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Il nero avanza per assenza di opposizione reale

di Stefano
Galieni

La parte della Sassonia in cui si è registrato un risultato enorme per un partito come l’AfD in odore di nostalgie neonaziste, così come i blocchi dei lavoratori a Dover e a Portsmouth organizzati da Patriot Platform, per impedire l’ingresso di richiedenti asilo immigrati, gli avvenimenti che si sono susseguiti in Irlanda, Danimarca, Svezia, a Ceuta, nei paesi dell’Est, in Grecia – la lista sarebbe infinita – stupiscono solo chi non ha voglia o strumenti per guardare in faccia ad una realtà pericolosa che attraversa da anni, non solo l’Europa. Le destre che si vanno affermando, soprattutto nel continente, hanno origini, ragion d’essere, caratteristiche fra di loro molto diverse, per collocazione geografica, per le relazioni che mantengono con l’universo MAGA o, viceversa con lo zarismo putiniano, sono in alcune casi cariche di fondamentalismo cattolico e in altre di forme di neopaganesimo, si rifanno a teorici molto diversi fra loro ma trovano un punto di caduta comune che li contraddistingue. La visione di cui sono portatrici si rifà ad un’età dell’oro – nei fatti mai realmente esistita – basata su ordine e disciplina ma, soprattutto su un suprematismo bianco e mascolino che non doveva essere messo in discussione. E l’elemento di rottura, quello che ha permesso la creazione di un omogeneo capro espiatorio è connesso alla mutazione sociale ed è connesso ai movimenti migratori verso l’occidente.
In realtà tali cambiamenti, non hanno affatto compromesso le strutture sociali originari e i rapporti di potere che ne derivavano in passato, né per il numero né per i tempi con cui si vanno realizzando. In Europa, la crescita economica derivante dalla fase di sviluppo iniziata dopo la Seconda guerra mondiale, ha portato per alcuni decenni a dover implementare in maniera velocissima la manodopera necessaria a garantire un adeguato livello produttivo. Manodopera che prima ha comportato uno spostamento dai Paesi dell’Europa meridionale verso le macroregioni che conoscevano una grande espansione e poi l’assorbimento delle persone provenienti dai Paesi che provavano ad affrancarsi, almeno sulla carta, dal dominio coloniale. I singoli Stati hanno fronteggiato tali mutamenti in maniera difforme, sia nei modi che nei tempi. Da questo punto di vista, l’Unione Europea si è dimostrata un’occasione persa per divenire realmente “casa comune” e ognuno ha fatto le scelte che sembravano, nel breve medio periodo, più opportune, anche impedendo o ostacolando forme di cooperazione fra gli Stati membri. Soluzioni generaliste come l’assimilazionismo francese (diventi formalmente ciò che ti impone la cultura ospitante anche se resti somaticamente identificato come “diverso”) o quella nei fatti differenzialista anglosassone che si illudeva di limitare, anche realizzando barriere urbanistiche (i “londonstan”) ogni forma di “contaminazione” fra persone provenienti da contesti diversi, si sono rivelate unicamente “terapie omeopatiche” quando non atte a provocare “effetto placebo”, per non riconoscere i mutamenti. Il caso italiano in tal senso ha una sua specificità perché, avendo da sempre vissuto l’immigrazione come condizione emergenziale, anche dal punto di vista legislativo, nessuno dei modelli precedenti si è mai imposto ed oggi diviene ancora più facile alle spinte suprematiste, rivendicare una inadattabilità di chi non è chiaramente – è il caso di dirlo – bianco e caucasico. Ancora più assurda, per tornare al ragionamento iniziale, la scelta tedesca in cui prima, sempre per ragioni connesse al mercato del lavoro, si sono accolte persone provenienti prevalentemente dalla Turchia e poi, dopo l’unificazione, sono stati assorbite le persone della Germania dell’Est.
Certamente gli anni in cui si è dispiegata una guerra asimmetrica col terrorismo di matrice islamista hanno amplificato la percezione della paura e del nemico interno ma, se ben ci si pensa, trascorsi già almeno dieci anni dalla stagione degli attentati, i fattori che hanno liberato forze xenofobe, soprattutto ma non solo, fra le fasce sociali più disagiate, sono riconducibili a questioni di classe. Non si tratta, come lettori superficiali di qualche citazione marxiana bollano come “esercito industriale di riserva”, quanto del fatto che, essendosi modificata e in fase di ulteriore cambiamento ogni forma di attività produttiva, una componente non indifferente del mondo del lavoro si sente oggi più impaurita e cerca soluzioni semplici quali quella di trovare un nemico da poter affrontare. Venuto in gran parte meno il tessuto della grande produzione industriale, incontrando difficoltà enormi per un futuro percepito come insicuro e negativo, l’uomo o la donna, soprattutto se in cattive condizioni economiche, provenienti da contesti diversi, facilmente identificabili per i tratti somatici o per il colore della pelle e di fatto più vulnerabili a causa delle legislazioni speciali a cui sono sottoposti, rappresentano il nemico visibile contro cui scagliare la propria rabbia e frustrazione. Quello che un tempo era il “padrone” oggi è pressoché invisibile nel mondo opaco del capitalismo finanziario, vieni licenziato con una mail o un messaggio whatsapp, hai contratti sempre meno tutelati, spesso dovresti essere difeso da sindacati che hanno rinunciato al proprio ruolo. Nella crescita preordinata dell’individualismo fondato sul fatto che la libertà piena lasciata ai mercati avrebbe redistribuito molto e aumentato le ricchezze di ognuno, ci si ritrova oggi, sovente da soli, a diffidare per primi della/lo propria/o collega di lavoro che un tempo era il più formidabile alleato. Persino le forme di conflittualità tradizionali come lo sciopero, fatte salve le dovute e lodevoli eccezioni, avanzano minimali richieste di difesa salariale, non mirano a vedersi restituiti welfare decenti, sanità pubblica efficiente, e prospettive di mobilità della scala sociale.
Ed era inevitabile, noto da decine di anni, che questo avrebbe generato infelicità, solitudine, spesso lavoro povero o sottopagato, peggioramento diffuso delle condizioni di vita, nel mentre si viene bombardati da messaggi che contemporaneamente da una parte ci fanno vivere sotto la minaccia di guerra incombente e inevitabile, dall’altra ci invitano a consumare fino all’inverosimile come se parafrasando “di domani non ci fosse certezza”. Il lavoro e le persone sono ridotti a merce intercambiabile e di fatto ogni essere che cerca di sopravvivere in occidente può divenire da un momento all’altro uno scarto di cui liberarsi.
A tale punto il risultato dell’AfD in Sassonia-Anhalt non può essere inquadrato se non come il punto – per ora più alto di una serie di esperimenti da laboratorio che definiscono pulsioni nazional identitarie riguardanti l’intero continente. È già accaduto in altri Paesi compresa l’Italia dove il partito erede della fiamma tricolore è al governo da oltre quattro anni, è accaduto in Ungheria, Polonia, Austria e non solo, rischia di accadere ben presto anche in Francia. Non sembrano esserci più “cordoni sanitari politici” che tengano per isolare queste nuove/vecchie autocrazie, non valgono più o quasi le ragioni etiche che hanno portato a ridefinire l’Europa post 1945: oggi anche le democrazie liberali e le loro costituzioni che definiscono almeno alcuni diritti esigibili, risultano incompatibili con l’ordoliberismo di guerra. E questo è potuto accadere per numerose ragioni: paesi come l’Italia e la Germania sono quelli in cui l’età media degli autoctoni è la più alta, paesi in cui ben presto anche i sistemi pensionistici sono destinati a saltare se non si ridefinisce un diverso modello di sviluppo e tale contesto demografico non può che alimentare una sorta di bisogno di protezione che si percepisce garantito soltanto attraverso il collante ideologico della retorica di una inesistente nella realtà, difesa identitaria. In Germania, ma anche nei paesi iberici usciti, più tardi dalle dittature postfasciste, questo è tema di discussione e di scontro aspro. Eppure soprattutto nella potenza tedesca, il rifiuto totale del revisionismo si va scontrando con forze politiche che rappresentano parti di popolazione le quali non riconoscono più il nazismo come “il male peggiore” – parla al massimo di eccezionalità da non reiterare, riprende parallelamente una propria corsa agli armamenti e lascia consolidarsi spinte etno – nazionaliste, che spingono per rimuovere la cultura del pentimento verso il proprio passato; ricostruiscono una appartenenza alla comunità su base etnico-culturale (razziale suona male); sostituiscono l’antisemitismo mai scomparso con l’odio verso migranti e richiedenti asilo. L’ala dominante dell’AfD sostiene il governo di Tel Aviv e Netanyahu, apprezzandone il pugno di ferro in chiave anti-islamica. È presto per dirlo ma sembra che in una parte della società tedesca il duro lavoro di analisi della coscienza nazionale, che partiva anche dalle responsabilità dei singoli nei crimini nazisti, abbia interrotto la sua spinta propulsiva. E Da noi, grazie anche al fatto che con la storia e col fascismo non si sono mai fatti i conti, si è progressivamente sdoganato e normalizzato, ormai da decenni, spesso avvalendosi di un anticomunismo che nascondeva il rifiuto di ogni riflessione sul conflitto capitale / lavoro, anche un revisionismo funzionale per far intravedere una visione fondata sul tradizionale trittico, dio, patria e famiglia, che crea mitologia d’appartenenza senza intaccare la continuità con lo sfruttamento diffuso e l’impoverimento di gran parte della popolazione.
Ed è interessante notare come in più casi a rappresentare questo nuovo ordine europeo, da Alice Weidel a Giorgia Meloni, Ursula Von der Leyen, Christine Lagarde o Kaja Kallas, siano figure femminili cooptate ai vertici di un archetipo patriarcale, non per trasformare il sistema, ma per diventarne, nella diversità, le custodi più rigide e performanti delle sue logiche. Ed è ad avviso di chi scrive, un inganno operato da queste destre, tecnocratiche e/o identitarie, mistificare sotto un’aura di femminismo conservatrice e/o reazionario, quella che è una forte determinazione individuale che, occupando ruoli di potere, compie come primo atto, nelle proprie agende politiche, tanto la cacciata / sottomissione delle persone migranti, quanto la subalternità dei diritti delle donne e di ogni minoranza. Anche in questo modo si ritorna a riaffermare il ruolo immodificabile della famiglia tradizionale che tanto riempie la mitologia dei nostri nuovi generali in pensione con aspirazioni al limite dell’eversione. La narrazione che passa è quella secondo cui si “privilegia la propria nazione”, la realtà è nel garantire benefici ad élite già privilegiate, togliendo il poco a chi già poco aveva. Hanno imparato a gestire il patriarcato meglio di molti colleghi maschi e non hanno freni inibitori nel rivendicare un proprio approccio reazionario. Fa rabbrividire che in un agosto caratterizzato da un numero atroce di femminicidi, la presidente del Consiglio abbia scelto di non pronunciarsi, quasi per seguire le indicazioni del nuovo concorrente a destra, che invita a considerare la violenza di genere e questi come crimini come “normali”, per carità da perseguire, ma di cui non vanno nemmeno nominate le radici sociali e culturali.
Tanto sulle tematiche dell’immigrazione che su quelle della violenza di genere, il consenso di cui sembrano godere le forze ormai definite afferenti ad una “internazionale nera”, viene però da molto lontano e da una responsabilità che coinvolge le diverse anime di quello che si autodefinisce sinistra. Abbiamo passato decenni in cui con le bombe si esportava la democrazia fra gli sfortunati che non ne avevano abbastanza, altrettanti a convincere della sana forza regolatrice e giusta del mercato e insieme a far sparire il ruolo dello Stato, dal suo ruolo di garante e di soggetto capace di riequilibrare le inevitabili ingiustizie, raccontate come danni collaterali. Quando poi la solitudine di chi aveva sperato di aver raggiunto una prospettiva di vita dignitoso, ignorando quanto contemporaneamente andava accadendo in ¾ del pianeta, è andata in tilt – e non è avvenuto in pochi giorni – da sinistra si sono praticate pressoché sempre le soluzioni sbagliate. Un errore commesso anche dalla destra liberale. Si sono inseguite le pulsioni xenofobe per prevenirle, con il risultato che fra fotocopia e originale, la scelta è andata verso la seconda, si è favorito e praticato tenacemente lo smantellamento dello stato sociale raccontando che la carenza di servizi derivasse dall’arrivo di persone che non si era in grado di accogliere e che costavano al sistema, si è criminalizzato e si criminalizza ogni comportamento difforme da quello dominante, dalla preghiera di altro culto, alla sbornia molesta, all’orientamento sessuale non tradizionale e nel frattempo si limitava l’edilizia popolare favorendo la speculazione edilizia, si inquinavano le città, si distruggevano i sistemi produttivi non schiavi delle grandi catene di distribuzione e non massificati, si gentrificavano le città cacciando gli abitanti in periferia, si fermavano i salari e si aumentava l’età pensionabile.
È stato facile per le destre, in assenza di proposte in cui diritti sociali e civili dovevano viaggiare sullo stesso binario e alla stessa velocità, narrare le forze progressiste come quelle che avevano abbandonato il mondo del lavoro per privilegiare contenuti attinenti a minoranze. Già in passato abbiamo scritto del rossobrunismo altrimenti definito di “sinistra conservatrice” – tornando alla Germania –  della BSW. Questo non vuole essere altro che la pistola fumante di una narrazione oggi considerata egemone “la sinistra ha smesso di difendere la classe lavoratrice, si occupa solo di diritti Lgbtqi+ e di richiedenti asilo, venite a destra dove torneremo a costruire uno spazio di difesa per i “veri”, tedeschi, francesi, italiani, spagnoli ecc..”. Le sinistre, soprattutto quelle solo nel nome “socialdemocratiche”, come quelle radicali, non sono state capaci di avanzare, in tutto il continente, uno straccio di proposta programmatica tale da provare a ridefinire l’agenda politica. Chi oramai – il caso italiano è emblematico – si è allontanato dal voto, al di là dell’astensionismo da rassegnazione, sa perfettamente di non trovare nelle urne, come nella rappresentanza politica, chi è credibilmente disponibile a marcare una discontinuità con gli errori del passato e a rimettere in campo proposte in aperto conflitto con le logiche di profitto predatorio dominante. Se da noi fa paura persino avanzare la proposta di una tassazione minima sulle grandi ricchezze o la ricostruzione di una progressività fiscale, se in nome del pareggio di bilancio imposto da Bruxelles e dagli ambiti finanziari internazionali, si considera impossibile operare investimenti concreti per migliorare la vita di chi oggi è in povertà, diviene inevitabile essere percepiti come quelli che si possono permettere il lusso di pensare “agli altri poveri e non ai nostri” o che incentrano la propria ragion d’essere sulla difesa di minoranze. Se si legge razionalmente la realtà si comprende che poi, non accade neanche questo ma, complice un potere mediatico pervasivo come non mai nella storia, questo si diventa nel pensiero comune oggi dominante. E invertire la rotta, riacquistare credibilità, quando poi i contenuti che potrebbero segnare un cambiamento spariscono sommersi da decisioni del tipo “chi guiderà la sfida al governo attuale”, si rischia seriamente di perdere in partenza.
Il sistema elettorale tedesco ha garantito anche ad una sinistra radicale nei contenuti di trovare un suo ruolo, quello italiano è nemico di tale ipotesi e tende a negarlo, al massimo offre qualche rincalzo a deboli settori che si accontentano di avere una propria rappresentanza istituzionale. Eppure, proprio partendo dal tema che si è cercato di tenere come traccia dirimente, quello delle prospettive di quel 9% di persone che vivono e lavorano qui ma non hanno accesso a pari diritti, gli anticorpi per riprendere un filo comune che unisca settori di classe a prescindere oppresse, ci sono tutti. Per far diventare questa ricchezza motore attivo occorrerà – non occorrerebbe – una cultura progressista decolonizzata, in grado di ragionare non di confini da difendere o di persone da confinare per salvaguardare la pancia dell’elettorato, di sicurezza sociale e non ridotta a questione di ordine pubblico. C’è una parte di società fortemente motivata in tale direzione, soprattutto nei settori giovanili, radicale che non cerca un radicalismo estetico, concreta e consapevole, ma si preferisce ignorarla o, al massimo provare a cooptarla nei meccanismi di potere, in alcune personalità ritenute compatibili e che nulla o poco sposteranno. C’è invece la necessità di parlare di immigrazione e delle problematicità che una gestione fondata sul controllo sociale, sulla repressione, sull’esclusione genera, togliendo il terreno sotto i piedi alle risposte identitarie. Ed è inutile, giunti a questo livello dello scontro, limitarsi ad un appello razionale tentando di far comprendere come numericamente in nessun paese europeo esistano “invasione, immigrazione incontrollata, tentativo di sostituzione etnica e corbellerie di questo tipo”, non basta ricordare che oltre il 9,2% del pil è prodotto da le oltre 5 milioni di persone regolarmente residenti e che assicurano circa 4 mld di euro l’anno di saldo in attivo nella bilancia dei pagamenti nonché consumi, entrate fiscali, rimessa in moto di un economia stagnante. Risorse che aumenterebbero attraverso la regolarizzazione generalizzata e un maggior controllo sull’economia al nero oggi assente e che genera profitti non certo per chi si spacca la schiena. Non bastano i dati, servono gli investimenti per un’edilizia popolare non ghettizzante che accontenti le esigenze di autoctoni e non, servono spazi di incontro sociale e forme di educazione alla convivenza che peraltro in parte già esistono e che devono raggiungere anche le aree più depresse e prive di servizi del paese. Serve proporre un’alternativa ad una cultura dominante nell’immaginario, fondata sulla violenza e sulla gerarchia che stanno fascistizzando realmente questo come altri Paesi e di cui pagano le spese chi parte da condizioni svantaggiate – vissute come colpe individuali e non come responsabilità di sistema – le donne, il mondo immenso del precariato non più solo giovanile, chi ha anche il vulnus del background migratorio e chi resta confinato in condizioni di subalternità economica, lavorativa, sociale e culturale. Occorre una sinistra che investa in questo, non in armi o nel favorire i profitti di pochi, non nel garantire chi depreda nella piena impunità. Una proposta politica e culturale di questo tipo si deve ancora mostrare e deve comunque uscire dalla palude mefitica in cui è oggi immersa accettando anche di farsi da parte, in quanto ostacolo e non soluzione dei problemi, altrimenti ci si autocondanna al fascismo eterno e primordiale. E il tempo stringe, non ci si può continuare ad appellarsi a obblighi di compatibilità, occorre operare un salto che rischia di essere nel vuoto e che mette a rischio le solide certezze alla Blair che si sono dimostrate semplicemente fallimentari. Il salto di qualità necessario implica una condivisione dei ruoli, chi è arrivato in Europa è soggetto e non oggetto del cambiamento e laddove tali soggettività manifestino la volontà di esprimere proprie proposte, queste vanno ascoltate, anche in nome del fatto che rappresentano interi comparti dell’economia senza i quali si bloccherebbero attività fondamentali, non solo quelle che “gli europei” non vogliono più fare, – agricoltura, edilizia, ristorazione, lavoro di cura – ma anche quelli che causa invecchiamento, non sono più in grado di fare. Una sinistra in grado di accogliere tali domande si farebbe generatrice di sano e auspicabile conflitto sociale capace di coinvolgere anche le tante e i tanti con background migratorio che da anni maturano la propria coscienza nelle università del continente. Se fosse questo l’antidoto ai rigurgiti identitari e profondamente razzisti?

Stefano Galieni

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