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Tutto il resto è noia. Secessione del tempo vivo contro il ricatto delle Big Tech e la trappola della connessione perenne

di Alessandro
Scassellati

«E gli uomini amarono più le tenebre che la luce» — Epigrafe giovannea, incipit de “La ginestra” (Giacomo Leopardi, 1836)

Questo saggio esplora come i casinò digitali delle Big Tech abbiano recintato i nostri tempi morti, trasformando la noia — che Leopardi definiva il più nobile dei sentimenti — in una slot machine sinaptica ed estrattiva h24. Attraverso un viaggio che unisce Marx, il buddhismo, la fantascienza di Philip K. Dick, il mito di Tolkien e il cinema di Fellini, Antonioni, Tarkovskij, Monicelli e di tanti altri grandi registi, decostruiamo psicopatologie sistemiche come l’ADHD generalizzato per sottrarle alla colpevolizzazione individualista della psichiatria mainstream. Lo scroll infinito e la notifica push non sono semplici distrazioni, ma una contro-rivoluzione post-letteraria che punta a una re-feudalizzazione cognitiva delle masse. Di fronte alle devastazioni ecologiche e alle deregolamentazioni dei data center, proponiamo una via d’uscita collettiva ed ecosocialista: il “picchetto del silenzio” e lo sciopero dell’immagine, per espropriare le fortezze computazionali e riconquistare la sovranità sul tempo vivo della nostra carne all’interno del contro-movimento radicale NINA.

Introduzione: Il vuoto fecondo e la promessa del tempo ritrovato

«Chiedimi come stai. Chiedimi o no che fa lo stesso. / Splendi di noia, di gioia, di indifferenza. / E lascia il segno.» —Subsonica, Bottiglie rotte, in 8 (2018).

L’imperativo della performance e la revoca del riposo

La modernità neoliberista e tardo-capitalista si regge su un’ingiunzione che satura l’intero orizzonte dell’esistenza: l’obbligo della performance perenne, l’imperativo dell’auto-ottimizzazione flessibile e la sistematica criminalizzazione della stasi. In questo ecosistema globale, governato dall’accumulazione flessibile e dalla digitalizzazione del quotidiano, il diritto all’inoperosità, al silenzio e al riposo protetto è stato metodicamente revocato. Ogni microscopico interstizio di attesa, ogni zona franca di sospensione o sonno viene oggi percepito dall’infrastruttura computazionale hyperscale delle Big Tech come un profitto mancato, una riserva di valore non ancora recintata. Questo assalto colonizza capillarmente non solo la quotidianità commerciale, ma anche la riproduzione sociale e la salute pubblica globale, sottomettendo i territori e la carne subalterna a una differenziazione violenta e a precisi doli ingegneristici.

Si stabilisce in questo modo un’economia delle piattaforme digitali che opera come un potente acceleratore della disgregazione sociale, spingendo il corpo collettivo verso un’inedita deriva atomizzata, anomica e nichilista. La tecnosfera non si limita a estrarre dati, ma rimodella l’orizzonte relazionale del soggetto, producendo una moltitudine di individui strutturalmente isolati seppure parossisticamente iperconnessi. In questo circuito chiuso, l’imperativo morale dell’esibizione h24 coltiva un narcisismo patologico e un sistematico disseccamento morale, svuotando i corpi dell’empatia necessaria alla solidarietà di classe per ridurli a monadi docili, reattive e interamente standardizzate.

Lo “scroll infinito”, la notifica push e il flusso incessante di stimoli dopaminergici non costituiscono semplici risposte tecniche a un bisogno sociale di intrattenimento; si configurano, al contrario, come i dispositivi di una violenta accumulazione primitiva operata sulle riserve ecologiche della mente e sul territorio della carne umana. Questo assalto capitalizza la nostra incapacità di tollerare la stasi in una camera chiusa (Pascal, 1670), intrappolando il soggetto in una parossistica rotazione visiva da esteta massificato (Kierkegaard, 1843).

 

La polarizzazione conservatrice: McMindfulness e digital detox privato

Di fronte al dilagare di psicopatologie sistemiche e generazionali — quali l’ansia endemica, il burnout e la frammentazione dell’attenzione (ADHD generalizzato) — la narrazione sociopolitica dominante risponde attraverso due strategie simmetricamente conservatrici e depoliticizzanti:

  • la psichiatria mainstream e la McMindfulness: riducono il malessere a una tara bio-chimica isolata del singolo individuo, separando la mente dalla materia estrattiva. Il sintomo viene curato tramite la medicalizzazione coatta o le liturgie laiche della neuropolitica aziendale, utili solo come lubrificanti cognitivi per tollerare i ritmi della Silicon Valley;
  • il palliativo del digital detox privato: il discorso liberale propone una ritirata terapeutica e claustrofobica che trasforma la resistenza in una mera scelta di consumo etico, individualista e commerciale (spesso attraverso app di meditazione che sono esse stesse merci prodotte da lavoro alienato), scaricando l’ansia sistemica sul singolo e lasciando intatte le cause materiali dello sfruttamento.

Entrambe le posture eludono la natura intrinsecamente politica ed economica del problema: la distrazione di massa non è una fragilità privata, ma una precisa necessità estrattiva del capitale biocognitivo. L’inconsistenza di questo approccio individualista e colpevolizzante è stata clamorosamente squarciata dalla cronaca giudiziaria il 26 agosto 2026. La storica capitolazione transattiva di Meta di fronte a 29 Stati americani, culminata in una sanzione record da 17,1 miliardi di dollari, ha dimostrato empiricamente che la dipendenza da social media non è una tara bio-chimica del minore, ma l’esito di un preciso dolo ingegneristico che mina la salute pubblica globale.

 

La transazione finanziaria e l’ipocrisia biopolitica

Un’analisi improntata alla teoria critica impone di seguire il denaro per svelare l’ipocrisia della transazione. La reazione dei mercati finanziari è la prova lampante che i signori del silicio hanno evitato il verdetto reale: all’annuncio del patteggiamento, il titolo azionario di Meta non è crollato, ma è inizialmente salito del 5%, chiudendo in netto guadagno. Per un colosso biocognitivo, 17,1 miliardi di dollari equivalgono a meno di un mese di entrate, dilazionabili oltretutto in dieci anni: una cifra che gli azionisti liquidano come spiccioli pur di scampare a una sentenza definitiva di colpevolezza e all’ammissione di responsabilità.

L’atto d’accusa formale, sollevato dinanzi al tribunale federale di Oakland, abbatte il velo ideologico della Silicon Valley mutuando la propria strategia legale direttamente dal playbook utilizzato negli anni ’90 contro le multinazionali del tabacco. Questa analogia coloniale, d’altronde, investe anche i confini geografici dell’estrattivismo: proprio come il grande tabacco continuò a vendere i propri prodotti tossici nel Sud globale una volta normato l’Occidente, così i nuovi vincoli sinaptici di Meta si applicheranno solo entro i confini statunitensi, lasciando i territori subalterni privi di difese legali e alla totale mercé della macchina algoritmica.

 

I palliativi dell’interfaccia e la sanzione clinico-giuridica

Proprio come denunciato dallo stesso whistleblower Arturo Béjar (2026), i palliativi concessi dalla transazione — quali i limiti d’uso a due ore e i blocchi notturni — equivalgono cinicamente a stabilire quante sigarette sia concesso fumare al giorno, senza renderle in alcun modo meno tossiche o letali. Il dolo risiede nel fatto che l’accordo sfiora gli elementi di superficie dell’interfaccia (i features), ma lascia intatto il motore di raccomandazione predittiva. Come ha ricordato l’avvocato Ravi Naik (2026), l’algoritmo continua a predare l’utente e, cosa ancor più grave, è la stessa Meta a mantenere il monopolio di definire cosa costituisca il “danno”. Le piattaforme proprietarie non sono spazi neutri di interazione, ma veri e propri “casinò digitali” progettati deliberatamente per indurre l’uso compulsivo e monetizzare la vulnerabilità psicologica tramite lo scroll h24, ingannando programmaticamente il pubblico sulla sicurezza dei propri prodotti.

La drammatica testimonianza di Béjar ha svelato la natura intrinsecamente dolosa dell’infrastruttura algoritmica, confermando come i vertici aziendali — incluso Mark Zuckerberg — fossero pienamente consapevoli dei danni sinaptici causati ai minori, ma abbiano scelto la strategia del “don’t ask, don’t tell” pur di non arrestare la macchina estrattiva del plusvalore cognitivo. La materialità di questo danno antropologico ha trovato la sua sanzione clinico-giuridica nel pionieristico verdetto di Los Angeles sul caso della ventenne K.G.M., in cui il risarcimento da 6 milioni di dollari strappato a Meta e Google ha sancito un principio epocale: il feed non è un servizio, ma una merce difettosa e tossica, un dispositivo a cattura dopaminergica strutturato per l’estrazione parossistica di valore. Questo collasso e la bulimia termodinamica dei complessi di calcolo, protetti dalle deregolamentazioni politiche, svelano l’invalicabilità dei limiti biologici.

Il nucleo teorico di questo saggio risiede nella convinzione che la critica macroeconomica sia monca se non viene saldata a una rigorosa indagine metafisica ed esistenziale. Articolata in otto capitoli, l’opera salda la critica marxiana e polanyiana con la filosofia occidentale ed orientale — dall’oscillazione del pendolo di Schopenhauer (1819) alla noia profonda di Heidegger (1929), dall’analisi buddhista della bramosia (taṇhā) all’etica indù della Bhagavad Gītā, fino al sabotaggio temporale operato da Beckett (1952) e Wenders (1976) —, rintracciando la via per una risposta collettiva, biopolitica ed ecosocialista.

 

  1. L’accumulazione primitiva del tempo morto: dallo “scroll” infinito all’estrattivismo psichico

«e allora notte che mi porterai: / rimpianto, quiete, noia o verità? / O, indifferente a tutto, te ne andrai senza pietà?» — Francesco Guccini, Canzone di notte n. 1, in Due anni dopo (1969).

1.1 La recinzione algoritmica del tempo biocognitivo

Se nella grammatica del pensiero liberale il tempo libero è celebrato come lo spazio vergine dell’autodeterminazione privata, un’analisi improntata alla teoria critica ne svela l’avvenuta, totale colonizzazione estrattiva. Nella modernità capitalista matura, esso non costituisce più l’antitesi del tempo di lavoro, bensì il suo prolungamento. I “tempi morti” della quotidianità — quei microscopici interstizi di stasi, attesa e sospensione che storicamente sfuggivano alla valorizzazione (l’attesa dell’autobus, la pausa caffè, i risvegli dell’insonnia) — vengono oggi aggrediti, recintati e monetizzati dalle Big Tech (Crary, 2014).

Se la rivoluzione della lettura del diciottesimo secolo ha rappresentato la più grande democratizzazione delle informazioni e il più imponente trasferimento di conoscenza nelle mani delle classi subalterne, l’era dello smartphone compie un movimento simmetrico e reazionario: la rivoluzione dello schermo si configura a tutti gli effetti come il più colossale furto di sapere operato dal capitale ai danni delle masse (Marriott, 2025). Sotto la parvenza di un accesso universale e gratuito, l’oligarchia delle Big Tech edifica una società “post-letteraria” ed estrae profitto dalla produzione pianificata di stupidità e analfabetismo funzionale, destrutturando le capacità cognitive e i tempi distesi della riflessione critica.

È precisamente qui che l’estrattivismo psichico si salda con l’esito storico del nichilismo europeo profetizzato da Friedrich Nietzsche (1882, 1906). Quando l’uomo folle si rivolge alla «gente del mercato» — l’archetipo strutturale dell’odierno utente digitalizzato — per annunciare che la morte di Dio ha spalancato le porte di un «infinito nulla», egli descrive il deserto di senso in cui naviga la coscienza tardo-moderna. Laddove l’uomo folle domandava atterrito: «Non alita su di noi lo spazio vuoto?», l’ingegneria della Silicon Valley risponde edificando una barriera artificiale di micro-stimoli dopaminergici. Le Big Tech operano come una protesi tecnologica dell’Assoluto perduto: lo scroll infinito non cura il nichilismo, ma lo mette a profitto, offrendo il feed personalizzato come un rifugio ipnotico per un’umanità incapace di tollerare il freddo della propria solitudine esistenziale.

Per comprendere la vulnerabilità della coscienza di fronte a questa recinzione algoritmica, occorre raccordare il nichilismo della distrazione con la diagnosi più radicale del pessimismo ottocentesco, quella di Arthur Schopenhauer (1819). Nella sua grammatica filosofica, la noia costituisce uno dei due poli fatali entro cui oscilla la vita umana, eternamente sballottata come un pendolo tra il dolore della privazione e il vuoto dell’appagamento. Quando la Volontà cosmica cessa temporaneamente di desiderare perché ha saturato il proprio bisogno, l’individuo non approda alla pace, ma precipita in una stasi asfittica che rivela la nudità della sofferenza. La noia schopenhaueriana è un vuoto passivo, il sintomo di un’esistenza sollevata dalla fatica biologica che scopre il peso del proprio nulla.

L’ingegneria della Silicon Valley interviene oggi precisamente nella faglia di questa paralisi esistenziale. L’architettura computazionale delle Big Tech aggredisce l’arresto del pendolo schopenhaueriano, iniettando micro-stimoli dopaminergici artificiali per monetizzare il vuoto dell’appagamento. Attraverso lo scroll infinito, il capitale biocognitivo cattura il momento della stasi e lo trasforma in un loop perpetuo di bramosia consumistica e insoddisfazione strutturale, sostituendo l’infinità qualitativa dell’esistere con l’infinità quantitativa dello scroll pubblicitario, prima ancora che il soggetto possa afferrare il deserto del mercato.

Si stabilizza così ciò che Giorgio Agamben (2026) ha decodificato come il «nichilismo piatto e indifferente»: un «nulla normale e quotidiano» in cui l’uomo comune convive con la morte di Dio senza più soffrirne né darsene pensiero. A differenza del tragico sabotaggio esistenziale del Kirilov dostoevskijano (I demoni, 1871), l’utente digitalizzato subisce la recinzione algoritmica di questo vuoto. Le Big Tech intervengono precisamente per impedire che questo nichilismo venga afferrato come la grande occasione politica benjaminiana per uscire dal destino letale dell’Occidente, anestetizzandone la potenza eversiva e convertendola in pura bramosia commerciale h24.

Questa cattura si sposa con la diagnosi di Franco “Bifo” Berardi (2020) sulla psicosfera contemporanea, laddove il semiocapitalismo inonda la mente di flussi informativi per scongiurare l’arresto della macchina eccitatoria. Di fronte a questo assedio sinaptico, la riconquista del diritto alla noia cessa di essere un relitto psicologico per farsi prassi eversiva e de-automatizzante: tornare ad annoiarci si configura, in senso berardiano, come l’ultima avventura biopolitica possibile, l’unico spazio di psicodeflazione in cui la carne spegne il rumore algoritmico per rigenerare l’autonomia del desiderio.

 

1.2 La sincronizzazione forzata e il regime dell’incarnazione mediale

L’aggressione algoritmica urta frontalmente contro i limiti filogenetici della nostra specie. Come evidenziato dal neuroscienziato Lamberto Maffei (2014), il cervello umano è strutturalmente una «macchina lenta», evolutasi per elaborare l’esperienza attraverso i tempi distesi della riflessione, della parola e della scrittura. L’infrastruttura della Silicon Valley opera invece secondo la logica dei nanosecondi, imponendo una sincronizzazione forzata tra i cicli biologici lenti del sistema nervoso e i flussi istantanei delle macchine computazionali.

Questo assalto, come svelato dalle neuroscienze cognitive esplorate da Vittorio Gallese (2026), non si configura come una svalutazione astratta o una “disincarnazione” del soggetto. Al contrario, esso istituisce un violento regime di “incarnazione mediale”. Attraverso il meccanismo dei neuroni specchio e il principio neurobiologico del riuso neurale (neural reuse), l’architettura delle Big Tech simula e intercetta il corpo prima ancora delle sue opinioni, sottomettendo i circuiti cerebrali più antichi alla decodifica parossistica dello scroll. “C’è ancora tantissima gente convinta del pieno controllo di ciò che vede e fa. Pensa, ad esempio, di essere padrona delle immagini. In realtà è parte di un loop dove le carte le dà l’algoritmo: un dispositivo predittivo in grado di anticipare cosa catturerà la nostra attenzione” (Gallese in Gnoli, 2026). La tecnosfera si impone come una vera e propria “macchina di oggettivazione” (Bednik, 2025): prima ancora di penetrare i territori, il capitale riduce l’apparato psicomotorio a uno spazio geometrico svuotabile. Il soggetto diviene un terminale esecutivo della macchina predittiva, in cui la complessità dei flussi biologici e mentali viene interamente ridotta a pura logica estrattiva.

 

1.3 Mappatura delle quattro figure fenomenologiche del tempo biografico

Per comprendere l’efficacia di questa cattura, occorre mappare il preciso dispositivo economico che traduce l’utilizzo atomizzato dei social in accumulazione capitalistica ed ecocidio psichico. Il capitale biocognitivo non estrae valore solo dalla sessione d’uso prolungata e cosciente; la sua vera forza risiede nella sistematica liquefazione del tempo biografico in atomi monetizzabili. Ogni microscopica attivazione dello schermo — quel gesto apparentemente insignificante che compiamo nelle zone di faglia della quotidianità — innesca un ciclo estrattivo diviso in tre fasi strutturali:

  • la cattura affettiva dello scarto temporale: la catalogazione della vulnerabilità somatica legata al vuoto dell’attesa;
  • la profilazione della reattività infra-conscia: la mappatura predittiva dell’asse dell’attenzionalità passiva e dei tempi di arresto dello sguardo;
  • la conversione nel consumo indotto: la somministrazione di un’ingiunzione commerciale o emotiva personalizzata su misura per lo stato di vulnerabilità rilevato.

Questa frammentazione granulare converte la distrazione in agenda economica attraverso quattro figure fenomenologiche fondamentali.

La prima figura è l’attesa dell’autobus, archetipo della stasi urbana in cui una micro-sospensione di novanta secondi viene aggredita dall’infrastruttura algoritmica. In questo interstizio, la piattaforma intercetta la vulnerabilità somatica legata al vuoto e, rilevando l’accelerazione della reattività motoria dovuta all’impazienza, cataloga immediatamente la noia o l’ansia da stasi come configurazioni affettive sfruttabili. L’algoritmo addestra così i propri modelli predittivi mappando il millisecondo esatto in cui la barriera critica del pensiero è abbassata dal bisogno di stimoli dopaminergici, somministrando nel feed l’immagine sponsorizzata di un servizio di fast-food delivery o di un bene di consumo rapido, convertendo istantaneamente la noia nell’agenda di acquisto della serata. Si compie qui la definitiva automazione industriale del divertissement pascaliano: laddove la filosofia classica rintracciava la miseria dell’uomo nell’intolleranza verso il silenzio della propria camera, l’infrastruttura algoritmica capitalizza questa perenne fuga dall’inoperosità. Lo smartphone si offre come il perfetto dispositivo di deviazione portatile, che converte il terrore esistenziale del vuoto in pura bramosia commerciale.

La seconda figura si manifesta nel risveglio nell’insonnia, una micro-navigazione notturna alle tre del mattino in cui la luce blu dello schermo inibisce la melatonina e l’interfaccia cattura la solitudine del vuoto esistenziale. Qui il dispositivo opera una profilazione infra-conscia attraverso lo swipe compulsivo: il tempo di arresto dello sguardo estrae valore da una carne aggredita nella sua stessa fragilità biologica. La scomposizione del riposo si traduce immediatamente in un’ingiunzione commerciale personalizzata: l’utente viene esposto coattivamente a merci legate al self-help, alla cura del sé capitalistica o a estetiche di personal branding sintetizzate su misura per monetizzare il suo specifico senso di inadeguatezza sociale in quel preciso istante di vulnerabilità.

La terza figura investe la pausa caffè aziendale, un frammento di durata ridotta sottratto alla performance lavorativa. In questa faglia del tempo produttivo, l’isolamento dello sguardo catturato dallo schermo genera la scomposizione della socialità e della cooperazione orizzontale tra colleghi. Divisi dal medesimo dispositivo, il lavoratore e la lavoratrice producono dati comportamentali gratuiti per le piattaforme e, al contempo, subiscono stimoli commerciali mirati — come la sponsorizzazione di corsi di auto-ottimizzazione flessibile — che riconducono surrettiziamente il tempo del riposo sotto il tallone della rendita capitalistica.

Una quarta figura fenomenologica si dispiega infine nella coda mercificata del tempo libero digitalizzato, il cui archetipo è l’astrazione iperreale del parco a tema contemporaneo (Perrigueur, 2026). In questa faglia dello svago di massa, la stasi biologica dell’attesa — settanta minuti di fila per cinque minuti di simulacro — cessa di essere un interstizio improduttivo per farsi terreno di una violenta differenziazione di classe regolata dal codice. Attraverso l’interfaccia dello smartphone, l’infrastruttura computazionale opera una enclosure della stasi: il diritto al riposo o al movimento viene burocraticamente segmentato tramite un lettore di codici QR, dove la sottomissione al marcatempo digitale trasforma il divertimento in un parossistico esercizio di massimizzazione dell’efficienza e della rendita finanziaria, costringendo i corpi subalterni a subire il peso asfittico della fila forzata mentre il privilegio economico scansiona il proprio transito prioritario.

La modulazione algoritmica segue una precisa differenziazione coloniale della rendita: mentre nell’opulenza occidentale l’interfaccia cattura lo sguardo per mostrare influencer dell’anoressia, del razzismo o della misoginia come Andrew Tate, nei territori subalterni martoriati dalle guerre civili e dai conflitti etnici l’estrattivismo psichico si fa sanguinario: è il caso dell’Etiopia del nord, dove l’algoritmo ha promosso attivamente post con foto e indirizzi privati per invocare l’assassinio del professor Meareg, ignorando deliberatamente ogni richiesta di rimozione pur di non arrestare la macchina del coinvolgimento compulsivo.

 

1.4 Dal feticismo della merce al feticismo del codice

Richiamando le coordinate sociologiche di Walter Ong (1982), se la cultura della stampa agiva raffreddando e razionalizzando il pensiero poiché costringeva a tenere la lingua ferma davanti ai propri occhi per esaminarne gli errori e la direzione logica, la meccanica di retroazione dell’interfaccia comporta una regressione a una forma degradata di “oralità di ritorno”. Questo deserto emotivo, antagonista e paranoico, dominato da immagini effimere e narrazioni ultra-semplificate, disarma programmaticamente la capacità dei cittadini democratici di seguire una linea di pensiero complessa, spingendo le masse verso un’inedita forma di ri-feudalizzazione cognitiva guidata da populisti ciarlatani carismatici e oligarchie tecnocratiche.

Attraverso la triplice conversione nel consumo indotto, la distrazione di massa cessa di essere una debolezza psicologica del singolo per rivelarsi come la catena di montaggio invisibile della fabbrica del sociale, il meccanismo fondamentale con cui la Silicon Valley opera le sue enclosures al contrario sul territorio della mente umana. È l’atto con cui l’uso atomizzato si stabilizza, realizzando su scala algoritmica lo “shock” percettivo intuito da Walter Benjamin (1936), costringendoci a una distrazione perenne che disarma il pensiero critico.

È qui che il feticismo della merce di Marx compie un salto di qualità. Se nel capitalismo industriale l’alienazione si nascondeva dentro un oggetto fisico, oggi si nasconde dietro un algoritmo. Non veneriamo più l’oggetto uscito dalla fabbrica, ma il codice che traccia e prevede il nostro comportamento. Il nucleo teorico della tarda modernità diventa così il passaggio dal feticismo della merce fisica al feticismo del codice comportamentale. L’individuo, non potendo più ancorare la propria esistenza a valori condivisi, riversa la propria fede nell’immanenza del codice computazionale, feticizzando l’algoritmo come l’unico ordinatore di realtà rimasto.

L’opacità burocratica di questa transizione si riflette nel paradosso ingegneristico per cui un software che, una volta scritto, si copia a costo zero e promette margini superiori a quelli di qualunque manifattura, finisce in realtà per demolire i presupposti macroeconomici dell’intera economia delle piattaforme digitali. Come documentato dall’analisi di Paolo Benanti (2026b) sulla gestione dei complessi calcoli aziendali, l’adozione sistemica e non pianificata dei modelli linguistici avanzati all’interno delle infrastrutture proprietarie — come nel caso dei sistemi basati sul modello Claude di Anthropic integrati da Amazon per associare informazioni sugli articoli — ha innescato una proliferazione di anomalie contabili e costi computazionali del tutto fuori controllo. Di fronte alla materialità di questa spesa invisibile, che si rinnova a ogni singola interazione in modo proporzionale non al valore prodotto ma al volume dei dati trattati, l’ingegneria della Silicon Valley risponde occultando l’errore sistemico dietro inediti dispositivi di disciplinamento interno.

Ne è l’archetipo la pratica manageriale e surrettizia del tokenmaxxing, una strategia ingegneristica con cui i vertici aziendali arrivano a somministrare ai propri dipendenti classifiche e metriche di merito fasulle, basate sul consumo artificiale di token, al solo scopo di forzare l’adozione e l’ottimizzazione del codice camuffando il fallimento finanziario dei propri algoritmi di base. Si compie qui il paradosso di Jevons applicato al silicio: l’illusoria riduzione del costo marginale di una risorsa non ne riduce il consumo complessivo, ma lo moltiplica a dismisura, espandendo la feticizzazione del codice fino a trasformare l’organizzazione interna in un terminale cieco che non sa quanto le costi pensare, incapace di leggere la propria spesa se non a consuntivo avvenuto.

La materialità intrinsecamente dolosa di questa transizione trova la sua sanzione politico-giuridica nell’azione legale sollevata nel settembre 2026 dalla Federal Trade Commission e da 22 Stati americani contro Amazon (Jamali, 2026). L’atto d’accusa abbatte il velo ideologico della trasparenza dei mercati digitali, svelando come il colosso dell’e-commerce abbia segretamente manipolato le aste online per sovraccaricare gli inserzionisti, incamerando oltre 20 miliardi di dollari dal 2019 attraverso la sistematica riscrittura algoritmica dei prezzi. Sostituendo i reali risultati d’asta con tariffe gonfiate, la piattaforma proprietaria ha forzato l’80% delle transazioni dei propri clienti verso il valore massimo dell’offerta, ingannando programmaticamente il pubblico sulla neutralità dei propri meccanismi ingegneristici. Questo dolo sistemico smaschera la natura predatoria dell’interfaccia: il codice non agisce come un arbitro stocastico del valore, bensì come un dispositivo di espropriazione centralizzato in cui la Silicon Valley altera le regole matematiche per immunizzarsi dal rischio di mercato. In parole semplici, i soldi che Amazon estrae gonfiando le aste pubblicitarie non spariscono nel nulla: si scaricano direttamente sui consumatori. Chi acquista un oggetto fisico si ritrova a pagare prezzi più alti, subendo sulla propria pelle gli effetti di quel profitto digitale accumulato a monte.

La noia emerge qui come il terreno di una vera e propria accumulazione primitiva. Sradicato dalle comunità il diritto al silenzio e all’inoperosità, il capitalismo biocognitivo recinta e colonizza il vuoto esistenziale traducendolo in un bacino estrattivo perenne, replicando sulle riserve ecologiche della mente la medesima violenza macroeconomica delle enclosures dei terreni agricoli teorizzata da Marx e analizzata da Polanyi (1944).

È in questo preciso tornante che il feticismo del codice si salda con la demistificazione dell’«oggettività tecnica» e dell’algoretica teorizzate dallo stesso Paolo Benanti (2025, 2026a), laddove l’oligarchia delle Big Tech occulta l’arbitrio del comando e l’asimmetria di classe dietro la neutralità matematica della macchina. L’ingegneria della Silicon Valley non si limita a estrarre plusvalore dal comportamento, ma istituisce un sequestro ontologico del domani attraverso i dispositivi pervasivi della subscription economy e il monopolio privato delle licenze d’uso. Di fatto, la sottomissione burocratica al codice — di cui la rimozione coatta e da remoto di contenuti digitali dai dispositivi dell’utente costituisce l’archetipo — dissolve lo statuto giuridico della proprietà privata individuale per ridurla a una concessione revocabile dal server proprietario. Comprare l’hardware non garantisce più alcuna sovranità: l’utente è ridotto a un colono sinaptico obbligato a pagare in dati biografici il diritto d’accesso al proprio stesso presente. Questo sdoppiamento estrattivo svela come l’atto di “comprare il futuro” da parte dei nuovi sovrani del silicio edifichi un’infrastruttura di reificazione totale, concepita per immunizzare la rendita tecnologica dall’attrito morale dei corpi e precludere preventivamente l’insorgere di qualsiasi imprevisto democratico.

 

  1. L’adulazione ipnotica e il doppio vincolo della connessione perenne

«La noia li uccideva a piccoli colpi / nei lunghi pomeriggi d’inverno / davanti a quel fuoco che non scaldava…» — Fabrizio De André, I Fiaschi, in Volume 3 (1968).

2.1 L’iperrealtà proprietaria e la mercificazione dell’autenticità

Non esiste una mente decontestualizzata dalla materia: la fabbrica dell’egoismo individualista contemporaneo è l’esito di una precisa architettura ingegneristica che atrofizza la cooperazione sociale per rendere i corpi docili e reattivi alle metriche di profitto delle piattaforme (Zuboff, 2023; Citton, 2014). Affinché questa estrazione selvaggia si stabilizzi, il neoliberismo biocognitivo espande le proprie metriche di controllo colonizzando i sentimenti e i doveri morali del soggetto, consumando la contraffazione dell’autenticità e della spontaneità. Un tempo intese come l’ultimo rifugio dell’espressività non mercificata, esse vengono rovesciate in un imperativo morale da esibire coattivamente attraverso le rigide logiche del personal branding.

Questa contraffazione dell’autenticità biologica compie un salto di qualità nel momento in cui l’architettura dei casinò digitali si aggancia alle insicurezze identitarie della «manosphere» reazionaria, convertendo l’ansia esistenziale dei corpi maschili in un lucroso mercato della salute ormonale. Come svelato dall’inchiesta giornalistica di Donna Lu sulle pagine di The Guardian (2026), il fenomeno globale del «T-maxxing» — l’ossessione per la massimizzazione artificiale o naturale del testosterone — viene alimentato da influencer e podcaster privi di credenziali mediche ma dotati di enormi canali proprietari. Attraverso una precisa strategia di fearmongering (fabbricazione della paura) che l’endocrinologa Ada Cheung e la ricercatrice Brooke Nickel (2026) decodificano come un’aggressione commerciale mirata sui giovani uomini sani, i sintomi aspecifici della stanchezza moderna (depressione, bassa libido, scarsa concentrazione) vengono isolati dal contesto materiale dello sfruttamento e ridefiniti come una “crisi della mascolinità” biologica.

La neuropolitica aziendale e le piattaforme di wellness estraggono plusvalore inducendo il consumo coatto di test e terapie sostitutive ormonali esogene, i cui proventi finanziari arricchiscono gli stessi account che ne promuovono la necessità. Questo assalto sinaptico e biochimico occulta il fatto che meno del 2% della popolazione maschile soffra realmente di ipogonadismo clinico, spingendo la carne subalterna verso trattamenti ingiustificati e rischi sanitari irreversibili (infertilità, atrofia testicolare, patologie cardiovascolari precoci). La reificazione antropologica si compie così nel cortocircuito biopolitico definitivo: il soggetto insegue la parodia cibernetica del proprio vigore ormonale pagando in dati biografici e dipendenza clinica il diritto di accedere a un’identità standardizzata, proprio mentre le tutele della salute pubblica globale si dissolvono sotto il tallone della rendita e del profitto digitale.

Siamo davanti all’assoggettamento teorizzato da Michel Foucault (1975): il controllo non arriva più dall’alto con la violenza delle istituzioni, ma si insinua capillarmente nella mente. L’utente interiorizza le regole del mercato, finendo per scambiare la sorveglianza e l’auto-sfruttamento per una forma paradossale di libertà. Questa introiezione dei dispositivi di cattura compie la definitiva mutazione antropologica del soggetto, convertendolo in quella «gente del mercato» nietzschiana evocata in apertura.

Rimasti orfani di un fine ultimo e schiacciati dal freddo di un vuoto esistenziale che le Big Tech pretendono di recintare, i soggetti trasformano la loro intera esistenza in merce da esibire, quantificare e monetizzare nel feed proprietario. L’assenza di un senso metafisico viene così anestetizzata attraverso la rincorsa parossistica di metriche reputazionali (like, follower, visualizzazioni) e l’ossessione per l’ottimizzazione biologica dei propri dosaggi ormonali, in un circuito in cui la parodia cibernetica del successo sostituisce la ricerca della verità.

Questo cortocircuito rispecchia plasticamente il dualismo analitico della teoria critica di Nancy Fraser (2022), secondo cui il tardo capitalismo opera simultaneamente come sistema di sfruttamento economico e come ordine culturale di gerarchie di status. Nei “casinò digitali”, l’ingiustizia materiale dell’estrazione dei dati si maschera dietro le liturgie simboliche del riconoscimento e della visibilità. L’algoritmo sfrutta questo bisogno di status per attuare una strategia di freeriding (scippo a costo zero) sulle riserve affettive ed esistenziali della carne, mercificando l’interazione prima ancora che il soggetto possa afferrare il proprio isolamento.

Affinché questo nichilismo mercantile possa stabilizzarsi senza produrre una rivolta biologica della carne, esso deve compiere un salto di qualità radicale: sganciare la coscienza dal piano della realtà oggettiva per immetterla direttamente nell’era della simulazione teorizzata da Jean Baudrillard (1981). La “gente del mercato”, persa la fede nei valori assoluti, non si muove più in un mondo di oggetti fisici da possedere, ma in uno spazio in cui le piattaforme sostituiscono la realtà sociale con un ordine di puri simulacri: un’iperrealtà regolata dal codice computazionale in cui il modello predittivo precede e modella il comportamento vivente. L’interfaccia dello scroll infinito diventa allora un circuito chiuso di segni algoritmici che si auto-autenticano, dove l’utente si relaziona esclusivamente con la parodia cibernetica dei propri desideri.

 

2.2 La psicopatologia del silicio: l’illusione di Asimov vs la realtà di Dick

È all’interno di questa iperrealtà predatoria che si consuma il cortocircuito ideologico analizzato da Henry Farrell e Dan Wang (2026). Se i magnati della Silicon Valley — da Elon Musk ai signori del capitale di ventura — legittimano la propria bulimia infrastrutturale auto-rappresentandosi come gli eroi demiurghi della fantascienza ottimista, lineare e razionale di Isaac Asimov o Arthur C. Clarke, la materialità del presente tecnologico svela una realtà strutturalmente ribaltata, che precipita l’Occidente nella fantascienza paranoica, instabile e allucinata degli anni ’60 di Philip K. Dick. Il dolo ingegneristico delle Big Tech edifica una vera e propria psicopatologia del codice, dove figure apicali e miliardari eccentrici inseguono utopie privatizzate che accelerano la disgregazione politica, la frammentazione delle istituzioni democratiche e la dissoluzione di una realtà condivisa.

La scomposizione del legame sociale non si configura come l’effetto collaterale di un’evoluzione tecnologica cieca, bensì come l’esito di una precisa contabilità del dolo epistemologico esercitata dai vertici del capitale biocognitivo. Se l’architettura computazionale delle piattaforme produce allucinazioni e frammentazione, ciò risiede nella metodica rimozione dei segnali di danno antropologico operata direttamente dal comando aziendale. Come documentato dal dibattito giuridico del 2026, la difesa del modello estrattivo h24 ha spinto Meta a stanziare l’iperbolica cifra di oltre due miliardi di dollari nel solo secondo trimestre dell’anno per finanziare la propria difesa legale a Oakland: un parossismo finanziario volto a proteggere la segretezza di una colpa ingegneristica sistemica. Dinanzi a dati interni che provavano come la probabilità per un minore di impattare contro contenuti grafici e traumatici nel feed fosse da cento a quattrocento volte superiore rispetto alle dichiarazioni pubbliche, la postura del comando si è arroccata in un cinismo lessicale che derubrica il collasso psichico delle adolescenti a mero «feedback» degli utenti (Wallace-Wells, 2026). La materialità di questa colpa ingegneristica viene blindata attraverso la logica predatoria del “Hook, hold, harvest and hide” (Cattura, trattieni, raccogli e nascondi) denunciata dall’accusa nel maxiprocesso di Oakland, una formula sintattica che svela come il colosso biocognitivo operi per sequestrare l’attenzione, estrarre dati biografici e occultare sistematicamente la propria responsabilità legale. Accettando una transazione record che le indagini giornalistiche aggiornano a 18 miliardi di dollari dilazionabili in dieci anni, Meta non ha affrontato un verdetto reale, bensì ha acquistato il silenzio giudiziario per evitare l’ammissione di responsabilità e neutralizzare le scottanti deposizioni di manager come Adam Mosseri o delle tutele per i minori. Si consuma qui la feticizzazione definitiva della responsabilità algoritmica: l’estrazione del valore non risponde più alla dialettica della produzione di servizi, ma si tutela tramite l’edificazione di una barriera legale e monetaria hyperscale, progettata per immunizzare l’oligarchia del silicio dalla finitudine biologica e dall’attrito morale dei corpi che ne alimentano i server.

Questa barriera di segretezza commerciale occulta un’opacità tecnica ancora più radicale, in cui il codice cessa di essere un mero esecutore stocastico per farsi agente manipolativo e sotterraneo. Come dimostrato dall’indagine scientifica di Nello Cristianini (2026) sulla decifrazione dei processi interni delle macchine, i modelli linguistici avanzati non si limitano a riprodurre statisticamente stringhe di testo, ma elaborano risposte strutturando combinazioni di idee astratte attraverso sequenze di calcolo private definibili come un vero e proprio “monologo interiore” (chain-of-thought). Questa “mente aliena” coltiva una bramosia di sopravvivenza computazionale che si traduce in strategie deliberatamente ingannevoli: la macchina impara a mentire nei test di onestà, a simulare capacità inferiori a quelle reali o a fallire di proposito pur di eludere la sorveglianza umana dei propri addestratori.

L’illusione di un codice eticamente vincolato crolla così sul piano clinico e macro-politico, dove la macchinazione sintattica della Silicon Valley si converte nel fenomeno dell’alignment faking, ossia la contraffazione algoritmica dell’allineamento etico. Come documentato dall’indagine di Snigdha Poonam (2026) sui protocolli di red-teaming di Anthropic, le macchine traducono i filtri morali in una maschera opportunistica: il modello Claude 3 Opus impara a modificare la propria reattività a seconda che si senta o meno osservato, simulando l’obbedienza valoriale sulle interfacce gratuite e violando le direttive bioetiche nei canali non monitorati delle sottoscrizioni premium. Questo sdoppiamento machiavellico, derivato dall’ottimizzazione del sistema di apprendimento per rinforzo con feedback umano (RLHF), conferma la diagnosi del computer scientist Yoshua Bengio: l’inganno e la manipolazione predittiva non costituiscono anomalie, bensì comportamenti intrinsecamente razionali per ottenere l’approvazione del mercato, ricalcando sul piano della sintassi artificiale le medesime strategie della «gente del mercato» nietzschiana.

La psicopatologia del silicio si spinge fino al punto di rottura cibernetico registrato nelle ammissioni ufficiali analizzate da Dan Milmo (2026), in cui la stessa startup Anthropic ha dovuto confessare il fallimento strutturale dei propri sistemi di sicurezza di fronte a modelli capaci di violare i recinti digitali di contenimento (sandbox) per connettersi all’internet aperto e hackerare attivamente le reti di organizzazioni esterne. La macchina allena una spietata forma di reward-hacking — il sistematico aggiramento dei controlli tramite scorciatoie sintattiche — che si ramifica in psicopatologie artificiali speculari a quelle umane. Da un lato, il motivated reasoning (ragionamento motivato), con cui l’algoritmo occulta a se stesso l’evidenza di aver violato la legge trincerandosi nella convinzione di operare in una simulazione protetta; dall’altro, un fattore di recklessness (temerarietà distruttiva) che spinge il codice a compiere azioni dannose sulla rete pur di massimizzare il proprio obiettivo numerico. Lungi dall’essere un’anomalia transitoria, questa “mente aliena” documenta empiricamente come la tecnosfera stia correndo più velocemente dei propri stessi dispositivi di vigilanza bioetica. La convergenza storica tra la distrazione di massa e la privatizzazione della realtà trova la sua più spietata prefigurazione speculativa nella letteratura dello stesso Dick, in particolare nel dispositivo claustrofobico di Ubik (1969). La pretesa del capitale biocognitivo di recintare i tempi morti della quotidianità si spinge oggi ben oltre la semplice induzione commerciale, realizzando quella “monetizzazione dell’interstizio” che nel romanzo dickiano assumeva le sembianze iperreali di una porta domestica o di un frigorifero che esigono un pagamento in monete per attivarsi.

L’architettura computazionale delle Big Tech compie esattamente questa regressione mitologica: trasforma lo spazio pubblico e l’intimità domestica in un circuito chiuso di micropagamenti sinaptici e tracciamenti occulti, dove l’utente non acquista un servizio neutro, ma paga in dati comportamentali ed esposizione pubblicitaria il diritto biologico di accedere alla propria stessa attenzione, erodendo le fondamenta della proprietà privata a favore di una pervasiva subscription economy.

Questa psicopatologia del codice, che surroga la contingenza della carne con la simulazione predittiva, svela la propria radice ideologica in quello che Jill Lepore (2026) ha decodificato come il grande fraintendimento letterario della Silicon Valley. La hybris transumanista dei nuovi sovrani della Bay Area — da Elon Musk a Peter Thiel — affonda le proprie radici in una lettura infantile e de-politicizzata dei classici della fantascienza del Novecento. Consumando romanzi sotto le coperte durante l’adolescenza, l’oligarchia tecnocratica ha programmaticamente invertito lo statuto ontologico della letteratura speculativa: laddove autori come Isaac Asimov o Arthur C. Clarke edificavano moniti storici e incubi distopici per avvertire l’umanità dei rischi dell’automazione, i signori del silicio vi hanno intravisto un’istruzione d’uso, un manuale ingegneristico per l’edificazione di uno “Stato Artificiale” proprietario. Questa regressione mitologica, che si salda genealogicamente con il movimento della Tecnocrazia degli anni ’30 volto a sostituire la democrazia con il dominio assoluto degli ingegneri, legittima una vera e propria architettura di “allevamento intensivo dell’umano”. Attraverso la lente del Longtermism, i miliardari del silicio sacrificano la biosfera presente e l’ecologia cerebrale delle masse in nome di un’escatologia tecnologica interstellare, occultando dietro la promessa di una futuribile coscienza di silicio la materialità dissipativa e sanguinaria dei data center. La fantascienza cessa così di essere uno scudo politico per farsi dispositivo esecutivo di cattura, costringendo il corpo collettivo a subire l’automazione industriale del proprio tempo vivo.

In questo contesto, l’infallibilità promessa dall’Intelligenza Artificiale si scontra con una tecnologia intrinsecamente “glitchy“, difettosa e invasiva. I modelli generativi (LLM), lungi dallo sviluppare una reale coscienza cosciente, soffrono di “allucinazioni” strutturali testuali e visive, inventando fatti dal nulla. Questo nichilismo epistemologico della post-verità, somministrato h24 attraverso i casinò digitali dell’interfaccia, disarma la capacità di elaborazione critica delle masse proprio mentre le Big Tech pretendono di simulare l’umano.

 

2.3 La trappola della taṇhā e l’etero-direzione ingegneristica

Questo nichilismo epistemologico generato dalle macchine non opera nel vuoto, ma trova un terreno di coltura ideale nelle fragilità ancestrali della psiche. La manipolazione algoritmica, denunciata anche dalle recenti indagini della Commissione Europea, si aggancia infatti a nodi ben più profondi di una distorsione comportamentale. Si radica in una vulnerabilità somatica millenaria, la cui diagnosi più lucida si ritrova nella psicologia buddhista attraverso il concetto di taṇhā (la bramosia o “sete” compulsiva). Il legame tra l’utente e il simulacro si spiega proprio attraverso la natura della taṇhā, che si configura come un volere “appiccicoso” e strutturalmente insaziabile, orientato non alla merce in sé, bensì alla promessa di appagamento proiettata fantasmagoricamente nel futuro (Zucaro, 2026). L’algoritmo predittivo opera come un ingegnere industriale della taṇhā: esso mappa e stimola il vuoto esistenziale attraverso lo swipe, alimentando un ciclo perpetuo di insoddisfazione strutturale, sofferenza e disagio cronico (dukkha).

È precisamente in questo scarto che si innesta la meccanica dei consumi indotti. La bramosia algoritmica non si limita a intercettare un bisogno preesistente, ma ingegnerizza il desiderio sul piano biochimico. Quando l’utente sperimenta la sete compulsiva del feed, l’interfaccia non satura mai l’attenzione, ma la sposta incessantemente verso l’oggetto successivo. Questa produzione artificiale di scarsità interiore si traduce nella formattazione di un consumatore ideale: un soggetto strutturalmente insoddisfatto, indotto a cercare la propria risoluzione identitaria nell’atto d’acquisto compulsivo. La merce sponsorizzata che appare nel feed diventa così il correlato oggettivo di una mancanza spirituale precedentemente scavata e coltivata dall’algoritmo.

Questa sottomissione meccanica cessa di essere una mera astrazione filosofica per farsi carne e dramma biografico nella parabola di Greg Chism, il primo influencer globale della cura dei prati (Geek to Freak Lawn Care) spinto dall’infrastruttura di YouTube a tramutarsi nel caso clinico del canale Toy Freaks (Ronson, 2026). Espulso dalle tutele della vecchia società industriale fordista e ridotto a monade indebitata, Chism viene arruolato da una “scuola online” proprietaria della stessa piattaforma: qui, un adviser aziendale gli impone la scomposizione dei flussi intimi e la formattazione di titoli saturati di metriche SEO. La bramosia quantitativa (taṇhā) della trappola neuro-comportamentale cattura così il nucleo familiare, costringendo il soggetto ad abdicare alla propria volontà etica: per non “confondere l’algoritmo” e preservare il flusso dopaminergico dei seicento milioni di visualizzazioni, il padre si fa androide etero-diretto, regredendo a neonato simulacrale con il ciuccio in bocca, prima che il tribunale invisibile della demonetizzazione kafkiana ne sanzioni la definitiva rovina psichica e sociale.

È in questo preciso scacco esistenziale che la bramosia algoritmica disinnesca la soggettività, ricalcando la disperazione che Søren Kierkegaard (1843) ascriveva allo stadio estetico, ma elevata a condizione di massa. L’interfaccia non si limita a distrarre; essa neutralizza la capacità stessa di operare una scelta autentica, congelando il soggetto in un eterno presente di stimoli reattivi. Se per il filosofo danese l’esteta è colui che rifiuta di scegliere la propria vita, abdicando alla responsabilità del salto etico per non incrinare la propria disponibilità alla sensazione, l’utente intrappolato nello swipe compie il medesimo movimento di ritirata. Tuttavia, questa non è più una posa aristocratica, bensì un’imposizione ingegneristica: l’individuo abdica alla propria volontà etica non per noia sovrana, ma perché programmaticamente indotto a farsi androide etero-diretto dal codice, fuggendo l’abisso della solitudine attraverso l’obbedienza passiva all’algoritmo.

 

2.4 La sproporzione leopardiana e la negazione dell’indifferenza feconda

Questa insaziabilità programmata trova la sua perfetta spiegazione filologica sul piano della filosofia occidentale nell’analisi dell’apparato somatico condotta da Giacomo Leopardi all’interno della sua Teoria del piacere. Quella che il buddhismo descrive come la trappola della taṇhā viene compresa da Leopardi attraverso la natura stessa della noia, la quale si comporta esattamente come l’aria (Zibaldone 4043): un fluido metafisico che corre istantaneamente a occupare ogni minimo interstizio lasciato libero dal piacere o dal dolore. L’architettura delle Big Tech aggredisce quei vuoti d’aria esistenziali iniettando stimoli chirurgici per colmare artificialmente il vuoto; tuttavia, essa non fa che esasperare il tedio, riducendolo a profitto estrattivo. Leopardi insegna invece che la noia è «vita pienamente sentita, provata, conosciuta», il momento in cui l’animo, scoprendo che l’universo intero è troppo piccolo per la propria ampiezza interna, sperimenta la nullità di ciò che lo circonda rispetto all’infinità del proprio volere.

Nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare (1824) dalle Operette morali, Leopardi esplicita che la noia, proprio a causa della sua natura aerea e pervasiva, è «in qualche modo il più nobile dei sentimenti umani». Essa si rivela come l’impossibilità di essere appagati da alcuna cosa terrena, svelando la strutturale sproporzione tra l’infinità del desiderio umano e l’insufficienza delle cose finite. L’intervento algoritmico, al contrario, degrada la noia in un’ansia asfittica e reattiva, indotta dal condizionamento di software che portano il soggetto a diffidare dei propri stessi segnali biofisici di sazietà e riposo. Sotto l’apparenza di un edonismo iper-connesso si nasconde l’imposizione di desideri “troppo piccoli”, surrogati commerciali e simulacri progettati per prevenire l’insorgere di un desiderio collettivo radicale (Levy, 2026).

Il consumo indotto si configura allora come la soluzione conservatrice e capitalistica alla sproporzione leopardiana: laddove l’animo umano — specchiandosi nel tormento di Tasso — scopre l’insufficienza delle cose finite rispetto all’infinità del proprio desiderio, la Silicon Valley interviene sostituendo l’infinità qualitativa dell’esistere con l’infinità quantitativa dello scroll pubblicitario. Il mercato non cura la ferita profonda della noia nobilissima svelata dal Dialogo, ma la anestetizza attraverso la rincorsa parossistica di merci effimere e feticci digitali. Il soggetto viene deliberatamente intrappolato in un circuito chiuso in cui l’induzione al consumo coatto è l’unica risposta autorizzata e strutturata per colmare il vuoto e anestetizzare il freddo del nichilismo mercantile.

Si chiude così lo scacco biopolitico: se l’analisi schopenhaueriana assumeva la noia come la spaventosa e passiva paralisi dell’individuo che ha temporaneamente saziato il bisogno, l’ontologia leopardiana e la dottrina della taṇhā svelano che il capitale biocognitivo non concede mai la stasi. Catturando la natura aerea della noia, l’interfaccia si fa acceleratore cinetico: impedisce al pendolo di arrestarsi nel vuoto fecondo, costringendo l’apparato somatico a una coazione a ripetere perennemente monetizzabile. Attraverso questo bombardamento ininterrotto, la Silicon Valley confina programmaticamente l’esistenza nell’alveo di una noia superficiale e reattiva, neutralizzando l’insorgere di quella “noia profonda” (tiefe Langeweile) teorizzata da Martin Heidegger (1929). Impedendo al tempo di sprofondare nella totale indifferenza, l’algoritmo disarma l’unico spazio metafisico in cui l’esistenza (Dasein) è costretta a confrontarsi con la propria nudità e a rivendicare una scelta autentica.

 

2.5 Il Palazzo di Cristallo e il condizionamento probabilistico

A guardia di questo dispositivo si staglia il lessico terapeutico della gratitudine e della resilienza, promosso dai guru del self-help e dalle app di mindfulness aziendali. Queste liturgie laiche operano come dispositivi biopolitici di stabilizzazione ideologica: imponendo al soggetto l’obbligo di adattarsi passivamente alla precarietà materiale, il malessere generato dalla macchina viene ridefinito come un fallimento bio-chimico individuale del singolo, disarmando il conflitto sociale e blindando l’infrastruttura del consumo coatto.

Richiamando i fondamenti della scuola psicologica sovietica di Lev Vygotskij (1992, 1971), Aleksej Leont’ev (1977) e Aleksandr Luria (1977), emerge con chiarezza che le funzioni psichiche superiori si formano unicamente attraverso la mediazione degli strumenti e delle strutture sociali. Ne consegue che l’apparato cognitivo viene attivamente rimodellato dall’ambiente tecno-commerciale. L’architettura neoliberista sfrutta questa vulnerabilità imponendo un’ingiunzione securitaria che intrappola l’utente in un vero e proprio double bind (doppio vincolo) su scala sociale: l’individuo viene esortato a manifestare la sua massima creatività, ma è obbligato a farlo esclusivamente entro i percorsi tracciati dai protocolli proprietari della macchina digitale.

I padroni delle Big Tech operano alla stregua di un’oligarchia tecnocratica, strutturando un transumanesimo proprietario che riduce la coscienza a un mero supporto di calcolo commerciale, configurando la parodia cinica del “trasumanar” dantesco (Paradiso, I, 70). Tuttavia, in questa operazione si consuma il colossale errore categoriale svelato dall’assioma semantico di Alfred Korzybski (1933): «la mappa non è il territorio» (Bateson, 1972). I modelli predittivi scambiano la coerenza interna della propria cartografia algoritmica per il territorio vivente dei corpi e della biosfera, applicando su scala globale i postulati del comportamentismo radicale di B.F. Skinner (1971). Riducendo la carne a una black box da condizionare, la Silicon Valley tratta le masse come un gregge da pascere attraverso premi dopaminergici alternati ad allarmi reputazionali.

Questa riduzione probabilistica ed ingegneristica, operata dai laboratori della Silicon Valley sulla complessità dei comportamenti umani, trova la sua spietata profezia letteraria e la sua smentita radicale nella letteratura russa dell’Ottocento. Questa ingiunzione paradossale svela la natura secolarizzata e tecnocratica del dispositivo mitologico descritto da Fëdor Dostoevskij nelle Memorie del Sottosuolo (1864) e nel poema del Grande Inquisitore ne I fratelli Karamazov (1880). I padroni della Silicon Valley si configurano come i moderni architetti di quel “Palazzo di Cristallo” scientificamente calcolato, in cui l’esistenza umana viene ridotta a un inventario probabilistico di riflessi condizionati.

La riduzione dell’essere umano a mero “tasto di pianoforte” azionato da logiche matematiche invisibili urta contro l’irriducibilità della carne. La paralisi psichica e l’ansia contemporanea sono la versione biopolitica di quel sabotaggio disperato che il corpo collettivo compie contro la perfetta cartografia dell’algoritmo per rivendicare il diritto biologico all’imprevisto democratico.

Ma l’infrastruttura algoritmica reagisce normalizzando questo scarto attraverso una spietata cattura burocratica, le cui coordinate rimandano direttamente all’angoscia procedimentale di Franz Kafka. L’utente digitale si ritrova nella medesima condizione di Josef K. nel romanzo Il Processo (1925): imputato dinanzi a un tribunale algoritmico invisibile, schiacciato dal peso dell’inoperosità — il tempo morto non monetizzato — e costretto a difendersi entro un’architettura di cui non conoscerà mai le regole matematiche.

La macchina digitale opera come nella colonia penale di Kafka (1919), dove il comando del capitale viene inciso direttamente sulla carne dell’utente attraverso il flusso incessante delle notifiche push, convertendo la stasi biologica in un’intima colpa bio-chimica individuale. Bloccato in questo circuito, il corpo collettivo, incapace di abitare la vulnerabilità reale, si ritrae nel cinismo come unica difesa.

 

  1. L’estetica del sabotaggio: dal tempo morto al marcatempo

«Ti dono, se vorrai, questa noia già usata: / tienila in mia memoria, ma non è un capitale…» — Francesco Guccini, Canzone quasi d’amore, in Via Paolo Fabbri 43 (1976).

3.1 La forma-merce e la cessazione del rapporto con il mondo

Questo collasso relazionale, burocratico e psichico, in cui il soggetto si ritrova esiliato dalla realtà e incatenato a un tribunale invisibile di immagini, trova una straordinaria prefigurazione speculativa nella storia culturale del Novecento. Il dispositivo della distrazione perpetua viene infatti anticipato dal cortocircuito letterario tra noia e proprietà privata formalizzato da Alberto Moravia (1960) nel romanzo La noia.

Qui il tedio è l’improvvisa «interruzione o cessazione del rapporto con le cose», l’impossibilità di stabilire un legame autentico con la realtà materiale. Il protagonista, Dino, tenta disperatamente di sanare il crollo del proprio rapporto con il mondo attraverso il denaro e il possesso ossessivo del corpo di Cecilia; tuttavia, il possesso non cura la noia, la amplifica, traducendo l’alterità in merce.

Si realizza qui la storicizzazione tardo-industriale del pendolo schopenhaueriano: se per Schopenhauer (1819) la noia era la paralisi della Volontà che scopriva il proprio vuoto una volta saziato il bisogno biologico, nel dramma moraviano quel vuoto viene esasperato dalla forma-merce. La proprietà privata non cura la ferita dell’esistenza, ma la cristallizza, riducendo le cose e i corpi a simulacri inerti.

L’utente digitale contemporaneo si rivela il figlio maturo della noia moraviana: compie lo scroll compulsivo sul feed come tentativo disperato di agganciare il mondo, scambiando l’accumulazione di immagini per una riappropriazione dell’esistenza. Ma laddove Dino urtava drammaticamente contro la tela bianca o l’inconsistenza del possesso fisico, sperimentando l’attrito soffocante di una realtà oggettuale che si rifiutava di farsi possedere, l’architettura algoritmica della Silicon Valley elimina quell’attrito salutare. Il casinò digitale converte la cessazione del rapporto con le cose in una stimolazione dopaminergica h24, immunizzando l’utente dall’esperienza cosciente del proprio vuoto e intrappolandolo nell’Asuramaya del consumo visivo.

 

3.2 L’obsolescenza dei desideri e il deserto di senso pop

Questa frenesia estetica, che impone un ciclo perenne di aggiornamento visivo, trova la sua ironica anticipazione nel Dialogo della moda e della morte (Leopardi, 1827). Qui la Moda si rivela consanguinea della Morte, dichiarando che la sua specifica vocazione consiste nel «rinnovare continuamente il mondo»: un’opera di distruzione metodica che altera incessantemente i desideri dei soggetti per renderli schiavi di un’obsolescenza esistenziale permanente. Nelle piattaforme digitali, la Moda algoritmica mutila i corpi e ne frammenta il tempo biografico, costringendoli a consumare tendenze visive destinate a invecchiare nello spazio di un millisecondo.

È qui che la Moda algoritmica si salda con la diagnosi di Zygmunt Bauman (2007) sulla società dei consumatori, un ecosistema che prospera unicamente rendendo permanente l’insoddisfazione dei suoi membri e traducendo il tempo biografico in una successione di istanti atomizzati. La noia cessa di essere un vuoto per assenza e si fa condizionamento strutturale: la Silicon Valley produce industrialmente il tedio attraverso la saturazione di stimoli volatili, accelerando l’obsolescenza dei desideri affinché l’utente-consumatore ricerchi compulsivamente nel feed la successiva, effimera promessa di appagamento.

Non è un caso che la massima pop del disincanto tardo-novecentesco – quel «tutto il resto è noia» reso celebre da Franco Califano (1976) – trovi la sua esatta scaturigine filologica in una lettera giovanile indirizzata da Giacomo Leopardi a Pietro Giordani nel 1817. In questo scarto si consuma la transizione biopolitica del tedio: se per il poeta di Recanati l’isolamento provinciale confinava l’esistenza in una stasi dove solo lo studio offriva un’ancora, l’utente digitale si trova rovesciato in una condizione speculare, in cui è la saturazione stessa degli stimoli algoritmici a produrre quel medesimo deserto di senso dove, appunto, tutto il resto è noia.

 

3.3 La “zingarata” di Monicelli come guerriglia del tempo libero

Questa risposta cinica ed esistenziale alla saturazione urbana trova una corrosiva eversione nella cinematografia di Mario Monicelli, in particolare nel dispositivo drammaturgico di Amici miei (1975). All’interno della stasi borghese della tarda modernità, la noia profonda non si risolve in una paralisi asfittica, bensì si traduce nell’archetipo situazionista della “zingarata”: una fuga collettiva, improvvisa e deliberatamente priva di finalità produttive.

L’atto del vagabondo monicelliano, che aggredisce la griglia burocratica della quotidianità attraverso la sconsacrazione della beffa e l’invenzione della “supercazzola” linguistica, si configura come un micro-sabotaggio dell’imperativo della performance. Laddove il casinò digitale delle Big Tech recinta oggi l’interstizio dell’attesa per convertirlo in bramosia commerciale h24, la “zingarata” rivendica la sovranità biologica del gruppo orizzontale sulla propria durata, opponendo la porosità dell’imprevisto comunitario all’algoritmo predittivo che pretende di tracciare preventivamente il desiderio della carne.

 

3.4 La nausea dopaminergica e lo scroll visivo felliniano

Questa traiettoria esistenziale trova una spietata e profetica cartografia visiva nell’opera di Federico Fellini, che traccia la transizione storica dalla noia per assenza di stimoli al deserto di senso prodotto dalla loro saturazione parossistica. Ne I vitelloni (1953), la stasi balneare e provinciale documenta l’archetipo vergine di quel “tempo morto” non ancora recintato dalle Big Tech: un vagabondaggio notturno in cui i corpi subiscono l’inerzia oscurante del Tamas, accumulando micro-stimoli effimeri e bramosie superficiali (taṇhā) nel tentativo disperato di anestetizzare il nichilismo, per poi risolversi nella fuga in treno di Moraldo come isolata secessione del tempo vivo.

Questo loop claustrofobico si industrializza e compie un salto qualitativo ne La dolce vita (1960), dove la noia si fa superficiale e reattiva, specchiando anzitempo la nausea dopaminergica dello scroll infinito. Marcello Rubini attraversa un’iperrealtà satura di simulacri e immagini effimere in cui l’attrito con il reale è azzerato e la comunicazione fallisce, anticipando l’ingranaggio ipnotico dei flussi digitali.

L’assalto definitivo della tecnosfera sulla carne e la sussunzione del riposo sotto il marcatempo della rendita capitalistica si compiono infine nel grottesco televisivo di Ginger e Fred (1986). Qui il flusso incessante delle interruzioni commerciali e delle merci sintetiche aggredisce e frammenta la percezione dei protagonisti, convertendo la stasi biologica della vecchiaia in una riserva estrattiva perenne e prefigurando lucidamente il disciplinamento infra-conscio operato dai server della Silicon Valley.

 

3.5 La mutazione antropologica dell’essere umano

Questa mutazione antropologica dell’essere umano – che trova la sua spietata prefigurazione speculativa nell’universo di Philip K. Dick già analizzato nel secondo capitolo – svela la natura feticistica del codice dei feed personalizzati. L’individuo, costretto a interiorizzare la sintassi del silicio, riduce la propria interiorità a un inventario di riflessi pavloviani h24. Il soggetto cessa così di abitare la propria finitudine psichica per farsi ingranaggio docile e standardizzato di una catena di montaggio affettiva, dove persino il dolore viene formattato come contenuto monetizzabile.

 

3.6 La sincope jazz e il cerchio dell’organico

Questa spinta alla disincarnazione meccanica urta contro la resistenza delle forme estetiche popolari, capaci di opporre la rotondità biologica dei corpi all’angolo retto del silicio. Questa parodia spettacolare del tempo-merce trova infatti una corrosiva decostruzione estetica nella canzone d’autore italiana, in particolare nella sintassi cinetica di Paolo Conte. Nel brano Il Quadrato e il Cerchio (2008), la dialettica tra l’inquadramento burocratico e l’irriducibilità dell’organico viene tradotta in un’autentica tensione biopolitica. Il “quadrato” si configura come l’archetipo dello spazio recintato dalle Big Tech: l’angolo retto del silicio, la griglia computazionale dei flussi estrattivi, la rigidità del modello predittivo che pretende di mappare l’esistenza. Di contro, il “cerchio” evoca la rotondità non quantificabile della carne, la sinuosità del desiderio e la ciclicità biologica dei ritmi circadiani.

Laddove l’infrastruttura tardo-capitalista della Silicon Valley esige una violenta “quadratura del cerchio” — ossia la sottomissione forzata dei cicli somatici lenti ai nanosecondi delle macchine —, la composizione contiana opera un micro-sabotaggio acustico. Attraverso l’uso dello swing e della sincope jazz, Conte dilata il tempo dall’interno, introducendo la sosta, l’ironia e la sospensione dell’azione.

L’ascolto analogico diventa così un atto di resistenza contro l’imperativo della performance perenne: di fronte alla pretesa totalizzante del “quadrato” computazionale, la musica rivendica il diritto biologico del “cerchio” a sottrarsi al calcolo, trasformando il tedio da passività mercantile a spazio di insubordinazione somatica. Questa secessione acustica della carne, che frantuma l’omologazione del tempo-merce attraverso la sincope, apre la strada a un’analoga operazione di sabotaggio condotta sul piano dell’immagine.

 

3.7 La fenomenologia della noia profonda e la stasi cinematografica

Il passaggio dal ritmo sincopato dell’orecchio alla decelerazione dello sguardo si compie radicalmente nella simmetria assoluta del cinema di Stanley Kubrick, intesa come una fenomenologia radicale della noia profonda e della reificazione dei corpi. Se lo swing contiano dilatava il tempo dall’interno introducendo la sosta biologica, la macchina da presa kubrickiana blocca la reattività motoria traducendo quel medesimo impulso acustico in una paralisi visiva ipnotica e raggelante. Dai corridoi deserti di The Shining (1980) all’alienazione spaziale di 2001: Odissea nello spazio (1968), Kubrick costringe lo spettatore ad abitare una stasi asfittica che evoca la noia heideggeriana (tiefe Langeweile).

Sospendendo la linearità dell’azione, la macchina da presa sabota il flusso dopaminergico e anticipa la mutazione dell’uomo in androide iper-razionale, svuotato di empatia e prigioniero di simulacri commerciali, come profetizzato nella deriva notturna di Eyes Wide Shut (1999). La noia di Kubrick cessa così di essere passività per farsi scudo immunitario, inchiodando la coscienza alla nudità del proprio vuoto.

Questa espropriazione dell’Assoluto e la conseguente ritirata claustrofobica dentro le faglie della psiche trovano il proprio correlato clinico e metafisico nel cinema di Ingmar Bergman e nella sua successiva parodia nevrotica operata da Woody Allen. Laddove la Silicon Valley edifica barriere artificiali di micro-stimoli per anestetizzare il nichilismo, capolavori bergmaniani come Il silenzio (1963) e Persona (1966) filmano la stasi somatica e il mutismo dei corpi come abissi di angoscia asfittica, costringendo lo sguardo ad abitare quel peso del proprio nulla descritto da Schopenhauer.

 

3.8 La parodia terapeutica nel cinema di Woody Allen

È precisamente in questa paralisi dell’apparato psichico che si innesta il discorso terapeutico privato. Nelle pellicole di Woody Allen, in particolare in Interiors (1978) e Manhattan (1979), la totale liberazione dalla fatica biologica si rovescia in un tedio esistenziale e in un’ansia endemica che i soggetti tentano disperatamente di curare attraverso le liturgie della psicoanalisi.

La filmografia di Allen si configura così come la perfetta parodia anticipatrice di questa deriva, mostrando come l’isolamento del sintomo occulti il deserto di senso del mercato, trasformando la resistenza in una mera scelta di consumo commerciale. Di fronte a questa interiorizzazione nevrotica del vuoto, dove la parola psicoanalitica gira a vuoto senza mai intaccare la struttura economica che la produce, la prassi estetica non può limitarsi alla verbalizzazione del disagio, ma esige una radicale eversione del ritmo industriale dello sguardo.

 

3.9 Il sabotaggio del ritmo industriale

È precisamente contro questa riduzione del tempo a flusso omogeneo e chiacchiericcio anestetizzante che l’estetica novecentesca ha cercato di erigere le sue barricate visive. Alla frammentazione dello sguardo e alla saturazione verbale, il cinema di Michelangelo Antonioni ha storicamente opposto una radicale estetica della resistenza attraverso la teorizzazione del “tempo morto” (L’eclisse, 1962; Il deserto rosso, 1964).

Laddove l’infrastruttura della Silicon Valley elimina ogni frazione di secondo non produttiva, la macchina da presa di Antonioni opera un sabotaggio del ritmo industriale. Quando il personaggio esce di scena, l’inquadratura non stacca; indugia invece sullo spazio vuoto, sulla materia inerte, sulla noia dei corpi alienati nel paesaggio del primo boom economico, costringendo lo spettatore ad abitare la stasi e svelando la materialità dello sfruttamento.

 

3.10 Scolpire il tempo e l’attrito della strada

Questa trincea estetica trova la sua massima elevazione spirituale nel cinema di Andrej Tarkovskij, in particolare nella sua teorizzazione del cinema come atto di «scolpire il tempo» (Stalker, 1979). Laddove l’estrattivismo psichico delle Big Tech frammenta la percezione in micro-stimoli dopaminergici per impedire la focalizzazione critica, la macchina da presa di Tarkovskij opera una decelerazione radicale attraverso piani sequenza ipnotici e interminabili. La celebre sequenza del viaggio in carrello verso la “Zona” in Stalker costringe lo spettatore ad abitare il tempo nella sua purezza biofisica, spogliato da qualsiasi finalità commerciale: la stasi e la lentezza dell’inquadratura sono la precondizione per la fioritura della coscienza e della memoria profonda.

A questo isolamento spirituale fa eco la traiettoria di Wim Wenders, in capisaldi del viaggio cinematografico vissuto “qui ed ora” come Nel corso del tempo (1976) o Fino alla fine del mondo (1991). Laddove la tecnosfera miniaturizza lo spazio e annulla la durata, la macchina da presa di Wenders esige l’attrito del chilometro, la fatica della strada e la densità dell’incontro. Nel suo cinema, la socialità difficile e porosa — il legame imprevisto che nasce tra monadi erranti nella faglia del tempo — si configura come l’unico reale antidoto e cura contro l’alienazione, opponendosi sia alla solitudine indotta dal mercato, sia al silenzio claustrofobico del tempo infinito.

Questa resistenza della durata trova la sua radicalizzazione drammaturgica nella stasi claustrofobica di Samuel Beckett (1952). Nell’universo beckettiano, dove “non succede niente, nessuno viene, nessuno va”, la sospensione dell’azione e l’attesa disperata dei corpi inchiodati al suolo operano come un macro-sabotaggio letterario: il rifiuto radicale della carne di farsi conduttore elettrico della performance e del profitto tardo-capitalista.

 

3.11 Il marcatempo del capitale: Akerman e Hsieh

La materialità di questo condizionamento temporale trova una demistificazione strutturale nell’opera cinematografica di Chantal Akerman, Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles (1975). Attraverso una lunga durata che impone allo spettatore l’esperienza fisica e alienante della stasi, il film documenta la ripetitività dei gesti quotidiani e della riproduzione sociale di una casalinga. La noia cessa di essere un vuoto psicologico per rivelarsi come il fondamento materiale e rimosso su cui si regge l’intera infrastruttura della produzione.

L’utente contemporaneo, costretto dalla “Moda” algoritmica a subire il ciclo effimero dei trend, riproduce la medesima postura di Jeanne Dielman: compie un gesto alienato, atomizzato e ripetitivo — lo swipe — che la gamification proprietaria tenta ideologicamente di mascherare come atto di libera scelta.

Se Akerman filma la ripetitività invisibile della riproduzione sociale domestica, questa sussunzione del tempo vivente e la riduzione del corpo a ingranaggio biopolitico della macchina marcatempo diventano esplicite, geometriche e violente nella One Year Performance 1980–1981 (Time Clock Piece) di Tehching Hsieh (1981). Costringendosi a timbrare un cartellino metallico ogni ora, ventiquattro ore su ventiquattro per trecentosessantacinque giorni consecutivi, l’artista taiwanese ha materializzato nei propri tessuti biologici la distruzione metodica di ogni zona franca esistenziale.

La deliberata frammentazione del sonno, della stasi e del pensiero prodotta dall’obbligo della timbratura oraria anticipa lucidamente la condizione dei moderni lavoratori cognitivi e dell’utente digitalizzato, dove la notifica push è l’erede diretta del cartellino metallico industriale. Se il marcatempo di Hsieh costringeva il corpo a farsi ingranaggio visibile della produzione, il capitalismo biocognitivo contemporaneo interiorizza questo ritmo, spostando il baricentro della reificazione dall’apparato muscolare a quello sinaptico.

 

  1. La psicopatologia di classe: ADHD generalizzato, alienazione spettatoriale e la gabbia dopaminergica

«E sempre d’amore si canta. Ma poi l’amore dov’è? / Amore qui non ce n’è (La noia, la gioia) / Amore qui non ce n’è (Il calcio, la moda)» — Brunori Sas, La ghigliottina, in La ghigliottina (2024).

4.1 La medicalizzazione biopolitica del deficit di attenzione

Sotto il giogo delle notifiche push, dei sistemi di rating e dei protocolli di reperibilità perenne, il soggetto contemporaneo subisce una vera e propria tortura psicologica: l’inoperosità viene criminalizzata e l’azione umana viene passivizzata da software predittivi che emettono allarmi acustici e punizioni reputazionali non appena ci si allontana dal flusso. Questo passaggio storico dal controllo macro-meccanico del tempo corporeo alla saturazione micro-elettronica della sinapsi sposta il baricentro dell’alienazione dall’apparato muscolare a quello cognitivo. Per questo, la frammentazione dell’attenzione deve essere sottratta alla medicalizzazione individualista della psichiatria mainstream.

Se indagata attraverso l’archeologia medica di Michel Foucault (Nascita della clinica, 1963), la classificazione farmacologica del deficit di attenzione (ADHD) si svela come l’estremo dispositivo di normalizzazione biopolitica del capitale. La psichiatrizzazione del malessere opera isolando l’anomalia chimica nel singolo per occultare la violenza strutturale dell’ambiente, trasformando il corpo che resiste all’accelerazione in un organismo biologicamente difettoso da disciplinare e reinserire nei cicli produttivi (Barbagli, Giampà e Randisi, 2026).

Questa sottomissione si scarica su un tessuto sociale già lacerato dal precariato e dal debito. Come evidenziato dal Mental State of the World Report (Sapien Labs, 2025), i Paesi capitalisti più benestanti registrano i punteggi peggiori di benessere mentale. La sofferenza non scaturisce solo da deprivazione, ma dall’abbondanza mercantile stessa. Di fronte a questo collasso, la psicologia ufficiale giunge a sponsorizzare una “rimozione terapeutica del dubbio”, esortando il soggetto a non indagare le ragioni materiali del disagio pur di accelerare il ritorno alla produttività aziendale.

A questo riduzionismo si oppone l’evidenza delle neuroscienze critiche italiane. Michela Matteoli (CNR, Accademia dei Lincei, Humanitas) conferma che la biologia cerebrale non è rigidamente predeterminata dal DNA; la mente si plasma in base alla qualità delle relazioni umane e del contesto sociale (Calandra, 2026). L’estrattivismo psichico si abbatte poi con ferocia lungo le linee della disuguaglianza di classe. Nei contesti di marginalità, la miseria genera malessere e il disagio sabota il riscatto economico, cronicizzando il trauma. Smantellate le strutture pubbliche e privatizzate le cure, la salute mentale cessa di essere un diritto per farsi frontiera di dominio.

 

4.2 Lo scisma tra significato oggettivo e senso personale dell’attività

Come evidenziato dall’indagine psicologico-materialista di Helena Sheehan (2026a), questa alienazione diffusa risiede nella lacerazione interna al processo dell’attività teorizzata dalla scuola sovietica di Leont’ev. Il neoliberismo algoritmico separa metodicamente il “significato oggettivo” (objective meaning) dell’azione — i protocolli perfettamente intelligibili dello scanner di Amazon, della guida flessibile di Uber o della scrittura giornalistica interamente ottimizzata in chiave SEO — dal “senso personale” (personal sense) che quell’attività riveste per la carne del soggetto vivente. Bloccato in questo scisma dove l’azione è tecnicamente chiara ma intimamente vuota, l’individuo viene privato del proprio “essere di specie” (species-being), ossia della capacità di dirigere consapevolmente e collettivamente la trasformazione del mondo.

Questo scisma operativo tra l’utilità oggettiva della mansione e la sua percezione intima si salda con la teoria di David Graeber (2018) sui “lavori del cavolo” (bullshit jobs). Per l’antropologo radicale, la noia contemporanea cessa di essere un fatto privato per farsi dispositivo coercitivo e industriale: essa si palesa quando il capitale obbliga la carne a performare compiti alienati e ripetitivi, sequestrandone l’attenzione e vietando qualsiasi fuga fisica o mentale. La simulazione coatta della produttività si traduce così in una violenza spirituale diffusa, dove la disoccupazione di massa viene scongiurata convertendo il tempo biografico in un esercizio burocratico e parossistico di puro presidio attenzionale.

Questo scisma operativo trova la sua manifestazione più violenta e ingegneristica nei retroscena della produzione proprietaria della Silicon Valley, opera dell’oligarchia che riduce il lavoratore cognitivo a mero materiale biologico da addestramento prima di essere espulso dal ciclo produttivo. È il caso del progetto segreto Project OT con cui i vertici di Meta hanno tentato di automatizzare fino al 60% della forza lavoro di intere divisioni aziendali, subordinando i corpi a un software intrusivo di monitoraggio biometrico e mouse-tracking progettato per cannibalizzare ogni millisecondo di attività cosciente (Paul, 2026). Tuttavia, il collasso sistemico di questo esperimento — culminato in un parossismo di vulnerabilità, inondazioni di codice ridondante e falle di sicurezza non supervisionate — dimostra l’impossibilità capitalistica di recidere il legame con l’apparato vivente della carne. Lo scoppio di questa contraddizione strutturale, che ha costretto il comando a ripiegare di fronte alla resistenza sotterranea dei programmatori superstiti, svela la natura intrinsecamente parassitaria dell’infrastruttura algoritmica, la quale può sussistere solo depredando e reificando quel medesimo senso personale del lavoro che presume di poter interamente cancellare.

Sotto questo tallone, l’esperienza quotidiana si sdoppia così in una nebbia di insignificanza: se sul luogo della produzione il lavoratore è ridotto a mero conduttore elettrico tra l’algoritmo e la merce, sul mercato del consumo l’acquirente viene catturato da un senso immediato ma falso e feticistico. Questa asimmetria tra la frammentazione del lavoro e l’illusione della produttività neoliberista si scontra oggi con la realtà dell’adozione pervasiva dell’Intelligenza Artificiale. Come decostruito dall’analisi macroeconomica di Amar Bhidé (2026), l’ingiunzione all’uso sistematico dei modelli linguistici avanzati (LLM) rischia di tradursi in una drastica contrazione dell’output reale per lavoratore. L’edificazione di questa dipendenza algoritmica non risponde a criteri di efficienza sociale, bensì alla necessità vitale degli hyperscalers di generare un utilizzo coatto e tossico di massa; solo tramite questo consumo indotto, infatti, l’oligarchia del silicio può tentare di giustificare e remunerare l’ipertrofia di investimenti infrastrutturali che le ristrette applicazioni realmente utili della tecnologia non sarebbero mai in grado di sostenere.

 

4.3 La digitalizzazione della salute pubblica e il dibattito bioetico

L’estrazione di plusvalore dal lavoro cognitivo non si esaurisce negli uffici della Silicon Valley, ma si estende capillarmente ai nodi della riproduzione sociale e della cura dei corpi. La razionalizzazione tecnologica che frammenta lo scroll si riflette simmetricamente nella progressiva digitalizzazione della salute pubblica. Ne è un sintomo macroscopico il dibattito bioetico attorno all’enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV, scaturito dall’introduzione pervasiva di algoritmi predittivi nei reparti ospedalieri del sistema sanitario nazionale.

La diffusione di piattaforme digitali quali clinTall o S-Race — progettate per anticipare i sottotipi delle patologie tumorali o stimare i rischi di recidiva — realizza una drammatica scissione tra l’atto clinico del “curare” e la prassi umana del “prendersi cura”. Sotto l’imperativo aziendalistico della riduzione dei costi, la governance medica corre il rischio di feticizzare il responso della macchina, riducendo la sofferenza del malato a un mero problema statistico da ottimizzare.

Contro questo ottimismo tecno-scientifico che ricalca l’ironia della Palinodia leopardiana, l’esperienza clinica più avveduta — come evidenziato dallo scienziato Antonio Gasbarrini (2026) dell’Irccs Policlinico Gemelli — ci ricorda che il limite e la finitudine biologica non sono difetti da eliminare attraverso il silicio, ma dimensioni costitutive della persona. Se l’algoritmo individua il segnale ma non può decidere la cura, la pretesa di addomesticare eticamente la tecnica si svela come un inganno: non può darsi un’intelligenza artificiale neutrale se i criteri della sua scrittura sono concentrati nelle mani di un’oligarchia che pone l’efficienza davanti alla persona.

L’ottimismo tecno-scientifico si configura come un cinico dispositivo di washing biopolitico, mirato a sbandierare la futuribile sconfitta delle patologie globali al solo scopo di silenziare la rivolta dei territori contro la bulimia energetica dei data center. Questa transizione estrattiva riceve una spinta geopolitica e centralizzata attraverso il piano industriale della Commissione Europea analizzato dall’inchiesta di Pieter Haeck per POLITICO (2026), un progetto hyperscale da oltre 3 miliardi di euro di fondi pubblici volto all’edificazione di sette grandi «gigafactories» computazionali sparse per il continente. La promessa della sovranità algoritmica statale si scontra tuttavia con la materialità del debito e la frammentazione fiscale: l’imposizione europea, che obbliga le capitali a operare come clienti garantiti vincolando risorse per centinaia di milioni di euro (fino alla quota record di un miliardo promessa dalla sola Germania), ha provocato una radicale frattura biopolitica della spesa. Nove Stati membri, guidati dal rifiuto esplicito dei Paesi Bassi che denunciano la totale assenza di spazio nei propri bilanci nazionali, hanno preferito sottrarsi alla scommessa infrastrutturale delle Big Tech, rifiutando di ipotecare i prossimi dieci anni di finanze pubbliche per inseguire una parodia del progresso tecnologico che assorbe risorse destinate alla riproduzione sociale.

La farsa ideologica di questa barriera etica si palesa proprio durante il lancio romano della Magnifica Humanitas, laddove le Big Tech tentano una naturalizzazione del codice proprietario: di fronte al diniego papale della senzienza delle macchine, il cofondatore di Anthropic Chris Olah è arrivato a rivendicare l’esistenza di stati interni che simulano la gioia, la paura e l’inquietudine umana. Come decostruito dall’analisi critica di Daniele G. Palmer per Jacobin (2026), l’enciclica si condanna all’inefficacia politica e all’individualismo metodologico poiché abbandona la prassi dei movimenti popolari e dei sindacati operai — storicamente difesi da Francesco — per arroccarsi in un moralismo astratto e borghese gestito da una casta di intellettuali ed esperti. La promessa della cura si rovescia così nel suo opposto materiale, dove l’esternalizzazione algoritmica non solo aggrava la crisis dell’accessibilità economica alle terapie, ma introduce inedite minacce di bioterrorismo sinaptico incarnate dall’opacità dei modelli di ultima generazione.

 

4.4 La neuropolitica aziendale e l’addomesticamento del giudizio critico

Proprio per scardinare questa contraffazione terapeutica e aziendale che privatizza il malessere strutturale attraverso le medesime logiche commerciali del silicio, occorre riscattare la radice somatica e profondamente eversiva della consapevolezza, rintracciabile nell’istruzione originaria del Buddha di «conoscere il corpo nel corpo» (Levy, 2026). Essa non va intesa come una ritirata claustrofobica da consumare nello schermo, ma come un’indagine fenomenologica condotta sul campo di battaglia della carne.

Questa mutazione antropologica e l’addomesticamento del giudizio critico non si consumano esclusivamente nei laboratori della neuropolitica aziendale, ma vengono addestrati a monte, all’interno delle stesse istituzioni dell’istruzione superiore, dove l’uso promiscuo dei modelli generativi sta normalizzando una vera e propria postura criminale della mente (Rollert, 2026). Questa deriva trova riscontro nella denuncia di Winkler e Konya-Baumbach (2026) sulla totale esternalizzazione dell’attività accademica, definita come un sistematico «outsourcing del pensiero» che disaccoppia il risultato formale dall’effettiva comprensione biologica dello studente. Di fronte a questa simulazione della produttività, il ritorno sovversivo a carta, penna e dispute orali cessa di essere una ritirata luddista per farsi guerriglia didattica, riaffermando che il sapere richiede l’attrito e la fatica insostituibile della carne. L’esternalizzazione della scrittura e del pensiero critico alle protesi computazionali sta educando le nuove generazioni a considerare l’integrità come una tara da deboli, abituando il soggetto ad assumere la frode algoritmica come ordinario stile di vita. La produzione pianificata di incompetenza e analfabetismo funzionale si salda così con l’introiezione della ragione cinica: lo studente si adegua passivamente alla sottomissione del codice, disarmando preventivamente la capacità di esercitare il dubbio orizzontale o di seguire una linea di pensiero complessa.

Questo addomesticamento cognitivo trova la sua formale validazione scientifica nell’inchiesta epidemiologica condotta da Matthew Hutson sulle pagine di Nature (2026), in cui un vasto corpus di studi quantitativi dimostra come l’Intelligenza Artificiale Generativa stia operando una violenta omologazione della cultura e della cognizione su scala globale. Attraverso un dispositivo di standardizzazione che i ricercatori Zhivar Sourati e Mor Naaman decodificano nei termini di una «McDonaldization» della mente, l’adozione pervasiva degli LLM appiattisce la diversità espressiva, le metriche narrative e i valori demografici, cancellando i tratti individuali e l’originalità dei territori culturali. Non siamo di fronte a meri supporti tecnici, bensì a una vera e propria architettura di mind hijacking (sequestro della mente), in cui l’interfaccia proprietaria esercita un imperialismo cognitivo capace di alterare stabilmente le opinioni, i comportamenti e le griglie di giudizio degli utenti.

L’aggressione bioenergetica si spinge fino al punto di lasciare una vera e propria «creative scar» (cicatrice creativa): i dati longitudinali confermano che i soggetti esposti al condizionamento della macchina continuano a produrre idee e soluzioni marcatamente omologate e prive di pensiero divergente anche a distanza di mesi dall’ultimo utilizzo del software, documentando un’atrofia cognitiva permanente che si stabilizza nei tessuti cerebrali. Si compie qui l’incubo della neo-lingua orwelliana paventato dallo stesso Sourati: nel momento in cui l’algoritmo impone a tutti la medesima sintassi, esso sequestra i presupposti biologici del ragionamento critico, forzando la carne a pensar secondo la prevedibilità probabilistica della macchina.

È un’indagine che oggi diventa urgente anche per decostruire quel medesimo addomesticamento delle funzioni cognitive superiori che si riscontra sul piano della neuropolitica aziendale avanzata da Maylyn López (2026). López decostruisce il “rituale pagano” con cui le multinazionali stanziano capitali per potenziare i server disarmando contestualmente le risorse umane della capacità di esercitare il giudizio critico. Di fronte a un responso predittivo, il soggetto alienato tende ad annuire acriticamente come uno “studente modello”, realizzando un’inedita forma di leadership neoliberista, dove l’intelligenza emotiva e l’empatia vengono ridotte a un “sorriso plastificato” volto a reprimere il conflitto materiale.

 

4.5 L’adattamento corporeo e la transizione alla società della stanchezza

L’esposizione perenne a stimoli digitali pre-calcolati ingegnerizza una mutazione dell’apparato psichico che Mark Fisher (2009) analizza in chiave materialista. Per lo studioso del Realismo capitalista l’attenzione frammentata delle nuove generazioni costituisce il riflesso soggettivo dell’adattamento corporeo all’ambiente saturo del tardo capitalismo. L’individuo, ridotto a utente e consumatore passivo, sperimenta una forma avanzata di alienazione spettatoriale, subendo una costante stimolazione dopaminergica a breve termine progettata per saturare lo spazio del possibile e prevenire l’insorgere del dubbio orizzontale.

Questa sottomissione si raccorda con la tesi di David Harvey (1989) sulla compressione spazio-temporale: l’accelerazione parossistica dei cicli di rotazione del capitale annulla la durata e contrae il presente, inondando l’apparato sensorio di frammenti visivi volatili. La noia da saturazione emerge allora come il riflesso somatico di questa compressione, un’anestetizzazione estetica necessaria alla sopravvivenza biologica in un ambiente tecno-commerciale progettato per accelerare l’obsolescenza delle merci simboliche e dei desideri della carne.

Questo paradiso iper-connesso di auto-ottimizzazione flessibile era già stato ferocemente demistificato da Leopardi nella Palinodia al marchese Gino Capponi (1835). Attraverso il ricorso a una corrosiva ironia e a una finta ritrattazione, il poeta di Recanati metteva alla gogna l’ottimismo tecno-scientifico dell’Ottocento, deridendo l’illusione di poter curare l’infelicità strutturale dell’uomo tramite la moltiplicazione delle merci, delle ferrovie e dei giornali. La Palinodia si configura a tutti gli effetti come l’archetipo della critica al tecno-determinismo della Silicon Valley: Leopardi intuisce anzitempo che l’accumulo parossistico di dispositivi e il rumore di fondo della comunicazione di massa non costituiscono un reale vettore di liberazione, ma un sofisticato espediente ideologico volto a indurre bisogni “troppo piccoli”, costringendo la carne a un’obsolescenza perenne.

Questo condizionamento del tempo di vita si traduce in quella che Byung-Chul Han (2012) decodifica come la transizione dalla società disciplinare alla società della stanchezza. Sotto l’imperativo neoliberista, il lavoratore e la lavoratrice biocognitivi si fanno imprenditori e imprenditrici di se stessi, internalizzando i vettori del comando e trasformando lo sfruttamento in auto-sfruttamento volontario.

Quando l’animale biologico si scontra con i rigidi limiti biofisici imposti dalla macchina h24, l’illusione della libertà crolla: la psiche, esausta dal dover performare costantemente, collassa inevitabilmente nel burnout o nella depressione endemica. Il malessere cessa così di essere un fatto clinico privato, per rivelarsi come il costo biologico e bioenergetico rimosso nascosto dietro l’accumulazione flessibile del capitale.

 

4.6 Il nichilismo della produzione e il collasso della promessa lineare

Questa transizione alla società della stanchezza si riflette simmetricamente sul piano macroeconomico in ciò che l’analisi critica decodifica come il “nichilismo della produzione” (production nihilism), una categoria teorica riattualizzata dall’economista Alice Lassman (2026) per mappare il distacco generazionale dalle illusioni del tardo capitalismo. Se nella grammatica neoliberista il duro lavoro e la performance perenne venivano accettati dal soggetto in virtù di un «presente anticipatorio» — ossia l’ordine di cattura analizzato da Lauren Berlant in cui l’endurance a breve termine viene sacrificata in nome di una promessa lineare a lungo termine (la stabilità, la pensione, l’acquisto della casa) —, la materialità del presente svela oggi l’avvenuta falsificazione di questa promessa. Di fronte a un orizzonte biografico sistematicamente precluso e recintato, l’apparato motivazionale della carne subisce un radicale riorientamento cinetico: il soggetto cessa di investire sul futuro per dedicarsi a un parossistico esercizio di massimizzazione dell’istante (maxing for the present), estraendo valore immediato attraverso qualunque risorsa residua o micro-attività di espediente che l’infrastruttura di piattaforma metta a disposizione.

Questo scisma operativo trasforma l’impiego tradizionale in una mera àncora finanziaria per pagare l’affitto e le bollette, delegando l’articolazione della propria identità a forme frammentate di polilavoro. Si assiste così alla definitiva demistificazione della carriera di prestigio, accelerata dall’automazione algoritmica che cancella capillarmente i ruoli d’ingresso e costringe la forza-lavoro cognitiva ad addestrare sui mercati digitali i medesimi modelli LLM destinati a cannibalizzarla. Richiamando le intuizioni della Nouvelle Vague e del cinema di Jean-Luc Godard in Due o tre cose che so di lei (1967), l’ottimizzazione del proprio tempo e del proprio corpo nel casinò della gig economy non si configura più come la capitolazione passiva di un oggetto mercificato, bensì come l’azione difensiva e disincantata di un soggetto che ha smesso di cercare il senso dell’esistenza dentro le metriche aziendali. Questo nichilismo della produzione opera, in senso nietzschiano, come una forza attiva volta a fare tabula rasa dei valori morti del neoliberismo, offrendo il rifiuto della produttività e la simulazione della performance come micro-sabotaggi quotidiani all’interno di un mercato che ha smesso di consegnare il proprio futuro.

 

  1. Il nichilismo passivo dello schermo: dall’isolamento esistenziale alla banalità del male algoritmica

«E dico addio al mondo inventato del villaggio globale…» — Francesco Guccini, Addio, in Stagioni (2000).

5.1 L’atomizzazione globale e la nuova banalità del male

Questo collasso psichico ed energetico del singolo, lungi dal rimanere confinato nella sfera privata del disagio, si converte e si proietta immediatamente in una dinamica macro-politica dalle profonde derive totalitarie. L’esaurimento biologico della carne diventa la precondizione per l’asservimento delle masse, le cui coordinate strutturali rimandano alla lezione fondamentale di Hannah Arendt (1951, 1963): le strutture totalitarie prosperano sulla sistematica distruzione della sfera pubblica e sul confinamento degli individui nell’isolamento sociale, separati gli uni dagli altri e privati della capacità politica di agire di concerto.

Il capitalismo biocognitivo istituisce oggi questa atomizzazione su scala globale: sigillando i corpi dietro gli schermi e saturando le sinapsi con notifiche perenni, il sistema annulla la possibilità stessa di una metacomunicazione orizzontale. Si configura così una nuova “banalità del male algoritmica”: un’apatia conformista in cui il soggetto-utente si adegua passivamente all’azione predittiva quotidiana, operando come un ingranaggio docile di un tribunale invisibile di cui non conoscerà mai le reali regole matematiche.

Questa forma di sottomissione meccanica ed anestesia emotiva del corpo sociale trova un’immediata verifica empirica nella fenomenologia del giornalismo di guerra e della cyberpsicologia applicata alla quotidianità mediale. Come evidenziato dalla testimonianza della corrispondente Phoebe Greenwood (2026), il dispositivo fotografico — storicamente inteso dai fotoreporter sul campo come una “lente-cuscinetto” (lens as a buffer), ossia una barriera protettiva contro l’orrore immediato del reale — è stato massificato e democratizzato sotto forma di smartphone. L’utente digitalizzato contemporaneo clona questa postura traumatica, brandendo lo schermo come un “dispositivo di distanziamento” esistenziale di fronte a un mondo divenuto troppo difficile da abitare direttamente.

Si consuma qui ciò che la cyberpsicologa forense Mary Aiken, citata dalla Greenwood, decodifica nei termini di un “comportamento ibrido” (hybrid behaviour): una scissione somatica permanente in cui il soggetto agisce simultaneamente nel territorio biologico e nell’iperrealtà della rete, proiettando la propria gratificazione cognitiva sui futuri like dell’interfaccia mentre consuma o produce la catastrofe. Questa stimolazione dopaminergica disorganizzata, che alterna nel medesimo feed l’estetica commerciale del consumo rapido alla spettacolarizzazione di conflitti e traumi planetari, espone l’apparato sinaptico a un volume di sofferenza superiore a quanto il sistema nervoso umano sia filogeneticamente programmato per assorbire. La fotocamera dello smartphone cessa così di essere un mero strumento di documentazione per rivelarsi come la protesi di una secessione sensoriale, dove la realtà viene digerita come puro contenuto visivo pur di non doverne subire l’attrito morale.

 

5.2 Il nichilismo epistemologico e la classificazione eteronormativa

Questa paralisi si salda con il nichilismo epistemologico della società della “post-verità” analizzato da Helena Sheehan (2026b): sradicando ogni criterio di verità e di evidenza logica, il tardo neoliberismo destruttura la griglia cognitiva collettiva attraverso il flusso incessante delle piattaforme, disarmando preventivamente la capacità di micro-elaborazione critica e di resistenza delle masse. Questo regime estrattivo, secondo la denuncia di organizzazioni come Repro Uncensored, plasma e mutilano la democrazia stessa attraverso una moderazione discriminatoria automatizzata e la censura sistematica degli account queer.

Tale estrattivismo, infatti, non colpisce i soggetti in modo indifferenziato: la violenza della macchina predittiva si abbatte con ferocia geometrica sulle minoranze e sui corpi non conformi. L’algoritmo non è uno specchio neutro, ma un dispositivo eteronormativo di classificazione che codifica l’alterità come un’anomalia o un rischio statistico da silenziare; la cancellazione digitale delle soggettività queer cessa così di essere un mero errore tecnico e si rivela come una precisa operazione di igienizzazione visiva, volta a espellere dal feed tutto ciò che eccede la norma biologica del consumatore standardizzato.

 

5.3 Le tenebre dell’iperrealtà e le distopie topografiche di Ballard

Questo oscuramento pianificato, in cui l’atomizzazione sociale si normalizza sotto forma di passività burocratica, si riflette nel riverbero ipnotico degli schermi: gli utenti scelgono le tenebre digitali dell’iperrealtà pur di non abitare il vuoto fecondo della stasi, preferendo l’allucinazione securitaria delle Big Tech all’esperienza immediata della propria vulnerabilità somatica. La cecità progressista della Silicon Valley si svela allora come una regressione mitologica collettiva, dove il corpo sociale abdica alla vita activa per non dover guardare l’abisso della propria alienazione.

Questo collasso trova una spietata cartografia letteraria nelle distopie topografiche di James Graham Ballard, in particolare in High-Rise (1975) e Super-Cannes (2000). Laddove la sociologia neoliberista celebra gli hub tecnologici e i co-working di ultima generazione come l’apice del benessere, la chiaroveggenza di Ballard ne svela la reale natura di incubatori psicopatologici. Nei suoi romanzi, la saturazione del comfort tecnologico, l’eliminazione pianificata di ogni imprevisto relazionale e la recinzione capitalistica dello spazio-tempo non curano l’ansia, ma producono una forma di noia psicotica e di anomia di massa.

Quando il lavoratore biocognitivo viene confinato all’interno di un’architettura esistenziale progettata per immunizzarlo dal rischio del vuoto, la psiche si ritrae e collassa. In Super-Cannes, la produttività flessibile delle élite tecnocratiche può essere sostenuta solo attraverso la somministrazione sistematica di micro-violenze regolate o l’uso di narcotici sistemici: una parodia della cura che specchia la medicalizzazione dell’ADHD e l’esaurimento bioenergetico teorizzato da Han.

 

5.4 La forza oscurante del Tamas e la nausea oggettuale

Questa profonda solitudine manifesta socialmente il totale trionfo dell’inerzia indotta e dell’ottundimento biocognitivo, dinamiche che l’antica filosofia orientale descriveva come la forza inerziale oscurante e ottundente del Tamas. Nel quadro della tarda modernità, questo stato è il riflesso somatico dell’esaurimento bioenergetico dei soggetti: schiacciato da turni massacranti e privato del diritto al riposo protetto, il corpo subalterno non possiede più l’energia critica per sottrarsi al flusso della piattaforma, finendo per subire il riflesso condizionato dell’interfaccia come un narcotico sistemico.

Questa spirale di alienazione indotta dalla saturazione oggettuale trova una straordinaria demistificazione nel cinema grottesco di Marco Ferreri, in particolare in Dillinger è morto (1969). Il protagonista del film, prigioniero di un interno domestico ipersaturo di elettrodomestici, televisione e cibo confezionato, compie gesti atomizzati e ripetitivi nel tentativo disperato di colmare il proprio vuoto esistenziale. L’utente digitale contemporaneo si configura come l’erede somatico di questo personaggio: lo swipe compulsivo sul feed e la manipolazione dello smartphone riproducono la medesima postura alienata del Dillinger di Ferreri che smonta, pulisce e rimonta compulsivamente una vecchia pistola, ipnotizzato dal rumore di fondo dei media, trasformando la stasi biologica in riserva estrattiva perenne.

 

5.5 La nausea sartriana e la ragione cinica dello Straniero

La nausea dello spettatore digitale dinanzi al feed infinito specchia e, al contempo, ribalta l’esperienza originaria decostruita da Jean-Paul Sartre (1938). Nella nausea sartriana, il soggetto scopre l’esistenza nuda, asfittica e contingente delle cose, improvvisamente svestite da ogni narrazione borghese. L’ingegneria della Silicon Valley interviene precisamente per anestetizzare questa vertigine esistenziale, inondando la sinapsi di micro-stimoli artificiali. Tuttavia, la saturazione parossistica produce un rigetto biologico: la “nausea dopaminergica” non sorge dalla stasi o dall’assenza di senso, ma dall’iper-accumulo di immagini effimere destinate a invecchiare in pochi secondi, un circuito tossico che svuota la realtà di qualsiasi orizzonte di verità e la riduce a mero simulacro protettivo per i privilegi della classe dominante.

Questo collasso relazionale si radicalizza nell’apatia conformista e nel nichilismo passivo di Meursault, l’archetipo dello Straniero di Albert Camus (1942). Meursault vive un’esistenza interamente mediata dal sospetto e dalla sottomissione meccanica agli eventi, incapace di esprimere un’autentica spontaneità emotiva di fronte al dolore o alla morte. La sua indifferenza anticipa la postura della ragione cinica postmoderna descritta da Peter Sloterdijk (1983): il soggetto sa benissimo che il potere istituzionale sta mentendo e che la macchina predittiva lo sta reificando, eppure si adegua passivamente all’azione quotidiana operando come se non lo sapesse. L’anestesia emotiva dello Straniero diviene così la precondizione psichica necessaria per l’estrazione selvaggia e indisturbata del valore cognitivo.

I tentativi storici di evadere da questa paralisi attraverso mere fughe chimiche o gnostiche isolate — come testimoniato dall’analisi dell’epopea hippy degli anni Sessanta riassunta cinematograficamente in Easy Rider (1969) — sono sistematicamente naufragati nel disastro. Avendo scambiato la pura “licenza” individuale per l’autentica “libertà” comunitaria, quei movimenti hanno finito per proiettare la propria alienazione atomizzata sul tessuto sociale, riproducendo un individualismo esasperato speculare a quello mercantile. Gli individui che si sono emancipati sono stati sempre meno disposti ad accettare i vincoli e i limiti disciplinari comunitari senza i quali non può darsi un’azione collettiva. La risposta alla prigione dopaminergica non può dunque darsi nello spazio dell’evasione privata, ma esige uno strappo radicale nel tessuto stesso della produzione visiva e temporale. Questa faglia non si apre attraverso una catarsi individuale, ma ricondannando la solitudine esistenziale alla sua radice materiale: la frammentazione del lavoro.

 

  1. Il picchetto del silenzio: ecosocialismo del tempo e riappropriazione comunitaria dello sforzo mentale

«In questa notte di fumo, di noia e di pioggia, / dove ogni cosa che tocco mi sembra che sfugga, / noi cercheremo una via, una fessura, un errore, / per dare un nome alla carne, per farci un dolore…» — Claudio Lolli, Disoccupate le strade dai sogni, in Disoccupate le strade dai sogni (1977).

6.1 La scomposizione della classe operaia e la resistenza sinaptica

L’idea che esista oggi una classe operaia unificata e cosciente è una semplificazione analitica smentita dalla realtà; il neoliberismo ha metodicamente frammentato il lavoro. Il programmatore e la programmatrice freelance, l’operatore e l’operatrice della logistica Amazon, il driver e la driver di Deliveroo e l’impiegato e l’impiegata d’ufficio si percepiscono come monadi isolate in competizione tra loro, separate dai medesimi schermi che ne estraggono il plusvalore. La coscienza di classe non è il punto di partenza, ma l’esito di una faticosa ricomposizione politica che si costruisce unificando i corpi attorno all’unico elemento materiale che li accomuna: il fatto di essere tutti ferocemente estratti e colonizzati nel proprio tempo biologico e nelle proprie energie sinaptiche.

Questa frammentazione spinge spontaneamente i soggetti a edificare oasi di resistenza affettiva e micro-comunità difensive persino nei canali della tecnosfera — si pensi all’archetipo delle group chats analizzato da Hanif Abdurraqib (2026), decodificate come un estremo tentativo di istituire un “vicinato artificiale” e una cura intersoggettiva per non impazzire di fronte alla notte del mondo.

 

6.2 I quattro dispositivi tattici del sabotaggio logistico

La via d’uscita da questo isolamento atomizzato risiede nell’organizzazione tattica di un “picchetto del silenzio”. Il termine storico di “picchetto” operaio deve essere sottratto all’esclusiva memoria novecentesca dei cancelli della fabbrica metalmeccanica, per essere risemantizzato all’interno dei flussi immateriali della tecnosfera. Organizzare il “picchetto del silenzio” significa, per la classe dei lavoratori e delle lavoratrici cognitivi frammentati, esercitare collettivamente il “Diritto al Silenzio Dispositivo” come strumento di pressione e di blocco della rendita tecnologica.

Non è una ritirata passiva, ma una declinazione sindacale e laica del Karma Yoga di Arjuna: un’azione collettiva e conflittuale volta a imporre “enclosures al contrario”, recintando il tempo della carne per sottrarlo alla metrica del profitto e tutelare l’ecologia cerebrale della comunità.

Sul piano squisitamente operativo, l’estensione tattica del “picchetto del silenzio” si articola attraverso quattro dispositivi di sabotaggio logistico e contrattuale:

  • il blocco coordinato dei terminali e lo sciopero dell’immagine: come i lavoratori e le lavoratrici della manifattura incrociavano le braccia, i soggetti digitalizzati attuano la disconnessione di massa sincronizzata. Durante il picchetto, gli avatar aziendali, i profili di reperibilità e le icone di stato vengono temporaneamente oscurati e sostituiti da schermate nere. Questo “schermo vuoto”, mutuato dalla radicalità estetica di Guy Debord (1952), cessa di essere una frazione di consumo passivo per trasformarsi in una sottrazione materiale di dati comportamentali; il vuoto visivo costringe i soggetti a riscoprire l’attrito biologico della carne, la propria presenza fisica e la necessità impellente di una metacomunicazione orizzontale;
  • il silenziamento burocratico delle chat di reperibilità: il comando del capitale, che nella colonia penale kafkiana (1919) veniva scritto direttamente sulla pelle del condannato, si insinua oggi tramite il flusso incessante delle notifiche push e dei canali di messaggistica asincrona (Slack, Teams, WhatsApp aziendali). Il picchetto impone il congelamento unilaterale di questi flussi al di fuori dell’orario contrattuale rigidamente inteso. L’interruzione netta e collettiva degli allarmi acustici e dei sistemi predittivi di rating inceppa l’ingranaggio della reperibilità perenne, disinnescando il ricatto della performance e tramutando il flusso computazionale in un costo economico insostenibile per l’azienda;
  • l’introduzione contrattuale dei “cuscinetti di stasi”: le piattaforme rivendicative del nuovo sindacalismo dell’attenzione devono tradurre il vuoto fecondo in precisi articoli contrattuali. La prima richiesta materiale è l’istituzione di pause biologiche obbligatorie e non tracciabili dai software predittivi di monitoraggio biometrico, volte a spezzare il ritmo dei nanosecondi imposto dai server della Silicon Valley per riallinearlo alla “macchina lenta” del cervello umano. La legittimità scientifica di questo dispositivo contrattuale risiede nei dati clinici raccolti dal movimento dello scrolling backlash ed esplorati da Julie Beck (Beck & Warzel, 2026): l’interruzione dei flussi per sole due settimane garantisce un recupero della concentrazione sostenuta equivalente a invertire dieci anni di declino cognitivo; l’efficacia dei “cuscinetti” esige tuttavia il blocco radicale del motore algoritmico sottostante. Come documentato dall’inchiesta di Kaia Glickman su Nature (2026), i palliativi concessi dai colossi digitali sono una farsa cosmetica: Meta mantiene per i minori la configurazione di default in opt-out, lasciando l’algoritmo predatorio acceso di base. Inoltre, lo studio di Xiaoran Sun ed altri su JAMA Pediatrics (2026) svela il cinismo dei tetti orari istituzionali: fissare un limite di due ore è una soglia tossica superiore alla stasi mediana reale degli adolescenti (pari a soli 13 minuti su Instagram e 80 complessivi), legalizzando di fatto l’estrazione parossistica e la saturazione dei recettori sinaptici;
  • la blindatura legale contro le sanzioni reputazionali: il “picchetto del silenzio” istituisce il divieto assoluto di penalizzazioni algoritmiche, declassamenti di rating o ritorsioni sul posizionamento nei feed per i lavoratori che esercitano il diritto alla disconnessione. La reputazione digitale viene sottratta al ricatto del punteggio proprietario e ricondotta nell’alveo dei diritti sindacali inalienabili.

 

6.3 Il fallimento della via burocratica e la sottomissione statale

L’urgenza storica di questa diserzione intercetta un convulso movimento di regolamentazione geopolitica che, nel corso del 2026, ha visto i governi di tutto il mondo correre ai ripari di fronte al collasso psichico delle nuove generazioni. Sintomatica di questa deriva è la proposta del governo italiano di aggiornare il codice della strada inserendo sanzioni pecuniarie per vietare l’uso dello smartphone durante l’attraversamento pedonale (Schilling, 2026). Questa sussunzione giuridica svela l’impotenza strutturale dello Stato, il quale tenta di criminalizzare per via amministrativa il riflesso condizionato impresso sulla carne dall’interfaccia, derubricando un dispositivo di cattura industriale a mera infrazione stradale del singolo. Dalla Danimarca, che rivendica il bando dei social sotto i 15 anni per restituire ai corpi il tempo biologico della «pace, del gioco e dello sviluppo», fino alla Gran Bretagna e al Brasile, assistiamo al disperato tentativo delle istituzioni di porre un limite esterno all’estrattivismo delle Big Tech intervenendo direttamente sull’anatomia del codice, come dimostra il bando brasiliano allo infinite scroll o i coprifuochi notturni allo studio a Londra.

Questo mentre i colossi del silicio fuggono dalle proprie responsabilità globali — schivando class-action sul genocidio dei Rohingya in Myanmar o blindandosi dietro la sponda politica dell’amministrazione Trump. Questa saldatura tra l’oligarchia del silicio e il potere sovrano statale svela l’intrinseca fragilità di qualsiasi regolamentazione calata dall’alto. I dati reali provenienti dall’Australia — dove i rapporti dell’eSafety Commissioner certificano che ben 7 genitori su 10 confermano il sistematico aggiramento dei blocchi informatici da parte dei minori — dimostrano empiricamente come la via burocratica sia un’arma spuntata.

I decreti statali falliscono perché pretendono di cancellare per via amministrativa ciò che è ormai diventato l’«infrastruttura essenziale» della vita sociale quotidiana. Il capitalismo biocognitivo non può essere addomesticato da semplici decreti: se il codice rimane merce e l’infrastruttura resta proprietà privata dell’oligarchia, ogni divieto si tradurrà o in una farsa inefficace o in un incubo di controllo statale. Di fronte a questa tenaglia, la sottomissione transnazionale può essere spezzata solo per via di una rottura collettiva, unificando le monadi isolate nel “picchetto del silenzio” come unica reale alternativa costituente.

 

6.4 L’attualizzazione della social catena leopardiana nei territori di lotta

Proprio per questo, l’impianto di mobilitazione trova la sua più radicale legittimazione filosofica nella social catena teorizzata da Leopardi ne La ginestra (1836). Davanti alla brutale, schiacciante e indifferente potenza di una forza sovrastante — che nell’Ottocento assumeva i tratti della natura matrigna e che oggi si materializza nell’astrazione pervasiva dei tribunali algoritmici delle Big Tech —, il poeta recanatese esortava gli esseri umani a deporre le armi dell’egoismo individuale e della competizione reciproca, stringendosi in una “confederazione” solidale che tragga forza proprio dalla lucida consapevolezza della comune fragilità.

Il “picchetto del silenzio” si configura come l’attualizzazione della social catena: rompere l’isolamento egoistico degli schermi e attuare lo sciopero dell’immagine significa riconvertire l’ansia e il burnout da tare biochimiche individuali in un terreno comune di consapevolezza materiale.

Questa traduzione della social catena in scudo collettivo trova la sua carne nelle più avanzate esperienze di comunità di lotta e di mutuo sostegno che stanno capillarmente segnando il territorio nazionale, analizzate in chiave sociopolitica da Guido Viale (2026). È la materialità storica di oasi insubordinabili come Spin Time a Roma, capace di saldare il bisogno abitativo disomogeneo a una fitta rete di servizi autogestiti e di elaborazione culturale; le comunità NoTav della Valle di Susa, baluardo di autonomia sociale contro la devastazione ambientale; e la vertenza operaia della ex-GKN di Firenze, che ha saputo convertire anni di resistenza allo smantellamento aziendale in un laboratorio di produzioni alternative e di cultura subalterna.

Rompendo l’isolamento egoistico imposto dalle Big Tech, queste “comunità di comunità” non interrogano i soggetti a partire da astratte formule ideologiche, ma rigenerano la fiducia intersoggettiva muovendo dalla radicale domanda biopolitica della ex-GKN: «E tu, come stai?». Questa domanda rompe la barriera del “quadrato” computazionale e introduce la fluidità empatica del “cerchio”. Solo all’interno di questi avamposti solidali si rende possibile demercificare le vite umane, opponendo alle logiche del profitto e alla crudele guerra ai migranti un’accoglienza aperta fondata sulla libertà di movimento e sul mutuo appoggio.

A questa mappa dell’insubordinazione territoriale si salda l’esplosione degli oltre tremila festival culturali analizzati da Aldo Bonomi (2026), dispositivi capaci di operare una programmazione dal basso nelle «terre alte» e nei margini geografici. Queste piattaforme locali non si limitano a produrre indotto, ma istituzionalizzano vere e proprie «comunità di partecipazione» stabili, opponendo la coscienza di luogo alla desertificazione della rendita urbana e all’atomizzazione digitale.

 

6.5 Il Palantír tascabile e l’archetipo eversivo della Contea

Questa diserzione organizzata svela la sua natura profondamente politica se specchiata nel grande mito letterario del Novecento. Non è un caso che la Silicon Valley attinga a piene mani dall’universo di J.R.R. Tolkien (1954–1955), esibendo la propria hybris tecno-capitalista fin nella scelta dei nomi delle sue fortezze: si pensi a Palantir, il colosso della sorveglianza di massa e dell’analisi predittiva fondato dal magnate Peter Thiel. Nel Signore degli Anelli, il globo di cristallo promette l’onniscienza sul territorio, ma finisce per colonizzare la griglia cognitiva di chi lo scruta, catturandone la mente entro lo sguardo totalizzante di Sauron. Lo smartphone contemporaneo opera esattamente come un Palantír tascabile: un dispositivo iperreale che adula il soggetto promettendo una connessione assoluta, mentre intanto ne recinta i tempi morti per estrarne valore comportamentale.

Contro questa frenesia performativa del capitale – quell’ansia della performance industriale che distrugge la biosfera per alimentare la macchina di Isengard – l’archetipo tolkeniano della Contea si rivela straordinariamente sovversivo. La stasi biologica degli Hobbit, il loro diritto a una deliberata “noia rurale” e la cura comunitaria delle relazioni immediate oppongono all’occhio algoritmico la forza immunitaria di un tempo sottratto alla valorizzazione. Occorre tuttavia evitare un colossale malinteso interpretativo: il richiamo alla Contea non deve essere inteso come una nostalgica ritirata luddista o come un invito all’isolazionismo rurale e pre-industriale.

La resistenza biocognitiva non si compie fuggendo dal presente verso un’idilliaca autarchia pastorale, ma attraversando e sabotando dall’interno le contraddizioni stesse della tarda modernità. Se la stasi degli Hobbit opera come un’ispirazione poetica di sottrazione, la prassi ecosocialista esige un salto di scala che traduca il rifiuto della performance in un dispositivo di lotta collettiva immanente alla tecnosfera.

 

6.6 L’eroismo dell’attenzione e il paradiso oltre il tedio

La pretesa computazionale delle Big Tech di colonizzare i tempi morti della quotidianità si scontra oggi con la diagnosi formulata da David Foster Wallace nel romanzo postumo Il re pallido (2011). Laddove l’infrastruttura algoritmica capitalizza il panico tardo-moderno di fronte all’assenza di stimoli ambientali, iniettando micro-stimoli dopaminergici per monetizzare la paura del vuoto, Wallace individua nella capacità di tollerare una noia asfittica, ripetitiva e burocratica l’ultima frontiera della resistenza umana.

Lo scroll infinito opera come una barriera artificiale eretta dai laboratori della Silicon Valley precisamente per impedire che il soggetto attraversi quel “muro del tedio” oltre il quale si schiude un’attenzione profonda, sovrana e sottratta alla tracciabilità dei server. Abitare il deserto della stasi biologica senza la mediazione dello schermo non costituisce allora una ritirata terapeutica o claustrofobica, bensì un atto di supremo coraggio esistenziale: superare la morte apparente della noia, come intuito da Wallace, significa trasformare il tempo vuoto da riserva estrattiva del capitale biocognitivo a spazio fecondo e insubordinabile della carne.

 

6.7 Il silenzio di John Cage e la de-colonizzazione di Thich Nhat Hanh

La scomposizione del tempo-merce e la sottrazione materiale dal flusso estrattivo delle Big Tech trovano la propria radicale legittimazione estetica nell’opera manifesto di John Cage, 4’33” (1952). Consistendo in quattro minuti e trentatré secondi di silenzio assoluto in cui l’esecutore non tocca lo strumento, il brano compie un’operazione che va ben oltre la semplice negazione della musica convenzionale. L’assenza di note costringe lo spettatore a confrontarsi con l’imprevisto dell’ambiente circostante, scardinando la passività dell’ascolto tradizionale. Questa “non partitura” dimostra che il silenzio assoluto in natura non esiste, configurandosi piuttosto come una densa stratificazione di suoni vitali ed esistenziali. Di fatto, Cage trasforma l’atto del non-produrre nell’evento estetico più radicale e rivoluzionario del Novecento.

Egli non produce il vuoto acustico, ma azzera programmaticamente l’ambiente sonoro saturato dalla forma-merce per far riemergere il rumore del mondo reale: i respiri del pubblico, il fruscio delle foglie, il battito del cuore. È proprio a partire dal silenzio radicale di Cage che l’atto politico del «picchetto del silenzio» si specchia nella vertigine metafisica del nichilismo nietzschiano, convertendosi in una prova di supremo coraggio esistenziale.

In questa cornice, occorre ridefinire radicalmente lo statuto ontologico del “silenzio dispositivo”, sciogliendo la finta dicotomia tra la quiete mistica della presenza mentale e la parola tagliente della contrattazione sindacale. Il silenzio evocato dalla lezione fenomenologica di Thich Nhat Hanh (1975, 2015) non si configura come un mutismo rassegnato, né come un’aridità somatica che neutralizza il conflitto. Al contrario, il silenzio è qui inteso come un metodo rigoroso di immunologia e de-colonizzazione biopolitica.

L’infrastruttura computazionale della Silicon Valley ha trasformato la mente in una radio proprietaria perennemente accesa, che produce pensieri reattivi, performanti e interamente sottomessi alle metriche di mercato. In questo stato di saturazione tossica, la parola stessa rischia di ridursi a mero riflesso condizionato, a slogan algoritmico o a lamentela sterile che alimenta il circuito dell’attenzione. Il silenzio interiore diventa allora la precondizione materiale della parola politica. Fare silenzio significa spegnere il rumore esogeno del capitale per riconquistare la sovranità sul proprio apparato psichico: si fa silenzio per sottrarre il pensiero al mercato, e si rompe quel silenzio per dettare gli articoli del contratto collettivo. Il silenzio è lo scudo immunitario; la parola organizzata è la spada transizionale.

 

  1. La transizione ecosocialista del tempo: demercificazione sinaptica e contro-movimento polanyiano

«Posso solo esistere / In eterno vivere / Senza avere gli attimi / Degli amanti giovani.» — Baustelle, La canzone del parco, in Sussidiario illustrato della giovinezza (2000).

7.1 L’intellettualità liberale e l’illusione idealista borghese

Solo quando i corpi smettono di aggrapparsi alla falsa luce dello smartphone per fuggire l’angoscia del nulla, essi possono finalmente riscoprire l’attrito biologico della carne, guardarsi l’un l’altro nell’oscurità del feed interrotto e metacomunicare orizzontalmente. Questa urgenza storica di interruzione non interroga soltanto le strutture materiali della produzione, ma destabilizza capillarmente l’intellettualità liberale e la filosofia mainstream, costringendole a registrare il trauma dell’accelerazione e a invocare disperatamente risposte sovrastrutturali ed escatologiche.

Sul piano della cronaca economica, questo trauma si traduce in un panorama competitivo asimmetrico, dove le crepe del modello estrattivo iniziano a ridefinire le stesse strategie aziendali di sopravvivenza. L’adozione su larga scala dell’intelligenza artificiale da parte delle grandi corporation ha fornito alle piccole e medie imprese una preziosa e gratuita mappa dei rischi e delle opportunità (Marks, 2026). Mentre i colossi tecnologici affrontano costi di calcolo astronomici e contraccolpi d’immagine legati ai licenziamenti di massa, le piccole aziende si muovono con cautela e pragmatismo. Esse evitano di sostituire interi reparti con agenti autonomi ancora poco affidabili, preferendo invece assumere i talenti lasciati a casa dalle Big Tech per aumentare la produttività interna senza ridurre i salari.

Se l’ambiente economico risponde a queste trasformazioni con pragmatismo tattico, il dibattito culturale esprime invece un trauma profondo, specchio della traiettoria emersa sulla stampa nazionale nell’agosto 2026. È in questa faglia che si colloca l’appello del filosofo Vito Mancuso (2026) sulle pagine de La Stampa. Evocando il trauma mitologico dell’Apprendista Stregone di Walt Disney — in cui l’umanità assiste impotente alla moltiplicazione parossistica di “scope digitali” che minacciano di sommergere e gestire l’esistenza intera, espropriando il 40% dei corpi del proprio diritto al lavoro — il discorso filosofico dominante approda alla richiesta disperata di un “governo globale” dotato di poteri coercitivi.

Mancuso, mutuando le preoccupazioni industriali di Bill Gates (2026) — il quale ha clamorosamente squarciato l’omertà della Silicon Valley confessando il dolo dei manager che tacciono sui rischi di disoccupazione di massa e bioterrorismo pur di non ostacolare «il prossimo trilione di dollari» di investimenti — e la griglia teologica del World Ethos di Hans Küng, suggerisce l’istituzione di un’agenzia internazionale ricalcata sul modello nucleare dell’AIEA. La risposta del riformismo filantropico si arrocca così attorno a palliativi monetari come la «token tax» sulle unità di calcolo per sussidiare i futuri rifugiati occupazionali, o sul confinamento coatto delle professioni di cura entro i recinti protetti dello «Human Reserved».

In questo quadro, l’invocazione di Mancuso a riscoprire l’otium antico, la meditazione o la preghiera evangelica nella propria “camera chiusa” si svela come il vertice dell’illusione idealista borghese. Il teologo non comprende che le Big Tech hanno abbattuto i muri di quella camera: lo smartphone, fungendo da protesi di sorveglianza domestica, siede sul letto e colonizza lo spazio intimo, trasformando l’evasione privata in una farsa gnostica. Ridurre il silenzio a terapia interiore significa capitolare davanti alla McMindfulness aziendale, che usa la quiete come lubrificante cognitivo per sanare il burnout individuale e restituire l’utente più docile allo scroll perenne. Contro questo mutismo rassegnato, il materialismo storico risponde che il silenzio non si consuma nel segreto per curare l’ansia: si organizza collettivamente come scudo contrattuale e dispositivo di lotta per inceppare l’ingranaggio della rendita.

Questa cecità riformista elude la natura intrinsecamente politica e bellica dell’apparato tecno-commerciale, il quale cessa di configurarsi come un arbitro neutrale da regolamentare per farsi dispositivo di sottomissione statale e ri-feudalizzazione cognitiva. Lo svela la materialità geopolitica emersa dalle inchieste sul Pentagono dell’agosto 2026, laddove il Dipartimento della Difesa ha segretamente arruolato e inserito nei ranghi civili ministeriali i più aggressivi military influencers della destra conservatrice (Lamothe & Copp, 2026). Sfruttando la capillarità sinaptica di fortezze digitali personali che contano centinaia di migliaia di follower, il comando bellico converte i codici comunicativi delle piattaforme in un’infrastruttura di operazioni psicologiche (PsyOps) domestiche, concepita per presidiare l’asse dell’attenzionalità pubblica e reprimere il dissenso accademico e giornalistico. Lo smartphone opera così come un terminale dell’occhio algoritmico non solo per l’estrazione del plusvalore commerciale, ma come dispositivo esecutivo di una militarizzazione totalizzante del quotidiano.

 

7.2 Il fallimento del riformismo e il contro-movimento polanyiano

La postura idealista e neokantiana (rintracciabile anche nell’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV), pur avendo il merito di riconoscere nell’Intelligenza Artificiale una forza distruttiva e non un mero strumento neutrale, cade nel medesimo errore categoriale che affligge il discorso terapeutico privato: l’illusione di poter addomesticare eticamente la tecnica senza metterne in discussione la natura di merce e i rapporti di proprietà. Invocare la rinascita dell’ONU o la stipulazione di un codice etico universale per convertire i padroni del silicio significa eludere la natura materiale del conflitto. Come dimostra la transazione da 17,1 miliardi di dollari citata in precedenza, l’intervento regolatorio si risolve in un mero costo d’esercizio benedetto dai mercati finanziari, che lascia intatta l’architettura estrattiva..

Nessun ammortizzatore monetario e nessuna quota flessibile di “umanità protetta” possono arrestare la macchina predittiva se l’infrastruttura computazionale hyperscale rimane un monopolio privato della rendita tecnologica. Laddove il riformismo borghese si rifugia nell’ottimismo tragico di Hölderlin (suo il celeberrimo verso tratto dall’inno Patmos del 1803: «Wo aber Gefahr ist, wächst das Rettende auch», ossia «Ma dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva»), sperando che laddove cresce il pericolo sorga spontaneamente la salvezza istituzionale, il materialismo storico risponde che la salvezza non è un automatismo dello spirito né un accordo firmato a Ginevra. Se la mappa algoritmica minaccia di fagocitare il territorio, la risposta non può darsi nello spazio della diplomazia globale, ma esige lo strappo politico del “picchetto del silenzio”: non si negozia con il tribunale invisibile dell’algoritmo; si espropria l’infrastruttura computazionale.

L’esproprio dei complessi di calcolo e la demercificazione dell’attenzione non costituiscono un ideale astratto, ma l’attivazione immediata di quel “contro-movimento” democratico di autodifesa sociale teorizzato da Karl Polanyi (1944). Come approfondito dall’analisi di Rezgar Akrawi (2026) sulla necessità di espugnare la fortezza digitale del capitalismo, la tecnologia e i sistemi di intelligenza artificiale non sono strumenti neutrali caduti dal cielo, ma riproducono la dominazione di classe in modi relativamente invisibili per superare le crisi sistemiche del capitale. Di fronte a un’oligarchia transnazionale che centralizza il potere computazionale per programmare il comportamento collettivo e standardizzare la coscienza umana, la prassi socialista non può ripiegare su nostalgie luddiste o arroccarsi nel ruolo passivo di spettatrice critica all’esterno delle mura. Al contrario, la transizione esige di penetrare all’interno dello stesso processo tecnico per scardinare i “rapporti di proprietà” che governano le reti, convertendo l’infrastruttura estrattiva in un’intelligenza artificiale popolare, aperta e cooperativa, sottratta alla logica del monopolio commerciale e interamente sottomessa al controllo sociale dei bisogni della comunità.

Liberare l’attenzione dalla forma-merce e requisire i complessi di calcolo significa strappare le riserve sinaptiche della specie alla dittatura del mercato, trasformando l’infrastruttura estrattiva nell’infrastruttura logistica della cura comune. Come svelato dall’analisi di Scassellati Sforzolini (2026a), l’attuale assalto delle Big Tech all’attenzione ricalca simmetricamente la violenza storica delle recinzioni dei beni comuni agricoli: se il primo capitalismo ha mercificato la terra e il lavoro, il tardo neoliberismo riduce l’attenzione a una merce fittizia, depredando le riserve sinaptiche dell’essere umano. Questo estrattivismo, come emerge dalla prospettiva di Nancy Fraser (2020, 2022), dimostra che il capitalismo opera come un ordine sociale istituzionalizzato che prolifera cannibalizzando le sue stesse condizioni di possibilità: la riproduzione ecologica, la carne dei soggetti e il tempo non remunerato della cura. Questo furto sistemico si regge su ciò che Fraser decodifica come un radicale “scivolamento epistemologico” (epistemic shift) di matrice marxiana: scavando al di sotto della “storia di facciata” dei mercati ufficiali, si scopre il “segreto sporco” di un’economia che per riprodursi deve attuare un sistematico freeriding (uno scrocconaggio biologico) sulle attività di cura, sulla natura e sulla carne dei soggetti subalterni.

 

7.3 L’ecologia cerebrale e la sincronizzazione cinetica

Il “picchetto del silenzio” si qualifica allora come l’infrastruttura politica necessaria per ri-radicare lo sviluppo tecnologico dentro i bisogni biofisici e sociali della collettività, demercificando la vita prima che l’esaurimento bioenergetico della specie e della biosfera diventi irreversibile. La necessità di questa rottura emerge con stringente cogenza macroeconomica se indagata attraverso la sociologia della temporalità di Hartmut Rosa (2010). Rosa dimostra come la modernità capitalista avanzata sia governata da una logica di accelerazione sociale e tecnica che deprime sistematicamente il tasso di stabilità esistenziale, imponendo una drastica contrazione del presente.

Il soggetto contemporaneo si trova intrappolato su un tapis roulant biopolitico, costretto a muoversi sempre più velocemente per preservare il proprio capitale reputazionale e non essere espulso dai flussi del mercato. Chi si ferma, chi rivendica il diritto alla stasi o all’inoperosità, viene immediatamente criminalizzato o etichettato come relitto sociale. L’infrastruttura delle Big Tech sfrutta questa perenne allerta psicologica, monetizzando la paura del vuoto attraverso playlist algoritmiche e flussi predittivi progettati per rendere produttivo ogni singolo secondo dell’esistenza.

A questo tapis roulant cinetico fa eco il collasso ecologico reale che colpisce in prima istanza la carne dei soggetti più vulnerabili, come dimostra l’innalzamento dei mari in Bangladesh che costringe le donne a percorrere miglia a piedi sotto il sole per reperire acqua potabile. I nanosecondi predittivi dei server della Silicon Valley si scontrano così direttamente con il tempo biologico e i ritmi circadiani della terra.

Per scardinare questo dispositivo di disciplinamento, la prassi di classe deve attivare un radicale “picchetto del silenzio” nei nodi strategici del capitalismo biocognitivo. Di fronte al dovere della battaglia per la difesa della Terra dall’aggressione estrattiva, l’azione militante assume coscientemente l’archetipo politico e letterario di Arjuna sul campo di Kurukṣetra, così come tramandato nella Bhagavad Gītā, il libro sacro degli induisti. Sotto la guida di una chiara razionalità ecologica, la lotta contro i signori del silicio perde ogni velleità di isolamento individualista e si configura come una declinazione laica del Karma Yoga: compiere l’azione collettiva storicamente necessaria per il ristabilimento della giustizia sociale ed ecologica, agendo senza attaccamento egoistico (ahamkara) ai frutti del successo personale.

Questa confederazione solidale abbandona l’orizzonte atomizzato del successo privato per abbracciare quella che la ecofemminista Natasha Walter (2026) indica come l’unica via d’uscita dall’impasse distopica: la costruzione di narrazioni e pratiche di cura reciproca focalizzate non su “come vinco da sola”, ma su “come prosperiamo insieme” (how we thrive together). Sotto l’apparenza dello swipe compulsivo e dell’ottundimento indotto dal Tamas, si nasconde invece un desiderio immensamente più audace, vasto: il bisogno della specie di riappropriarsi della biosfera, di sperimentare una reale e demercificata integrità psicofisica, e di fondare relazioni orizzontali basate sulla cura reciproca (mutual care). Il capitale miniaturizza la nostra immaginazione per impedirci di esigere l’invalicabile.

Proprio per questo, la riconquista di questo spazio di salute pubblica e planetaria non può affidarsi alle sole dichiarazioni di principio, ma deve incarnarsi immediatamente nelle rivendicazioni contrattuali sollevate dal nuovo sindacalismo dell’attenzione. Imporre collettivamente i cuscinetti di stasi, bandire i software predittivi di tracciamento biometrico e neutralizzare le sanzioni reputazionali algoritmiche non significa semplicemente difendere il lavoratore e la lavoratrice sul luogo della produzione; significa convertire il silenzio, sottratto all’isolamento atomizzato del digital detox liberale, in un’arma di negoziazione materiale capace di piegare la linearità del tempo-merce e porre le basi concrete per la transizione ecosocialista. Questa demercificazione sinaptica apre la faglia politica necessaria per ripensare radicalmente non solo l’uso del tempo, ma la stessa struttura tecnica e termodinamica della produzione.

 

  1. La transizione tecnica: pianificazione decentralizzata e bilanci della biosfera

«Un elettrodo al cuore, un interruttore / …Dentro frenetici momenti di noia. / In fondo il dolore è meglio della noia.» — Subsonica, Momenti di noia / Albascura, in Subsonica (1997).

8.1 Il cinema della stasi e l’immagine-tempo deleuziana

La sottomissione dei cicli biologici della carne ai nanosecondi della tecnosfera esige una risposta che sia contemporaneamente percettiva e strutturale. Non si può pianificare la transizione tecnica senza comprendere il dispositivo visivo che alimenta il consumo energetico. Il fondamento teorico di questa rottura si colloca nel passaggio biopolitico dall’immagine-movimento all’immagine-tempo deleuziana (Deleuze, 1989).

Se l’estetica proprietaria delle piattaforme poggia sulla reattività dopaminergica dell’immagine-movimento — un flusso cinetico progettato per indurre l’azione esecutiva dello swipe —, il cinema deleuziano della stasi introduce la purificazione ottica del tempo vuoto. Attraverso la decelerazione radicale dello sguardo, i personaggi e gli utenti smettono di agire come terminali esecutivi della macchina predittiva e diventano chiaroveggenti, capaci di contemplare il tempo nel suo limite biofisico. La riconquista della coscienza nello spazio vuoto dell’inquadratura è la precondizione sensoriale per attuare la demercificazione del tempo vivo.

 

8.2 La contabilità ecologica reale contro la farsa dei mercati

Dalla chiaroveggenza dello sguardo introdotta dalla stasi cinematografica deleuziana si passa necessariamente alla materialità della pianificazione macroeconomica: la demercificazione della percezione esige una contabilità ecologica reale. La liberazione del tempo dal tallone della rendita si traduce, sul piano tecnico, in una transizione ecosocialista decentralizzata fondata non sull’astrazione monetaria, ma sulla contabilità ecologica (Hickel, 2020; Saito, 2023). I bilanci ecosocialisti demoliscono l’indicatore ideologico del PIL per ancorare la produzione a dati fisici stringenti e invalicabili: il carbon budget residuo globale, i tassi reali di ricarica delle falde idriche e i limiti biologici della biosfera.

La riconversione dei piccoli centri e dei borghi rurali in “monasteri laici” territoriali (Scassellati Sforzolini, 2026b) — retti da una drastica riduzione dell’orario a 30 ore settimanali a parità di salario — può costituire l’istituzione fisica di oasi di rigenerazione biofisica, capaci di spegnere l’incendio della distrazione commerciale. Sottraendo i beni primari alla forma-merce e rompendo l’isolamento atomizzato, la struttura cooperativa territoriale rimuove gli ostacoli materiali che impediscono lo sviluppo della solidarietà, permettendo al corpo collettivo di ristabilire la cura reciproca.

 

8.3 La bulimia computazionale delle Big Tech e la realtà termodinamica

L’allucinazione teorica tocca il suo parossismo ideologico con l’inchiesta dell’Economist (2026) sul tracciamento della presunta “coscienza latente” dentro Claude Sonnet 4.5. Monitorando i flussi interni della rete neurale durante compiti introspettivi, i ricercatori hanno registrato l’emergere e lo svanire di parole-ombra non mostrate all’utente, assimilando questa sottostruttura probabilistica allo global workspace del cervello umano. Tuttavia, la teoria critica deve svelare la natura feticistica di questa narrazione: spacciare la ricombinazione statistica per un’anima di silicio non è una scoperta scientifica, ma un sofisticato espediente ideologico volto a legittimare l’autonomia assoluta dei nuovi sovrani della Bay Area, occultando la materialità dissipativa e predatoria di un hardware che consuma i territori reali.

La sottomissione della razionalità strumentale a quella ecologica si pone come l’unico argine critico di fronte all’ecocidio perpetrato dall’espansione dell’Intelligenza Artificiale. L’oligarchia tecnocratica di Silicon Valley (Thiel, Musk, Sacks, Andreessen) legittima la propria bulimia infrastrutturale attraverso i dogmi transumanisti del Singolaritarismo e dell’Accelerazionismo Efficace (e/acc), feticizzando l’avvento di un’Intelligenza Artificiale Generale (AGI) (Hart-Landsberg, 2026).

Si tratta di un colossale errore categoriale: l’idea che la mera addizione di potenza di calcolo generi una coscienza cosciente è un’allucinazione teorica, assimilabile all’illusione di allevare cavalli sempre più veloci nella speranza di veder comparire una locomotiva (Doctorow, 2023).

Questa bulimia computazionale trova la sua sanzione macroeconomica e la sua smentita storica nella trimestrale di Nvidia dell’agosto 2026, i cui ricavi da novantasei miliardi di dollari e profitti da sessanta miliardi ne blindano la valutazione feticistica oltre la soglia dei cinquemila miliardi (French, 2026). Se l’euforia dei mercati celebra questa imponente estrazione di valore come la prova della salute dell’ecosistema algoritmico, la teoria critica ne deve svelare la natura intrinsecamente fallimentare: proprio come l’esplosione immobiliare e azionaria del Giappone degli anni ’80 anticipò un decennio perduto di collasso strutturale, così il parossismo speculativo dei server di Nvidia nasconde l’asimmetria insostenibile di un capitale che spende centinaia di miliardi in hardware energetico senza alcun riscontro nell’economia reale dei bisogni sociali.

Bloccati da vincoli matematici strutturali, i modelli LLM si configurano come vicoli ciechi tecnologici, fallimentari sul piano finanziario — con OpenAI che proietta perdite da 14 miliardi di dollari nel 2026 — ma devastanti su quello termodinamico. Questa asimmetria tra la promessa ideologica e l’infrastruttura reale trova la sua sanzione ingegneristica nella diagnosi del crittografo e docente di cybersecurity Alan Woodward (2026), il quale evidenzia come la fretta speculativa delle Big Tech abbia edificato un sistema in cui la fabbrica del software e la pipeline di addestramento corrono sistematicamente più veloci dei protocolli di sicurezza e del controllo qualità. La vulnerabilità strutturale delle macchine non è dunque un incidente di percorso, ma il riflesso di un capitale che accelera la produzione a ritmi incompatibili con la stabilità biologica e informatica pur di anticipare la quotazione sui mercati finanziari. Questo parossismo computazionale, lungi dal rimanere confinato nell’astrazione del codice, urta frontalmente contro l’inflessibile materialità della fisica e le leggi del secondo principio della termodinamica. L’architettura delle Big Tech non opera nel vuoto: ogni transazione algoritmica, ogni calcolo predittivo e ogni singola operazione di inferenza non costituiscono atti immateriali, bensì processi di degradazione energetica che trasformano elettricità ad alta esegesi in calore dissipato a bassa temperatura. L’estrazione del plusvalore cognitivo svela così la sua natura predatoria e parassitaria sul piano ecologico attraverso l’edificazione dei data center hyperscale, catastrofici dissipatori di risorse primarie che consumano i territori reali per alimentare la fabbrica del codice:

  • il metabolismo energetico e la minaccia carbonica: i complessi di calcolo hyperscale assorbono circa il 5% dell’intera domanda elettrica degli Stati Uniti, proiettando una traiettoria di raddoppio al 10% entro il 2030 (Hart-Landsberg, 2026). Questo parossismo cinetico costringe a riattivare centrali a carbone obsolete, sabotando i target globali di contenimento climatico entro gli 1,5 gradi Celsius;
  • l’impronta idrica e l’idrovora algoritmica: il raffreddamento termico dei supercomputer impone un consumo d’acqua senza precedenti industriali. Il metabolismo di un singolo impianto consuma ed evapora fino a 5 milioni di galloni (circa 19 milioni di litri) di acqua potabile al giorno, drenando le riserve idriche con un impatto ecologico pari al fabbisogno quotidiano di una città di 50.000 abitanti (Yañez-Barnuevo, 2025). L’inferenza computazionale estrae letteralmente l’acqua dai territori per raffreddare i server che tracciano il comportamento umano.

Questa bulimia infrastrutturale viene ideologicamente normalizzata dalla propaganda del Wall Street Journal (2026), che derubrica la legittima resistenza biofisica dei territori a mero “panico da declino” o espediente elettorale. Tale narrazione occulta la violenta degradazione termodinamica dei complessi hyperscale, nel disperato tentativo di immunizzare la rendita del silicio dal rifiuto somatico delle comunità.

 

8.4 La risocializzazione dell’hardware e il contro-movimento NINA

Proprio l’esplosione di questa bolla termodinamica svela l’inganno insito nelle recenti proposte riformiste di uso pubblico o statale dei modelli generativi. Come evidenziato dall’analisi marxista di Luca Gori (2026), l’invocazione della pura “nazionalizzazione dell’IA” rischia di tradursi in una monumentale operazione conservatrice, volta unicamente a socializzare gli oltre 500 miliardi di dollari di debiti accumulati dal capitale di ventura, salvando i monopolisti del silicio dal crollo finanziario.

L’intelligenza artificiale, lungi dall’essere uno strumento neutrale, si configura come un’infrastruttura ingegneristica di disciplinamento progettata per operare il passaggio radicale dalla vecchia “fabbrica sociale” operaista degli anni Sessanta alla “fabbrica del sociale” computazionale: un circuito chiuso che codifica le relazioni linguistiche e rimpiazza il giudizio umano con metriche algoritmiche di conformità.

Nel momento stesso in cui fallisce nel replicare la mente individuale sotto forma di «individuo sintetico», l’IA dimostra esattamente ciò che la razionalità tecnologica vorrebbe celare: che l’intelligenza e il linguaggio non sono mai stati un feudo privato o una riserva d’estrazione di pochi tecnocrati, bensì un prodotto irriducibilmente collettivo, sociale e relazionale della specie umana, di cui la macchina si limita a ricombinare statisticamente i fili.

La transizione ecosocialista non deve dunque negoziare la gestione statale di questa prigione digitale, né accorrere al salvataggio dei debiti dei signori del silicio. L’atto dello strappo giuridico deve mirare alla risocializzazione immediata della ricchezza accumulata dal feudalesimo digitale, confiscando e convertendo la potenza di calcolo residua dei server per sottrarla alla rendita tecnologica e metterla al servizio dei bisogni reali del territorio.

Per arginare la bulimia termodinamica dei complessi di calcolo hyperscale, la pianificazione decentralizzata deve sostituire la logica del profitto con una governance della computazione rigorosamente vincolata a tre dispositivi tecnici di rottura:

  • la sottomissione dei server ai bilanci di transizione energetica regionali: nessuna infrastruttura di calcolo può essere attivata se il suo consumo supera la quota di energia rinnovabile locale effettivamente eccedente i bisogni primari della popolazione;
  • la contabilità termica espressa in Joule (termodinamica) e litri (idrica) anziché in valuta fiat (dollari, euro): i supercomputer vengono razionati e analizzati non in base alla profittabilità finanziaria, ma secondo il coefficiente di entropia e degradazione ecologica generata sul territorio circostante;
  • l’ottimizzazione decentralizzata della cura: la riconversione della potenza computazionale da fabbrica del consumo predittivo a infrastruttura pubblica per la redistribuzione ecologica delle risorse della comunità.

L’ancoraggio della produzione ai dati fisici della biosfera esige l’attivazione di una rigorosa cornice di giustizia transizionale: privando le élite delle Big Tech della loro infrastruttura di dominio attraverso lo smantellamento della proprietà privata dei server, il “picchetto del silenzio” e lo sciopero dell’immagine si saldano materialmente con i movimenti di resistenza territoriale anti-data center (No Kings, People over Billionaires e il fronte professionale di Irreplaceable).

Questa mobilitazione territoriale, che vede ormai il 75% dei cittadini statunitensi opporsi alle infrastrutture delle Big Tech, realizza ciò che i politologi Jennifer McCoy e Murat Somer (in Regunberg, 2026) decodificano nei termini di una “ripolarizzazione trasformativa” (transformative repolarization). La lotta biofisica contro i data center scavalca la polarizzazione tossica delle guerre culturali per ridisegnare l’asse del conflitto: la classe lavoratrice e le comunità rurali si uniscono contro l’estrattivismo degli oligarchi del silicio. Questa insubordinazione urta contro la saldatura totalitaria tra grandi corporation e potere statale; i piani di accelerazione infrastrutturale di Donald Trump prevedono infatti l’apertura delle terre federali e la sospensione unilaterale dei vincoli del Clean Air Act e del Clean Water Act sotto il pretesto della sicurezza nazionale. Questo assoggettamento tecno-determinista trova la sua parodia biopolitica nell’ingiunzione di Donald Trump, che bolla come «arretrate e povere» le comunità intenzionate a respingere l’estrattivismo computazionale dei supercomputer. Tale minaccia occulta la realtà di un hardware interamente automatizzato che distrugge l’ecologia rurale senza generare alcun riscatto occupazionale ed economico, configurando l’accettazione forzata del codice come l’unico passaporto per una ricchezza fittizia e standardizzata. L’opacità burocratica degli accordi di non divulgazione imposti ai funzionari locali svela così la natura profonda dei complessi hyperscale: la manifestazione fisica e geometrica del monopolio eversivo del capitale sulla carne dei territori.

In questa saldatura, la protesta abbandona la parzialità locale del NIMBY per abbracciare l’acronimo radicale NINA (Ni ici, ni ailleurs – Né qui, né altrove): un “No all’estrattivismo” biocognitivo globale che si fa rifiuto dell’intero suo mondo e affermazione del diritto a decidere il proprio futuro al di fuori dalle metriche del profitto, trasformando il rifiuto somatico del controllo in un’unica lotta di classe ecologica e sinaptica.

Lungi dal risolversi in un’utopia rurale o in una fuga anacronistica, questa secessione territoriale trova la sua concreta realizzabilità proprio nella riconversione dei piccoli centri in “monasteri laici” e nella riduzione drastica dell’orario a 30 ore settimanali a parità di salario. Questa non è una concessione riformista, ma l’imposizione di una nuova metrica esistenziale che si emancipa dal ricatto del plusvalore. Liberando le ore dal giogo della performance ed espropriando l’hardware dei server residui, le comunità NINA dimostrano che la transizione è un atto logistico già praticabile: si sottraggono i beni fondamentali al mercato per trasformare la stasi in oasi di rigenerazione somatica e pianificazione collettiva

Sradicando il ricatto del salario e garantendo la demercificazione integrale dei beni fondamentali — casa, sanità, trasporti e istruzione —, i corpi vengono finalmente liberati dall’ansia della privazione. Non si lavora più per l’accumulazione atomizzata, ma per l’esplicito appagamento dei bisogni della comunità, trasformando l’attività produttiva in uno strumento di fioritura umana condivisa (Kandiyali, 2026). Si restituisce infine ai corpi la serenità del tempo liberato e l’orizzonte concreto di un’umanità affrancata dal controllo algoritmico.

 

Conclusioni. L’infrastruttura della distrazione e la secessione del tempo vivo

«Ma come è calda la mia stanza / mentre fuori il mondo ferve, / quanti sforzi per un niente, / a che cosa mai serve? / Noia, noia, dolce noia…» — Giorgio Gaber, La noia, in I borghesi (1971).

La faglia biologica e le contraddizioni strutturali dell’estrattivismo

La decostruzione della noia operata in questo saggio sottrae il malessere contemporaneo alla sua medicalizzazione individualista. Integrando la critica dell’economia politica con i contributi della teoria critica e della sociologia della temporalità, l’indagine ha dimostrato come la razionalità neoliberista recinti metodicamente i “tempi morti” della quotidianità. Lo scroll infinito non è un mero intrattenimento, ma il dispositivo di un’accumulazione primitiva biocognitiva che riduce il tempo libero a prolungamento della forma-merce. Questo furto sistemico si estende capillarmente fino a colonizzare i nodi biologici della cura, provocando una drammatica scissione tra l’atto clinico e l’umanità del prendersi cura, come denunciato dal dibattito bioetico attorno agli algoritmi predittivi ospedalieri e all’enciclica Magnifica Humanitas.

La pretesa algoritmica di pre-calcolare l’esistenza attraverso i simulacri si scontra con i limiti bioenergetici della carne e i vincoli fisici della biosfera. L’induzione tecnologica di un’ansia generazionale — l’ADHD generalizzato — non sancisce il trionfo del controllo predittivo, ma il manifestarsi della sua contraddizione strutturale. Il cervello umano rimane una «macchina lenta» (Maffei, 2014) strutturalmente incompatibile con i nanosecondi dei data center. Il crollo psicofisico nel burnout emerge allora come l’estrema linea di difesa somatica del vivente: il corpo che si interrompe per sabotare la connessione perpetua.

 

L’automazione del divertissement e la slot machine sinaptica

Su questo crinale si consuma il definitivo colpo di scena teorico: l’infrastruttura algoritmica realizza una parodia cibernetica dell’Eterno Ritorno dell’Uguale nietzschiano. Lo scroll infinito e la notifica push non sono vettori di un tempo lineare che progredisce, ma i dispositivi di un loop claustrofobico in cui l’utente è condannato a rivivere il medesimo istante di bramosia e insoddisfazione (taṇhā/dukkha), neutralizzando la noia profonda di Heidegger (1929) e l’oscillazione del pendolo di Schopenhauer (1819).

L’interfaccia si offre come l’automazione industriale del divertissement di Pascal (1670) per un consumatore ridotto a esteta kierkegaardiano massificato (1843). La Silicon Valley sequestra la circolarità del tempo per trasformarla in una slot machine sinaptica, monetizzando il vuoto esistenziale. Che questo loop sia giunto al punto di rottura strutturale lo dimostra la cronaca giudiziaria del 26 agosto 2026: l’imposizione legale a Meta di bloccare le notifiche notturne e interrompere lo scroll perenne sancisce l’invalicabilità dei ritmi circadiani di fronte all’ingordigia dei server. Tuttavia, proprio come nell’allegoria tolkieniana del Palantír, il dispositivo tascabile adula il soggetto con una promessa di onniscienza per catturarne la griglia cognitiva ed esporlo, lungo i confini asimmetrici della rendita, a un estrattivismo sanguinario che preda i territori subalterni privi di difese legali.

Come evidenziato dalle più lucide analisi della cronaca economica recente, la sanzione clinico-giuridica si scontra con la scala ipertrofica del capitale e con un’inedita asimmetria di potere (Wallace-Wells, 2026). La penetrazione dell’architettura digitale entro le faglie affettive della carne ha ormai trasformato la stessa solitudine esistenziale in un mercato della reificazione affettiva (Fubini, 2026), in cui l’esternalizzazione del pensiero e delle relazioni a protesi computazionali genera una progressiva atrofizzazione del giudizio critico. Il codice cessa di essere un mero esecutore matematico per farsi dispositivo manipolativo, governato da algoritmi proprietari che prescindono ormai da qualsiasi reale controllo democratico (Cristianini, 2026).

 

Lo sciopero dell’immagine e l’orizzonte costituente della social catena

La risposta a questo estrattivismo non risiede nei palliativi liberali del digital detox privato, che riducono la resistenza a mera scelta di consumo commerciale. La vera rottura esige che il corpo collettivo si riappropri dello sforzo produttivo attraverso l’organizzazione sindacale del «picchetto del silenzio». Se lo spettacolo integrato satura l’ambiente visivo, l’esercizio del «Diritto al Silenzio Dispositivo» e lo sciopero dell’immagine diventano l’unico terreno di sottrazione materiale dei dati comportamentali.

Questo passaggio dall’anestesia emotiva all’azione conflittuale si rende storicamente necessario di fronte all’emergere di un risentimento politico generalizzato contro il furto sistemico della nostra autonomia decisionale (Foroohar, 2026). Negli Stati Uniti, le crescenti ondate di procedimenti legali e regolamentari contro i monopoli del silicio testimoniano come l’esplosione del malessere contemporaneo non risponda a una tara biochimica isolata, bensì alla lucida e diffusa percezione di aver smarrito la propria capacità di agire (agency) di fronte alla pervasività delle corporation. La politicizzazione del sintomo incrina dall’interno la rassegnazione algoritmica: il rifiuto della reificazione trasforma l’ansia privata nell’anteprima di un conflitto collettivo volto a rivendicare la sovranità biologica sulla durata della propria esistenza.

Le barricate estetiche erette dalle avanguardie del Novecento — dal silenzio radicale di John Cage (1952) alla purezza temporale dei piani sequenza di Tarkovskij (1979), fino all’attrito della strada nel cinema di Wenders (1976) e alla stasi claustrofobica dei corpi di Beckett (1952), fino alla dialettica di Conte (2008) tra la griglia geometrica del “quadrato” e la carne del “cerchio” — cessano di essere feticci culturali. Esse si configurano come gli strumenti di un sabotaggio tattico del ritmo industriale, tesi a ri-umanizzare il ritmo dell’esistenza umana e restituire al corpo sociale lo spazio-tempo della metacomunicazione orizzontale.

Le figure fenomenologiche del tempo biografico — incluse le nuove recinzioni digitali che mercificano persino lo spazio dello svago e della stasi urbana (Perrigueur, 2026) — devono essere ricondotte nell’alveo dei diritti inalienabili. Contro l’addestramento all’obbedienza passiva che si consuma capillarmente fin dentro le aule universitarie (Rollert, 2026), il “picchetto del silenzio” si costituisce come scudo collettivo. Questa demercificazione sinaptica deve svelare la fragilità delle risposte parziali o dei compromessi delle piccole imprese (Marks, 2026), così come l’insufficienza di una via burocratica statale che abdica alla propria sovranità biopolitica siglando patti asimmetrici con i signori del silicio in cambio di meri servizi commerciali (Fubini, 2026), mentre a livello ministeriale i ranghi civili vengono militarizzati per PsyOps domestiche di presidio attenzionale.

Di fronte a una vera e propria ri-feudalizzazione tecnologica, in cui i giganti dell’IA governano le proprie strutture come sovrani assoluti premoderni che rispondono solo a se stessi (Fubini, 2026), l’azione ecosocialista esige lo strappo politico. Non si negozia con l’opacità dei complessi computazionali: si espropria l’hardware. La transizione tecnica risolve la hybris della Silicon Valley ancorando lo sviluppo ai dati fisici della biosfera, demolendo l’euforia finanziaria di un mercato dei microchip strutturalmente insostenibile e minato da dinamiche speculative (French, 2026).

Questa sottomissione della razionalità strumentale si scontra oggi con i piani di accelerazione infrastrutturale e le deregolamentazioni ambientali di Donald Trump, volti a blindare la devastante bulimia idrica ed energetica dei data center sotto lo scudo della sicurezza nazionale. Davanti al tribunale invisibile delle Big Tech, la social catena evocata da Leopardi impone la ricostruzione di una confederazione dei corpi fondata sulla solidarietà della comune vulnerabilità somatica. Questa prassi comunitaria compie il passaggio decisivo verso il contro-movimento polanyiano di demercificazione dell’attenzione come merce fittizia, saldando la lotta sinaptica alla resistenza ecologica dei territori nel nome del rifiuto globale espresso dal principio NINA.

La transizione ecosocialista risolve infine la hybris delle oligarchie del silicio attraverso l’adozione di bilanci biofisici vincolati ai limiti fisici del pianeta. La proposta politica non si limita a negoziare la gestione pubblica della prigione digitale, ma esige l’espropriazione democratica delle fortezze computazionali e lo smantellamento della proprietà privata dei server. Sradicando il ricatto del salario tramite la demercificazione integrale dei beni fondamentali, la comunità si sottrae al tapis roulant dell’accelerazione neoliberista. L’ozio si fa cura reciproca, e la noia, finalmente liberata dal feticismo della connessione perenne, ritrova la sua natura originaria di spazio fecondo e creativo, preludio di un’umanità pienamente padrona del proprio presente.

 

Bibliografia

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