Un tempo, ci si permettano elementi di nostalgia, da noi esisteva uno spazio definito “arco costituzionale”, da cui le forze politiche con radici salde nel ventennio fascista erano escluse. Pulsioni di destra, accordicchi tattici, come quello che portarono alla breve esperienza del governo Tambroni e, molti anni dopo, all’elezione del Presidente Giovanni Leone, rappresentarono eccezioni – che peraltro ebbero sbocchi negativi – da non si ripeterono. Il cambiamento in Italia avvenne con la c.d. “svolta di Fiuggi” dell’allora Alleanza Nazionale che portò anche in varie città ad alleanze, dovute anche alla allora nuova legge elettorale, in cui entrarono forze di destra dichiarata. I circa trenta anni di storia successiva non hanno fatto altro che rafforzare una logica bipolare che ha permesso a forze di destra di divenire egemoni nel Paese. Ma questa è storia italiana, nel resto d’Europa le vicende politiche si sono evolute diversamente e il nostro “arco costituzionale” si è tradotto in un cordone sanitario dalla doppia valenza, una direttamente politica, l’altra con una profonda definizione di cultura politica. La valenza direttamente politica, si era tradotta nella definizione di spazio separato per arginare, a qualsiasi costo, tali forze anche nel dibattito pubblico, l’affermazione “Con i fascisti abbiamo smesso di parlare dal 1945” di Giancarlo Pajetta era patrimonio comune, nei fatti assunto tanto laddove le forze che si richiamavano direttamente al regime non esistevano quanto nei Paesi come Spagna, Grecia e Portogallo, in cui dittature simili si imposero o sopravvissero fino agli anni Settanta.
Se tale muro, nei decenni successivi è caduto, in maniera difforme in tutta Europa, lo si deve ad un insieme di concause. Da una parte, con tempi e modalità diverse, la spinta propulsiva delle forze progressiste che tendevano, con forme proprie, di elaborare vie riformiste che salvaguardavano mercato e diritti si è andata esaurendo imponendo la vittoria delle leggi del profitto. A seguire, sussumendo un modello di sviluppo inevitabilmente succube e subalterno all’avanzata neoliberista, andavano contratti i diritti sociali, il welfare, le forme di mediazione interne alle stesse democrazie liberali e questo lo si poteva fare non solo proponendo ricette economiche liberiste ma anche modalità di vita, improntate alla competizione, ad una gerarchica definizione dei diritti sociali, ad una soppressione di ogni forma di dissenso strutturale, vero e proprio patrimonio profondo delle destre da sempre. Quella che si è abbattuta come un maglio sul corpo sociale, soprattutto sui suoi strati più vulnerabili, anche attraverso un uso sistematico dei media, del modello “lavora, consuma, crepa”, della soluzione individualistica e mai più di classe ad una risoluzione dei problemi, ha fatto riemergere una potente componente reazionaria, presente nell’Europa continente privilegiato. Insieme ad una ridefinizione dei sistemi di produzione, a nuove e subalterne condizioni lavorative, all’istigazione ad una rassegnazione frustrante e priva di alcuna prospettiva di alternativa – quella che semplifichiamo con il termine “pensiero unico” – hanno preso piede, dapprima da noi e poi nel resto del continente, una specie antropologicamente diversa da quella che ha agito gli spazi di riforma anche radicale degli anni Settanta, uomini e donne soli, infelici della propria condizione esistenziale e privi di prospettive per il futuro se non composto da mere condizioni di sopravvivenza consumista, persino alienati da qualsiasi slancio di spinta verso forme di felicità, a cui è mancata una forma di rappresentazione collettiva aggregante. La risposta, semplice, ci auguriamo temporanea, è stata trovata nella riscoperta di forme identitarie respingenti che hanno individuato un nemico comune contro cui ricostruire una propria dimensione e un segnale di appartenenza.
Il proliferare delle destre ha, come abbiamo spesso già scritto, trovato un proprio minimo comune denominatore nell’indicare la persona povera e in particolare verso chi proviene da contesti diversi da quello europeo, come il perfetto capro espiatorio, privo di potere contrattuale, visibile per tratti somatici, colore della pelle, usanze non accettate, contro cui dare libero sfogo a tutte le fino ad allora celate istanze suprematiste e razziste. Sia ben chiaro: immigrazione “falsamente definita illegale o incontrollata”, “allarme per la sicurezza”, parole come “degrado” rivolte verso intere categorie di persone, timori per una impossibile “sostituzione etnica in atto”, con annessi piani complottistici che ricordano i Protocolli dei savi di Sion, sono unicamente uno specchietto per le allodole, la semplificazione di una risposta ideologica di massa atta ad evitare che si affrontino i problemi reali di ogni singolo Paese o territorio. Ma lo strumento, ad oggi, ha funzionato, anche grazie alle pratiche scientifiche di marginalizzazione messe in atto attraverso leggi che limitano la convivenza e alle inevitabili quando mai affrontate problematiche, insite in ogni mutazione sociale, ivi compresa la non accettazione messa in atto come strategia difensiva dalla comunità autoctona, ivi compresi anche i risultati emotivi provocati da reati predatori commessi da alcuni e divenuti narrazione dominante dagli imprenditori della paura.
Politica e cultura si intersecano in maniera biunivoca, diventano tanto produttori di norme legislative quanto di percezione collettiva della realtà, al punto che – e parliamo di un percorso che si è consolidato in decenni – dove le forze un tempo progressiste hanno inseguito, con parole d’ordine solo apparentemente e non sempre meno violente, le destre attuando unicamente politiche di ordine pubblico. E se, con saggezza, le socialdemocrazie scandinave hanno, in passato, attuato modelli che costruivano convivenza attuando ad esempio normative sistemiche per un’accoglienza, soprattutto verso chi otteneva asilo politico – corsi di lingua e di inserimento nel mondo del lavoro o della formazione a carico dello Stato, garantiti come diritto inalienabile, assistenza sanitaria, parità salariale – da noi si è preferito avvalerci di prassi legislative punitive e fondate sul mantenimento in condizioni di subalternità di chi arrivava, da una legge come la Bossi-Fini (frutto di emendamenti alla già insufficiente e scivolosa Turco-Napolitano) fino al fiorire di cd decreti o pacchetti sicurezza atti a creare e a soddisfare, con effetto placebo, gli allarmi sociali percepiti, ma fondati spesso sul nulla. Provvedimenti che venivano emanati sovente a seguito di fatti di cronaca che sollecitavano le pulsioni emotive e in qualche maniera ne confermavano l’urgenza, si pensi al dl emanato nel 2007, dopo un brutale omicidio, e che porta anche l’autorevole firma di ex ministri della sinistra. Le crisi che si sono succedute a livello internazionale, dovute a conflitti ancor oggi in atto e che hanno visto crescere – non certo in termini allarmistici – il numero dei richiedenti asilo costretti, in base alle norme italiane vigenti, a giungere in maniera “illegale”, sono state poi affrontate in maniera altrettanto miope, soprattutto in Italia, stipulando accordi e firmando intese con i governi dei Paesi di transito, atti a fermare, con ogni mezzo – respingimenti collettivi, questi si illegali o mancato soccorso in mare di chi provava e prova a violare i sacri confini – non ottenendo alcun risultato concreto fra quelli prefissati ufficialmente, ovvero fermare gli arrivi. Il risultato che si è ottenuto è invece quello di far divenire egemone l’idea che fermare/cacciare “lo straniero”, perché “gode dei nostri stessi diritti, ci ruba il lavoro, è per sua natura violento e pericoloso se non potenzialmente terrorista, impone la propria cultura, uccide la presunta nostra identità” e tante altre amene fesserie del genere, ha unicamente sdoganato i peggiori discorsi xenofobi già presenti come pensiero diffuso. Quello che un tempo era indicibile oggi è verità assoluta e trova anche ampia rappresentanza politica oltre che culturale. Chi è infatti convinto che si possa “chiudere ogni accesso marittimo, rispedire in un istante centinaia di migliaia di persone in percorsi di deportazione”, chi giustifica anche azioni violente di stampo squadristico, laddove ancora crede nel voto, si rivolge alle forze coerentemente più estremistiche, a chi originariamente e per propria costituzione, ha nel DNA, tali parole d’ordine e non ha chi, con tono falsamente progressista, ne ha imitato i comportamenti ma non offre le identiche garanzie. Meglio l’originale della fotocopia.
Intanto una sorta di furia identitaria e nazionalista sta investendo, in questi mesi, quasi tutto il continente, con flebili ma significative eccezioni, e forse è il caso di domandarsi, da cosa derivi tale omogeneità nera. In Francia, paese dal solido passato coloniale, in cui l’immigrazione ha radici antiche, se la signora Le Pen siederà presto all’Eliseo, sarà anche a causa di tale coerenza rivolta anche contro i giovani di quarta o quinta generazione con background migratorio, che vivono nelle periferie; in Germania, dove l’antidoto al razzismo sembrava fondato su basi profonde, dopo la generosa accoglienza di una classe media siriana che ha risolto, solo in parte, alcuni problemi occupazionali, si è visto crescere un partito come l’AfD, fino a pochi anni fa impensabile e che non nega le proprie nostalgie identitarie, in UK si arriva a “bloccare i porti” per impedire l’ingresso di lavoratori e lavoratrici immigrati e le forze di destra estrema crescono; questo per non parlare dell’Est Europa dove il post 1989 si è tradotto nel fatto che le condizioni di maggiore fragilità economica e sociali si sono tradotte nella ricerca del nemico interno, quindi il migrante, anche se – rispetto agli altri paesi UE – la presenza di non comunitari è numericamente bassissima e di reali problemi relativi alla tanto decantata “sicurezza” vi è poca traccia. Nei Paesi poco prima citati dell’Europa Meridionale, usciti da forme di regime autoritari poco più di cinquanta anni fa, sono in crescita movimenti simili che riscuotono non ancora di consensi tali da farli diventare forze di governo, ma che pesano sulla società e che sono attrattivi verso le fasce sociali più vulnerabili. Da cosa derivino tali omogeneità, come affrontare, o meglio, come non ripetere errori passati, deve essere punto di analisi fondante che qui può solo essere accennato.
I fattori scatenanti sono, ad avviso di chi scrive, molteplici ed hanno agito con modalità diverse nei diversi contesti nazionali. Intanto una paura profonda è generata dal crollo demografico degli autoctoni e dall’età media sempre più alta della popolazione. Altro che “inverno demografico”, i nostri sono oramai paesi popolati da persone adulte, non più in grado di svolgere ruoli importanti nella sfera produttiva, che quando va male, come in Italia, si vedono marginalizzati con trattamenti pensionistici da fame, insufficiente assistenza sanitaria, drastica diminuzione dei momenti di socialità, quando va bene, come in Germania, magari hanno anche garantite condizioni di vita relativamente decenti ma si vedono sostituiti da persone, più giovani e provenienti da altri contesti culturali. Questo ha dato spazio, altrettanto profondo ad una nostalgia identitaria che si traduce, sovente, in paura verso chi è percepito come “altro” (a volte in puro odio) producendo un pensiero collettivo in cui si prospetta un visionario ritorno ad un passato mai esistito ma in cui il vicino di casa, il collega, la persona che incontravi in bus o la classe scolastica dei tuoi figli era composta unicamente da persone accomunate dalla pelle di identico colore.
Se si aggiunge a questo la pervasiva capacità esercitata – non solo dalla destra – nella costruzione di una percezione della vita fondata sulla paura, non solo del “migrante”, ma più in generale dell’ignoto, su una rappresentazione da fiction per cui le città italiane ed europee sono diventate giungle in cui non è permesso avventurarsi e in cui delimitare comfort zone vigilate, videosorvegliate, inaccessibili, che sovente si limitano alla sfera domestica, il danno è fatto. Certo, le fasce giovanili continuano ad uscire – dopo il periodo della pandemia – ad uscire la sera e a popolare piazze e strade a condizione di consumare, ma queste stesse vengono narrate come spazi pericolosi di cui le “bande di maranza” sono soltanto la punta dell’iceberg e dove, tranne i propri amati figli, tutti sono potenzialmente predatori.
Altro elemento che ha pesato per la costruzione di un nuovo nemico da cui guardarsi blindando i confini è radicato nell’idea che chi arriva sottrae risorse, che altrimenti sarebbero state dedicate al bene collettivo degli autoctoni (balla clamorosa), occupa i posti di lavoro di bassa qualifica (agricoltura, edilizia, i compiti più faticosi nella ristorazione, il lavoro di cura), rubando il lavoro ovviamente a chi è da generazioni testimonianza di una identità nazionale consolidata. Non è vero ma la menzogna passa. Come riscuote consenso l’islamofobia, spesso accomunata al terrorismo islamista o ad un disprezzo per usi che non si conoscono e non si vogliono conoscere di identità diverse dalle proprie. Sono veicolati messaggi privi di coerenza: da una parte si esalta la figura femminile “tradizionale” della donna angelo del focolare, soggetto addetto alla cura della famiglia e destinataria di protezione maschile, garantendo fedeltà e sottomissione e, contemporaneamente, si condanna la condizione di subalternità femminile visibile, magari attraverso un velo, in altre culture. Della serie: il mio patriarcato è giusto, il tuo no.
Il campionario di esempi potrebbe non terminare mai, alla base si fonda su un concetto di superiorità razziale e razzista che riduce nei fatti la persona, soprattutto se indigente e non perfettamente assimilata ad oggetto e non a soggetto con cui relazionarsi.
Ma l’immigrazione è realmente il problema? Forse dovremmo abituarci a pensare che questa costituisce un potente ed efficace strumento di distrazione di massa e nel contempo, di impianto ideologico semplificatorio su cui convogliare energie e attraverso cui compiere un passaggio necessario nei regimi autoritari, il passaggio dall’idea di Stato a quello di Nazione e infine di Patria. I tre termini non sono sinonimi. Il meccanismo sta funzionando in molteplici chiavi. Innanzitutto, ma è scontato, porre al centro l’immigrazione permette di non affrontare, senza modificare i rapporti sociali, politici ed economici neoliberisti, le gravi difficoltà in cui versa gran parte dell’Unione. In seconda battuta permette di favorire e di incrementare i ritocchi autoritari che si stanno attuando e che delimitano sempre più e ad ogni livello, gli spazi di democrazia sostanziale tanto nei singoli Stati membri che nei rapporti fra questi, in funzione di una gestione di governo di stampo oligarchico del continente. Il nesso fra i due primi elementi è visibile nella miriade di dispositivi e di risorse messe in atto di comune accordo per rendere sempre più precaria e fragile la presenza di persone migranti e/o conflittuali come di porre fine alla visione del pianeta scaturita con la Convenzione di Ginevra e le altre forte fonti del diritto internazionale in difesa della libertà di circolazione. Nemico interno o alle porte, torsione autoritaria, sono da ultimo necessari tanto per giustificare il fatto che questo modello di sviluppo non permette il permanere dei vincoli imposti dalle democrazie liberali e, contemporaneamente, di abituarci alla guerra come condizione strutturale di esistenza. E una guerra ha bisogno per alimentarsi, oltre che di armi, di nemici reali o immaginari, di forti connotazioni nazionaliste e patriottiche, della perdita dell’idea di libertà per come si è abituati a considerarla. I nuovi valori occidentali – che in realtà si esprimevano nella stessa maniera negli scenari colonialisti o di conflitti combattuti in terre lontane – diventano, anch’essi sdoganati, i valori che si impongono anche nella nostra quotidianità.
In tal senso ci sono condizioni di fallimento sostanziale tanto nelle forze liberali quanto in quelle della sinistra moderata. Della seconda abbiamo già scritto di quanto abbia avallato, in nome del potere salvifico del mercato e dell’abbandono di qualsiasi altra ipotesi di modifica strutturale degli assetti e della distribuzione delle risorse prodotte, ma è lo stesso mondo più moderato che, per poter continuare a governare in alcuni Paesi, ha dovuto rompere il cordone sanitario antifascista di cui si scriveva all’inizio. In Germania, in Francia e probabilmente – in caso di sconfitta del PSOE in Spagna, si formeranno governi che avranno l’appoggio della destra fascistoide, per non parlare dell’Italia in cui nascono anche partiti più a destra di quello di Giorgia Meloni e che, giocando anche sulle difficoltà in politica internazionale, in caso di affermazione, saranno asse portante di una pericolosissima nuova maggioranza nera.
Da ultimo due esperienze, di cui si è molto parlato nei giorni scorsi, a volte a sproposito, che generano ulteriori preoccupazioni. In un land tedesco come la Sassonia – Anhalt, l’AfD che non fa mistero del proprio credo, ha quasi ottenuto il numero di seggi necessario per governare. Quel “quasi” sarà completato grazi ai voti della BSW, di Sahra Wagenknecht, fuoriuscita dalla Linke su posizioni di “sinistra conservatrice” che intende difendere i lavoratori tedeschi e promuovere politiche dure antimmigrazione. Il cordone sanitario in questo caso è stato frantumato da una formazione che non può non essere definita rosso-bruna e che ha scelto di tagliare i ponti, pur proclamandosi per la fine della guerra, al di fuori di ogni tradizione di sinistra internazionalista.
Altrettanto inquietante, perché ripete errori commessi in Italia più e più volte nei decenni passati. I Democratici Svedesi, forza di estrema destra che nel parlamento europeo siede nello stesso gruppo ECR di Giorgia Meloni, è uscito sconfitto dalle elezioni e persino ridimensionato rispetto a 4 anni fa dopo aver fatto da stampella al governo conservatore. Ma la sinistra moderata che, insieme ad altre forze, potrebbe tornare a governare il Paese simbolo del welfare, si è affermata sulla base di parole d’ordine nette. Ripristino di garanzie sociali, appena intaccate dal governo conservatore ma pugno di ferro verso migranti e rifugiati, seguendo le stesse politiche di un altro paese scandinavo, la Danimarca, la cui presidente del Consiglio ha – ne abbiamo scritto – firmato un testo comune sul tema con Giorgia Meloni in cui si parla di rimpatri, difesa dei confini e salvaguardia dell’identità cristiana. Colei che nel Partito Socialdemocratico potrebbe guidare il prossimo governo svedese, Magdalena Andersson, rischia di costituire il terzo tassello di una identità di sinistra moderata che coniuga più welfare per gli autoctoni con meno diritti per chi arriva da altri Paesi.
È una prospettiva miope che non sembra tener conto della crisi demografica, dei cambiamenti sociali, determinati dalle migrazioni che si sono ormai consolidati, che guarda soltanto al presente ma che finirà con il rafforzare l’idea che tanto vale scegliere forze più determinate e prive di freni inibitori, nella costruzione di identità nazionali reazionarie in Europa che si presenteranno come in grado di riportare ordine e disciplina.
L’unica prospettiva positiva che sembra giungere dalle “nazioni europee” emerge dalla contrarietà, soprattutto fra le fasce giovanili, verso una svolta bellicista e autoritaria che li vedrebbe letteralmente come vittime in prima linea. A chi a sinistra vuole segnare un reale cambio di passo e proporsi come alternativa, il campo della diserzione dalle guerre e dalle identità erette a muro resta l’unica alternativa.
Stefano Galieni








