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Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente?

di Roberto
Rosso

Ancora una volta affrontiamo l’intreccio delle crisi, le conseguenze dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel contesto di instabilità globale: un salto di qualità è richiesto all’elaborazione politica, alla pratica dei movimenti,  capace di assumere il meglio del proprio patrimonio di elaborazione assumendo tuttavia la rottura definitiva con le condizioni dei decenni passati e la drammatica difficoltà a connettere i movimenti nelle diverse regioni del globo.

In una sua intervista Bruno Latour1 ricorda come la caduta del muro 1989 tanto celebrata,  che suscitò entusiasmi per l senso di libertà che trasmettevano  le folle che lo distruggevano, che attraversavano confini sino ad allora tenuti come recinti, fu contemporanea alle grandi conferenze sulla crisi climatica che trovò nel neo-liberalismo trionfante il contesto più favorevole al suo sviluppo; siamo oggi a 33 anni di distanza nel pieno sviluppo  delle conseguenze di quella gigantesca frattura storica, nella terrificante accelerazione di tutti i processi, che hanno modificato nel profondo e stanno modificando nel profondo la natura dei rapporti sociali, dei rapporti di produzione, del contesto geopolitico globale.
Il fallimento del socialismo reale -che nella sua versione del produttivismo costituiva un potente fattore della crisi climatica ambientale- rappresentò come ben sappiamo nel nostro paese anche il crollo di un sistema di riferimento, di polarizzazione che aveva retto il ciclo di lotte di liberazione e decolonizzazione del secondo dopoguerra assieme agli equilibri geopolitici del continente europeo. Di quel passato e di quella rottura epocale viviamo il retaggio e le conseguenze soprattutto nel continente europeo, dove si confrontano l’allargamento ai paesi centro-orientali dell’Unione Europea e della NATO da un lato e la ricostruzione di una identità imperiale, di un ruolo di grande potenza da parte della Russia che -dopo gli interventi nelle diverse crisi mediorientali- con l’invasione dell’Ucraina ha deciso di cambiare le regole del gioco rovesciarne il tavolo.
L’ambizione dell’attuale classe dirigente russa, impersonata da Putin, di ritornare sulla scena come grande potenza si è per ora arenata – a otto mesi dal suo inizio- in una guerra di logoramento dove il dispositivo militare ucraino è costantemente alimentata e incrementato dalle forniture dei paesi NATO, USA e Gran Bretagna in testa, assieme alle risorse finanziarie. Il logoramento a sua volta produce tentazioni di salti qualità, di soluzioni finali, di ulteriori rotture che per ora appaiono di più come esercizi di retorica, nonostante l’incrudelimento dello scontro.
Il contesto in cui questa rottura degli equilibri precedenti si sviluppa è quella della competizione delle due potenze di questo secolo USA e Cina, due diversi modelli di sviluppo capitalistico che competono a livello globale, competizione che -paradossalmente, ma non troppo- si è sviluppata lungo le linee di una integrazione di filiere produttive e finanziaria tra i due paesi. Un inciso è necessario: dal punto di vista dei possibili modelli di sviluppo capitalistico – di rapporto tra sistema tecnologico, finanziario, rapporti sociali e politici-la Russia probabilmente rappresenta uno di quelli più arcaici e semplificati. Con l’invasione dell’Ucraina, la classe dirigente russa ha messo in crisi il dispositivo di integrazione –che possiamo definire come russo-tedesco sul piano dei rapporti economici a livello europeo fondato sullo scambio tra materie prime energetiche e tecnologia – trasformandolo schematicamente in arma di guerra, come era facilmente prevedibile una volta che il conflitto non si è concluso rapidamente.
Il contesto stava già mutando, prima di questa rottura, in forza della competizione crescente le forme di integrazione tra le potenze egemoni si stanno allentando. La rottura delle supply chains, delle catene di fornitura di materie prime e semilavorati dovuti alle varie ondate della pandemia, allo stop and go a cui l’economia globale è stata sottoposta, peraltro in modo differenziato, impone un ripensamento sulla divisione internazionale del lavoro, sulle dipendenze in settori strategici; il caso più eclatante è quello della dipendenza di Europa e Stati Uniti nei semiconduttori da Taiwan, di cui abbiamo avuto modo di occuparci a più riprese.
Nel contesto geopolitico e geostrategico il conflitto russo-ucraino può determinare una accelerazione politica del processo di de-globalizzazione. Il summit dello SCO Shanghai Cooperation Organisation– è stato uno di quei momenti dove i principali paesi hanno rimarcato da un lato l’opposizione nei confronti egemonica degli Stati Uniti, dall’altra non si sono fatti coinvolgere direttamente nel conflitto Ucraino; nelle ultime settimane sia Cina che India mandano segnali favorevoli ad un cessate il fuoco, mentre la Turchia che dello SCO fa parte che dello SCO fa parte, Erdogan in prima persona,  ripropone un proprio ruolo di mediazione nel conflitto, cercando in questo un  consolidamento della propria posizione politica.
Un evento così rilevante, una rottura così lacerante degli equilibri precedenti, non può che influire sugli equilibri globali o meglio sulle loro contraddizioni, sulle trasformazioni in corso; qui sta il punto poiché di tutto si può parlare meno che di equilibri e stabilità, gli equilibri sono di breve periodo. La pandemia ne ha dato una dimostrazione eclatante, per la sua origine, per la sua pervasività, per le sue conseguenze devastanti sulla continuità della vita economica e sociale.
I mesi di guerra che già oggi stiamo contando, diventano anni se pensiamo alle conseguenze, al suo svolgersi e concludersi in nuovi assetti dotati una loro relativa stabilità; questa periodizzazione sfocia nel pieno manifestarsi della crisi climatica, nel suo diventare crisi globale permanente, ben oltre gli episodi che già oggi costellano le stagioni e le regioni del globo, dal Pakistan alla Florida. Il fattore tempo diventa cruciale, è banale dirlo; decisioni puntuali incidono di medio e lungo periodo che peraltro si approssimano ad un proprio salto di qualità. È quello di cui ci avverte Bruno Latour in tutto il suo percorso di analisi, nella sua critica alla modernità nel suo avvertirci dell’ingresso in un’era ecologica dello sviluppo delle nostre società (debbo scusarmi per la riduzione drammatica del pensiero di Latour).

Nel mio precedente articolo in buona sostanza mi sono posto il problema, rimanendo alla superficie delle cose, che si può riassumere nell’eterna questione della connessione dei diversi movimenti di critica e di rivolta, delle diverse soggettività sociali, culturali e politiche –che forse mai sono state così diverse come oggi– costrette e stimolate ad agire dall’intreccio perverso delle crisi globali.  In questo incontrano ed anche confliggono tradizioni e identità culturali di lungo periodo, dimensioni regionali, condizioni sociali e congiunture politiche. Ciò che accade in Iran ne è la manifestazione e dimostrazione evidente, dove la rivolta verso un regime di dominio patriarcale si lega ad una rivolta più generale verso condizioni di oppressione, sfruttamento e povertà, oltre che a situazioni specifiche come il Kurdistan ed il Belucistan.  La diffusione, la durata del movimento, nonostante la durezza della repressione, dovrebbero convincerci della sua autonomia e del suo libero sviluppo; ciò nonostante c’è chi è capace di leggerci un qualche complotto, una qualche dispositivo di ‘rivoluzione arancione’ eteroguidata. Vale la pena citare questi orientamenti per sottolineare la difficoltà che permane a liberarsi di schemi preconcetti con radici profonde.
La rivolta iraniana interroga ovviamente i movimenti femministi, la critica di genere ai rapporti dominanti, con tutte le difficoltà che nascono nel confronto tra mondi storicamente culturalmente così diversi di cui sono testimonianza diverse prese di posizione; anche gesti simbolici come il tagliarsi una ciocca di capelli hanno diversa rilevanza in mondi diversi e diventano virali nella comunicazione delle ‘società occidentali’. Autonomia e connessione dei movimenti, delle loro elaborazioni culturali e politiche sono questioni cruciali che si ripropongono continuamente e con drammaticità ad ogni svolta storica.
Oggi in particolare in Europa ed ancor di più in Italia è necessario chiudere i conti con il 1989, entro una composizione di classe ed un contesto globale completamente mutati, nel quale la storia dei processi di liberazione ci consegnano un patrimonio straordinario, ma rischiano di lasciarci anche fantasmi e simulacri; soprattutto non ci sono territori liberati, neppure riformismi adeguati alla fase storica. Non c’ è forse peggior eredità che ricercare nella Russia di Putin un erede del ruolo che il l’Unione Sovietica, il socialismo reale giocò nella polarizzazione dello scontro nel secondo dopoguerra nel quale si svilupparono processi di liberazione e le socialdemocrazie europee. Forse questa ricerca è il residuo di una critica mancata al socialismo che pure nella sinistra italiana una qualche percorso aveva fatto: in ogni caso all’attuale regime russo si vuole riconoscere un ruolo positivo come antagonista dello schieramento che si esprime nella NATO che a sua volta nel nuovo secolo si è proiettato ben oltre i confini europei e le due sponde dell’oceano Atlantico, in una riedizione del passato modello.
Crisi ambientale e climatica, crescita demografica diseguale, sviluppo tecnologico nella forma del rapporto di capitale, finanziarizzazione dei processi accumulazione procedono e producono un contesto di belligeranza permanente globale che di volta emerge in conflitti aperti; tutte le analisi ci dicono che la crisi climatica e ambientale non possono che accentuare l’accendersi di conflitti aperti, delle guerre locali, sulle quali peraltro giocano da sempre le potenze dominanti. Nello specifico europeo, del conflitto russo-ucraino, una volta saltato il precedente modello di integrazione, si manifesta tutta l’improvvisazione e l’impreparazione del gruppo dirigente russo nel farlo saltare e l’inconsistenza degli assetti politici ed economici europei ad affrontare la nuova situazione, a costruire in questa la propria capacità di autodeterminazione. D’altra parte gli equilibri saltati si fondavano sull’egemonia tedesca alimentata dallo scambio diseguale con la Russia.
Diventa difficile ad oggi pensare ad una rete di movimenti collegati tra loro, trasversale all’Unione, all’Ucraina e alla Russia eppure a questo bisogna pensare. Per ora è possibile portare aiuti umanitari in Ucraina, impossibile è andare a fare alcunché in Russia, d’altro canto in regime di guerra le condizioni di libertà in Ucraina non sono certo eccezionali. La condizione per una ripresa di partecipazione sociale e politica, di conflitto aperto in questo scenario è la tregua, la cessazione delle ostilità, l’inizio di una mediazione che non potrà che essere, se avverrà, il primo passo di un lungo, forse lunghissimo percorso di cui nulla possiamo prevedere se non auspicare l’inizio. Di sicuro un passaggio decisivo è lo svolgersi della crisi che attraversa il gruppo dirigente russo, fatta la tara della propaganda di tutte le parti, che non sembra in grado di affrontare l’inaspettata durata della guerra e le sue conseguenze economiche e sociali, assieme alla perdita di consenso in una parte della società, costretta al silenzio con la repressione. Uno sforzo di analisi della situazione della società, della formazione sociale russa, è prodotto in questo numero della rivista. La situazione ucraina non è paragonabile, certo maggiore è l’adesione alla resistenza militare nei confronti dell’invasione russa di quanto non sia all’adesione in Russia alla partecipazione diretta e personale al conflitto; il tessuto sociale ed economico ucraino è devastato, cruciale sarà il passaggio politico ad una qualche forma di mediazione che il conflitto potrà trovare, al di là delle dichiarazioni oltranziste del governo attuale e la possibile ricostruzione successiva del paese.
D’altra parte la situazione dell’Unione Europea esce totalmente destabilizzata dalle conseguenze del conflitto russo-ucraino, con la fine del modello di approvvigionamento energetico fondato sul gas russo nel disastro della gestione totalmente liberalizzata del mercato del gas basato sulla pseudo borsa olandese. La questione energetica si conferma un punto di passaggio ineludibile della transizione ecologica necessaria, ma assai lontana dal realizzarsi.
In un modo o in un altro gli equilibri dei decenni passati sono destinati tutti a saltare; gli stessi Stati Uniti che sembrano uscire comunque vincenti dallo svolgimento di questa guerra, scaricandone tutto il peso sull’Europa, a loro volta sono messi di fronte ad una crisi evidente della propria egemonia globale ed anche della propria identità politica e strategica di cui le prossime elezioni di mid-term costituiscono un passaggio cruciale; ne possiamo leggere una analisi in questo numero della rivista. La presidenza Biden è l’espressione più evidente di una situazione di incertezza, mentre gli interventi della FED sui tassi sono destinati ad indurre ulteriori e gravi motivi di crisi.
“Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente” disse un tempo un signore che a lungo lavorò alla rivoluzione nel suo paese, oggi non si può dire altrettanto; il disordine coinvolge profondamente anche i movimenti, i processi di liberazione, difficile appare la conquista di risultati intermedi, di mediazioni apprezzabili che mettano gli stessi movimenti sociali e politici in condizioni migliori per affermarsi e crescere entro un contesto di instabilità globale e di crisi intrecciate.  Un lungo lavoro ci attende, nessun movimento può costruire la propria autonomia ed autodeterminazione senza la capacità di connettersi e mettersi in discussione ad ogni passaggio critico; nel nostro piccolo, del nostro paese, un passaggio cruciale è avvenuto con le elezioni politiche che hanno saldato il conto con gli anni passati, la discussione è più che aperta.

Roberto Rosso

  1. https://www.arte.tv/fr/videos/106738-002-A/entretiens-avec-bruno-latour-2/ la seconda di un ciclo che vale la pena di ascoltare per intero per apprezzare e prendere contatto col suo pensiero a pochi giorni dalla sua morte avvenuta il 9 ottobre. http://www.bruno-latour.fr/index-2.html.[]
Crisi Climatica, Iran, rivolta, Ucraina
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