L’esito dell’ultima tornata di elezioni regionali, con il voto in Veneto, Campania e Puglia consente una prima verifica delle ipotesi di scenario di cui avevo parlato nell’articolo di due settimane fa (“Progetto e strategia in vista delle elezioni del 2027”).
Il primo dato politico è che la leadership di Elly Schlein esce rinsaldata dal voto dopo alcune settimane nelle quali era stata sotto attacco dalla destra del partito e dai media e commentatori che ritengono che abbia spostato troppo a sinistra il PD e che guardano sempre con sospetto ad un’alleanza articolata attorno ad un rapporto diretto tra lo stesso PD e i 5 Stelle. L’offensiva aveva al centro il tema della guerra in Ucraina, attorno alla quale le correnti centriste sperano di rompere il processo di costruzione di una coalizione alternativa alla destra, perseguendo una linea di bellicismo oltranzista. Non sappiamo quale esito avranno le trattative in corso tra Ginevra e Abu Dhabi, considerato che vi sono forti spinte in Europa per impedire che si raggiunga un’intesa e quindi se questa linea di attacco potrà essere proseguita.
Il Movimento 5 Stelle, nonostante le difficoltà di radicamento territoriale che si traduce in risultati elettorali inferiori nelle elezioni amministrative, può rivendicare il successo di Fico in Campania, pur concedendo non pochi compromessi con settori moderati e adepti del trasformismo politico. Conte mantiene una linea in equilibrio tra spinte diverse. Lavorare per la coalizione alternativa al governo di destra che si presenti all’elettorato nel 2027 senza farsi ingabbiare in una alleanza troppo stretta col PD, rischiando la perdita di identità e di ruolo, e la definizione di un profilo politico nel quale volta per volta il Movimento si colloca alla sinistra o alla destra del PD. D’altra parte un appiattimento sul PD si tradurrebbe in un allontanamento di elettori ed una fuga verso l’astensionismo.
Tra le altre forze della coalizione si registra un certo lavorio di componenti centriste, a volte residuate dal vecchio ceto politico, in altri casi prodotto dagli spostamenti spregiudicati di Renzi e del suo sempre più ristretto entourage. Sulla parte sinistra, AVS ottiene risultati meno brillanti del previsto soprattutto laddove la componente originaria quella di SEL aveva le sue roccaforti, come la Puglia di Vendola. La sua mancata elezione, oltre ad essere frutto di una delle tante leggi elettorali costruite nel tempo su misura per chi le ha prodotte, può determinare uno spostamento degli equilibri interni alla coalizione rosso-verde con un rafforzamento della componente Verde e della rete delle liste civiche locali. Per Sinistra Italiana sembra presentarsi il tema del radicamento territoriale e dell’insediamento sociale, lasciato in ombra dalla dimensione istituzionale e mediatica.
Al di là delle diverse dinamiche e ridefinizione delle prospettive delle singole componenti, sembra evidente che si stanno delineando gli schieramenti in vista delle elezioni del 2027. Se la destra si presenterà secondo la composizione ormai tradizionale e consolidata (seppure con oscillazioni nei rapporti di forza delle singole forze), il centro-sinistra sembra in grado, salvo sorprese, di presentarsi in modo unitario a differenza di quanto avvenne nel 2022. Da questo punto di vista la forza della Schlein, che le ha consentito di superare i numerosi ostacoli posti sul suo cammino, deriva dal fatto che non si vede un’altra proposta in grado di presentarsi come vincente nelle elezioni del 2027. Lo spostamento di Renzi deriva dalla comprensione che una correzione di rotta sui contenuti politici dell’alleanza da parte delle tendenze atlantiste e filopadronali, possa avvenire più dall’interno che dall’esterno.
Si può ritenere quindi che quello del 2027 sarà un voto fortemente polarizzato e con una effettiva competizione tra i due poli. Al momento però la destra mantiene un margine di consenso superiore e quindi non basterà la composizione unitaria dell’opposizione senza una definizione programmatica e progettuale che allarghi il consenso a settori di elettorato popolare, ancora scettico o indifferente.
Per primo Conte, seguito poi da AVS, ha posto l’esigenza di definire un programma politico attorno a cui costruire l’alleanza. È evidente che lo scoglio più rilevante resta il giudizio sulla guerra in Ucraina e più in generale la prospettiva di riarmo messa in campo in Europa come soluzione alla crisi del modello economico basato sulle esportazioni e il “libero commercio” sul quale ha vissuto la Germania e indirettamente tutta l’Europa.
L’altro elemento che emerge dal voto regionale, dove pure esistevano maggiori margini di manovra, è l’inesistenza di uno spazio elettorale significativo per una aggregazione che si collochi all’estrema sinistra rispetto alla bipolarizzazione. L’esito della Toscana, con il successo della lista Toscana Rossa guidata da Antonella Bundu, poteva sembrare la base per una analoga iniziativa nazionale. In realtà i voti successivi hanno confermato come si trattasse del frutto di una condizione eccezionale e del lavoro svolto in precedenza a partire da una lista fiorentina che si è proiettata sulla dimensione regionale. Anche in condizioni più difficili, come quelle delle precedenti elezioni regionali, il voto a sinistra del centrosinistra, senza contare i 5 Stelle, in Toscana si era attestato oltre il 4%.
Dopo il voto toscano, Potere al Popolo ha avviato un’iniziativa per guidare e determinare i caratteri di un potenziale polo alternativo dell’estrema sinistra. Contando sul diretto sostegno dell’USB e di alcune altre organizzazioni che fanno riferimento alla Rete dei Comunisti (i gruppi giovanili di OSA e Cambiare Rotta) PaP ha avviato il processo di costruzione di questo polo che in gran parte ripropone le esperienze del primo Potere al Popolo, ancora aggregazione unitaria e non partito di fatto, e di Unione Popolare. Al massimo con qualche ulteriore accentuazione settaria.
PaP ha fortemente scommesso sul voto in Campania, sia perché è una delle regioni dove è maggiormente insediata per la presenza, tra l’altro del centro sociale “Je so’ pazzo”, che si è conquistato un ruolo politico nella città di Napoli. Ha cercato anche di lanciare uno dei suoi due portavoce, Giuliano Granato, come possibile leader nazionale del polo di estrema sinistra. C’è stato un notevole investimento politico sulla personalizzazione, tant’è che in contrasto con il criterio prevalente delle liste di estrema sinistra, il suo nome è stato scritto sul simbolo. La campagna elettorale è stata indubbiamente vivace ma l’esito del voto però non ha risposto alle aspirazioni.
La coalizione Campania Popolare ha raccolto tra i 41.000 e i 43.000 voti, a seconda che si considerino le liste o il candidato presidente. Nelle regionali del 2020 lo stesso campo politico si era diviso in due liste che avevano raccolto complessivamente 52.000 e 58.000 voti. Nel 2018 il primo Potere al Popolo, ancora progetto unitario e non partito, raccoglieva in Campania più di 45.000 voti, mentre Unione Popolare, nel 2022, otteneva 47.000 voti.
Al di là di una limitata crescita a Napoli città, non si può dire che vi sia stata una vera dinamica espansiva, nonostante una maggiore capacità di mobilitazione di aree militanti. Per vantare il successo della lista, Granato ha dovuto ricorrere ad un trucco contabile, confrontando i risultati di queste elezioni con quelli della sola lista di PaP del 2020. Con questo confronto ha anche totalmente oscurato la presenza delle altre due forze politiche, PRC e PCI, che componevano la coalizione. In Puglia, senza Rifondazione Comunista, che ha deciso di presentare propri candidati sotto il simbolo del Movimento 5 Stelle, la coalizione Puglia Popolare e Pacifista si è fermata allo 0,70% per la candidata presidente e allo 0,51% per la lista. Anche in precedenti elezioni regionali, senza l’apporto di Rifondazione comunista, le coalizioni di estrema sinistra non hanno mai superato l’1%.
La mobilitazione che si è registrata intorno alla solidarietà per il popolo palestinese, così come in misura minore su altri temi, non sembra al momento aver prodotto alcun significativo spostamento elettorale. Se si esaminano tutti i risultati elettorali delle liste di sinistra esterne al centro-sinistra nelle Regioni che hanno votato dopo le elezioni politiche del 2022 si può riscontrare che questi, con l’eccezione della Toscana di cui si è già detto, non si discostano significativamente da quelli di Unione Popolare.
È un elemento strutturale confermato da una lunga storia elettorale che le nicchie militanti, pur capaci di svolgere una funzione importante nelle mobilitazioni e nei conflitti sociali, non sono in grado di tradurre questa presenza in risultati elettorali significativi. Questo dato sarà probabilmente accentuato se le elezioni politiche del 2027, come sembra probabile, saranno in sostanza un referendum tra continuità del governo delle destre o affermazione della coalizione di centro-sinistra. Può darsi che la destra proceda all’ennesima riforma elettorale, eliminando i collegi maggioritari ma, sembra evidente che cercherà di accentuarne il carattere maggioritario e quindi la bipolarizzazione.
Questo pone il problema per la sinistra di trasformazione di come recuperare una funzione politica in questo contesto. Tutti i tentativi messi in campo da Rifondazione Comunista di aggregazione al di fuori del bipolarismo a partire dal 2008, anche quando questo bipolarismo è entrato in crisi per la presenza del M5 Stelle, hanno avuto esito negativo (sulle scelte elettorali compiute dal PRC dalla sua fondazione torneremo in un prossimo articolo) e hanno prodotto da un lato l’affermazione di AVS come riferimento principale della sinistra radicale in campo elettorale-istituzionale, dall’altra la frammentazione delle forze che si collocano al di fuori del bipolarismo. Nei prossimi giorni è annunciata la fondazione di un nuovo “partito comunista”.
Delineare con maggiore nettezza il profilo di una forza che sia radicale senza essere settaria, con una dimensione classista che le consenta di recuperare un radicamento tra settori popolari che oggi o votano il centro-sinistra come male minore o si astengono, e una prospettiva che sia insieme “teleologica” (ovvero capacità di rimettere in campo un finalismo non messianico) e “societaria”, per utilizzare lo schema analitico introdotto da Annie Kriegel, è indubbiamente compito non facile.
Questa prospettiva si può articolare nella fase che porta alle prossime elezioni politiche, tenendo insieme il più possibile uno specifico contributo programmatico al confronto che si aprirà tra le forze di opposizione con la partecipazione ai movimenti conflittuali, finalizzata alla loro espansione e rafforzamento. Un programma politico che si ponga sul terreno della trasformazione della società in senso anticapitalistico non potrà certo realizzarsi in tempi brevi. Sarà la concreta capacità di iniziativa politica a determinare quanto di quel programma potrà essere messo in gioco nell’appuntamento elettorale del 2027.
Un ultimo appunto riguarda la questione dell’astensionismo che è nettamente cresciuto nelle elezioni regionali di domenica e lunedì scorsi. Avevo già scritto in precedenza su questo tema, sul quale esiste un certo numero di analisi accademiche con le quali sarebbe utile misurarsi. A parte una serie di fattori demografici (l’invecchiamento medio della popolazione, la ripresa dell’emigrazione in molte regioni) se ne possono indicare due più propriamente politici.
Innanzitutto pesa l’effetto del neoliberismo che ha puntato a sottrarre alla politica tutto il campo dell’economia affidandola ad un (immaginario) “libero mercato”. Ovvero un terreno di competizione nel quale il potere economico e finanziario non trova alcun freno alla propria espansione e all’incremento dell’accumulazione di capitale, se non le contraddizioni interne. A questo si aggiunga la tendenza più tradizionale a sottrarre anche la politica estera agli “umori” dell’elettorato e si vedrà come la restrizione del contenuto della politica non possa che produrre una restrizione dell’elettorato.
Il secondo fattore, più specificamente italiano, riguarda l’impatto della crisi dei partiti di massa. È stato rilevato come una parte dell’elettorato non voti perché nessuno glielo chiede. Non solo perché in alcune zone si sono ridotte le risorse disponibili per una motivazione clientelare, e questo sarebbe un bene, ma anche perché sono stati smantellati i partiti con un radicamento territoriale diffuso. Questo solo in parte è avvenuto per effetto di mutamenti sociali, ma per l’altra parte è stato il frutto da una spinta impressa dalle classi dominanti e accettata e perseguita da una parte delle leadership politiche (si pensi al PD veltroniano col suo pessimo americanismo di importazione).
Se si analizza il dato di alcune recenti elezioni in altri Paesi che hanno attratto l’attenzione (ad esempio Mamdani a New York, ma anche la Linke in Germania), si vedrà come il ritorno al voto di pezzi di elettorato che si era rifugiato nell’astensione è avvenuto attraverso l’organizzazione del “canvassing”, quello che in Italia chiamavamo più banalmente “porta a porta”. Si tratta in sostanza di motivare gli elettori attraverso il contatto diretto per il quale però occorrono forme concrete di organizzazione. Ora per costruire una mobilitazione dal basso occorre anche un progetto politico convincente che sia però anche credibilmente realizzabile nel contesto politico e sociale in cui si opera. Una serie di sfide indubbiamente complicate ma senza affrontare le quali è difficile produrre un reale cambiamento della situazione e avviare una controffensiva che interrompa l’ascesa delle forze reazionarie oggi prevalenti a livello globale.
Franco Ferrari
