articoli

La destra italiana e il KO del referendum

di Franco
Ferrari

La coalizione di destra che governa l’Italia sotto la guida di Giorgia Meloni ha subito una pesante sconfitta al referendum sulla riforma della Costituzione. Di per sé una sconfitta elettorale non sarebbe stata tanto significativa se non fosse stata contrassegnata da un’elevata partecipazione al voto.
Nelle elezioni politiche del 2022, i quattro partiti che sostengono il governo raccolsero (senza considerare il voto dall’estero) 12.305.014 suffragi. Sulla carta, considerato anche il sostegno alla modifica costituzionale da parte di Azione di Calenda, la posizione tendenzialmente favorevole di Italia Viva e +Europa, nonché la cosiddetta “sinistra del Sì”, di provenienza PD, largamente mediatizzata per quanto socialmente inconsistente, la vittoria dello schieramento favorevole avrebbe dovuto essere nettissima.
Al di là degli elettori che hanno disertato il proprio campo in buona parte annullandosi, due sono stati gli elementi decisivi nell’esito referendario: la sottomobilitazione dell’elettorato di destra soprattutto al sud e la sovramobilitazione di quello di opposizione, in particolare nelle fasce generazionali più giovani.
Nel mancato voto meridionale per il Sì pesa certamente l’assenza di quella componente di “voto di scambio” che, pur essendosi ridotti i margini di spesa pubblica utili a mantenere un tessuto clientelare, continua a muovere, sulla base di reti di interesse, una parte dell’elettorato.
Più complicata la situazione della destra per quanto riguarda il voto giovanile perché questo ha evidentemente bocciato tutto l’arsenale ideologico della destra, dall’impronta fortemente reazionaria. Riportare indietro l’orologio a prima del ’68 mettendo in campo un paternalismo autoritario, la repressione di ogni forma di dissenso e la criminalizzazione dei comportamenti giovanili, l’ostilità sul tema dei diritti e dei riconoscimenti delle identità plurale che è largamente acquisita dalle nuove generazioni: tutto questo ha suscitato una salutare reazione che è andata molto al di là del merito tecnico delle modifiche costituzionali proposte. Senza contare che a fronte di questo progetto regressivo sul piano socio-culturale non corrisponde nessuna misura concreta per migliorare le condizioni materiali e le prospettive di vita dei giovani.
Di fronte alla sconfitta, tanto più pesante perché inaspettata in queste dimensioni, la destra fatica a reagire. Per chi agita la retorica della Nazione, di cui si erge a rappresentante e individuando sempre nell’avversario politico il “nemico interno” da combattere, scoprirsi tanto palesemente minoritari indebolisce un’intera costruzione ideologica. Un certo trionfalismo con il quale sono stati attraversati i tre anni di governo ha occultato il fatto che la maggioranza da cui è nata l’attuale coalizione e il suo largo predominio parlamentare, erano frutto soprattutto della politica perseguita dall’allora leader del PD, Enrico Letta, che con la sua fallimentare e impopolare “Agenda Draghi”, aveva offerto a Giorgia Meloni, il potere su un piatto d’argento.
Sul piano tattico, Meloni e i suoi avevano a disposizione tre strade: tentare lo scioglimento della Camere (per il quale serve però il beneplacito di Mattarella), dare uno scossone alla maggioranza con un radicale rimpasto di Governo oppure continuare con l’attuale politica accontentandosi di qualche aggiustamento marginale.
Al momento sembra che questa sia la strada scelta dalla Presidente del Consiglio. I sondaggi effettuati dopo l’esito del referendum, che non registrano scossoni significativi, sembrano incoraggiare questa decisione. Si punta a gestire il consenso attuale, che le indagini demoscopiche collocano attorno al 45%, provando ad allargarlo ai margini. A destra occorre ridimensionare il più possibile il voto per il nuovo partito di Vannacci, eventualmente con modifiche alla legge elettorale che ne rendano più complicato l’accesso al Parlamento e consentano a Lega e FdI di recuperare voti in quella direzione.
L’altra operazione guarda invece al centro e ha aperto la crisi di Forza Italia. L’intervento di Marina Berlusconi, stando a chi si presenta come interprete più o meno ufficioso della Sacra Famiglia, ovvero il direttore del Foglio, servirebbe a rilanciare il partito fondato dal padre per renderlo più attrattivo vero il mondo centrista, liberista, europeista e filo-USA ma non troppo schiacciato su Trump. Lo stesso giornale si fa portavoce delle critiche che vengono al governo dal padronato, non tanto per l’impostazione di fondo del Governo che è ideologicamente schierato per le imprese, quanto dalla gestione confusa e contraddittoria delle varie misure che alle imprese interessano.
Luciano Capone, sul Foglio, sintetizza così il giudizio che viene dalle parti di Confindustria: “da quasi quattro anni, nel rapporto con il mondo produttivo, la linea del governo è disfare ciò che ha fatto, introdurre riforme reversibili, rinviare misure pericolose, revocare provvedimenti dannosi”. Una delle principali misure promesse dalla destra in campagna elettorale, la cosiddetta “flat tax incrementale”, l’aliquota agevolata al 15% sull’aumento di reddito degli autonomi, è durata un solo anno. Presentata con grandi squilli di tromba è stata soppressa facendo finta di nulla.
Se Forza Italia cerca di rilanciarsi con liberismo europeista abbastanza datato, Salvini prova a rilanciare la Lega avanzando richieste “ultimative” all’UE come la cancellazione del Green Deal, già largamente smantellata dalla Von der Leyen, e la soppressione, seppur temporanea, dei vincoli del Patto di Stabilità. Se sul primo punto la nuova maggioranza di centro-destra di fatto che si è insediata al Parlamento europeo può trovare orecchie attente, sul ritorno all’austerità per ora la chiusura è totale. Per il resto Salvini punta tutto sull’esaltazione delle “grandi opere”, di cui beneficiano molto i grandi costruttori, molto meno i cittadini, e soprattutto rappresentano un modello di crescita economica molto datato e fortemente problematico sul piano ambientale.
Di fronte a spinte interne in parte contrapposte e un contesto complessivo che presenta crescenti rischi di recessione economica, gli equilibrismi di Giorgia Meloni potrebbero non essere più sufficienti. Si presenterà al Parlamento nei prossimi giorni e si vedrà se potrà accontentarsi del solito copione (rivendicazione di successi in buona parte immaginari e polemiche verso l’opposizione in stile vecchio comizio missino ma senza l’abilità oratoria di Almirante) oppure se saprà proporre qualche idea per rilanciare l’azione del governo e arrivare con un bilancio un po’ più consistente da presentare al proprio elettorato nel 2027.
Se si leggono gli scadenti giornali della destra (Il Giornale, Libero, la Verità e Il Tempo), nuovamente ossessionati da Ilaria Salis a cui dedicano intere paginate, incapaci di andare oltre l’agitazione delle solite paure degli immigrati soprattutto islamici e simile spazzatura, non sembra che da quelle parti circolino grandi analisi e proposte. È comprensibile che tutti insieme non superino le 70-80.000 copie giornaliere.
Quello di questi anni è stato il governo della normalizzazione della stagnazione, della regressione socio-culturale e della cattiveria organizzata verso tutti i settori sociali considerati fastidiosi o pericolosi. Attorno a questa miscela si è andato riorganizzando un consenso solido ma non maggioritario, come hanno attestato le elezioni politiche del 2022 e ampiamente confermato il referendum del 22 e 23 marzo. La destra, per altro, se non avesse giocato la carta facile dell’astensionismo, avrebbe quasi certamente perso anche sui quesiti referendari promossi dalla CGIL, per non parlare di quello sull’autonomia differenziata.
Tutti questi elementi di difficoltà non offrono alcuna garanzia automatica sull’esito delle elezioni del 2027, al di là della legge elettorale che verrà applicata, ancora oggetto di incertezza. I sistemi elettorali maggioritari sono pensati per garantire il governo di coalizioni minoritarie. La destra non cadrà da sola se non si riuscirà a costruire una coalizione alternativa maggioritaria che preveda una diversa composizione sociale e un diverso peso delle classi sociali, rispetto alla coalizione centrista-liberista sul quale si è mosso il PD dalla sua nascita fino a non molto tempo fa.
L’esito del referendum, con la partecipazione inaspettata di settori sociali e fasce generazionali che avevano, con molte ragioni, snobbato le forze politiche di opposizione, quelle moderate ma anche quelle radicali, hanno offerto una “finestra di opportunità”. Che poi le opposizioni sappiano coglierla è il tema principale dei prossimi mesi.

Franco Ferrari

Destra
Articolo precedente
Il “modello danese”, imitato dal centrosinistra europeo, in Danimarca non funziona
Articolo successivo
Ferma il riarmo, deponi i Re

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.