Il risultato delle elezioni generali del 24 marzo è stato l’ennesima conferma che quando i socialdemocratici si spostano al centro e a destra, commettono un errore. L’avanzata dell’estrema destra sotto la guida della Frederiksen ha parzialmente rallentato, ma a quale prezzo? In un’elezione svoltasi in un clima di tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti per la questione della Groenlandia, il Partito Socialdemocratico ha evidenziato che attraversa una fase di profondo logoramento identitario ed elettorale. Ha ottenuto il maggior numero di voti, ma si è fermato a circa il 22%, per un partito che un tempo si attestava regolarmente vicino al 30%, lasciando i partiti che formano il “Blocco Rosso” con 84 seggi, ossia 6 in meno rispetto alla maggioranza nel Parlamento di 179 seggi. La Danimarca si trova ora ad affrontare settimane o mesi di negoziati per la formazione di una coalizione di governo.
- Una lezione amara per la socialdemocrazia danese ed europea
Alle elezioni generali del 24 marzo il partito della Premier uscente Mette Frederiksen, i Socialdemocratici, ha ottenuto il 21,9% dei voti (38 seggi, -12, dei 179 totali che compongono il Folketing, il Parlamento danese), il risultato più basso dal 19031. Già dalle elezioni municipali dello scorso novembre, dopo oltre 100 anni, Copenaghen, la capitale e il cuore pulsante del Paese per economia, cultura e servizi, con quasi un quarto dell’intera popolazione che vive nella sua area metropolitana (1 milione 410 mila), non ha più un sindaco socialdemocratico2.
Questi risultati fallimentari dovrebbero essere un campanello d’allarme per il Partito Socialdemocratico danese, come per i partiti di centrosinistra di tutta Europa. La rivista Politico si interroga sul “perché il centrosinistra europeo non riesce a smettere di perdere”, dato che dal Portogallo alla Danimarca, gli elettori progressisti e della classe lavoratrice stanno voltando le spalle ai partiti socialdemocratici che non riescono ad affrontare la crisi del costo della vita e perseguono politiche centriste. Dopo oltre un decennio in cui si sono prese lezioni sbagliate dalla Danimarca, è finalmente giunto il momento di imparare la lezione giusta: copiare il centrodestra e l’estrema destra non solo non riesce a coinvolgere gli elettori di estrema destra, ma allontana anche gli elettori progressisti, soprattutto i più giovani, che desiderano un partito che sia di sinistra dal punto di vista socioeconomico e socioculturale. In Danimarca, come altrove in Europa, questo tipo di politiche da parte dei Socialdemocratici ha portato alla crescita di partiti progressisti concorrenti che non solo hanno un’agenda di sinistra più esplicita (con una maggiore attenzione verso l’ambiente e i diritti sociali e civili), ma anche un elettorato più giovane. Mentre il Partito Socialdemocratico danese, come altri partiti socialdemocratici europei, ha alcuni degli elettori più anziani e iscritti che sono in costante diminuzione, i loro concorrenti di sinistra sono particolarmente popolari tra i giovani elettori, molti dei quali appartenenti a minoranze.
Il XXI secolo ha visto finora due sviluppi elettorali simultanei nell’Europa occidentale: il declino dei partiti socialdemocratici e l’ascesa dei partiti di estrema destra. Ciò ha creato la potente narrazione secondo cui i socialdemocratici starebbero perdendo voti a favore dell’estrema destra, in particolare a causa delle loro (presunte) posizioni “pro-immigrazione”. E sebbene le ricerche dimostrino che i loro elettori si siano spostati principalmente verso i partiti di centro-destra e verdi, i partiti socialdemocratici hanno continuato a inseguire questo mitico elettore “dimenticato” da allora. Dal 2019 il Partito Socialdemocratico danese ha sposato la “linea dura” sull’immigrazione. Sotto la guida di Frederiksen, il partito ha adottato una politica migratoria tra le più restrittive d’Europa (“Zero richiedenti asilo“), normalizzando le posizioni dell’estrema destra.
Dopo le elezioni generali del novembre 2022, pur avendo il “Blocco Rosso” dei partiti di sinistra ottenuto una seppur risicatissima maggioranza in Parlamento (90 seggi su 179), Mette Frederiksen ha invitato due partiti di centro-destra (Venstre e Moderati) a unirsi in un governo di coalizione che superasse la divisione tra destra e sinistra. Già diversi mesi prima delle elezioni aveva auspicato questa soluzione. “È possibile guidare un Paese solo se si riesce a unificarlo”, aveva dichiarato Frederiksen, esortando tutti i partiti a mettere da parte i propri programmi per il “bene del Paese“. Questa mossa mirava a isolare e indebolire l’Alleanza Rosso-Verde e il partito Verde Sinistra di sinistra, sul cui sostegno parlamentare avevano fino ad allora contato i Socialdemocratici di Frederiksen.
Sotto la coalizione centrista di Frederiksen, la retorica anti-immigrazione e anti-asilo, la xenofobia e l’islamofobia sono diventate sempre più comuni nella politica danese. Sono state implementate le cosiddette “leggi sui ghetti” criticate dalle Nazioni Unite3. Sulle ali della guerra in Ucraina sono aumentate anche le spese militari a scapito di quelle per il welfare4. L’effetto complessivo ha spinto a destra l’intero spettro politico sulla questione dell’immigrazione e su quella della spesa militare. Quelle che un tempo erano idee estreme, non prese sul serio dai principali partiti, ora sono idee di uso comune in Danimarca. E le politiche danesi hanno attirato l’attenzione globale e ispirato approcci simili da parte delle forze politiche socialdemocratiche in tutta Europa, tra cui in Svezia e, più recentemente, nel Regno Unito.
Le ricerche degli scienziati sociali dimostrano in modo schiacciante che l’adozione di posizioni di estrema destra non porta né al successo elettorale per i partiti di centro né alla sconfitta elettorale per i partiti di estrema destra. Ma questo non ha fermato i consiglieri, i politici e gli strateghi di centrosinistra. Per anni hanno indicato il presunto successo del “modello danese“. Il richiamo è così forte che, persino mentre i sondaggi prevedevano la sconfitta prima a Copenaghen e poi nelle elezioni nazionali, i socialdemocratici europei hanno contribuito a far passare nel Parlamento europeo una serie di politiche draconiane volte e emulare le rigidissime norme danesi in materia di asilo.
Per essere chiari, il “modello danese” non ha mai funzionato. Sebbene la svolta nazionalista sia precedente all’attuale leader del Partito Socialdemocratico, Mette Frederiksen ne ha fatto il suo programma politico distintivo, non solo come primo ministro della Danimarca, ma anche durante la presidenza danese dell’UE. La sua vittoria alle elezioni generali del 2019 non aveva rappresentato una grande impennata elettorale: il partito aveva perso lo 0,4% dei voti, ma, grazie a specifiche dinamiche di blocco, la Frederiksen aveva riconquistato la carica di primo ministro. Nel 2022, il suo partito aveva ottenuto un piccolo incremento elettorale (1,6%), ma è rimasto al governo solo grazie alla collaborazione con la destra tradizionale. Attualmente, il partito si attesta al 21,9% dei voti e ha toccato un minimo storico in oltre 100 anni. L’essere stato l’asse portante di governi di “larghe intese” (con due partiti neoliberisti di centro-destra) ha comportato compromessi dolorosi. Per mantenere l’alleanza, il partito ha dovuto accettare riforme – come il taglio delle tasse o l’abolizione di festività religiose per finanziare la difesa – percepite da una buona parte dei suoi elettori come tradimenti dei valori socialisti. Vagn Juhl-Larsen, presidente del Partito Socialdemocratico, è esplicito: “Gli elettori non hanno rispetto per un partito che non persegue i propri obiettivi politici”, ha affermato, criticando aspramente la leadership socialdemocratica per aver rinunciato ai valori politici “rossi”.
Inoltre, le elezioni danesi hanno inflitto una pesante sconfitta sia ai Socialdemocratici che ai loro partner di governo di centro-destra (complessivamente, la coalizione di governo ha subito la peggiore perdita di seggi per un governo in carica in oltre 50 anni). Il risultato ha dimostrato ancora una volta l’avversione degli elettori per le coalizioni manageriali che abbracciano il centro neoliberista. Allo stesso tempo, l’estrema destra non è stata sconfitta. Il principale partito di estrema destra, il Partito del Popolo Danese (PPD), che era in declino prima dell’ascesa di Frederiksen, ha registrato una notevole ripresa nelle elezioni (16 seggi, +11), promettendo un ritorno al welfare nordico tradizionale ma “solo per i danesi”5. Oggi insieme ai Democratici Danesi (10 seggi, -4), l’estrema destra può giocare un ruolo molto rilevante nella eventuale formazione di un governo di centrodestra6.
Mette Frederiksen è uscita “malconcia” dalle elezioni. Nonostante il Partito Socialdemocratico sia rimasta la prima forza, il progetto della Frederiksen di attuare politiche neoliberste moderate e di cooptare le politiche di estrema destra per continuare a governare con un “Grande Centro”, è stato bocciato dagli elettori che sono fuggiti verso i poli di sinistra e di destra, intensificando la frammentazione (12 i partiti in Parlamento) e polarizzazione politica. In breve, come dimostra il caso danese, i partiti socialdemocratici europei dovrebbero smettere di inseguire gli elettori neoliberisti e di estrema destra. Questa strategia non solo è inefficace nel breve periodo, ma, non riuscendo a conquistare questi elettori, porta alla perdita degli elettori progressisti e impedisce il rinnovamento del loro elettorato, che sta invecchiando. Per quasi un decennio, i Socialdemocratici danesi hanno cercato di essere “tutto per tutti”, finendo per apparire come un partito di puro potere amministrativo privo di una visione politica, economica e sociale chiara per il futuro. Per rimanere rilevanti, devono promuovere un programma progressista esplicito, sia in termini culturali che economici. Se non lo faranno, perderanno le loro ultime roccaforti politiche e il loro potenziale elettorato futuro. Questa è la vera lezione del fallimentare “modello danese”.
La socialdemocrazia europea si è costruita sui lavoratori industriali, sui sindacalisti e sulle comunità operaie: una base che un tempo ha sostenuto leader come Willy Brandt, Olof Palme e François Mitterrand. Ma quel mondo non esiste più. Dalla metà degli anni ’80, la deindustrializzazione ha ridotto la forza lavoro tradizionale degli operai, mentre l’adesione ai sindacati è diminuita in tutto il continente. I partiti socialdemocratici europei non sono ancora riusciti a trovare una risposta coerente ai cambiamenti nel loro tradizionale blocco sociale ed elettorale. Il centrosinistra non ha ancora elaborato un nuovo contratto sociale che affronti le preoccupazioni della società moderna. Non esiste una posizione chiara dei socialdemocratici sull’automazione, l’intelligenza artificiale o il futuro del lavoro. E con il restringersi del loro elettorato, molti partiti socialdemocratici – in Danimarca, Germania, Svezia, Gran Bretagna, Francia, Italia o Portogallo – si sono spostati verso il centro in un tentativo sconsiderato, e in definitiva destinato al fallimento, di accontentare tutti. La strada da seguire, secondo alcuni, ora sarebbe quella del Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez che si distingue come leader di uno dei pochi partiti socialdemocratici europei che conserva ancora un certo consenso tra gli elettori, in parte perché ha preso una posizione ferma su temi progressisti (come il reddito minimo di base e l’incremento degli investimenti nelle energie rinnovabili) e sulla necessità di governare con partner della sinistra radicale (che però sta in gran parte cannibalizzando).
- Lo stallo per la formazione del governo e la competizione a sinistra
La situazione politica in Danimarca è attualmente in una fase di stallo post-elettorale. Il risultato complessivo delle elezioni è stata una frammentazione del panorama politico. Dodici partiti sono ora rappresentati in Parlamento, con i soli Socialdemocratici che superano di gran lunga il 10%. Nonostante siano rimasti il primo partito, il “Blocco Rosso” di sinistra di Frederiksen non è riuscito ad ottenere la maggioranza. Si è aperta la strada di negoziati che si preannunciano lunghi e complessi.
Apparentemente, sembra probabile la formazione di una coalizione di centrosinistra, dato che i Socialdemocratici e altri partiti di sinistra che compongono il “Blocco Rosso” hanno ottenuto 84 seggi (Socialdemocratici 38, Verdi Sinistra 20, Alleanza Rosso-Verde 11, Socialliberali 10 e Alternativa 5), mentre il “Blocco Blu” di destra ne ha conquistati 77 (Democratici Danesi 10, Conservatori 13, Alleanza Liberale 16, Partito del Popolo Danese 16, Venstre 18 e Partito dei Cittadini 4)7.
Per avere una vera maggioranza con un mandato chiaro per formare un governo, servono almeno 90 voti, anche se il sistema politico-istituzionale è caratterizzato dal “parlamentarismo negativo”. Ciò significa che un governo non ha bisogno di una maggioranza attiva per entrare in carica, ma non deve nemmeno avere una maggioranza contraria. Questo porta spesso a governi di minoranza che si basano su compromessi tra i partiti. Ciò significa che Frederiksen potrebbe anche tentare di governare solo con i Socialdemocratici, cercando appoggi esterni legge per legge.
La situazione di relativo equilibrio delle forze tra i blocchi contrapposti dà l’opportunità al ministro degli Esteri ed ex Primo Ministro dal 2009 al 2011 e nuovamente dal 2015 al 2019 per iVenstre, Lars Løkke Rasmussen, leader del partito di centro-destra non allineato dei Moderati (un partito di puro potere, privo di una vera base ideale oltre alla volontà del loro leader di restare al governo), di essere il “kingmaker”8 e di agire come ago della bilancia con 14 seggi (-2) che risultano essenziali per qualsiasi coalizione che tenti di raggiungere la soglia dei 90 seggi. Ha esortato Frederiksen e Troels Lund Poulsen, leader del Partito Liberale (Venstre), il partito più grande del “Blocco Blu”, che ha anch’esso registrato il suo peggior risultato da un secolo (con appena il 10,1%), con cui è stato in coalizione per oltre tre anni – un governo di “larghe intese” di stampo centrista neoliberista – a “scendere dagli alberi” e unirsi a lui al centro dello schieramento politico, evitando la polarizzazione tra i blocchi. “Ciò che è chiaro – con tutte le riserve del caso – credo sia che non c’è una maggioranza rossa alla nostra sinistra, né una maggioranza nera-blu alla nostra destra”, ha detto.
Per ora Poulsen ha dichiarato di essere ancora candidato alla carica di primo ministro e ha escluso la possibilità di formare una coalizione con i Socialdemocratici. Poulsen ha esortato Rasmussen a unirsi a lui a destra. “È possibile dare una nuova direzione alla Danimarca”, ha affermato, “Abbiamo provato a governare dal centro per il bene del Paese, ma ora è tempo di tornare ai valori liberali puri”9.
La 48enne Frederiksen aveva indetto elezioni anticipate a febbraio, sperando di beneficiare alle urne di un “effetto Groenlandia” (in effetti la crisi sembra aver avuto un impatto significativo sugli elettori danesi anche se non ha dominato la campagna elettorale}, in risposta alla sua gestione considerata decisa delle minacce di Donald Trump, a gennaio, di invadere il territorio in gran parte autonomo che fa parte del regno danese. Il giorno dopo le elezioni ha rassegnato ufficialmente le dimissioni del suo governo al re Frederik X, il quale la ha incaricata, in qualità di “investigatore reale”, di esplorare la formazione di una nuova coalizione di governo. Frederiksen ha ancora la possibilità di rimanere al potere per un terzo mandato, tuttavia la Danimarca è tipicamente governata da governi di coalizione, quindi si prospettano negoziati difficili, che potrebbero durare settimane o anche mesi.
Inoltre, dopo anni di gestione centralizzata e decisa (spesso descritta come autoritaria dai critici), la figura della Frederiksen appare logora. Il coinvolgimento in scandali passati (come il caso dell’abbattimento illegale di 15 milioni di visoni durante il Covid nel 2020, in cui il governo aveva insabbiato le prove e ingannato l’opinione pubblica) e una percepita arroganza nel gestire le crisi recenti hanno ridotto il suo “capitale di fiducia”. All’interno del Partito Socialdemocratico il clima è teso e si respira aria di resa dei conti. Il crollo al 21,9% ha infranto il mito dell’invincibilità della Frederiksen, aprendo il dibattito su chi debba guidare il partito per evitare il sorpasso definitivo da parte dei Verdi Sinistra.
La Premier è accusata da una parte del partito – ‘ala sinistra e i sindacati – di aver “perso l’anima”. L’alleanza con i liberali di Venstre e i centristi di Rasmussen è vista come un errore strategico che ha regalato praterie elettorali a Pia Olsen Dyhr leader dei Verdi Sinistra. Dopo anni di gestione accentrata e autocratica, molti deputati chiedono un ritorno a una leadership più collegiale e meno legata ai consulenti d’immagine. I potenziali successori sono numerosi10. Una corrente interna spinge per una mossa radicale: abbandonare il centro prima che sia troppo tardi, attuando una “svolta a sinistra” (un ritorno alle origini). L’idea è quella di formare un governo di minoranza puramente “rosso”, accettando le condizioni dei Verdi Sinistra su clima e tasse. L’obiettivo sarebbe quello di sfidare i Verdi Sinistra sul loro stesso terreno (welfare e ambiente) per dimostrare che solo i Socialdemocratici hanno la struttura per governare davvero queste transizioni. I sindacati danesi, storici finanziatori e alleati del partito, stanno mandando segnali chiarissimi: “Se non tornate a investire nel settore pubblico e a tassare le rendite finanziarie, il nostro appoggio si sposterà stabilmente verso i Verdi Sinistra”. Questo ricatto economico è ciò che più preoccupa la leadership socialdemocratica attuale11.
In sintesi, i Socialdemocratici sono a un bivio. O restano al centro con Rasmussen, rischiando di diventare un “partito di gestione” sempre più piccolo, o sterzano a sinistra per combattere i Verdi Sinistra, rischiando però di perdere i voti moderati e la stabilità economica.
Il partito Verde Sinistra è attualmente il vero protagonista della sinistra danese, vivendo un momento di ascesa storica a scapito dei Socialdemocratici. Occupa lo spazio politico tra la socialdemocrazia moderata e l’estrema sinistra. Si definisce un partito ecosocialista: La tutela dell’ambiente è il pilastro della sua agenda. Spinge per obiettivi climatici molto più ambiziosi e radicali rispetto al governo della Frederiksen. Per quanto riguarda il welfare, difende il modello scandinavo tradizionale, opponendosi ai tagli ai servizi pubblici e chiedendo maggiori investimenti in istruzione e sanità. È un partito pragmatico. A differenza dei partiti della sinistra radicale (come Alleanza Sinistra-Verde), è noto per la sua disponibilità a scendere a compromessi per entrare in coalizioni di governo (come visto nel 2011-2014).
Nelle recenti elezioni, il partito Verde Sinistra è stato il grande vincitore del “Blocco Rosso”. Ha ottenuto 20 seggi (+5 rispetto alle precedenti), diventando la seconda forza della sinistra. Ha intercettato il voto dei giovani e degli elettori socialdemocratici delusi dalla deriva centrista della Frederiksen. La loro leader, Pia Olsen Dyhr, è vista come una figura carismatica e rassicurante, capace di unire le istanze ambientali alla protezione sociale.
La posizione sull’immigrazione è un punto critico. Per anni, il partito Verde Sinistra è stato lacerato tra l’accoglienza e la protezione dei lavoratori danesi. Oggi, ha adottato una linea più “realista”. Accetta alcune restrizioni sui flussi migratori (per non perdere voti nelle aree rurali). Si concentra però molto più sull’integrazione e sui diritti dei rifugiati rispetto alla linea dura dei Socialdemocratici12.
Il partito Verde Sinistra non vuole più essere solo un partner minore. Con il crollo dei Socialdemocratici, Pia Olsen Dyhr sta cercando di posizionarsi come la nuova guida naturale del “Blocco Rosso”13. Critica duramente l’alleanza dei Socialdemocratici con la destra neoiberista (Venstre), sostenendo che la sinistra debba tornare a governare con la sinistra. Il partito Verde Sinistra sta passando da un partito di protesta a un partito “di governo”, capace di gestire dossier complessi come la difesa e l’economia. Nelle attuali trattative per formare il nuovo governo, il partito Verde Sinistra è l’ago della bilancia per riportare i Socialdemocratici verso politiche più progressiste. Senza il loro appoggio, la Frederiksen non ha alcuna speranza di restare al potere con una coalizione di sinistra14.
Il partito Verde Sinistra ha quasi il monopolio del voto giovanile e urbano. A differenza dei Socialdemocratici, che devono mediare con le lobby agricole, il partito non ha legami con il passato industriale pesante e può permettersi di chiedere, insieme all’Alleanza Rosso-Verde15 e al più piccolo e visionario partito di sinistra L’Alternativa16, una transizione ecologica radicale (meno maiali, più foreste). Ad Aarhus e Copenaghen, è già percepito come il partito naturale di governo, lasciando ai Socialdemocratici il ruolo di partito “anziano” e conservatore.
- Le questioni su cui si negozia la formazione del nuovo governo
Durante la campagna elettorale, l’attenzione si è concentrata principalmente su temi interni, piuttosto che su quelli geopolitici. Tra questi l’aumento del costo della vita, lo stato dell’economia, la sostenibilità dello stato sociale nordico, con la promessa dei socialdemocratici di introdurre una “tassa patrimoniale” per finanziare classi meno numerose (da 26 a 14 alunni) nelle scuole elementari e medie, l’inasprimento delle già rigide leggi sull’immigrazione, i diritti degli animali e l’acqua potabile (l’elevato livello di pesticidi nell’acqua potabile, dovuto all’allevamento intensivo di milioni di suini).
La tassa patrimoniale modesta, pari allo 0,5% sui beni posseduti da un individuo con un valore superiore a 25 milioni di corone (circa 3,3 milioni di euro), proposta dal Partito Socialdemocratico durante la campagna elettorale17, è stata accolta con favore da molti a sinistra, ma è stata fortemente osteggiata dai super ricchi danesi. Henrik Andersen, amministratore delegato dell’azienda di turbine eoliche Vestas, ha dichiarato “basta” e ha lasciato intendere che potrebbe lasciare il Paese se la tassa venisse introdotta. Il magnate del settore navale Robert Mærsk Uggla, presidente del consiglio di amministrazione di Maersk e amministratore delegato di AP Møller Holding, ha affermato che la tassa sarebbe “dannosa per la Danimarca”. Anche l’amministratore delegato di Lego, l’azienda danese leader mondiale nella produzione di giocattoli, ha dichiarato al Financial Times di ritenere che avrebbe “un impatto piuttosto pesante sulla società nel lungo periodo: meno creazione di posti di lavoro, meno entrate fiscali per le imprese, minore competitività per un’ampia gamma di aziende danesi”. Le aziende hanno investito milioni in campagne pubblicitarie in vista delle elezioni generali del 24 marzo. Miliardari e amministratori delegati si sono rivolti alla stampa minacciando di lasciare il Paese, mentre tutte le principali organizzazioni datoriali e le più grandi aziende hanno lanciato allarmi catastrofici su massicce perdite di posti di lavoro e un rallentamento degli investimenti. La proposta di tassa patrimoniale faceva parte del tentativo dei Socialdemocratici di virare a sinistra, concentrando la loro campagna elettorale sulla disuguaglianza economica e su altre questioni di giustizia economica, al fine di riconquistare parte degli elettori persi dopo quattro anni di coalizione centrista. Non è ancora chiaro se la proposta sopravviverà ai negoziati di coalizione con i partiti di centro18.
I temi chiave dei negoziati si stanno concentrando su questioni domestiche urgenti:
- la “tassa sui maiali e bovini”, ossia la proposta di una carbon tax sulle emissioni agricole che ha pesato significativamente sul voto, alienando parte dell’elettorato rurale da partiti di centro, di centrosinistra e di sinistra. Non a caso, l’articolo del New York Times sul voto danese era intitolato: “It’s All About the Pigs, Stupid”.
- il costo della vita e la disuguaglianza: l’inflazione e la stabilità economica sono state le priorità degli elettori rispetto ai temi di politica estera. La Danimarca, un tempo uno dei Paesi più egualitari al mondo, ha assistito per quattro decenni a un aumento della disuguaglianza economica. Negli ultimi anni, gran parte di questo fenomeno è stato determinato dalla distribuzione ineguale della proprietà patrimoniale19.
- il welfare e la tutela ambientale: la protezione delle acque potabili dai pesticidi e il rafforzamento dello stato sociale nordico sono punti fermi richiesti dai potenziali partner di sinistra come i Verdi Sinistra. La Danimarca rimane leader nelle iniziative ecologiche, avendo recentemente raggiunto un accordo storico su una tassa nazionale sulle emissioni di gas serra derivanti dall’agricoltura, la prima nel suo genere nell’UE.
- Le politiche più restrittive in materia di immigrazione e asilo continuano a essere al centro del dibattito, come dimostrano le recenti misure legislative, tra cui un aumento del 50% delle tasse per le domande di cittadinanza.
Lars Løkke Rasmussen, il leader dei Moderati, vuole mantenere la Danimarca al centro. La sua strategia è evitare che il governo si sposti troppo a sinistra (sotto l’influenza del partito Verde Sinistra) o troppo a destra. Se Mette Frederiksen cede troppo alle richieste del partito Verde Sinistra (più tasse, più welfare pubblico, stop ai tagli fiscali), Rasmussen minaccia di spostare i suoi 14 seggi verso il “Blocco Blu”, rendendo impossibile un governo a guida socialdemocratica. Rasmussen propone un “compromesso tecnico”: un governo di minoranza che voti le leggi caso per caso, evitando un programma di coalizione troppo rigido. Possibilmente, un governo guidato da lui (o da un profilo tecnico da lui indicato) che metta insieme i Moderati, il partito liberale Venstre e ottenga l’appoggio esterno del “Blocco Blu”. Un “governo dei tecnici e del fare” con l’obiettivo di mettere in sicurezza l’economia, proteggere l’export di carne e latte e varare una riforma fiscale che premi chi lavora, isolando la sinistra radicale. E che sostenga il modello danese di welfare ma con una gestione più “manageriale” ed efficiente, meno legata all’ideologia dei sindacati. Il grande ostacolo a questo piano è che Rasmussen ha pochi seggi (14). Per diventare Primo Ministro dovrebbe convincere i partiti della destra sovranista (come il Partito del Popolo Danese) a sostenerlo, ma molti di loro lo considerano “troppo europeista” e troppo vicino alle élite di Copenaghen.
Rasmussen non vuole solo garantire voti; vuole avere il controllo della situazione. Chiede che i Moderati mantengano incarichi chiave come gli Affari Esteri (per sé), le Finanze o il Clima/Energia. L’obiettivo è quello di agire come un “cane da guardia” interno al governo in grado di bloccare qualsiasi legge di sinistra prima ancora che arrivi in aula al Folketing. La sua richiesta più difficile a Frederiksen è l’esclusione dell'”estrema sinistra” dal governo. Rasmussen vuole un governo in cui Verde Sinistra e Alleanza Rosso-Verde non abbiano alcuna influenza sul programma di governo ufficiale. Frederiksen ha bisogno di quei partiti per i loro seggi, ma Rasmussen si rifiuta di sedersi al tavolo dove si discutono politiche “anticapitaliste”.
Il conflitto principale oggi riguarda le tasse. Il partito Verde Sinistra vuole tassare di più le grandi imprese e i ricchi per finanziare ospedali e scuole. I Moderati vogliono continuare a tagliare le tasse sul lavoro per stimolare l’economia. Mette Frederiksen si trova nel mezzo: se sceglie Pia Olsen Dyhr, perde il centro; se sceglie Rasmussen, rischia una rivolta interna al suo stesso partito e la fine definitiva del sostegno della sinistra.
È interessante anche il confronto tra le posizioni di Pelle Dragsted, il leader di Alleanza Rosso-Verde, e Lars Løkke Rasmussen che rappresenta lo scontro tra due visioni opposte di futuro per la Danimarca. È qui che si gioca la partita per il prossimo governo. I punti di scontro principali su cui si cercherà un compromesso (o la rottura) sono:
- La proprietà dell’economia. Dragsted propone la “Democratizzazione dell’Economia”. Vuole che lo Stato e le cooperative dei lavoratori acquistino quote nelle grandi aziende energetiche e tecnologiche. L’obiettivo è togliere il potere ai grandi azionisti privati per ridistribuire i profitti nel welfare. Rasmussen crede fermamente nel libero mercato. Per lui, lo Stato deve solo creare le condizioni (meno burocrazia e tasse basse) affinché le imprese siano competitive globalmente. Vede l’intervento pubblico di Dragsted come un ritorno a un socialismo superato che frenerebbe l’innovazione.
- Tassazione e lavoro. Dragsted chiede una tassa patrimoniale sui grandi patrimoni e un aumento delle tasse sulle successioni. Propone di usare questi fondi per finanziare la settimana lavorativa di 30 ore a parità di salario, sostenendo che la produttività danese lo permetta. La priorità di Rasmussen è l’offerta di lavoro. Vuole tagliare le tasse sul reddito per incentivare la gente a lavorare di più e posticipare l’età pensionabile per far fronte alla carenza di manodopera. Considera le 30 ore un “suicidio economico” in un mercato globale.
- Clima vs. portafoglio. Per Dragsted la transizione ecologica deve essere immediata e radicale. È disposto a sacrificare parte del PIL derivante dall’export di carne (i famosi maiali) per salvare la biodiversità dell’ecosistema dei fiordi danesi. La sua parola d’ordine è “giustizia climatica”: chi ha inquinato di più (le grandi industrie agroalimentari) deve pagare di più. Invece, Rasmussen punta sulla tecnologia. Non vuole ridurre la produzione, ma renderla “green” tramite incentivi alla cattura della CO2 e alla carne coltivata in laboratorio. Teme che tasse troppo alte portino le aziende a fuggire dalla Danimarca verso Paesi meno regolamentati.
Mette Frederiksen si trova a dover mediare tra questi due poli. Un accordo potrebbe prevedere un Sì alla carbon tax agricola (richiesta da Dragsted), ma con forti sussidi alle imprese per modernizzarsi (richiesti da Rasmussen). Nessuna settimana di 30 ore, ma un aumento degli stipendi nei settori pubblici (infermieri e insegnanti) per accontentare la base di sinistra. Investimenti massicci nelle rinnovabili, dove entrambi convergono, seppur con motivazioni diverse (ecologia per uno, indipendenza energetica e business per l’altro). Il rischio è che le posizioni siano così distanti da rendere il governo instabile fin dal primo giorno, portando a una paralisi legislativa o a nuove elezioni entro un anno.
La potente associazione degli industriali danesi (Dansk Industri) e le grandi multinazionali come Novo Nordisk (che da sola traina una quota enorme del PIL danese) seguono la situazione con ansia. Hanno paura di una “svolta a sinistra”: Le imprese temono che le condizioni dei partiti di sinistra (tasse più alte sui capitali e limiti più severi alle emissioni agricole) possano frenare gli investimenti e la competitività. Le imprese preferirebbero la continuazione di un governo di centro che garantisca moderazione fiscale. L’ipotesi di un governo spostato troppo a sinistra preoccupa chi gestisce i fondi pensione e le esportazioni. Inoltre, l’industria spinge per una politica migratoria che permetta l’ingresso di lavoratori qualificati, un tema su cui il partito Verde Sinistra è più aperto rispetto alla linea dura dei Socialdemocratici, ma che i partiti di destra osteggiano duramente.
- Il punto di crisi: l’agricoltura
Il settore agricolo è in rivolta. La proposta del partito Verde Sinistra di inasprire la carbon tax sui bovini e sui suini è vista dagli agricoltori come una condanna a morte per migliaia di aziende familiari20. Questo tema sta diventando il simbolo dello scontro tra la Copenaghen progressista (elettorato di sinistra) e la Jutland rurale (elettorato di destra e centrista)21.
L’agricoltura in Danimarca è un settore di estrema importanza economica, ma oggi si trova al centro di una tempesta politica e ambientale senza precedenti. Il Paese è uno dei maggiori esportatori mondiali di prodotti agricoli (specialmente carne suina e latticini), ma questo primato ha un costo ecologico elevato.
Nonostante le piccole dimensioni, la Danimarca è una potenza agricola e un gigante dell’export di carne suina. È uno dei leader mondiali e il numero di maiali nel Paese supera di gran lunga quello degli abitanti. Inoltre, circa il 60% della superficie danese è coltivata, una delle percentuali più alte al mondo. Il settore agricolo rappresenta circa il 25% delle esportazioni totali di beni del Paese.
Nel 2024, la Danimarca è diventata il primo Paese al mondo ad annunciare una tassa sulle emissioni di gas serra prodotte dal bestiame (principalmente metano da mucche e maiali). L’obiettivo proclama to è quello di ridurre le emissioni del 70% entro il 2030. È prevista una tassa di circa 100-300 corone (13-40 euro) per tonnellata di CO2 equivalente. Questa tassa è il principale punto di scontro tra il partito Verde Sinistra (che vuole alzarla) e i partiti di centro e di destra (che temono il fallimento delle aziende agricole).
L’agricoltura intensiva ha causato gravi problemi di inquinamento da nitrati nei fiordi e nelle acque costiere danesi, portando a una drastica diminuzione dell’ossigeno e alla morte di molte specie marine. Verdi Sinistra ’Alleanza Sinistra-Verde e i movimenti ambientalisti chiedono di sottrarre terre all’agricoltura per destinarle a foreste e aree protette, una mossa che gli agricoltori vedono come un attacco diretto alla loro sussistenza.
L’agricoltura non è solo economia, è l’identità antropologica dello Jutland (la parte continentale della Danimarca). Esiste una frattura culturale tra gli abitanti delle città (Copenaghen, Aarhus, etc., dove vive circa l’88% della popolazione danese), che chiedono un’agricoltura biologica e “green”, e le comunità rurali, che si sentono abbandonate dall’élite politica che starebbe sacrificando la loro storia e il loro sostentamento sull’altare di obiettivi climatici astratti. Come in molti Paesi nordici, si assiste al fenomeno del Vandkantsdanmark, la “Danimarca ai margini”, ovvero lo spopolamento delle piccole isole e delle zone rurali più remote a favore dei centri urbani. Questa tensione alimenta il consenso di partiti populisti come i Democratici Danesi di Inger Støjberg, che difendono l’identità rurale e si oppongono ferocemente alla “carbon tax” agricola, dipingendola come una tassa punitiva contro la gente comune.
In sintesi, la Danimarca sta cercando di capire se può rimanere una potenza alimentare mondiale pur diventando un leader della transizione ecologica. Le due ambizioni, al momento, sembrano difficilmente conciliabili.
Questo impasse contribuisce a comprendere come in Danimarca l’innovazione tecnologica non sia vista solo come un’opportunità economica, ma come l’unica via d’uscita politica per salvare l’export senza distruggere l’ambiente. Il Paese sta puntando tutto sulla “transizione proteica”. I pilastri di questa strategia sono:
- Carne coltivata e fermentazione. La Danimarca ospita colossi come Novo Nordisk e Novonesis, leader mondiali nella bioscienza. L’idea è quella di usare la loro esperienza negli enzimi e nei microrganismi per produrre proteine “in laboratorio”. Il governo ha stanziato fondi specifici per la ricerca sulla carne coltivata (cell-based) e sulla fermentazione di precisione per creare latte e formaggi senza mucche.
- Agricoltura verticale (vertical farming). A Copenhagen si trova una delle farm verticali più grandi d’Europa, gestita dalla startup Nordic Harvest. Utilizza il 95% di acqua in meno e zero pesticidi, producendo insalate ed erbe aromatiche su 14 piani di scaffalature sotto luci LED. Funziona interamente con energia eolica, rendendo il prodotto a emissioni quasi zero.
- Robotica e intelligenza artificiale nei campi. Per ridurre l’uso di pesticidi e fertilizzanti (causa della crisi dei fiordi), la Danimarca sta testando droni e robot: Macchine autonome che identificano le singole erbe infestanti e le eliminano meccanicamente o con dosi minime di erbicida. Inoltre, si sta utilizzando l’”agricoltura di precisione” con sensori nel terreno che dicono esattamente quanto azoto serve, evitando sprechi che finirebbero nelle falde acquifere.
Al momento l’impasse è politico. Mentre la tecnologia avanza, la politica frena. Molte di queste tecnologie (specialmente la carne coltivata) attendono ancora l’approvazione dell’autorità europea (EFSA) e si scontrano con la visione tradizionale della Politica Agricola Comune (PAC) dell’Unione Europea22. Gli agricoltori tradizionali dello Jutland vedono queste innovazioni come una minaccia esistenziale. Per loro, una bistecca prodotta in un bioreattore non è “vera agricoltura”. Il partito Verde Sinistra sostiene queste tecnologie perché permetterebbero di liberare enormi aree di terreno agricolo per farle tornare foreste selvagge (rewilding). I Socialdemocratici sono tradizionalmente legati ai sindacati dell’industria alimentare (macelli, logistica) e temono la perdita di migliaia di posti di lavoro operai se il settore della carne dovesse contrarsi troppo velocemente23. Invece, i partiti di sinistra ritengono che la Danimarca possa trasformarsi da “macelleria d’Europa” a “laboratorio alimentare del mondo”. E se ci riuscirà, potrà mantenere il suo peso economico riducendo drasticamente l’impatto ambientale, risolvendo così il dilemma che sta bloccando la formazione del governo.
A destra, il dibattito è incentrato sul tema della “sovranità alimentare” come tema centrale della sicurezza nazionale. Molti esponenti del “Blocco Blu” sostengono che ridimensionare l’agricoltura danese costringerebbe il Paese (e l’Europa) a importare carne e cereali da Paesi con standard ambientali e sociali molto più bassi (come il Sud America). Socialdemocratici e partiti di sinistra cercano di contrastare questa tesi sostenendo che la carne coltivata e le proteine vegetali garantiranno una nuova forma di sovranità alimentare, meno dipendente dai mercati globali dei mangimi (come la soia brasiliana).
Un ruolo centrale in questo dibattito gioca una delle lobby più potenti del Paese, il “Danish Agriculture & Food Council”, che non si oppone più frontalmente alla tecnologia, ma chiede sussidi massicci (miliardi di corone) per aiutare gli agricoltori a trasformarsi in “produttori di energia” (biogas, eolico sui campi, mentre la diffusione dei pannelli solari è diventata una questione controversa soprattutto nelle zone rurali) o in “custodi della natura”. Il successo del prossimo governo dipenderà dalla capacità di finanziare questa transizione senza mandare in bancarotta il bilancio statale.
L’economia danese sta scommettendo sul fatto che il mondo seguirà la sua strada. Se il “cibo verde” diventerà lo standard globale, la Danimarca sarà in vantaggio competitivo; se invece il mercato resterà legato al prezzo più basso, l’economia rurale danese affronterà una crisi strutturale senza precedenti.
Alessandro Scassellati
- Il Partito Socialdemocratico (danese: Socialdemokratiet) è la forza politica storicamente più rilevante della Danimarca. Fondato nel 1871 da Louis Pio, Harald Brix e Paul Geleff, il partito ha plasmato il celebre “modello danese” di welfare state. Le tappe principali della sua evoluzione sono state: 1. Dalle origini al potere (1871–1924). Il partito nasce come sezione danese della Prima Internazionale, con l’obiettivo di organizzare la classe operaia urbana in rapida crescita. Nel 1884 ottiene i suoi primi due seggi al Parlamento. Nel 1924, sotto la guida di Thorvald Stauning, formano il loro primo governo, segnando l’inizio di un’egemonia che durerà per gran parte del XX secolo; 2. L’età dell’oro e il welfare state (1924–2001). Con il compromesso di Kanslergade (1933), Stauning negozia un accordo storico per contrastare la Grande Depressione, gettando le basi della moderna protezione sociale danese. Nel dopoguerra, il partito domina la scena politica, guidando la Danimarca verso una prosperità senza precedenti e consolidando un sistema di welfare finanziato da una tassazione elevata ma con servizi universali. Oltre a Stauning, figure come Jens Otto Krag e Anker Jørgensen hanno guidato il paese in fasi di espansione economica e integrazione europea. 3. Declino e rinascita (2001–oggi). Tra il 2001 e il 2011), il partito subisce una lunga serie di sconfitte contro la coalizione guidata dai liberali di Venstre e si colloca all’opposizione. Il ritorno al potere avviene con Helle Thorning-Schmidt (2011) che diventa la prima donna Primo Ministro nella storia della Danimarca. Dal 2019 il partito è nelle mani di Mette Frederiksen che adotta una strategia che combina una politica economica di sinistra (welfare forte) abbinata a una linea molto restrittiva sull’immigrazione.[↩]
- Sisse Marie Welling, la nuova sindaca, non rappresenta né la destra tradizionale né l’estrema destra, bensì il partito della Sinistra Verde (Socialistisk Folkeparti) che è diventato il primo partito della città superando l’Alleanza Rosso-Verde e i Socialdemocratici. Per la prima volta in 122 anni, i Socialdemocratici hanno perso la guida della capitale. Invece, Aarhus, la seconda città del paese (311 mila abitanti) nello Jutland (molto dinamica e universitaria), rimane una roccaforte dei Socialdemocratici, che storicamente guidano le coalizioni locali nonostante la crescita delle forze di sinistra e dei liberali di centro-destra (Venstre). Anche Odense (190 mila abitanti, sull’isola di Fionia), tradizionalmente amministrata dai Socialdemocratici, ha confermato la propria inclinazione verso il centrosinistra, con il partito della Frederiksen che mantiene la guida della giunta municipale. Anche nella quarta città danese, Aalborg (122 mila abitanti, nel nord), i Socialdemocratici mantengono la posizione di forza principale, guidando l’amministrazione locale appoggiandosi alla tradizione industriale della regione. In sostanza, a novembre, mentre i Socialdemocratici hanno mantenuto il controllo nei centri medi e grandi dello Jutland e di Fionia, hanno subito una sconfitta simbolica e politica di grande portata nella capitale a favore della sinistra ecologista.[↩]
- La legge sui ghetti è stata creata per evitare un’alta concentrazione di residenti “non occidentali” nelle aree di edilizia sociale. Nel novembre 2021, il governo danese è stato “esaminato” dal Comitato delle Nazioni Unite sulla discriminazione razziale (CERD). Ciò ha portato a forti critiche nei confronti della legislazione danese sui ghetti e a una serie di raccomandazioni al governo danese. Il Comitato delle Nazioni Unite ha sottolineato, tra le altre cose, che la legislazione sui ghetti ha un “impatto discriminatorio sulle minoranze etniche”. Il Comitato delle Nazioni Unite ha anche espresso preoccupazione per il fatto che la divisione dei cittadini in “occidentali” e “non occidentali” prevista dalla legge sui ghetti potrebbe portare all'”emarginazione e alla stigmatizzazione di coloro che sono classificati come ‘non occidentali’, e che ciò potrebbe creare una distinzione tra coloro che sono considerati ‘veri danesi’ e ‘gli altri'”. Il Comitato era inoltre preoccupato che la definizione di “comunità parallele” attribuita alle aree di edilizia popolare dalla legislazione sui ghetti potesse portare alla stigmatizzazione dei residenti, ad esempio, in ambito lavorativo e nell’accesso all’alloggio. In questo contesto, il Comitato delle Nazioni Unite ha invitato il governo danese a “smettere di usare i termini ‘occidentale’ e ‘non occidentale’ nelle politiche e nelle leggi”. Tuttavia, le critiche delle Nazioni Unite non hanno avuto grande impatto in Danimarca. Nell’estate del 2022, il Tribunale regionale (Østre Landsret) ha approvato la rescissione dei contratti di locazione dei residenti “non occidentali” in un complesso residenziale nella Zelanda settentrionale. L’obiettivo della rescissione di questi contratti di locazione era quello di ridurre la percentuale di residenti di origine “non occidentale” nel complesso residenziale al di sotto del 50%, evitando così che la zona venisse etichettata come un “ghetto difficile”, il che avrebbe potenzialmente costretto l’ente gestore a demolire le case o a vendere il 60% dei suoi alloggi sociali per famiglie a investitori privati.[↩]
- Nel 2022, Frederiksen ha voluto includere nell’accordo politico per la formazione del governo centrista la soppressione dal calendario di una delle 11 festività nazionali danesi, lo Store Bededag, o Grande Giorno di Preghiera, istituita come festività pubblica nel 1686, con l’obiettivo di aumentare l’attività economica e la produttività, contribuendo così a raggiungere l’obiettivo, sancito dalla coalizione, di destinare alla spesa per la difesa il 2% del PIL – come voluto dagli USA per i Paesi della NATO – con tre anni di anticipo rispetto alla scadenza prevista. La decisione di Frederiksen di abolire la festività nazionale ha suscitato, tuttavia, una forte resistenza. Oltre 400.000 persone hanno firmato una petizione contro il disegno di legge, circa 50.000 hanno manifestato a Copenaghen e i politici socialdemocratici sono stati disinvitati dalle celebrazioni del Primo Maggio organizzate dai sindacati in tutto il paese.[↩]
- Fatta eccezione per il 2015, quando superarono il 20%, i partiti “scettici sull’immigrazione” non sono riusciti a superare il 15% circa dei voti complessivi. Il Partito del Popolo Danese è stato per oltre vent’anni la forza trainante dell’euroscetticismo e delle politiche anti-immigrazione e anti-asilo in Danimarca. Dopo un periodo di profonda crisi ed essere quasi scomparso nelle elezioni del 2022, scendendo al 2,6%, le elezioni del 24 marzo 2026 hanno segnato il suo clamoroso “ritorno in vita”. Ha ottenuto 16 seggi (un balzo enorme rispetto ai 5 precedenti). È riuscito a recuperare voti dagli operai e dai pensionati che avevano votato Mette Frederiksen nel 2019 e nel 2022, ma che si sono sentiti traditi dall’alleanza dei Socialdemocratici con il centro liberale. Il PPD non è un partito di destra liberale classica. La sua formula è il nazional-conservatorismo sociale: Difendono con forza lo stato sociale (pensioni alte, sanità gratuita), ma sostengono che queste risorse debbano spettare prioritariamente ai cittadini danesi “di sangue”. Sono i guardiani della cultura tradizionale, della bandiera (Dannebrog) e della monarchia. Combattono fermamente il multiculturalismo e l’influenza dell’Islam. Chiedono di riportare i poteri da Bruxelles a Copenaghen e, in alcuni casi, hanno accarezzato l’idea di una “Dexit” (uscita della Danimarca dall’UE). Nell’attuale crisi politica, il PPD si è schierato in prima linea contro la carbon tax agricola. Dipingono la tassa come un’imposizione delle “élite di Copenaghen” che bevono latte di avena contro i lavoratori onesti dello Jutland. Sostengono che ridurre il numero di maiali e bovini sia un “suicidio nazionale” che favorisce solo i prodotti d’importazione di bassa qualità. Il ritorno al successo è legato alla figura di Morten Messerschmidt, un leader carismatico, colto e molto abile nei dibattiti televisivi. Ha ripulito l’immagine del partito dopo anni di scandali legati all’uso di fondi europei. È riuscito a presentare il PPD come l’unica “vera opposizione” al governo di Mette Frederiksen, accusandola di aver copiato le loro politiche migratorie senza però avere il coraggio di difendere l’identità danese fino in fondo. Nonostante il successo, il PPD resta un alleato difficile per il centro-destra (“Blocco Blu”): Lars Løkke Rasmussen (Moderati) li considera troppo radicali e “anti-europeisti”. Tuttavia, senza i loro 16 seggi, è quasi impossibile per la destra formare un governo alternativo a quello di Mette Frederiksen. In sintesi, il Partito del Popolo Danese è tornato a essere la voce della Danimarca profonda, quella che teme la globalizzazione, l’immigrazione e la transizione ecologica radicale.[↩]
- I Democratici Danesi sono il fenomeno politico più dirompente della destra rurale danese degli ultimi anni. Fondati nel 2022 da Inger Støjberg (ex Venstre), il partito è nato con un obiettivo preciso: dare voce alla “Danimarca profonda” contro le élite di Copenaghen. Restano un attore fondamentale del “Blocco Blu”. La storia del partito coincide con quella della sua fondatrice Inger Støjberg. Ex ministra dell’Integrazione (per Venstre), Støjberg è diventata un’eroina per la destra dopo essere stata condannata nel 2021 da una Corte speciale a due mesi di carcere per aver ordinato la separazione di coppie di richiedenti asilo. Dopo aver scontato la pena (con il braccialetto elettronico), è tornata in politica trionfalmente, fondando un partito che ha svuotato i consensi di Venstre e del Partito del Popolo Danese nelle province. Il programma del partito si basa su pochi concetti chiari. Il loro cavallo di battaglia è la lotta contro il “centralismo” di Copenaghen. Chiedono più servizi, medici e scuole nelle aree rurali (Jutland e isole). Sull’immigrazione, sostengono una linea durissima, simile a quella del Partito del Popolo Danese, ma con un linguaggio più orientato alla “difesa dei valori danesi” quotidiani. Sono i più fieri oppositori della tassa sui maiali e bovini. Per Støjberg, tassare gli agricoltori è un insulto a chi produce la ricchezza del Paese. Nello stallo politico di questi giorni, i Democratici Danesi sono una spina nel fianco per i Moderati. C’è una profonda antipatia personale e politica tra Støjberg e Lars Løkke Rasmussen, leader dei Moderati. Lei lo accusa di essere un “traditore” per aver governato con Mette Frederiksen. Insieme al Partito del Popolo Danese, formano un blocco di circa 26 seggi che sposta il baricentro della destra verso posizioni populiste e identitarie. Inger Støjberg è stata chiarissima nelle consultazioni con il Re e con Mette Frederiksen: mai un governo con i Socialdemocratici: Escludono categoricamente di appoggiare Frederiksen. Hanno minacciato “fuoco e fiamme” parlamentari se il prossimo governo approverà una nuova carbon tax agricola che danneggi i piccoli allevatori. Spingono affinché le grandi decisioni su clima e immigrazione vengano sottratte al Parlamento e date al “popolo”. In sintesi, i Democratici Danesi sono il partito della Danimarca del ceto medio produttivo e rurale. Anche se hanno perso qualche seggio, la loro capacità di mobilitare le piazze dello Jutland li rende il partner più “rumoroso” e difficile da gestire per chiunque voglia formare un governo di centro-destra.[↩]
- I restanti 4 seggi sono occupati da rappresentanti della Groenlandia (2) e delle Isole Fær Øer (2). Sono storicamente determinanti per la formazione del governo a Copenaghen, poiché i loro voti contano esattamente come quelli dei deputati eletti in Danimarca per raggiungere la soglia di 90 seggi. Dopo le elezioni di marzo 2026, entrambi i seggi groenlandesi sono allineati con il “Blocco Rosso”. I seggi faroesi sono divisi: uno è andato alla destra e uno ai Socialdemocratici. Pertanto, Frederiksen conta disperatamente su 3 dei 4 seggi nord-atlantici (2 groenlandesi + 1 faroese) per sperare di arrivare a una maggioranza. Senza questo “pacchetto” di voti, il “Blocco Rosso” scenderebbe a 81 seggi, rendendo i Moderati di Rasmussen ancora più indispensabili.[↩]
- Nelle prossime settimane il ruolo di Rasmussen sarà probabilmente cruciale. È il principale ostacolo ai piani economici dell’Alleanza Rosso-Verde e della Sinistra Verde. Alla vigilia delle elezioni, Rasmussen aveva dichiarato di non voler diventare primo ministro, carica che ha già ricoperto due volte, ma di essere interessato al ruolo di “investigatore reale”, che prevede di contribuire alla formazione di un governo ed è solitamente ricoperto dalla persona che poi diventa primo ministro. Pur essendo un veterano della scena politica, Rasmussen coltiva un’immagine da uomo del popolo, dichiarando recentemente alla rivista Euroman di usare a volte il sapone per le mani al posto del dentifricio e di fumare la pipa a letto “se ho mal di gola o sono malato”. Ha assunto un ruolo di primo piano nella gestione della crisi in Groenlandia con gli Stati Uniti, ed è diventato virale per il suo gesto di saluto con il pugno dopo un incontro con il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio a Washington.[↩]
- Venstre (letteralmente “Sinistra”, ma storicamente il principale partito della destra liberale) sta attraversando la crisi più profonda della sua storia centenaria. Nato come il partito degli agricoltori dello Jutland, oggi è un partito ferito che lotta per non perdere la sua rilevanza nazionale. Nelle ultime elezioni, Venstre ha ottenuto solo 18 seggi, perdendone 5 rispetto al già deludente risultato del 2022. Fino a pochi anni fa, Venstre era il partito che esprimeva quasi sempre il Primo Ministro (come Anders Fogh Rasmussen o Lars Løkke Rasmussen). Oggi è scivolato a essere la terza o quarta forza del Paese. Ha perso voti in due direzioni: verso i Moderati (i centristi urbani) e verso i Democratici Danesi (la destra rurale e populista). La causa principale del declino è stata la decisione del 2022 di entrare nel governo di coalizione con i Socialdemocratici (il governo SVM). La base storica di Venstre, composta da agricoltori e piccoli imprenditori, non ha mai perdonato l’alleanza con “il nemico” Mette Frederiksen. Accettando compromessi su tasse e ambiente, il partito ha perso il suo profilo di “difensore delle libertà individuali” e del libero mercato. Dopo le dimissioni di Jakob Ellemann-Jensen (ex vice-primo ministro e ministro della Difesa nel governo SVM), la guida è passata a Troels Lund Poulsen, un politico esperto ma che si trova a gestire una “missione impossibile”. Dopo il voto di marzo 2026, Poulsen ha dichiarato immediatamente che Venstre non governerà più con Frederiksen. Vuole riportare il partito nel “Blocco Blu” per ricostruire l’identità liberale. Venstre è letteralmente spaccato sulla carbon tax agricola. Da un lato deve apparire responsabile sul clima, dall’altro non può abbandonare gli agricoltori, che sono il suo zoccolo duro storico. Venstre è il braccio politico delle campagne danesi. La crisi dei maiali e dei bovini è per loro una questione esistenziale. In Parlamento, stanno cercando di negoziare esenzioni e sussidi massicci per evitare che la carbon tax porti al fallimento delle aziende agricole. Se falliscono in questo, rischiano di sparire definitivamente dallo Jutland. Nonostante il calo, i loro 18 seggi sono fondamentali per qualsiasi alternativa di centro-destra. Senza Venstre, Lars Løkke Rasmussen non ha i numeri per tentare un governo di centro-destra. Tuttavia, tra Poulsen e Rasmussen (che ha lasciato Venstre in modo polemico per fondare i Moderati) i rapporti restano freddi e segnati da vecchie ruggini personali. In sintesi, Venstre è un gigante ferito che sta cercando di ritrovare la sua anima liberale tornando all’opposizione, sperando che il tempo e la distanza dai Socialdemocratici possano guarire le ferite elettorali. Troels Lund Poulsen sta cercando di essere il “collante” di una destra che litiga su tutto, tranne che sull’opposizione a Mette Frederiksen. Se fallisce nel riunirli entro i prossimi mesi di negoziati, il centro-destra danese rischia di restare all’opposizione per un altro decennio.[↩]
- Tra questi, Nicolai Wammen (ministro delle Finanze): È l’uomo dei numeri, percepito come solido, pacato e rassicurante. Sarebbe il candidato della continuità, capace di dialogare con il mondo economico ma con radici profonde nel partito. Peter Hummelgaard (ministro della Giustizia), invece, rappresenta l’ala più giovane e “dura” sulla sicurezza e l’immigrazione. È molto amato dalla base operaia e potrebbe essere l’uomo giusto per strappare voti alla destra populista, ma meno efficace nel contrastare l’ascesa dei Verdi Sinistra. Infine, c’è Mattias Tesfaye, un intellettuale stimato che ha saputo coniugare la linea rigorosa sull’integrazione con una forte visione sociale. È visto come una figura in grado di ricucire lo strappo con gli elettori urbani istruiti.[↩]
- Storicamente, i sindacati erano il feudo dei Socialdemocratici. Tuttavia, il partito Verdi Sinistra sta intercettando il malcontento dei lavoratori del settore pubblico (infermieri, insegnanti, educatori): Mentre la Frederiksen ha governato con il centro neoliberista tagliando le tasse, il partito Verde Sinistra propone di usare il surplus di bilancio per aumentare i salari pubblici. Molti iscritti ai sindacati vedono ora nel partito l’unico vero difensore del modello di welfare scandinavo originale.[↩]
- Quella che viene definita una linea migratoria “accettabile”. Pia Olsen Dyhr ha capito la lezione e ha spostato il partito su una linea più pragmatica e restrittiva rispetto al passato, evitando di apparire “ingenua”. Questo ha permesso agli elettori delusi dalla Frederiksen di votare a sinistra per il clima e il sociale senza temere un’apertura incontrollata delle frontiere.[↩]
- Mentre Mette Frederiksen è percepita come una leader “di crisi” e talvolta autoritaria, Pia Olsen Dyhr ha costruito un’immagine di affidabilità e dialogo. Si presenta come la figura capace di unire l’intero “Blocco Rosso” (dai radicali dell’Alleanza Rosso-Verde ai liberal-socialisti). Nelle trattative post-voto 2026, sta agendo come se fosse lei la vera coordinatrice della sinistra, mettendo la Frederiksen sulla difensiva.[↩]
- In realtà, la strategia finale del partito Verde Sinistra sembra essere quella di costringere i Socialdemocratici a formare un governo di minoranza dipendente dai loro voti. In questo scenario, il partito non entrerebbe formalmente nel governo (per non logorarsi). Detterebbe l’agenda su ogni singola legge (tasse, clima, welfare) e preparerebbe il terreno per presentarsi alle prossime elezioni come il primo partito del Paese.[↩]
- L’Alleanza Rosso-Verde rappresenta l’anima più radicale e intransigente della sinistra danese. Se il partito Verde Sinistra è il volto pragmatico che cerca di governare, l’Alleanza è la “coscienza critica” che spinge per cambiamenti sistemici profondi. Nata nel 1989 dalla fusione di tre partiti (comunisti, socialisti di sinistra e socialisti del lavoro), l’Alleanza è oggi un partito moderno che fonde anticapitalismo e ambientalismo radicale. Per anni non hanno avuto un segretario unico, preferendo portavoce collettivi. Oggi la figura di spicco è Mai Villadsen, anche se ha lasciato il ruolo di portavoce politica di recente a Pelle Dragsted, considerato oggi la mente più raffinata e influente della sinistra radicale nordeuropea (è l’intellettuale del “Socialismo Democratico”). Sono passati dall’essere un partito di pura protesta a una forza che fornisce appoggio esterno cruciale ai governi socialdemocratici. Nelle ultime elezioni, l’Alleanza ha tenuto bene, ottenendo 11 seggi (+2 rispetto al 2022). Mentre i Socialdemocratici crollavano, l’Alleanza ha attirato gli elettori urbani (soprattutto a Copenaghen, dove sono fortissimi) che considerano le politiche di Mette Frederiksen troppo spostate a destra. Sulla questione dei maiali e dei bovini, l’Alleanza è il partito più duro. Non chiedono solo tasse, ma una riduzione drastica e obbligatoria del numero di animali allevati (fino al 50% in meno). Sono contro le multinazionali. Attaccano giganti come Danish Crown e Arla, sostenendo che il profitto di poche grandi aziende stia distruggendo l’ambiente danese. Propongono di trasformare enormi fette di territorio agricolo in parchi nazionali selvaggi. Chiedono una settimana lavorativa di 30 ore e un aumento massiccio delle tasse sui patrimoni e sulle transazioni finanziarie. Sono l’unica vera voce nel Folketing che si oppone radicalmente alla linea dura dei Socialdemocratici in materia di immigrazione, chiedendo più diritti per i rifugiati e la fine delle politiche di “deportazione” (come il piano per la creazione di un centro di accoglienza dei richiedenti asilo in Ruanda). Storicamente scettici verso la NATO, hanno ammorbidito la posizione dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma restano contrari all’aumento vertiginoso delle spese militari a scapito del welfare. In questo momento di “limbo parlamentare”, l’Alleanza Rosso-Verde è in una posizione difficile. Vogliono un governo di sinistra, ma considerano Mette Frederiksen troppo compromessa con il centro-destra. Se Frederiksen sceglie di governare con i Moderati, l’Alleanza resterà all’opposizione gridando al tradimento. Se Frederiksen cerca di fare un governo solo di sinistra, l’Alleanza chiederà “cambiali” pesantissime su clima e tasse che i Socialdemocratici difficilmente potranno firmare. In breve, l’Alleanza è il motore che sposta il dibattito danese verso temi che dieci anni fa erano considerati tabù, specialmente sulla giustizia climatica.[↩]
- A differenza degli altri partiti che parlano di PIL e crescita economica, L’Alternativa si concentra sulla qualità della vita. Propone di sostituire il PIL con un “Bilancio del Benessere” che misuri la salute mentale, il tempo libero e la sostenibilità ambientale. Propone anche una settimana lavorativa di 30 ore per combattere lo stress e ridistribuire il lavoro. Quello di l’Alternativa è un radicalismo ambientale “senza sconti”. Se il partito Verdi Sinistra è pragmatico e l’Alleanza Rosso-Verde è ideologica, L’Alternativa è visionaria. Chiedono una transizione totale all’agricoltura biologica entro tempi brevissimi, con una riduzione dei capi di bestiame (maiali e bovini) ancora più drastica di quella proposta dagli altri partiti. Spingono per la neutralità carbonica della Danimarca ben prima del 2050, proponendo tasse elevate sui voli aerei e sul consumo di carne. Il partito è nato con l’idea di cambiare come si fa politica: Usano i “laboratori politici” aperti ai cittadini per scrivere il programma. L’attuale leader, Franciska Rosenkilde (ex vicesindaca di Copenaghen per la cultura), mantiene uno stile calmo e inclusivo, cercando di evitare gli scontri frontali tipici degli altri leader. In questo momento di stallo, L’Alternativa è in una posizione marginale ma rumorosa. Appoggia il “Blocco Rosso”. Senza i loro 5 seggi, Frederiksen non ha alcuna speranza di avvicinarsi alla maggioranza di 90. Ma hanno dichiarato che non appoggeranno alcun governo che non metta la crisi della biodiversità in cima all’agenda. Sono i più scettici riguardo a un’alleanza dei Socialdemocratici con il centro (Moderati), temendo che le istanze verdi vengano sacrificate. Il grande problema di L’Alternativa è la concorrenza. Molti dei loro temi (clima, 30 ore) sono stati “assorbiti” dal partito Verdi Sinistra e dall’Alleanza Rosso-Verde, che sono partiti più strutturati. Gli elettori spesso li percepiscono come “troppo idealisti” o poco concreti per gestire le crisi economiche e di difesa attuali. In sintesi, L’Alternativa è la bussola morale del “Blocco Rosso”. Sebbene non abbiano i numeri per guidare il governo, la loro presenza costringe Frederiksen a non dimenticare le promesse più radicali fatte agli elettori ambientalisti.[↩]
- Un mese prima, la proposta di una tassa patrimoniale era stata adottata dalla potente federazione sindacale danese FH come una delle principali rivendicazioni politiche, insieme alla riforma delle pensioni. La questione dell’età pensionabile è da tempo fonte di tensione politica. I governi che si sono succeduti hanno gradualmente innalzato l’età pensionabile, suscitando resistenza, soprattutto tra i lavoratori manuali. Frederiksen ha proposto di fissare l’età pensionabile a 70 anni, presentandola come una soluzione di compromesso. I sindacati non sono entusiasti: per i lavoratori che svolgono lavori fisicamente impegnativi, un’età pensionabile di 70 anni è (giustamente) considerata irrealistica e ingiusta.[↩]
- Tradizionalmente, il nucleo dell’élite economica danese aveva un orientamento relativamente moderato, favorevole a un compromesso con i sindacati e lo stato sociale. Se la recente svolta verso l’attivismo politico dovesse persistere, potrebbe comportare una destabilizzazione delle fondamenta corporativiste del modello nordico.[↩]
- L’1% più ricco della popolazione ha tratto profitto dal boom del mercato azionario, con utili aziendali record per colossi nazionali come il gigante delle spedizioni Mærsk e Novo Nordisk, che dopo il lancio di Ozempic è diventata l’azienda di maggior valore in Europa per capitalizzazione di mercato. Allo stesso tempo, un decennio di aumenti dei prezzi degli immobili ha impedito a molti giovani di accedere a un alloggio, arricchendo al contempo i proprietari di case e appartamenti a Copenaghen e in altre grandi città. Mentre la ricchezza media in Danimarca è cresciuta modestamente negli ultimi 3 anni, le fortune dell’1% più ricco sono aumentate vertiginosamente, fino al 31% al netto dell’inflazione. Le sole dieci famiglie più ricche hanno incrementato il loro patrimonio di oltre 125 miliardi di corone (17 miliardi di euro) dal 2020.[↩]
- La Danimarca è un caso unico al mondo per il rapporto tra popolazione umana e zootecnia, una sproporzione che spiega perché il dibattito politico sulla carbon tax sia così acceso. La popolazione umana è di 5,9 milioni, concentrata soprattutto nelle aree urbane di Copenaghen e Aarhus. La popolazione suina è di circa 11,5 – 12 milioni. Quindi, ci sono circa 2 maiali per ogni abitante. Sebbene il numero sia calato leggermente negli ultimi anni (erano circa 13 milioni nel 2021) a causa dell’aumento dei costi dei mangimi e delle normative ambientali, la Danimarca resta uno dei maggiori produttori mondiali in rapporto alla superficie. Ogni anno vengono macellati o esportati vivi circa 28-30 milioni di capi (contando i cicli produttivi). Inoltre, c’è una rilevante popolazione bovina (mucche, manzi e tori) di circa 1,45 milioni di capi. Di questi, circa 550.000 sono vacche da latte (il settore lattiero-caseario è dominato dal colosso Arla Foods). Sebbene siano numericamente meno dei maiali, i bovini sono i principali bersagli della nuova tassa sulle emissioni, poiché producono molto più metano (un gas serra potente) attraverso la digestione. Se sommiamo maiali e bovini, ci sono circa 13,5 milioni di grandi animali che vivono su un territorio grande quanto la Svizzera o poco più della Lombardia e del Piemonte messi insieme. Questo “sovraffollamento” animale è la causa principale dell’inquinamento da nitrati nei mari danesi e delle emissioni di gas serra che il governo sta cercando di tassare, scatenando le proteste di agricoltori e partiti di destra. Gli esperti prevedono che la nuova carbon tax e le normative sui nitrati porteranno a una contrazione del settore zootecnico tra il 15% e il 25% entro il 2030. La strategia del governo e delle lobby agricole è trasformare la perdita di volume in un aumento di valore. La carne e il latte danesi verranno venduti come i “più puliti al mondo”. L’obiettivo è convincere i consumatori europei a pagare un sovrapprezzo per prodotti certificati a basse emissioni. Inoltre, la Danimarca vuole esportare non solo cibo, ma tecnologia. Invece di vendere solo maiali, venderà i software di gestione delle stalle, i mangimi a basse emissioni e i brevetti per la cattura del metano.[↩]
- In questo momento, il Partito del Popolo Danese e i Democratici Danesi di Inger Støjberg hanno formato un “fronte del no” quasi invalicabile per proteggere l’agricoltura tradizionale. Sebbene i due partiti siano in competizione per lo stesso elettorato, hanno capito che l’unione fa la forza contro la “Copenaghen progressista”. Organizzano manifestazioni congiunte di agricoltori (i famosi “trattori nelle piazze”) per dimostrare che la base produttiva del Paese è contraria alle riforme green. Presentano il maiale e la mucca non come “emissioni di CO2”, ma come simboli della sovranità alimentare e della storia danese. PPD e i DD stanno usando il Parlamento per rallentare ogni votazione sulla tassa agricola. Propongono (anche se con scarse probabilità di successo legale) che una decisione così radicale che cambia il volto del Paese debba essere sottoposta a un voto popolare diretto. Presentano centinaia di emendamenti per ogni singolo comma della legge, chiedendo studi di impatto economico infiniti su ogni singola contea dello Jutland. La loro argomentazione principale è economica. Sostengono che se la Danimarca approva la tassa da sola, i grandi produttori come Danish Crown chiuderanno i macelli danesi per aprirli in Germania o Polonia. Accusano il governo di voler “importare carne argentina” (con un impatto ambientale maggiore a causa del trasporto) distruggendo quella locale di alta qualità. Questa alleanza populista sta mettendo in difficoltà Lars Løkke Rasmussen (Moderati) che vorrebbe un accordo di centro-destra che includa alcune tasse ambientali per modernizzare l’economia. PPD e DD gli dicono chiaramente: “Se voti con i Socialdemocratici per tassare i nostri agricoltori, non avrai mai il nostro appoggio per diventare Primo Ministro di un governo di destra”. In sintesi, il fronte populista di estrema destra sta cercando di trasformare la transizione ecologica in una guerra di classe e geografica. Il loro obiettivo è rendere il costo politico della riforma così alto da costringere Mette Frederiksen o a rinunciare alla tassa (perdendo l’appoggio dei Verdi Sinistra) o a cadere, portando il Paese a nuove elezioni dove sperano di trionfare definitivamente.[↩]
- Il dibattito sulla transizione agricola sta mettendo la Danimarca in una posizione di collisione costruttiva con Bruxelles. Mentre l’UE cerca di riformare la PAC, la Danimarca vuole correre molto più velocemente, creando tensioni e opportunità uniche. La Danimarca riceve circa 1 miliardo di euro all’anno dall’UE tramite la PAC, ma gran parte di questi fondi è storicamente legata alla quantità di terreno coltivato. Il governo e il partito Verde Sinistra vogliono “scollegare” i sussidi dalla produzione intensiva. Chiedono che Bruxelles permetta di usare i fondi PAC per finanziare il rewilding (lasciare i campi incolti) e la protezione della biodiversità, senza che l’agricoltore perda il diritto al contributo. Paesi come Francia e Polonia temono che il modello danese possa diventare un precedente pericoloso che riduce la produzione alimentare complessiva dell’Unione. Inoltre, il governo di Copenaghen sta spingendo affinché l’UE adotti una carbon tax agricola a livello comunitario per evitare la “concorrenza sleale”. Se solo la Danimarca tassa le emissioni delle mucche, i prodotti danesi diventeranno più cari rispetto a quelli tedeschi o polacchi. Frederiksen sta cercando alleati (come i Paesi Bassi e la Svezia) per creare un “fronte del Nord” che obblighi la Commissione Europea a standard climatici agricoli molto più severi per tutti. Infine, c’è la battaglia per la “carne coltivata” e i nuovi alimenti. L’industria biotecnologica danese sta facendo pressione a Bruxelles per accelerare l’approvazione dei Novel Foods (come la carne prodotta in laboratorio). La Danimarca critica la lentezza dell’EFSA (l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) nel dare il via libera commerciale. Copenaghen sta cercando di convincere l’UE che la carne coltivata è fondamentale per l’autonomia strategica dell’Europa, riducendo la dipendenza dalle importazioni di soia per mangimi dal Sud America. Se la Danimarca decidesse di procedere da sola con tasse molto alte e tagli drastici agli allevamenti prima che l’UE agisca, il rischio politico è enorme. Le grandi aziende come Danish Crown potrebbero spostare i macelli in altri Paesi europei con meno vincoli. La destra danese userebbe questo “isolamento” per attaccare il governo, sostenendo che si sta distruggendo l’economia nazionale per un idealismo che il resto d’Europa non condivide. Pertanto, la Danimarca sta cercando di usare il suo peso diplomatico per far sì che il “modello danese” (agricoltura hi-tech + tasse sulle emissioni) diventi lo standard della prossima riforma della PAC post-2027.[↩]
- L’impatto sull’occupazione è la preoccupazione principale dei Socialdemocratici. La riduzione dei capi significa meno turni di lavoro nei grandi impianti di macellazione dello Jutland (come quelli di Danish Crown). Si teme la perdita di migliaia di posti di lavoro operai, difficili da ricollocare rapidamente nel settore tech. Si teme anche una riduzione occupazionale nell’indotto. Trasporti, mangimifici e veterinari subiranno una contrazione proporzionale al numero di animali.[↩]
