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Il “non partito” degli astensionisti

di Franco
Ferrari

L’astensionismo elettorale in Italia è in crescita ormai da diversi decenni e tende ad accentuarsi. Nelle ultime elezioni politiche del 2022 la partecipazione ha raggiunto il minimo storico del 63,91% con un calo del 9,03%. È una tendenza condivisa anche in altri paesi europei con parziali eccezioni, come le ultime elezioni tedesche, che però non invertono la tendenza di fondo.

Il calo della partecipazione al voto solleva una serie di interrogativi e di tentativi di spiegazione che sono oggetto di un libro da poco pubblicato dalle edizioni del Mulino. Vittorio Mete e Dario Tuorto hanno ricostruito una sintetica rassegna del tema col titolo Il partito che non c’è. L’astensionismo elettorale in Italia e in Europa (pp. 229, euro 22,00) introducendo una serie di utili avvertenze. Intanto non si può parlare, come accade spesso nel gergo giornalistico, del “partito degli astenuti”, in quanto le motivazioni di coloro che non votano sono tra loro molto diverse e quindi non possono essere ricondotte sotto un’unica caratteristica dominante. Tolstoj in Anna Karenina scriveva che le famiglie felici sono tutte uguali ma quelle infelici lo sono ciascuna a modo suo. E gli astenuti sono un po’ come le famiglie infelici.

La secondo avvertenza è che, nonostante lo sviluppo della ricerca politologica e sociologica sul tema, l’astensionismo resta ancora un fenomeno difficile da afferrare e descrivere compiutamente. I dati statistici sul voto sono quelli certi ma offrono solo alcune indicazioni per quanto riguarda la ripartizione territoriale ma per provare a ricostruire il profilo demografico e sociologico, oltre che le motivazioni soggettive dell’astensione, occorre utilizzare i sondaggi. Questi, dovendosi concentrare su una parte ristretta, per quanto cospicua dell’elettorato, richiedono un maggior numero di contatti e quindi sono tendenzialmente più costosi. Inoltre per sua natura l’astenuto tende ad essere più elusivo nel rispondere alle indagini demoscopiche.

La prima operazione necessaria è delineare almeno alcune macro-categorie dell’astensionismo che permettono di introdurre divisioni importanti ma dalle quali non è facile poi trarre quantificazioni precise. La prima distinzione è tra gli elettori impossibilitati a votare e coloro che si astengono per scelta deliberata. Nella realtà anche questa differenziazione non è così immediata perché a volte un elettore poco motivato può trovare ostacoli insuperabili in condizioni che invece per altri non distolgono affatto dal voto. Resta comunque che vi è certamente un’estensione del numero di astenuti “per forza”.  Questo deriva da una serie di elementi relativi alle caratteristiche demografiche e alla mobilità territoriale dell’elettorato. 

Un elettorato tendenzialmente sempre più anziano trova maggiori ostacoli e anche minori motivazioni nel voto. Un altro fenomeno che incide è l’emigrazione che riguarda sempre più fasce giovanili. Riferiscono Mete e Tuorto che gli iscritti all’AIRE (l’anagrafe degli italiani residenti all’estero) dal 2001 al 2024 sono saliti da 2,2 a più di 5,3 milioni, pari al 10% dell’intero corpo elettorale. La partecipazione di questi potenziali elettori è molto più bassa di chi risiede in Italia. In altri tempi si organizzava il rientro in Italia degli emigrati per il voto (soprattutto da parte del PCI) con lo slogan: “torna per votare, vota per tornare”. Ora molti di coloro che vanno all’estero trovano collocazioni lavorative migliori di quelle che potrebbero ottenere in Italia e quindi non sono particolarmente motivati né a votare, né a “votare per tornare”. Va precisato che il dato di partecipazione al voto del 2022, non risente però di questo aumento consistente di elettori residenti all’estero, perché il 63,91% è calcolato solo sui residenti in Italia.

Esiste anche un consistente bacino di elettori che si trovano in Italia ma risiedono abitualmente (lavoratori o studenti) in località lontane dal luogo di residenza. Il rientro per votare è possibile ma richiede comunque una maggiore motivazione al voto. In questo caso si dispone di una stima che li fa ammontare a 4,9 milioni di unità e quindi si tratta di una cifra molto consistente.

Nelle elezioni del 2022 il non voto ha coinvolto oltre 16,5 milioni di elettori, senza considerare che a questi andrebbero poi aggiunti il mezzo milioni di schede bianche a almeno una parte delle 800.000 schede annullate (parte volontariamente e in parte per errori non voluti).

Anche sottraendo alcuni milioni di elettori impossibilitati per varie ragioni restano certamente svariati milioni di astenuti per scelta. Qui si può introdurre una seconda divisione utile seppur ancora sommaria. C’è un astensionismo di settori sociali marginali che restano per vari motivi lontani dalla dimensione politica. Non ne sono coinvolti, non seguono l’informazione relativa, non hanno una vera e propria opinione politica. A volte sono ripiegati interamente (e anche comprensibilmente) sulla propria condizione di vita. Questo astensionismo tende a coinvolgere settori sociali periferici e principalmente appartenenti a classi popolari. È legato in genere a bassi livelli di scolarizzazione e spesso la politica è considerata non solo irrilevante per le proprie condizioni di vita ma anche spesso incomprensibile. È uno dei fattori che tradizionalmente favoriscono il maggior astensionismo nelle regioni centro-meridionali.

Diverso è invece l’astensionismo più politicizzato di chi segue le vicende politiche ma che esprime un proprio rifiuto delle diverse “offerte” che il sistema elettorale propone. In questo caso si possono distinguere gli astenuti “cronici” e gli “smobilitati”. I primi si sono distanziati dal voto da tempo e non sono facilmente riconquistabili all’esercizio elettorale. In questo astensionismo pesa una tradizione “qualunquista” che ha una presenza storica nella realtà italiana, tant’è vero che si può definire sulla base di un movimento politico, “L’Uomo Qualunque”, che si presentò alle elezioni nell’immediato dopoguerra. Lo “smobilitato” è colui che è rimasto contrariato dalle scelte politiche effettuate dalla propria parte ma non vuole passare dall’altro lato della barricata elettorale.

Bisogna introdurre un’altra figura di astensionista, quello “intermittente”. Un fenomeno che si è decisamente accentuato negli ultimi anni portando a significative differenze di partecipazione tra i diversi momenti elettorali. Il voto politico resta quello che convoglia la maggiore partecipazione che invece tende a scendere drasticamente in altri appuntamenti elettorali. Particolarmente scarso diventa in molti ballottaggi per le elezioni comunali. Si può rilevare come tutta la retorica dei sostenitori del maggioritario (i cittadini vogliono sapere subito chi vince) e della “presidenzializzazione” delle elezioni amministrative affidando maggiori poteri ai presidenti delle regioni e ai sindaci, sempre giustificati in nome di un presunto desiderio del cittadino stesso, abbiano invece accelerato il processo di allontanamento dalla politica. Oltre, alla possibilità di condizionamento da parte di lobby e gruppi di interesse.

Sarebbe qui da introdurre un altro elemento che è certamente collegato alla crescita dell’astensionismo ovvero il declino dell’insediamento sociale e territoriale dei partiti. La crisi dei partiti di massa non è certamente imputabile interamente all’abbandono del sistema elettorale proporzionale, ma i mutamenti introdotti hanno contribuito alla loro crisi (da alcuni fu teorizzata). I partiti insediati sul territorio favorivano la politicizzazione dell’elettorato più marginale e quindi in genere anche più popolare. La loro riduzione a comitati elettorali ha quindi indebolito questa funzione e ha accelerato i fenomeni astensionisti.

Le ricerche sull’astensionismo, che Mete e Tuorto riportano nel loro libro, confermano quanto è largamente noto. L’astensionismo è più diffuso tra chi ha un basso reddito, tra i lavoratori manuali e tra chi ha un ridotto livello di istruzione scolastica. C’è anche un maggiore astensionismo femminile (con alcune punte significative ad esempio tra le donne over 60 nelle regioni meridionali), mentre per quanto riguarda i giovani la partecipazione è buona nel momento del primo appuntamento elettorale, raggiunti i 18 anni, tende poi a declinare.

Le ragioni dell’astensionismo andrebbero più ampiamente inquadrate, rispetto a quanto fanno Mete e Tuorto, nei mutamenti più complessivi del contesto sociale, le condizioni strutturali, e in quelle specifiche al sistema politico.

Sul primo punto è evidente che i decenni del capitalismo neo-liberista che si è imposto a partire dagli anni ’80 e poi con ancora più forza dopo il crollo dell’URSS, ha puntato a ridurre le possibilità di azione politica sottraendo ad essa tutto il campo dell’economia, affidato ad un’entità mistica (il “mercato”) dietro la quale si nasconde, sempre più a fatica, la brutale realtà dei rapporti di classe.

La globalizzazione, nelle forme determinate dal capitalismo finanziarizzato, ha anch’essa contribuito a ingabbiare le possibilità d’azione del potere politico. Anche in questo caso si è “naturalizzato” un processo che non è stato affatto spontaneo ma frutto di scelte ben precise che ora le stesse classi dominanti, o la parte prevalente di esse, stanno smontando senza troppi rimpianti.

Quali margini d’azione siano consentiti ad un potere politico che provi a realizzare una politica alternativa e di parziale ma progressiva e determinata rottura con il paradigma neoliberista è questione sulla quale la sinistra, soprattutto quella radicale dato che quella moderata o liberale tende a non porselo, non ha ancora fornito risposte adeguate e convincenti. 

Nel caso italiano sarebbe utile ricostruire l’andamento dell’astensionismo alla luce dell’evoluzione del sistema dei partiti. Ci sono alcuni passaggi che, seppure non possono essere generalizzati e quindi trasformati in “legge” seppure tendenziale, sollecitano una necessaria riflessione. Un’elezione che ha segnato uno dei picchi più alti di partecipazione elettorale è stata quella del 2006 che ha contrapposto “L’Unione” di Prodi alla “Casa delle Libertà” di Berlusconi. L’affluenza fu dell’84,24% con un incremento del 2,89% rispetto alle elezioni precedenti (in parte dovuto a ragioni tecniche per un lavoro di ripulitura delle liste elettorali). Furono anche le elezioni nelle quali si realizzò il massimo di bipolarizzazione del sistema in quanto le due coalizioni, molto estese, ottennero il 49,81% e il 49,74% (PRC e PdCI all’interno dell’Unione raccolsero complessivamente l’8,16%). Tutte le altre liste presenti si dovettero accontentare di uno 0,45%. Le due coalizioni mobilitarono 19 milioni di elettori ciascuna.

Se confrontiamo questi dati con il voto del 2022 registriamo una serie di differenze molto rilevanti. Complessivamente la coalizione di destra vince le elezioni con il 43,79% corrispondente a 12,3 milioni di voti. Abbiamo un evidente drastico calo con una perdita di 6,7 milioni di elettori. L’insieme delle forze che derivano dall’Unione (PD+alleati, centristi, UP) hanno raccolto 9,9 milioni di elettori. Un calo ancora più consistente di 9 milioni di voti, in parte compensato da un Movimento 5 Stelle, spostatosi sul versante progressista (e con cui Letta rifiutò anche solo una forma di desistenza) che ha ottenuto 4,3 milioni di voti. 

Questo confronto sembra indicare che il moltiplicarsi dell’offerta politica che dal bipolarismo perfetto del 2006 è passata a quattro offerte alternative sul versante del centrosinistra (PD e coalizzati, centristi, M5S, UP) non ha prodotto una maggiore affluenza. Secondo i dati elaborati da Mete e Tuorto sull’astensione del 2022 hanno inciso nella stessa misura elettori che nel 2018 avevano votato per il centrosinistra e per il centrodestra mentre avevano contato in misura maggiore, prevedibilmente, elettori che hanno abbandonato il Movimento 5 Stelle.

Il confronto tra il 2022 e il 2006 non è sufficiente per trarre conclusioni ma pone qualche interrogativo. Non sembra essere tanto il moltiplicarsi dell’offerta politica quanto la percezione che si sia in presenza di un una reale contesa per il potere tra soggetti politici sufficientemente differenziati a favorire la mobilitazione dell’elettorato. L’unico tentativo di fuoriuscire dal bipolarismo che ha avuto successo è stato il Movimento 5 Stelle ma dato che la sua importante ascesa elettorale non ha consentito di mantenere il ruolo di forza “anti-sistema” all’opposizione ma si è subito tradotta in impegno di governo, l’aggregazione di elettori di diversa e contrastante provenienza, ha aperto contraddizioni difficilmente risolvibili. Il M5S di Conte è ora troppo grande per restare fuori dal bipolarismo ma non abbastanza grande da diventare la forza egemone del polo “progressista”. 

È interessante notare che tutti i leader delle forze politiche che dovrebbero comporre un ipotetico “campo largo” hanno tutti tentato di sfuggire alla morsa del bipolarismo senza riuscirci. La Schlein con la breve avventura di “Possibile”, Bonelli con la partecipazione a Rivoluzione Civile, Fratoianni con LEU, Conte con il M5S “né di destra né di sinistra” ed anche il rientrante, e non ancora riaccolto, Renzi con l’operazione centrista. Ma un bipolarismo in cui il versante di centrosinistra sia egemonizzato dalle forze moderate (la destra del PD, i neocentristi, Corriere-Repubblica, il sindaco di Milano, per intenderci) sembra avere pochissime chance di successo. L’altra strada, di cui sembrano essere più consapevoli Schlein e Conte, è quello di un bipolarismo polarizzato e non convergente al centro. Il quale però deve anche recuperare credibilità dopo le delusioni create dai governi Prodi e i vari governi tecnici e di unità nazionale ai quali ha partecipato il PD. 

Altre ipotesi esterne al bipolarismo, e finora fallite, si basano sull’esistenza e l’incremento dell’astensionismo per immaginare una potenzialità elettorale. Ora, come si è visto, gli astensionisti sono una realtà molto differenziata. Certamente una forte componente di queste è collocata nelle classi popolari e settori che sociologicamente formavano parte dell’elettorato e del tessuto militante della sinistra operaia (PCI e PSI). Difficilmente sembrano rimobilitabili senza alcune condizioni che al momento mancano. Un insediamento territoriale diffuso in grado di riportare sul terreno direttamente politico ed elettorale elettori che sono, e si considerano essi stessi, marginali e una strategia per il potere che presuppone la costruzione di un blocco sociale e di una politica delle alleanze. La combinazione sulla quale tendono a collocarsi le formazioni di estrema sinistra, radicalismo verbale ma inefficacia pratica, individuazione di temi utili per differenziarsi all’interno della nicchia militante ma scarsamente attrattive per un elettorato mediamente o scarsamente politicizzato, non sembrano tali da potere attrarre l’astensionista per scelta e probabilmente nemmeno quello intermittente.

Franco Ferrari

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