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I teorici della sconfitta preventiva

di Franco
Ferrari

I processi in corso nelle varie forze politiche italiane in vista dell’appuntamento elettorale del 2027 confermano una tendenziale instabilità complessiva e indicano una serie di elementi di fondo del trentennio successivo all’adozione di sistemi elettorali maggioritari.

I sostenitori dell’abbandono del proporzionale avevano in mente alcuni obbiettivi. Il primo era costruire forzosamente una competizione tra due poli, coalizioni o partiti, in grado di garantire un’alternanza di governo che non mettesse seriamente in discussione i due cardini fondamentali delle politiche dominanti. La garanzia del predominio del capitale sul lavoro e l’accettazione di alcuni vincoli sovranazionali, europeismo e atlantismo.

Il secondo obbiettivo era scardinare i partiti di massa ritenuti responsabili di un sovraccarico di richieste sul sistema (teorizzato da Samuel Huntington) che si traduceva in una eccessiva spesa pubblica e in una estensione del ruolo dello Stato nell’economia.

La realtà di questi decenni attesta che i due obbiettivi erano parzialmente incompatibili. Partiti con un debole radicamento sociale non sono stati in grado di costruire un bipolarismo stabile. Il risultato è che, se assumiamo un dato oggettivo, la percentuale di voti andati alle due coalizioni principali, le uniche elezioni veramente bipolari sono state quelle del 2026, come ho avuto modo di ricostruire in un mio precedente articolo. In quel voto le due coalizioni raccolsero oltre il 99% dei consensi.

La storia elettorale italiana mette in discussione alcune affermazioni che vengono spesso acriticamente ripetute anche a sinistra. La prima è che esista la “gabbia del bipolarismo” dalla quale occorre uscire. Certamente esiste una “gabbia”, quella di sistemi elettorali maggioritari non proporzionali che hanno indebolito i processi democratici. Ma dal 2006 a oggi il sistema non è stato bipolare.

Secondo dato che va segnalato, pur se assunto con prudenza perché si basa su un numero relativamente limitato di elezioni, è che non risulta corrispondente al vero la tesi secondo cui il bipolarismo produca, di per sé, un maggiore astensionismo. Il più alto livello di partecipazione elettorale si è avuto nel 2006 con il massimo del bipolarismo. Sono state anche le uniche elezioni nelle quali la partecipazione al voto è aumentata rispetto alla tornata precedente.

L’aumento delle proposte politiche, compreso l’arrivo del Movimento 5 Stelle, non ha incrementato la partecipazione. Le elezioni del 2022 che hanno visto un’offerta molto ricca, dato che l’elettorato non di destra poteva scegliere tra almeno quattro opzioni sensibilmente differenti (centristi, PD con alleati, M5Stelle, Unione Popolare), hanno segnato un ulteriore crollo della partecipazione.

In un contesto determinato da fenomeni di spoliticizzazione, indebolimento dell’insediamento sociale delle forze politiche, riduzione delle capacità delle istituzioni di intervenire sui processi politici e sociali in conseguenza del neoliberismo, la partecipazione elettorale tende a crescere quando la scelta si semplifica. Purché questa sia caratterizzata da una reale competitività e da una riconoscibilità delle proposte differenti. Lo stesso esito del referendum costituzionale sulla Magistratura tende a confermare questo dato. Il referendum esprime il massimo del bipolarismo e della semplificazione, anche se è un bipolarismo che non si identifica necessariamente con uno schieramento di forze politiche.

Le competizioni elettorali sono state caratterizzate, se vogliamo usare questa formula simile a quella famosa di Giorgio Galli per la cosiddetta “prima Repubblica”, da un “bipolarismo imperfetto”. L’imperfezione consiste nel fatto che la destra ha, più o meno sempre, giocato dentro lo schema bipolare. La coalizione tripartitica messa in piedi da Berlusconi ha retto ai cambiamenti interni. Il declino del suo leader, i mutamenti nella Lega, la scomparsa e poi la ripresa di un soggetto collegato alla destra neofascista. E in particolare ha accettato un elemento fondamentale, che il partito pivot della coalizione potesse cambiare nel tempo: prima Forza Italia, poi per un breve periodo la Lega salviniana e ora Fratelli d’Italia.

Nel campo del centro-sinistra l’ipotesi di una rottura consensuale (Veltroni-Bertinotti) tale da ridefinire il quadro con due progetti politici tra loro alternativi non ha dato nessuno degli esiti sperati. Il PD a vocazione maggioritaria ha prodotto un partito che solo con fatica arriva al 25% dei voti. Questo non solo per una ragione interna al sistema politico-elettorale ma più profondamente perché gli elementi cardine su cui si basava il progetto veltroniano, neocentrismo liberista-progressista, europeismo maastrichtiano e atlantista, globalizzazione vincente, ha inanellato una serie consecutiva di fallimenti.

D’altra parte l’ipotesi di un nuovo soggetto politico di sinistra alternativa, postcomunista e rinnovato ideologicamente dal rapporto con i movimenti si è scontrato subito con una pesante sconfitta elettorale. Il PD è dovuto tornare a costruire una coalizione (con una forte opposizione interna ed esterna che continua a perseguire il progetto neocentrista), mentre sul fianco sinistra la rottura del 2008 di Rifondazione ha portato da un lato ad un soggetto politico con una prevalente dimensione elettorale-istituzionale che ha accettato di tornare alla logica della coalizione, dall’altro ad un PRC di dimensioni molto ridotte che non è riuscito a costruire il fantomatico “soggetto plurale e unitario”.

In questo contesto di più lungo periodo le prossime elezioni potranno determinare tre scenari. Il primo è la ripetizione del 2022, di bipolarismo imperfetto con una destra coalizzata (con o senza Vannacci) che vince e avvia una nuova legislatura di consolidamento e radicalizzazione delle proprie pulsioni autoritarie.

L’altra possibilità è che si vada ad elezioni effettivamente bipolari e competitive. Sulla carta le forze di centro-sinistra, considerati i dati del 2022 e i sondaggi, hanno la possibilità di essere competitive, anche se questo richiede, come si diceva, di rendere comprensibili, soprattutto all’elettorato marginale, quello che segue meno le vicende politiche, e che è anche spesso l’elettorato più popolare, la posta in gioco. Per ora questa condizione minimale per avere una prospettiva di successo non è ancora raggiunta.

Esiste poi lo scenario auspicato da settori centristi ma fatto proprio da qualche settore, per quanto marginale, dell’estrema sinistra, ovvero la clausola del 42%. Si ipotizza che per effetto della nuova legge elettorale nessuna delle coalizioni possa raggiungere questa soglia e quindi non scatti il premio di maggioranza e quindi si vada ad una ripartizione proporzionale tra i partiti che raggiungeranno il 3%. Questa prospettiva è stata apertamente avanzata da Calenda che la può rendere credibile sulla base delle vicende politiche degli ultimi vent’anni. Effettivamente la vera alternativa al bipolarismo immaginato dai promotori del maggioritario è stata la costruzione di coalizioni parlamentari a predominanza centrista. Sia che fossero dirette da cosiddetti “tecnici” (Monti, Draghi) sia da esponenti della corrente neocentrista del PD che ha largamente dominato il partito in questi anni (Renzi, Gentiloni, Letta).

Se non scatta il premio di maggioranza, è la tesi, a quel punto si può ricostruire una vasta palude centrista che prenda pezzi della destra, recuperi il PD sconfiggendo il tentativo, ancora molto incerto, di Schlein di ricollocarlo su posizioni più socialdemocratiche, e si ancori ad un “europeismo di guerra”. Questa strategia sconta il fatto che queste politiche centriste (che non sono affatto moderate ma assolutamente estremiste sulla questione della militarizzazione e della guerra in Ucraina) non sono in grado di costruirsi un vasto consenso elettorale. Sono però quelle più gradite ad alcuni settori delle classi dominanti e dei media. Questi ultimi però non hanno più l’influenza di altri tempi. Giornali come Corriere e Repubblica hanno subito, per trasformazioni del sistema mediatico certamente ma anche per il loro orientamento politico-ideologico, un vero tracollo di vendite.

Assistiamo così ad un fenomeno curioso. Forze politico-ideologiche che hanno sostenuto a spada tratta il maggioritario quale strumento per dare un assetto bipolare al sistema politico oggi puntano ad elezioni non bipolari e soprattutto alla rottura del possibile fronte delle opposizioni perché considerato non sufficientemente allineato sulle questioni fondamentali. Alla destra possono, finora, rimproverare una qualche rozzezza intellettuale e una incompetenza del personale politico (soprattutto a Fratelli d’Italia) ma su nessun tema fondamentale per le classi dominanti il Governo Meloni ha fatto scelte che non fossero pienamente allineate e subalterne.

L’ipotesi del 42% ha avuto una qualche fortuna anche in chi, a sinistra, si oppone all’idea di un fronte unitario (il “fronte costituzionale”) per impedire altri cinque anni di governo di destra e aprire uno spazio politico, certamente contraddittorio, nel quale le forze sociali di opposizione al neoliberismo alla guerra abbiano una maggiore possibilità di agire. Questi settori minoritari, oltre a non avere nemmeno in quel caso la possibilità realistica di entrare in Parlamento, stante la soglia di sbarramento del 3%, ci propongono due prospettive. Altri cinque anni di governo di una destra più radicalizzata per la presenza del partito di Vannacci, oppure una coalizione centrista che ci riporti all’Agenda Draghi ma con una più forte caratterizzazione militarista.

Viene teorizzata l’utilità della sconfitta preventiva come condizione per aprire futuri e più brillanti scenari. Pare evidente che questa ipotesi avrebbe un effetto smobilitante su un elettorato convocato a sancire una sconfitta, senza nemmeno una prospettiva chiara sul dopo. Il dato oggettivo, a cui è difficile sfuggire, è che, stante la presenza di leggi elettorali maggioritarie, l’unica possibilità concreta per sconfiggere la destra è di determinare le condizioni di uno scontro bipolare.

Questi settori, pur prodighi nel descrivere tutti gli effetti negativi di una possibile vittoria delle opposizioni alle prossime elezioni, non sono in grado di avanzare una qualche strategia che consenta, nella prossima fase politica e non nel prossimo millennio, alle forze politiche e sociali dell’alternativa di svolgere una funzione utile alle classi lavoratrice e popolari. Questo dovrebbe essere invece il terreno sul quale costruire una proposta programmatica derivante da una visione ideale complessiva, sostenuta da una forza organizzativa insediata nella società e guidata da una tattica flessibile sul terreno delle alleanze.

Franco Ferrari

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