essere in grado di accelerare il processo di rovesciamento del governo e la vittoria della nostra rivoluzione, e questo obiettivo sarà possibile espandendo e accelerando il processo di proteste e scioperi a livello nazionale e pubblico!
In questi tre giorni, mattina e mezzogiorno, terremo uno sciopero nazionale nelle città, in particolare nei centri commerciali e nei centri industriali, eseguiremo spettacoli di protesta, scriveremo slogan ed effettueremo marce di protesta a livello di università e scuole, e la sera e la notte terremo manifestazioni di protesta, manifestazioni e marce cittadine.
Il “Consiglio di Cooperazione delle Forze di Sinistra e Comuniste” dichiara il suo incrollabile sostegno a questo appello e a tutti gli attivisti delle forze del Consiglio all’interno e all’esterno del Paese; Invita tutte le forze di sinistra e amanti della libertà, le istituzioni e i consigli locali e tutti i combattenti ad accompagnare e sincronizzare questo movimento rivoluzionario e progressista in ogni modo possibile.
Possa il regime capitalista della Repubblica islamica essere rovesciato!
Lunga vita alla libertà; Viva il socialismo!

Il Partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK)

Il PJAK è la formazione presente tra i curdi dell’Iran che si ispira alle idee di Oçalan. E’ stato fondato nel 2004 e mantiene una presenza militare al confine tra Irak e Iran. Nel sostenere il movimento di protesta ha evidenziato soprattutto il protagonismo femminile. In proposito ha pubblicato un articolo nel quale è scritto:

Tutto l’Iran sta vivendo un periodo storico e il processo ha interessato l’intera regione e il mondo. Durante questi tre mesi della rivolta rivoluzionaria “Donne, vita, libertà”, il popolo iraniano, con le donne in prima fila, ha chiaramente sottolineato la necessità di creare una rivoluzione e, allo stesso tempo, i requisiti e le soluzioni per il suo avanzamento. La suddetta rivoluzione fa ogni giorno un passo avanti. Il contenuto e il tema dello slogan centrale del movimento ne indica chiaramente il percorso e la linea. Le rivendicazioni e gli slogan dei rivoluzionari sono del tutto significativi e mostrano in modo semplice ed essenziale l’insistenza e la ricerca di un particolare paradigma. La principale richiesta e obiettivo di questa rivoluzione è costruire una vita libera e moderna basata sulla libertà delle donne. Lo slogan mostra lo spirito, la serietà e la pretesa di raggiungere l’obiettivo; pertanto, per vincere la rivoluzione, è necessario compiere passi efficaci nelle dimensioni sociale, ideologica, storica e politica in base al suo contenuto e messaggio, che è l’obiettivo. Questa rivoluzione, iniziata con le donne in prima fila e con lo slogan “Donne, vita, libertà”, porterà sicuramente cambiamenti fondamentali e duraturi. La società dell’Iran e del Kurdistan vuole la libertà e la democrazia, il raggiungimento di questo richiede anche unità, convinzione, senso di responsabilità e politica. Il popolo iraniano, che ora si oppone al regime totalitario e fascista che governa l’Iran, ha queste potenzialità e caratteristiche, e queste caratteristiche sono una parte inseparabile della natura e dell’essenza della società iraniana.
Questa è una rivoluzione che sta procedendo con tattiche e soluzioni speciali e creative, e molti diversi strati e masse della società hanno preso posto in essa, da figure religiose a studenti, commercianti, uomini d’affari, atleti, artisti, ecc., per sostenere apertamente la loro posizione e sostenere la rivoluzione È diventato chiaro che la società dell’Iran e del Kurdistan orientale (ndr: in questo modo è definita la parte di Kurdistan inserita nello stato iraniano) ha una grande forza e potenziale e fino a che punto le donne, i giovani e altre parti della società odiano il sistema di governo e chiedono cambiamenti fondamentali. In questi tre mesi è apparso chiaro che la ragione di questa reazione rivoluzionaria del popolo non è solo un evento speciale o una protesta temporanea, ma l’accumulo di proteste e opposizioni che si sono formate a seguito delle politiche, delle prestazioni, dell’oppressione del regime al potere nel corso degli anni, e ora sono esplosi.
Il nostro significato e scopo della rivoluzione non è solo cambiare il sistema e la struttura politica esistente e sostituirlo con un altro sistema e struttura, ma il significato e lo scopo è una rivoluzione sociale e mentale contro il paradigma dello stato-nazione. La forza principale e l’avanguardia dell’attuale rivoluzione in Iran e nel Kurdistan orientale sono le donne, e l’intera società ha accettato questo fatto. Sulla base dei principi di libertà e democrazia, il popolo vuole una nuova vita e un sistema democratico. Il leader Apo (ndr: Oçalan) ha affermato che: una vita sociale nuova e rivoluzionaria dovrebbe essere formata in Kurdistan basata sui principi originari del socialismo. Questa è la stessa rivoluzione che sta avvenendo nel Kurdistan orientale e in Iran. La prima rivoluzione è stata la rivoluzione sociale che si è formata dal ruolo primario delle donne nell’era neolitica. La rivoluzione neolitica è stata una rivoluzione culturale, sociale e intellettuale, è stata creatrice della vita sociale e comunitaria. La mentalità statalista ha distorto la verità storica e la vita umana. Da più di cinquemila anni, le donne e la società soffrono e lamentano gli effetti e le funzioni di questa mentalità statalista e orientata al potere. La rivoluzione sociale in corso in Iran e nel Kurdistan orientale può essere considerata come una delle rivoluzioni fondamentali nella storia dell’umanità, è lo sviluppo di un nuovo pensiero e di un’evoluzione ideologica. L’attuale rivoluzione iraniana non è né una rivoluzione materiale né una rivoluzione religiosa, non richiede solo la libertà del sesso, della nazione e di una certa classe, ma include anche la libertà dell’intera società basata sulla libertà delle donne. Se oggi tutte le parti della società dell’Iran e del Kurdistan orientale sono cresciute con ogni cultura, lingua, religione e tendenza, ciò significa che chiedono cambiamenti fondamentali. Questo problema non è solo di una parte della società o di uno dei popoli dell’Iran, ma tutti i popoli dell’Iran sono contrari a questo sistema e mentalità e hanno intrapreso la strada della lotta contro di esso. Così come la “schiavitù femminile” è diventata la base di un potente sistema statale, la “libertà delle donne” è anche la chiave per aprire le porte della libertà all’intera società ea cambiamenti fondamentali di mentalità.
Il leader Apo ha detto: “Quello che noi analizziamo non è la persona, ma la società, non il momento e il presente, ma la storia”, cioè analizzando la donna ha analizzato la società e analizzando il tempo presente ha analizzato la storia. (…)
Per quanto la rivoluzione della democrazia e della libertà in Iran e Kurdistan sia radicata nei valori umani e storici, comporta anche doveri e responsabilità per costruire il futuro. Se non abbiamo una corretta analisi e comprensione del processo attraverso il quale la società ha raggiunto il suo stato attuale, non saremo in grado di risolvere i problemi attuali e le questioni che sono diventate un vicolo cieco. Se non si guarda alle questioni e ai problemi della società con una prospettiva storica, e prima di tutto la questione delle donne, e se non la si spiega e si analizza in modo corretto, è impossibile costruire una società basata sui principi di libertà e democrazia. A questo proposito il leader Apo ha affermato che: “Noi siamo nascosti nella storia e la storia è nascosta anche nel presente”. Una delle ragioni del crollo e del fallimento del socialismo reale fu che aveva una lettura separata e sconnessa dalla storia e cercò di stabilire e istituzionalizzare il socialismo, ma cadde nella trappola della mentalità dello stato ed entrò in competizione e omogeneizzazione con il sistema capitalistico.
Indubbiamente, la rivoluzione delle donne nel Kurdistan orientale e in Iran risente delle lotte che si svolgono in Kurdistan da più di quarant’anni. La rivoluzione del Rojava è stata una rivoluzione guidata dalle donne e basata sulla filosofia delle donne, della vita e della libertà. Quello che sta accadendo in tutto il Kurdistan ora è una rivoluzione di pensiero e mentalità che ha sfidato e messo in discussione l’ideologia degli stati-nazione. Questa è una rivoluzione ideologica e sociale che ha il suo programma politico e le sue soluzioni. La rivoluzione non è solo un evento momentaneo in cui una domanda è soddisfatta e finisce, ma è una categoria e una questione mentale che cerca di creare un nuovo essere umano e una nuova società, che è sempre in movimento. Da un lato c’è una categoria strutturale e dall’altro c’è una categoria mentale, che deve essere affrontata in entrambe le aree. Poiché la società non è in grado di continuare la sua vita senz’acqua, non potrà continuare la sua vita senza educazione e organizzazione.
La gente vuole un sistema democratico, il che significa la possibilità di partecipare alla politica. È con la partecipazione e la presenza della società nella politica che si formano cambiamenti e sviluppi positivi e la democratizzazione è possibile. Nella misura in cui il governo e il governo sono indeboliti e limitati dalle lotte comuni e unite dei popoli, nella stessa misura la società gode della libertà e della possibilità della politica. Le persone e la società non sono nemiche della religione e del credo, ma sono contro il nazionalismo, la religiosità e il sessismo. È una società anti-islamica che è stata politicizzata e messa al servizio del sistema di potere e del governo. La società è contraria e nemica della mentalità che pratica qualsiasi tipo di oppressione in nome dell’Islam e della Sharia. Altrimenti, ogni società ha le proprie credenze, credenze e costumi.
La rivoluzione iniziata con l’assassinio di Gina Amini continua senza interruzioni e con tattiche e metodi diversi, centinaia di cittadini sono stati martirizzati dalle forze repressive del regime. Il popolo iraniano ha trasformato le cerimonie funebri e commemorative di questi martiri, che sono come riti sociali, nel campo della resistenza e nell’esprimere il proprio disgusto contro il regime occupante e dittatoriale. Cantando lo slogan “i martiri non muoiono”, la gente sottolinea il proseguimento della lotta e il mantenimento vivo della memoria dei martiri. Le famiglie e soprattutto le madri dei martiri accolgono i corpi dei loro cari con applausi e grida di vendetta e questo è un gesto del tutto significativo e rivoluzionario. Quando una madre dice sulla tomba del suo bambino martirizzato che se non ti vendico, non sono tua madre, questa è una posizione ideologica e importante. Questi slogan e l’espressione esplicita di queste posizioni mostrano una piena comprensione dell’importanza e della delicatezza delle responsabilità e dei doveri vitali e storici.

Le prossime settimane diranno se il movimento di protesta sarà in grado di svilupparsi e di mettere effettivamente in discussione le basi politiche e sociali del regime iraniano.

Franco Ferrari

 

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