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Il voto in Iraq

di Fabio
Alberti

Pioveva a dirotto a Baghdad nei giorni del voto e nei giorni seguenti. Le piogge torrenziali hanno trasformato le strade in canali di fango. In poche ore l’impianto idraulico e fognario della città, dimensionato un’altra era climatica, è saltato. Una pioggia tanto attesa, in un paese che da anni vive una siccità che ha messo a repentaglio una parte consistente dell’agricoltura, ma che, quando arriva tutta insieme come la scorsa settimana, finisce per fare danni.

L’Iraq è un Paese che vive, per quel poco che riesce a vivere oggi, di fossile.1 Il petrolio tiene in piedi bilancio e clientele, ma al prezzo di un modello di sviluppo che alimenta la crisi climatica invece di contrastarla. Combattere il cambiamento climatico, per l’Iraq, significherebbe rimettere in discussione l’intero patto sociale informale che redistribuisce rendita e potere: per questo lo si rimanda, lo si nega, lo si trucca nelle statistiche.

Ma non è solo il cambiamento climatico che crea la siccità che sta mettendo in ginocchio il paese. Questa è anche il prodotto di una politica della Turchia che con le grandi dighe sul Tigri e sull’Eufrate trattiene l’acqua nel suo territorio e si sottrae ai negoziati con Siria e Iraq che condividono gli stessi fiumi. Chi sta a monte decide la vita di chi sta a valle.

Lo denunciano da anni le associazioni ambientaliste nate dopo la caduta di Saddam, ormai diffuse in tutto il paese. A partire da Save the Tigris,2 che si batte contro inquinamento e impoverimento idrico dei due grandi fiumi che furono culla della civiltà mesopotamica e oggi sono un campo di battaglia tra dighe, multinazionali e governi. Su impulso di queste realtà si è riunito quest’anno, per la seconda volta, il Forum della società civile per le acque della Mesopotamia3: il primo incontro si era tenuto nel 2019 a Suleymaniyah, nel Kurdistan iracheno; il secondo si tiene ora, sei anni dopo, in un contesto ancora più teso e fragile. Attivisti da Iraq, Iran, Siria, Turchia e da molti altri paesi si incontrano per difendere il diritto all’acqua. E il Forum ha lanciato un allarme che non è più retorica: il rischio che le acque del Tigri e dell’Eufrate diventino motivo diretto di guerra è ormai concreto.

Gli attivisti per l’ambiente e il clima sono solo una parte di una società civile4 che, nata dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, si è diffusa e strutturata in tutto il paese. È stata questa rete a irrigare di contenuti progressisti il grande movimento nonviolento di protesta che, dall’ottobre 2019, ha riempito le piazze per due anni di seguito, ha fatto cadere un governo, impedito che se ne formasse un altro e ha imposto – almeno sulla carta – un processo elettorale nuovo, che per la prima volta ha aperto uno spiraglio a politici non legati alla spartizione settaria del potere. Una società civile ampia e variegata. Solo nei centri di formazione per la società civile gestiti da Un Ponte Per…, sono transitate oltre 500 organizzazioni.

Dall’ottobre (Tishreen in arabo, parola adottata come nome del movimento) , senza quasi eccezioni in tutto il paese migliaia di ragazzi e ragazze avevano riempito le strada e tenuto le piazze contro disoccupazione e corruzione e su una piattaforma di radicale riforma del sistema politico, per la fine della Muhasasa, il sistema di divisione etnico/religiosa del potere instaurato dall’occupazione statunitense nel 2005 e delle ingerenze esterne, innanzi tutto iraniane e statunitensi, negli affari iracheni .

Un movimento con una grande partecipazione femminile e un largo appoggio nella società che aveva saputo mantenere una postura nonviolenta nonostante oltre 700 vittime e 20.000 feriti fatti dalla polizia irachena e le milizie filoiraniane. Una rivolta con una grande maturità politica, una grande capacità di organizzazione e decisionalità democratica, ma isolata internazionalmente per essersi rifiutata di schierarsi nello scontro  geopolitico.

Ma cosa resta di quella rivolta, quattro anni dopo?

Una risposta indiretta arriva da due fatti politici degli ultimi mesi: la controriforma del sistema elettorale e lo scambio politico sulla riforma dello stato di famiglia. Due vicende che mostrano come il sistema politico abbia imparato a difendersi, costruendo sulle quote settarie un patto di mutua protezione dei privilegi, all’ombra del condominio iranostatunitense che controlla il paese. Un condominio basato sulla Muhasasa in base alla quale i  blocchi politici si articolano attorno alla divisione sunniti/sciiti/curdi, con sfumature interne ai tre campi, ma con la stessa logica: si litiga ferocemente per le quote e per la rappresentanza delle aree, mai per mettere in discussione il meccanismo.

Di fronte alla ribellione di Tishreen, le forze politiche tradizionali hanno finito per fare ciò che fanno sempre i sistemi consolidati: coalizzarsi contro chi li minaccia. La competizione tra Stati Uniti e Iran, lungi dall’aprire spazi, ha consolidato un assetto che è ormai, in modo quasi trasparente, un sistema di spartizione delle ricchezze del paese. La politica come tavolo di smistamento delle rendite, non come luogo di decisione collettiva.

Uno dei risultati di Tishreen era stata la riforma della legge elettorale. I ragazzi e le ragazze l’avevano posta come condizione per accettare un nuovo voto. La riforma, pur dentro i vincoli delle appartenenze etnico-religiose, aveva permesso per la prima volta l’ingresso in parlamento di un numero consistente di deputati giovani e indipendenti, oltre che di alcune nuove formazioni. Tra indipendenti e liste legate alla rivolta di piazza (Emtidad, Ishraqat Kanoon, altri cartelli minori), erano entrati in parlamento circa 60 deputati su 329: numeri mai visti nel dopoguerra iracheno.

Ma con il riflusso del movimento di massa, indebolito anche dall’arrivo della epidemia di Covid, quella presenza non ha avuto la forza di diventare blocco politico. Un po’ per ingenuità un po’ per opportunismo dei nuovi deputati, un po’ per la capacità delle vecchie forze di cooptare, comprare, intimidire; un po’ per l’emarginazione formale in parlamento e molto per la violenza delle milizie, che anche dopo le elezioni del 2021, hanno continuato a colpire attivisti e figure della sinistra. Il risultato è stato un lento svuotamento di quella rappresentanza, sostituita da disillusione, ritiro, emigrazione.

Quando la pressione delle piazze è calata, l’intero arco dei partiti settari ha colto l’occasione per blindare nuovamente il sistema. Una controriforma elettorale ha riportato nel 2023 il paese a un sistema che, dietro tecnicismi come il metodo Sainte-Laguë e le circoscrizioni provinciali, ha un effetto chiarissimo: rendere quasi impossibile l’elezione di deputati indipendenti e di piccoli partiti non incorporati in uno dei blocchi confessionali.

Le elezioni del 2025 sono state la prova del nove. Formalmente, la Commissione elettorale ha annunciato un’affluenza del 56,11% degli elettori registrati con tessera biometrica. In realtà, se si prendono come base gli  aventi diritto, il dato scende a circa il 40%. In altre parole, più della metà di chi avrebbe diritto a votare rimane fuori, e il “salto in avanti” celebrato come segno di rinascita democratica si rivela essere una bufala.

L’astensione è ancora più marcata proprio nelle zone sotto influenza del movimento di Muqtada al-Sadr5, che ha boicottato il voto chiamando i suoi alla non partecipazione. Lì dove, nelle proteste di Tishreen, si era vista una convergenza fragile ma reale tra giovani laici e base popolare sadrista, oggi c’è soprattutto diffidenza verso una democrazia ridotta a meccanismo di riciclaggio delle stesse élite.

Il dato forse più eloquente non è però la percentuale, ma la composizione del nuovo parlamento. Nelle elezioni del 2021 gli indipendenti e le liste legate alla protesta erano una sessantina in quelle del 2025 non arrivano dieci, dispersi, marginali. Dei 42 indipendenti non ne è rimasto nessuno. La lista Emtidad (estensione) che nel 2021 era risultata la prima nella provincia di Nassiriya, anche per una combinazione di errori, compromessi e malversazioni è precipitata, bruciandosi la credibilità al punto da non riuscire nemmeno a ripresentarsi. Zero seggi anche per la coalizione Al-Badeel (L’Alternativa), che riuniva 13 formazioni progressiste, dal Partito Comunista ai social-liberali, accomunate dal rifiuto della divisione etnico-religiosa.  Al-Badeel, tra gli altri, ha denunciato le gravi irregolarità che si sono manifestate durante le elezioni ed in particolare la compravendita dei voti avvenuta quasi alla luce del sole.  La Rete nazionale per l’osservazione delle elezioni che raccoglie otto organizzazioni e reti della società civile irachena ha documentato migliaia di violazioni attraverso oltre 6000 osservatori.6

L’unica lista in qualche modo legata all’onda lunga di Tishreen che riesce a reggere, anzi cresce un poco, è Ishraqat Kanoon (Alba della legalità): un partito islamista riformista di origine sciita considerato vicino al clero di Najaf7. Nel 2021 aveva ottenuto 6 seggi; nel 2025 ne conquista 8, capitalizzando anche sull’astensione sadrista e presentandosi come soggetto “pulito” dentro il campo sciita. Ma la sua stessa collocazione dice molto del tipo di spazio che il sistema concede: un’area riformista sì, ma pienamente interna al perimetro confessionale.

Con la scomparsa della sinistra e delle posizioni “né Iran, né USA”, il resto del campo politico ha potuto tranquillamente riorganizzarsi lungo le faglie tradizionali del potere. Le elezioni, più che scegliere una direzione, sono servite a misurare i rapporti di forza interni a ciascun blocco. Nel campo sciita si rafforzano le forze più vicine – e in alcuni casi direttamente dipendenti – da Teheran, comprese le liste espressione diretta di milizie armate, le stesse maggiormente accusate di aver guidato la repressione sanguinosa delle proteste. Al punto da poter ora minacciare di non riconfermare l’attuale primo ministro sciita, al-Sudani, prodotto di un compromesso USA–Iran nel 2021 e considerato troppo autonomo dal vicino persiano.

Nel campo sunnita si rafforzano le grandi famiglie e le tribù rispetto ai partiti, mentre rientrano in scena pezzi di vecchi apparati baathisti. Nel campo curdo continua il gioco a somma zero tra KDP e PUK, rappresentanza politica delle due grandi famiglie kurde che da sempre si dividono il potere: i Barzani e i Talabani, con le popolazioni del Kurdistan ridotte a massa di manovra in lotte di potere che ormai hanno poco a che vedere con le aspirazioni originarie di autodeterminazione.

La seconda vicenda degli ultimi mesi è, se possibile, ancora più grave. Da anni i tre principali blocchi, sunnita, sciita e kurdo, agitavano tre provvedimenti “bandiera” per tenere compatto il proprio elettorato: una riforma restrittiva del diritto di famiglia (voluta dagli sciiti), un’amnistia per ex baathisti e protagonisti della guerra civile (voluta dai sunniti) e un a legge per la restituzione delle terre espropriate da Saddam Hussein. Per anni nessuna di queste leggi era mai passata: l’amnistia per opposizione sciita, la riforma di famiglia per la forte opposizione della società civile, la legge sugli espropri per mancanza di numeri.

Nell’ultima sessione parlamentare, le tre leggi sono state approvate in pacchetto, grazie a un esplicito scambio bipartisan in cui i blocchi hanno votato a vicenda le rispettive bandiere. Una mano lava l’altra, entrambe lasciano sporche le mani di sangue e patriarcato.

Questa volta la resistenza della società civile, e in particolare del movimento femminista che già per due volte era riuscito a far cadere la riforma, non ce l’ha fatta a fermarla: indebolita da anni di repressione e senza più un’opposizione istituzionale che faccia da cassa di risonanza, ha dovuto assistere a un arretramento storico.

La riforma del diritto di famiglia non cancella formalmente la legge laica del 1959, ma la svuota di fatto dalle sue tutele principali. Introduce un sistema in cui lo status personale può essere giudicato secondo codici confessionali diversi, riducendo drasticamente il potere dei tribunali civili di difendere le donne e consegnando di nuovo al marito un controllo quasi totale all’interno della famiglia. L’aspetto più contestato è che, permettendo il ricorso alle corti religiose e a determinate scuole giuridiche, rende possibile la celebrazione di matrimoni di minori in età preadolescenziale, anche intorno ai 9–12 anni secondo alcune interpretazioni. E non si ferma lì: interviene su divorzio, eredità, cittadinanza dei figli e molti altri ambiti, rimettendo tutto nelle mani delle autorità religiose.

Alcune disposizioni sono già oggetto di ricorsi e sospensive, ma la direzione di marcia è evidente: riportare indietro l’Iraq di decenni, cancellando in pochi voti parlamentari ciò che lotte lunghe avevano strappato alle vecchie strutture patriarcali. Avvocati e avvocate per i diritti umani segnalano un aumento di casi in cui donne, separate o vedove, cercano rifugio nel nord, nell’area curda dove le nuove norme non si applicano, per sottrarsi alle pretese di padri ed ex mariti di impadronirsi dei figli.

È un arretramento tremendo, denunciato con rabbia da una società civile che sempre più spesso denuncia il doppio standard occidentale: i diritti delle donne sbandierati quando servono a giustificare invasioni e sanzioni, dimenticati quando significherebbe mettere in discussione alleati utili.

Dopo Gaza, questo sentimento di delusione nei confronti dell’Europa, dei suoi doppi standard e della sua complicità con il genocidio è diffuso in tutto il Sud del mondo, in particolare tra quella generazione di attiviste e attivisti che aveva ingenuamente pensato di trovare in Europa una sponda per le proprie lotte per diritti, libertà, democrazia.

Al contrario, l’ha vista voltare lo sguardo altrove, come aveva già fatto di fronte alle ribellioni democratiche dei giovani tunisini ed egiziani, sacrificati sull’altare della stabilità e della comodità di trattare con uomini forti e autocrati, molto più maneggevoli di una democrazia viva.

È in questo contesto che, anche senza figure autoritarie esplicite come l’egiziano Abd al-Fattāḥ al-Sisi o il tunisino Kaïs Saïed, la restaurazione , con la complicità delle potenze esterne, in Iraq soprattutto Iran e Stati Uniti – ha fatto passi da gigante. Disillusi dai risultati, i giovani che pure continuano ad alimentare un attivismo diffuso su molti fronti (ambiente, diritti delle donne, soccorso umanitario, lotta alla corruzione, diritti dei detenuti, sanità, istruzione, ecc.) operano in uno spazio che si restringe ogni giorno. Anche in Iraq, come in tanti altri paesi, si parla di shrinking space: lo spazio civico che si chiude, tra leggi liberticide, violenza mirata e indifferenza internazionale.

Tanto attivismo, dunque, ma pochissima fiducia nelle urne. I numeri lo dicono meglio di qualsiasi slogan: tra il 2005 e il 2025 la partecipazione è scesa da oltre il 70% degli aventi diritto a circa il 40%. È una “democrazia senza credenti”, amministrata da élite che continuano a spartirsi lo Stato e la rendita petrolifera, mentre la parte più giovane e viva della società o scappa, o tace, o protesta fuori dai canali ufficiali.

Un gruppo di attiviste e attivisti iracheni che ha partecipato all’incontro Unsilece di Barcellona lo ha detto con una semplicità disarmante: si sentono isolati. Continuano a lavorare, a volte sono costretti a fuggire per non essere uccisi, ma hanno la sensazione che il mondo li guardi solo quando esplode una crisi spettacolare – un assedio, un bombardamento, un massacro di massa – e si dimentichi di loro nei lunghi anni in cui la lotta contro colonialismo, settarismo, corruzione si consuma ogni giorno, nei tribunali, nelle scuole, nei quartieri allagati da una pioggia che, in un paese come l’Iraq, è ormai essa stessa una questione di potere.

Fabio Alberti

  1. Il petrolio costituisce il 99% delle esportazioni e il 90% delle entrate del bilancio dello Stato. https://www.eia.gov/international/content/analysis/countries_long/Iraq/Iraq_2025.pdf?utm_source=chatgpt.com[]
  2. https://savethetigris.org/[]
  3. https://savethetigris.org/international-mesopotamian-water-forum/[]
  4. https://www.iraqicivilsociety.org/ []
  5. Movimento sciita, conservatore, ma non allineato con lo sciismo iraniano e con un orientamento di carattere nazionale contro le ingerenze esterne che aveva inizialmente alimentato Tishreen per poi distaccarsene a causa del suo carattere laico.[]
  6. https://www.sun-network.org/wp-content/uploads/2025/11/Initial-Report-of-election-process-12-Nov-25.pdf []
  7. La lista aveva un vago riferimento nel grand’ayatollah al-Sistani, importante autorità religiosa che rifiuta la teoria iraniana del velayat al-faqih (governo dei giuristi), autonomo dall’Iran e di orientamento nazionale, aperto alla laicità dello stato e contrario alle milizie armate. []
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