articoli

Per un programma politico per l’alternativa

di Riccardo
Rifici

Gli ultimi disastri ambientali hanno reso evidente, una volta di più, la gravità della situazione.

Questa situazione è resa ancor più grava dall’immobilismo della politica, sia a livello dei grandi paesi e delle istituzioni internazionali, sia a livello delle forze politiche nazionali.

Volendo soffermarsi sulla situazione nazionale, tralasciando le considerazioni sulle forze politiche della destra, appare preoccupante l’assenza di progettualità di medio/lungo periodo delle forze che vengono considerate di sinistra.

Tale assenza riguarda non solo la questione ambientale, ma anche tutte gli altri importanti problemi che caratterizzano la situazione italiana. La questione sociale (l’aumento delle povertà, delle diseguaglianze, i problemi demografici, l’emigrazione (in entrata e in uscita), il tema del lavoro); la questione economiche (il debito pubblico, la deindustrializzazione e i problemi di tutte attività produttive); l’attacco alla sanità e all’istruzione pubbliche.

Non si vuole dire, con questo, che tali questioni non siano accennate nei discorsi e nelle dichiarazioni pubbliche dei vari esponenti delle organizzazioni della cosiddetta sinistra, ma che le varie dichiarazioni e parole d’ordine non sono parte di un programma politico (di cui ancora non si vede la nascita), di un progetto di medio/lungo termine che vede queste tematiche connesse tra loro e affrontate insieme in modo coordinato.

Peraltro per molte di queste problematiche manca una analisi sulla attuale situazione e sulle cause che l’hanno determinata.

Ad esempio, dovremmo riflettere sul fatto che, mentre sino a qualche decennio fa, l’Italia era la seconda potenza industriale d’Europa, oggi siamo in una situazione di pesante crisi produttiva. Non soltanto per la grande industria ma anche per quelle medio piccole che caratterizzavano il settore industriale nazionale.

Quali sono le cause che hanno portato all’attuale realtà?  Perché sono stati distrutte o svendute molte attività importanti? Vi sono solo cause dovute a motivi strutturali generali, a scelte private, alla delocalizzazione, a processi speculativi, alla finanziarizzazione dell’economia? Vi sono cause dovute a strategie e politiche internazionali come ad esempio alla scelta di accettare senza discutere il trattato di MAASTRICHT con tutto ciò che ne è conseguito?

Sicuramente, in tutto ciò, è stato DETERMINANTE il ruolo del Governo. Ruolo che, per almeno un trentennio, è stato carente o completamente assente, non soltanto per il mancato intervento diretto, ma soprattutto per la mancato ruolo nella progettazione, nel coordinamento e nell’indirizzo delle politiche produttive. Il mancato coordinamento ha riguardato anche lo sviluppo della ricerca, sia quella di base, sia quella mirata allo sviluppo di alcuni settori produttivi.

Questi problemi non hanno riguardato solo il settore industriale ma anche, naturalmente, il settore agricolo.

Tanto per quanto riguarda la grande industria, quanto riguarda la piccola e media industria andrebbero fatte delle riflessioni particolari sulle scelte fatte (o meglio tra le scelte non fatte) dalla classe politica che ha governato l’Italia negli ultimi decenni.

Forse, per discutere del ruolo che dovrebbe svolgere un Governo nel coordinamento ed indirizzo delle politiche produttive di un Paese sarebbe utile studiare la vicenda dell’IRI. Anzi vista la situazione attuale, un po’ come provocazione, lanciamo uno slogan: ridateci l’IRI!![1]

Naturalmente non è in questo articolo che si può fare una analisi adeguata, qui si possono fare solo alcuni accenni, alcune “provocazioni”, dare alcuni spunti per riflessioni più approfondite ed adeguate, utili a cercare di costruire un progetto, un programma di governo per l’alternativa

Forse sarebbe utile analizzare alcuni esempi. Tralasciando, il passato più lontano, caratterizzato da una politica industriale avente come centro l’automobile e la Fiat, è utile affrontare, come esempi (appena accennati) di mancato ruolo del governo, due temi di politica industriale.

Il problema dell’industria siderurgica e il tema dei “distretti industriali”.

Nel primo caso, salvo che non si voglia accettare che una attività come quella della siderurgia, sia meglio farla fare in paesi dove le regole sul lavoro, sui salari e sulle tutele ambientali, siano molto minori o inesistenti, bisogna porsi il problema di come garantire in un Paese come il nostro, come possa essere svolta tale attività garantendo le tutele de lavoratori, la tutela dell’ambiente e della salute delle popolazioni interessate. Nel caso dell’Ilva tale possibilità, se affrontata per tempo con un ruolo deciso dello STATO, poteva, molto probabilmente, essere già stata risolta. Naturalmente bisognava fare i conti con MAASTRICHT!

I distretti industriali, più della grande industria, sono stati per decenni la vera struttura produttiva dell’Italia, ciò grazie alle connessioni che avevano sui territori, e al “saper fare” dei lavoratori. Naturalmente i distretti scontavano molti problemi strutturali. La frammentazione e le dimensioni molto piccole di molte aziende, con le conseguenti difficoltà ad investire in nuove tecnologie, in ricerca, o semplicemente ad affrontare problemi organizzativi o di logistica. Questi problemi, con l’avanzare dell’innovazione tecnologica e con l’avanzare della” globalizzazione” senza regole, hanno incentivato processi di delocalizzazione e di svendita delle attività o semplicemente la loro chiusura.  Con un ruolo più deciso del governo nazionale e dei governi locali, nel dare indirizzi produttivi, nel coordinare alcune attività (logistica, infrastrutture per la gestione delle acque e dei rifiuti), supporto per le attività di ricerca, e, in alcuni casi, interventi per l’acquisizione pubblica di alcune attività, i problemi potevano essere ridotti o eliminati.

La carenza del ruolo di governo ha riguardato anche la sinistra. sia quando è stata al governo, sia quando è stata all’opposizione, forse proprio perché ha accettato MAASTRICHT, e perché (conseguentemente) non è stata più in grado di costruire un progetto economico/sociale/ambientale alternativo.

Questo progetto non può che essere un modello che integra e coordina le questioni sociali con quelle economiche e con quelle ambientali. Un esempio di ciò (molto in piccolo) potrebbe essere un tentativo fatto in passato al Ministero dell’Ambiente nel 2016. Erano i cosiddetti CAM (criteri ambientali minimi) che obbligavano le stazioni appaltanti ad inserire e tenere in considerazione, nei contratti pubblici per l’acquisto di beni e servizi, alcuni criteri ambientali e sociali fissati con decreti ministeriali.

Alla luce della realtà attuale, la costruzione di questo progetto dovrebbe diventare la prima priorità da affrontare da parte delle forze che vogliono lavorare per un’alternativa a questo modello economico e sociale.

 

Riccardo Rifici

[1] Pur con molti problemi l’IRI è stata a suo tempo una delle più grandi aziende non petrolifere al di fuori degli Stati Uniti d’America; nel 1992 chiudeva l’anno con 75912 miliardi di lire di fatturato e 5182 miliardi di perdite. Ancora nel 1993 l’IRI era il settimo conglomerato al mondo per dimensioni, con un fatturato di circa 67 miliardi di dollari.

i principali settori in cui l’IRI esercitava controlli sono stati:

Banche di interesse nazionale,  Siderurgia,   Meccanica, Cantieristica,   Costruzioni, Telecomunicazioni,  Trasporti,    Alimentare

 

 

Articolo precedente
Token economy e rivolta contro i data center
Articolo successivo
Tutto il resto è noia. Secessione del tempo vivo contro il ricatto delle Big Tech e la trappola della connessione perenne

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.