A che serve il tempo che passa? Uno se lo chiede e pensa a ciò che ha fatto e a ciò che è successo. È servito, va meglio o peggio? Sarà appunto il tempo passato, assai più di quello che mi rimane, l’estate, un po’ di isolamento, ma la testa mi va un po’ su e giù. Va appresso a ricordi, ragionamenti fatti, tutto un po’ a pezzi, su ciò che rimanda la memoria, che poi magari fa qualche scherzo, e senza pretese di precisione storica. Mi viene in mente un articolo di Lucio Magri, Cambiare pelle, se ricordo bene perché non lo trovo e la digitalizzazione del Manifesto non ci arriva. Mi pare fosse un invito alla Nuova Sinistra a crescere. Ricordo una sua relazione ad un seminario del Pdup un po’ al chiuso, mi pare fosse Bellaria, in cui Magri mi pare riprendesse, da sinistra, il partito unico della sinistra di matrice amendoliana. Amendola pensava a Livorno e ai socialisti. Magri al ’68 e alla terza via che non era ancora lo schifo di Blair ma la ricerca di Berlinguer. Fu abbastanza uno “scandalo” l’ azzardo culturale di Magri che provava ad avanzare sul tema della rifondazione della sinistra. Anche allora il PCI era un discrimine nella bolla che allora era molto più sociale e non social. Vai col PCI, era accusa che stigmatizzava. Un po’ come vai col Pd oggi. Naturalmente il paragone è improponibile perché è improponibile quello tra PCI e Pd. Eppure lo stigma si viveva sulla pelle. Poi magari capitava che Lotta Continua indicasse il voto al PCI invece che al cartello di Dp. Per far esplodere le contraddizioni, diceva. L’ostilità verso il PCI era di molteplici nature. Dall’accusa di riformismo che frena le lotte a quella di partito d’ordine che va combattuto. Dal 1968 al 1977, in parte. Compresa la critica storica del trotzkismo, tra entrismo e antitogliattismo. Il Manifesto, e poi il Pdup, si sa erano una cosa diversa da altri gruppi. Io scelsi, da giovanissimo, quella collocazione e non altra. Chissà perché. Posso dire, 55 anni dopo, perché nelle mie scelte di vita, via da casa, finito il liceo, precario e a rischio, c’era un bisogno che la politica realizzasse un mondo in cui potessi vivere. Come mi muovessi tra la vita in una comune e iscrivermi al Manifesto Pdup fa parte di quello che sono stato. Che per altro preferiva le lotte sociali a quelle a scuola, i “proletari” agli studenti. Trovandomi a passare dal fare la lotta radicale per la casa a seguire i lavori parlamentari sulle riforme e i convegni con architetti ed urbanisti. In quegli anni ci furono in fondo due cammini, più altri, anche drammatici che non presi in considerazione. Fare un partito alternativo al PCI, un terzo partito della sinistra più o meno contro gli altri. Provare a rifondare la sinistra. Con la terribile accusa di stai col PCI. La discussione aveva anche livelli alti e non solo anatemi. Tra Magri e Menapace, Foa, gli esponenti più giovani dei gruppi. Anche in famiglia, e più strategica, tra Magri e Rossanda. Nel farsi più prosaico delle cose ci fu lo snodo del 1979 quando andarono alle elezioni Nuova Sinistra Unita (NSU, cartello degli alternativi) e il Pdup in alleanza con l’Mls. La prima, che era favorita, non fece il quorum, restando sotto l’un per cento. Il Pdup invece elesse e rimase in Parlamento. Dove il cartello di Democrazia Proletaria era entrato nel 1976 con lo slogan “forse Dp avrà solo il 3% ma servirà a mandare al governo le sinistre”. Un compromesso verbale, con scarso riscontro nelle urne. Come sempre prendere i voti a sinistra del PCI non era facile. Piazze piene, urne vuote, mi pare scrivesse sempre Magri. Sgrulliamo l’albero e il PCI raccoglie, ci dicevamo. Non era per ragioni elettorali ma ricordo che maturai l’idea che bisognasse appunto cambiare pelle. Quando il PCI ruppe col compromesso storico (voleva il cambiamento senza avventure e ottenne avventure senza cambiamento, scrisse Magri) pensai che era il momento di un atto unilaterale. Prima che ciò che restava del ‘68 si sfaldasse del tutto (anche drammaticamente) si poteva puntare sul rifondare il PCI. Non facile, anzi. Perché, dico oggi tanti anni dopo, Berlinguer non era riuscito a dare alla terza via la forza storica della via italiana al socialismo di Togliatti. Certo aspettare, come fecero Magri e la maggioranza del Pdup, non fece, per me, che far sì che la spinta del ‘68 scemasse ancora ed entrassimo quando Berlinguer era morto. Troppo tardi. Ma ancora in tempo per me per fare la battaglia contro il nucleare e costruire un’area rossoverde che poi stette col No. E per Magri per vedere per tempo i disastri dell’occhettismo, provare ad anticiparli al 18esimo congresso e poi opporsi allo scioglimento (3 soli no nella prima direzione dopo la Bolognina) e quindi contribuire ad una battaglia di massa che prese il 30 e più per cento contro Occhetto. E fondò un nuovo partito relativamente di massa per iscritti e voti. Ciò che non aveva fatto il ‘68 succedeva per la via della rifondazione, purtroppo mancata, del PCI. Così nasce il Prc, dove Dp, che intanto si è divisa dalla parte che va coi verdi, confluisce. Mi fermerei qui. Con due considerazioni. Negli anni a Botteghe Oscure ho provato la politica per cui quando fai qualcosa succede qualcosa. Intendiamoci, anche prima avevo partecipato e fatto cose anche importanti e utili. Ma a Botteghe Oscure sentivo il peso. Mi è rimasta questa voglia come senso della vita. Che Rifondazione contasse per me era importante. La dico per come mi viene, non mi trovo a mio agio con una politica di declamazioni, messianica e di selfie. Certo neanche nelle scorciatoie opportuniste. Si combatte con la situazione concreta, con le forze concrete. Togliatti docet. E sto al titolo, un po’ surreale e ironico. Il Pd non è lontanamente il PCI. E non si può fare il Pdup. Ma neanche NSU. Il bipolarismo ha sostituito il dualismo tra i due grandi partiti di massa. Anche allora non era facile trovare spazio politico ed elettorale. Allora era un doppio sistema che non prevedeva alternanza. Ora una alternanza che prevede un solo sistema. Oggi come ieri bisogna scardinare ciò che ci blocca. Oggi l’unità del sistema intorno a punti fondamentali come la lettura del 1989,la globalizzazione, Maastricht e l’Europa reale, il suprematismo occidentale. Bisogna far saltare questa convergenza frutto in Italia del disastro occhettiano e in Europa dello slittamento socialista. La lotta alla guerra e al riarmo può essere la leva.
di Roberto Musacchio

2 Commenti. Nuovo commento
Un pezzo di storia con percorsi vissuti insieme , che si dividevano, poi si ritrovavano. Hai definito Rifo come un partito RELATIVAMENTE di massa. Beh, nel 91 Rifondazione aveva circa 80.000 iscritti e puntava a raggiungere quota 100.000. Se pensi che il PD oggi, a livello nazionale ha circa 50.000 iscritti reali (che poi si gonfiano in vista di congressi e di primarie)… Ricordo che ero nella segreteria della Federazione di Civitavecchia e avevamo 1545 iscritti. Il mio circolo, a Ladispoli, aveva 90 iscritti, mentre oggi il PD non arriva a 50 e Sinistra Italiana sta sulla ventina. Rifondazione era un partito di massa, senza “Relativamente”.
una ricostruzione condivisibile. Tuttavia il problema del partito era ed è non nella questione di allearsi o meno con PCI o PD, ma nel volere davvero una terza forza oppure nel dare vita a una forza di pressione esterna. I due temi non si sovrappongono necessariamente. A me sembra che la scelta del Pdup sia stata la seconda, perlomeno a partire dalla sconfitta elettorale del 1972 e dal conseguente abbandono di Natoli. La lettura del ” Il sarto di Ulm” mi sembra peraltro confermare quest’idea. Da Chianciano ad oggi mi pare che la questione del partito sia stata appunto dominata dall’equivoco delle alleanze, mentre la sostanza del tema, un partito per fare cosa?, sia passata in secondo piano.