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La destra autoritaria avanza in Europa

di Franco
Ferrari

Le recenti elezioni nella Repubblica Ceca hanno visto il successo dell’opposizione guidata da Andrej Babis, un miliardario alla testa di un partito populista denominato “Azione dei cittadini insoddisfatti” (ANO). Il suo successo è prevalentemente attribuito all’effettivo malcontento di una parte degli elettori per la situazione economica che ha visto un regresso delle condizioni di vita per i settori popolari.

Il partito di Babis è difficilmente classificabile anche se il suo leader si è presentato alle elezioni come sostenitore di Trump. Secondo un approccio propriamente populista ha mescolato argomenti adatti a settori di elettorato ideologicamente differenziati. Per questo ha anche raccolto voti in regioni che tradizionalmente votano a sinistra come la Moravia-Slesia e Usti nad Labem.

Per governare, dato che ha ottenuto solo una maggioranza relativa, dovrà prevalentemente appoggiarsi su due formazioni politiche di estrema destra: “Libertà e Democrazia Diretta” di Tomio Okamura e i “Automobilisti per sé stessi”. Questo partito ha fatto il suo ingresso per la prima volta in Parlamento con quasi il 7% dei voti.

Il profilo di Filip Turek, leader degli Automobilisti, tracciato da Le Monde, è indicativo di alcuni dei temi che mobilitano settori crescenti di elettorato. “Abituato ad affermazioni misogene, – scrive il quotidiano francese – questo collezionista d’armi e di reliquie naziste, coltiva la sua immagine di maschio biondo dominante dalla mascella quadrata che si è fatto inizialmente conoscere come influencer nel settore delle vetture da corsa e da collezione, prima di cominciare a diffondere le sue opinioni politiche ultraconservatrici nei media alternativi”. Dopo avere sbarcato il lunario con la pubblicazione di testi di medicina alternativa parallela redatti dalla madre e la vendita di apparecchi medicali fraudolenti, Turek è entrato in politica con le elezioni europee del 2024 unendosi alla lista degli Automobilisti. Questo partito è stato fondato nel 2022 per difendere il trittico “vetture a motore termico, mascolinismo e Donald Trump”. Secondo il politologo Jiri Pehe, citato da Le Monde, questo partito è riuscito ad attirare il voto di “molti giovani uomini con basse qualifiche che si oppongono fortemente al patto verde europeo, al wokismo e al femminismo”.

Filip Turek era in trattativa con Andrej Babis per diventare il ministro degli esteri in una inedita coalizione di governo prima che la stampa pubblicasse una lunga serie di affermazioni razziste, sessiste ed omofobe diffuse sui social negli anni passati. Turek, di cui è stato notato che il profilo sul social X @dolphsegal può essere letto come una deformazione del saluto nazista “Adolf sieg heil”, non può essere considerato solo come un fenomeno folkloristico. Nel gennaio scorso è stato invitato all’investitura di Donald Trump. Nel Parlamento europeo il partito degli Automobilisti è affiliato al gruppo dei Patrioti di cui fa parte anche la Lega di Salvini.

Nello stesso gruppo si colloca anche l’ANO di Babis, mentre il principale partito del governo uscente il Civico Democratico di Petr Fiala è inserito nel gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei, di cui fa parte Fratelli d’Italia.  Il sistema politico ceco è ormai dominato da formazioni che vanno dal centro liberale all’estrema destra, mentre la sinistra comunista e socialdemocratica, che fino a non molti anni fa aveva un seguito elettorale consistente, è oggi marginalizzata. La lista comune “Stacilo!” (Basta!) che ha unito entrambe le formazioni di sinistra è rimasta al di sotto della soglia di sbarramento del 5% e per tanto non ha potuto eleggere, come già avvenuto nelle elezioni precedenti.

La vicenda ceca presenta alcuni tratti comuni a molti paesi dell’Europa centro-orientale nei quali la sinistra è esclusa dal Parlamento o ridotta ai minimi termini, mentre gran parte dello scontro politico è animato da partiti che sono divisi su alcune questioni politiche (il rapporto con la UE o la guerra in Ucraina) ma che assumono in gran parte concezioni ideologiche condivise sull’economia e sulla società.

Se cambiamo scenario e passiamo ai Paesi Bassi, chiamati al voto anticipato il prossimo 29 ottobre, il quadro è solo leggermente migliore. Si arriva al voto a seguito della decisione di Geert Wilders, leader del “Partito per la Libertà”, di ritirare il sostegno al governo di destra di cui era il maggiore componente. Il Partito aveva chiesto una serie di ulteriori misure anti-immigrazione che anche gli altri partiti hanno considerato eccessive e illegali. I sondaggi prevedono che quasi certamente la formazione di Wilders sarà confermata come primo partito olandese. Nel parlamento che, per effetto di un sistema proporzionale quasi perfetto, comprende un notevole numero di partiti, il PVV di Wilders non è l’unica formazione di estrema destra. Gruppi minori che pescano nella stessa area sono anche il Forum per la Democrazia e il Movimento dei contadini-cittadini. Complessivamente quasi un terzo dell’elettorato sottoscrive le idee della nuova estrema destra, mentre un quarto è ancora allineato con la destra tradizionale conservatrice e democristiana.

La sinistra olandese è raggruppata prevalentemente nella coalizione formata dai Laburisti e dalla Sinistra Verde che unendosi hanno cercato di strappare il primato di primo partito all’estrema destra e in questo modo di poter formare una coalizione progressista. A sinistra della sinistra moderata reggono con qualche difficoltà il Partito Socialista e il Partito Animalista. I socialisti sono stati forse la prima formazione della sinistra radicale in Europa ad impostare una strategia apertamente populista ed erano arrivati a sfidare il primato socialdemocratico come formazione principale della sinistra per poi declinare piuttosto rapidamente. A conferma che la strategia populista può fornire anche immediati successi elettorali ma che questi tendono ad essere piuttosto fragili.

La possibilità che dalle elezioni esca la possibilità di una coalizione di centro-sinistra mettendo insieme un notevole numero di partiti non è del tutto esclusa, ma i Paesi Bassi sembrano destinati a restare governati a destra.

L’estrema destra ha conquistato posizioni di governo in diversi Paesi e, ad eccezione della Germania, è stata in gran parte normalizzata. Nell’Unione Europea, la politica dei due forni attuata da Ursula von der Leyen, ha consentito di poter attivare in varie occasione una maggioranza alternativa a quella tradizionalmente europeista formata da Popolari, Socialdemocratici e Liberali. Il gruppo a cui appartiene Fratelli d’Italia è ormai quasi completamente incluso nel gioco degli equilibri politici europei come dimostrano Max Becker, Johanna Flach e Nicolai von Ondarza in una pubblicazione dell’Istituto tedesco per gli affari internazionali e della sicurezza.

L’influenza dell’estrema destra si è fatta sentire soprattutto in tema di politiche ambientali, con il progressivo smantellamento del “Green Deal”, e sull’immigrazione. Un tema quest’ultimo che dall’estrema destra si è ormai esteso ad ampi settori della destra tradizionale e della stessa socialdemocrazia.

Finora l’impatto delle politiche dell’estrema destra non si è del tutto dispiegato ma occorre tenere presente che tra il 2026 e il 2027 si andrà a votare in Paesi chiave come la Francia e la Spagna che potrebbero vedere il successo di una destra che ha una forte componente di derivazione neofascista, tra il petainismo di ritorno del Rassemblement National e il neo-franchismo di Vox. Nel 2027 si voterà anche in Italia e la conferma del governo di destra potrà avere un maggiore impatto sugli assetti democratici in un contesto globale nel quale la destra autoritaria è all’offensiva in molte parti del mondo: dal Giappone con l’elezione della nuova Prima Ministra, all’India di Modi, all’argentina di Milei (che però al momento è in difficoltà), agli Stati Uniti di Trump.

È difficile prevedere che cosa succederà nel paese che ormai si è imposto come leader dell’ondata reazionaria globale. Trump resterà fino al 2028, dopo di che nulla garantisce che i Democratici riescano a riprendersi dalla crisi profonda in cui la leadership attuale li ha cacciati.

Sulle ragioni profonde di questo consolidamento della destra autoritaria il dibattito è ancora aperto. Martin Kronauer dell’Istituto per l’Economia Politica Internazionale di Berlino ha cercato di mettere a fuoco le ragioni dello spostamento complessivo a destra delle società europee in un “working paper” pubblicato lo scorso anno e intitolato “L’eredità del neoliberismo e l’ascesa dell’estrema destra”.

Per comprendere l’ascesa della destra, spiega Kronauer, che si basa anche sulle elaborazioni di Adam Tooze e Quinn Slobodian, occorre innanzitutto evidenziare il carattere antidemocratico e socialmente distruttivo del progetto neoliberista. La natura di questo progetto è di “spoliticizzare” questioni come la distribuzione ineguale dei rischi sociali, siano essi correlati al lavoro, alla salute o all’ecologia. In sostanza esso cerca di isolare i mercati dalla democrazia e, oltre a questo, ad imporre le regole del mercato ad istituzioni sociali che avevano sempre seguito, e per buone ragioni, altre logiche.

Lo Stato, nel progetto neoliberista, deve essere debole e forte nello stesso momento. Debole nel rappresentare gli interessi delle popolazioni nel e contro i mercati, forte nella capacità di proteggere coloro che raccolgono profitti contro gli interessi popolari. I diritti sociali, sottolinea Kronauer, sono assieme a quelli personali e politici, il terzo pilastro della cittadinanza e ne sono la “precondizione”.

Rispetto a chi sostiene che la “società di classe” caratterizzate da comunità aggregate attorno alla dimensione classista e alle loro specifiche rappresentazioni politiche e culturali è scomparsa. Kronauer rileva che questo argomento può essere vero per quanto riguarda la classe lavoratrice, “anche perché i partiti socialdemocratici hanno abbandonato ogni riferimento al lavoro salariato, corteggiando invece un fittizio ‘centro’ della società. Ma non penso che questo argomento sia vero per le ristrette e chiuse comunità delle classi superiori e delle loro rappresentanze politiche e culturali”.

Il progetto politico neoliberista, riassume Kronauer depoliticizza la questione della diseguaglianza per proteggere il capitale dalle richieste popolari, mina i diritti sociali e per ciò la stessa base della coesione delle società democratiche. In altre parole il neoliberismo produce disintegrazione, creando un vuoto politico che l’estrema destra cerca di riempire con la propria politica, basata sul nazionalismo e la purezza etnica. “L’estrema destra nel suo modo, antidemocratico, cerca di ristabilire il dominio della politica, una politica in questo caso interpretata con Carl Schmitt come il potere dello stato di definire e perseguire i propri nemici”.

Rispetto agli anni venti e trenta la destra non punterebbe alla mobilitazione politica per una imminente guerra civile contro una forte sinistra operaia, ma piuttosto a depoliticizzare la gente. E qui però si può segnalare una contraddizione su quanto detto sopra sulla politica come definizione del nemico. La strategia della contrapposizione in una sorta di “guerra civile permanente” più o meno simulata, si ripropone anche se il nemico non è più lo stesso degli anni ’30.  Kronauer segnala anche che l’obbiettivo dell’estrema destra oggi si presenta come adattamento al declino, piuttosto che volontà di invertire la tendenza.

L’estrema destra riesce ad acquisire consenso sfruttando le paure sociali, compreso il timore di perdere status. Pretende di fornire alla gente una comunità alla quale possano affidarsi e con la quale identificarsi e che la protegge dalle minacce esterne: la fittizia comunità della nazione etnicamente pura. E cerca di elevare l’autostima dei membri di questa comunità fittizia degradando gli altri: i non membri.

Che ruolo svolge in questo il grande capitale? Secondo Kronauer esso è fondamentalmente opportunistico e se l’estrema destra conquista posizioni di potere, il capitale non resisterà alla tentazione di usare la propria influenza per trarne il meglio per sé.

La conclusione politica delle riflessioni dell’autore lo porta a sostenere che “occorre riportare la diseguaglianza al centro dell’agenda politica per mantenere viva la prospettiva di società europee più ugualitarie, la prospettiva di società basate su una responsabilità condivisa, capaci di estendere la loro responsabilità alle questioni globali del cambiamento climatiche e delle migrazioni”.

Sono elementi di un dibattito che è tutt’altro che risolto. Resta il fatto che di fronte ad una fase che non sarà breve di ascesa della destra autoritaria che cerca di consolidare il proprio blocco sociale, la sinistra, nelle sue varie anime, è ancora lontana dall’aver definito anche solo i contorni di una controffensiva.

Franco Ferrari

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