La COP30 di Belém si è conclusa, riprendiamo un minimo di analisi del senso di quanto accaduto dopo l’articolo Crisi climatica da Belem a Teheran1. Il punto di vista sugli eventi legati alla crisi climatica che si sviluppa articolo dopo articolo è quello dell’intersecarsi dei diversi piani di crisi che attraversano le nostre società, per cui è stato coniato il neologismo della policrisi, contesto nel quale emerge l’aumento a dismisura delle diseguaglianze sociali. Dall’articolo citato: “Lo stato reale delle cose a proposito di diseguaglianze è analizzato dal report sulle diseguaglianze a livello globale redatto per il G20 da un gruppo di lavoro diretto da Joseph E. Stiglitz., G20 Extraordinary Committee of Independent Experts on Global Inequality. A fronte dei dati forniti dal report che non fanno che confermare le tendenze degli ultimi decenni nella creazione e distribuzione della ricchezza, sta l’abnorme sviluppo degli investimenti in campo militare e più in generale l’utilizzo dello sviluppo di nuove tecnologie piegato alle esigenze dell’industria bellica.”
Tutti i processi sono connessi tra loro nella ‘grande trasformazione’ del sistema, del modo di produzione capitalistico, l’andamento, le prese di posizione, gli schieramenti, gli esiti della conferenza si spiegano se proiettati sulle dinamiche di quella trasformazione. I singoli paesi e gli schieramenti giocano i propri interessi nel presente le proprie prospettive future nel contesto di una possibile transizione ecologica e energetica.
Purtroppo possiamo parlare di vero e proprio fallimento della COP30, la dichiarazione finale di Belém non contiene impegni reali rispetto a tre obiettivi fondamentali, la roadmap verso la riduzione dell’uso delle fonti fossili e la BAKU TO BELÉM ROADMAP2 che prevede che il supporto -ai paesi meno sviluppati e maggiormente colpiti dalle conseguenze del cambiamento climatico- raggiunga 1.3000 miliardi di dollari/anno nel 2035. Infine l’inconsistenza dell’azione contro la deforestazione.
Possiamo riferire alcuni giudizi. Il WWF parla di “azioni modeste” e denuncia: “La cosiddetta ‘COP della verità’ non ha fornito né una tabella di marcia né soluzioni concrete. Il documento finale è debole e privo di sostanza”. L’associazione ambientalista evidenzia inoltre che proprio i due principali driver della crisi climatica — fossili (responsabili di oltre il 75% delle emissioni climalteranti) e deforestazione — mancano dal testo finale.
Plastic Free Onlus sottolinea la gravità dell’assenza di riferimenti diretti ai combustibili fossili.
Silvia Pettinicchio commenta: “Questo accordo non rappresenta un passo avanti, ma un passo di lato. La scienza chiede di accelerare, ma la politica continua a temporeggiare”. L’organizzazione punta il dito anche sull’eccessiva presenza delle lobby fossili e dell’agribusiness — oltre 300 rappresentanti accreditati — considerati un fattore che ha influenzato negativamente l’esito del negoziato.
Le strategie di contrasto al riscaldamento globale, per essere efficaci, tralasciando gli effetti già presenti e la straordinaria inerzia del sistema, richiedono una trasformazione radicale dei rapporti sociali di produzione con l’impiego di una mole straordinaria di investimenti finanziari Contemporaneamente queste strategie vengono interpretate, diventano dispositivi del processo di finanziarizzazione complessiva dell’economia. Il dispositivo fondamentale è quello delle “compensazioni che conosciamo bene coi carbon credits.
Il Tropical Forests Forever Facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione. Se ne parla in realtà dal 2018 in seno alle discussioni del G20, che riguardano principalmente accordi commerciali ed è un meccanismo che di fatto risponde alle regole del mercato globale e non a quelle impellenti della difesa del clima. Il reportage dalla Conferenza sul clima3. (…)
La lotta al cambiamento climatico si fonda su due pilastri essenziali: la decarbonizzazione e la protezione delle foreste e dei boschi. Il governo del Brasile ha scelto la via delle compensazioni e della finanza rinunciando di fatto a una scelta strutturale e sistemica, ovvero abbandonare le fonti fossili e decarbonizzare l’economia. (…)
La protezione delle foreste almeno negli ultimi 20 anni è diventata un far west, un ambito nel quale fare affari e costruire campagne di marketing per rendere più green l’immagine di imprese e Stati. E la spinta viene da molto lontano, con l’ideazione di strumenti compensativi che consentano all’industria del fossile di operare business as usual. (…)
La logica delle compensazioni si basa su un presupposto: essendo il cambiamento climatico un fenomeno a impatto globale, finanziare progetti che riducono, evitano o sequestrano gas serra come la CO2 in un luogo contribuisce a ridurlo in un altro. Questo può essere applicato alla costruzione di impianti a energia rinnovabile ma anche a progetti di riforestazione. Con questo approccio si sono affermate molte iniziative di finanziarizzazione della natura che trasformano le risorse naturali in asset. (…)
Il rapporto State of finance for forests 2025 – Sff4 pubblicato dall’Unep, il programma per l’ambiente delle Nazioni Unite, valuta lo stato attuale dei flussi finanziari verso le foreste e mette in luce il divario fra quanto viene investito e quanto sarebbe necessario per raggiungere obiettivi climatici, di biodiversità e di contrasto al degrado del suolo. Secondo l’Unep “le foreste sono al centro degli sforzi globali per affrontare il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità, tuttavia i finanziamenti per la loro protezione e restaurazione sono ben al di sotto di quanto necessario, creando sia rischi materiali che opportunità mancate per le istituzioni finanziarie”. Si tratta dunque anche di “mancate opportunità finanziarie”.
Sulla base dell’analisi SFF della spesa pubblica interna, il finanziamento forestale è più alto in economie avanzate o paesi a reddito più alto, mentre i bisogni maggiori si trovano nei paesi a basso e medio-basso reddito con spesa pubblica limitata. Ad esempio, si stima che 31 paesi delle foreste tropicali abbiano destinato un totale di 12,9 miliardi di dollari alle foreste, pari solo al 17 per cento della spesa governativa globale per le foreste (75 miliardi di dollari USA). Analogamente, la SFF rileva che alcuni paesi forestali tropicali spendono molto di più per le foreste di quanto ricevano in assistenza ufficiale allo sviluppo delle foreste. Nel 2023, 22 paesi hanno speso in media 36 volte più del supporto esterno ricevuto, evidenziando uno squilibrio strutturale e il ruolo cruciale della finanza pubblica interna nei paesi ricchi di foreste. Teniamo conto che 8,8 milioni di ettari di foreste tropicali umide sono stati degradati nel 2024. Un fattore principale di ciò sono stati gli incendi boschivi nelle foreste tropicali umide del bacino amazzonico, che hanno emesso: 791 tonnellate metriche superando le emissioni di gas serra di un paese industrializzato come la Germania.
Schieramenti e protagonisti, assenti e presenti.
Gli USA sono stati sostanzialmente assenti da questa COP con l’amministrazione Trump impegnata a smantellare ogni istituzione, pratica e strategia di riduzione delle emissioni, mentre ci si aspettava giocasse un ruolo quantomeno di mediazione assieme al Brasile, a differenza dell’India per ora non scopre le sue carte, non svela le sue strategie future essendo una delle economie in maggiore sviluppo con un uso preponderante del carbone.
L’altro protagonista della scena mondiale è lo stato cinese, era molto atteso visti gli investimenti nelle filiere industriali legate alla transizione energetica. Cina rispetto alla principale posta in gioco della COP30 cioè la definizione di una roadmap condivisa verso l’abbandono delle fonti fossili non ha giocato il ruolo che ci si sarebbe aspettati nonostante il ruolo assunto nella transizione energetica nelle azioni per la riduzione delle emissioni di gas climalteranti.
La Cina ha già svelato nel mese di settembre i suoi obiettivi in termini di riduzione delle emissioni Nationally Determined Contribution (NDC)5.
Il 3 novembre 20256 la Cina ha presentato il suo Contributo Nazionale Determinato (NDC) 2035 alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici. La proposta riafferma gli obiettivi della Cina per il 2035 del NDC annunciati dal Presidente Xi Jinping al Vertice delle Nazioni Unite sul clima nel settembre 2025. Inoltre, elenca obiettivi quantitativi specifici sui gas serra non costituiti da CO2.
Gli obiettivi quantitativi chiave nel NDC 2035 prevedono che la Cina:
- Ridurrà le emissioni nette di gas serra a livello economico del 7–10% sotto i livelli massimi entro il 2035 e cercherà di fare meglio;
- Aumenterà la sua fornitura di energia non fossile al 30% del consumo totale di energia entro il 2035;
- Aumenterà la capacità eolica e solare installata a oltre 3,6 TW entro il 2035 (≈ sei volte i livelli del 2020);
- e Garantirà che il volume delle scorte forestali superi i 24 miliardi di metri cubi entro il 2035.
In particolare per quanto riguarda i gas serra non CO₂, il NDC 2035 della Cina include i seguenti obiettivi quantitativi
La Cina ridurrà la produzione e il consumo di HFC di almeno il 30% rispetto ai livelli di base entro il 2035 (in linea con gli obiettivi previsti dall’emendamento di Kigali al Protocollo di Montreal sulle sostanze che impoveriscono lo strato di ozono); la Cina aumenterà il tasso di riutilizzo complessivo del letame di bestiame e pollame a oltre l’85% entro il 2035 (il Piano d’Azione per il Controllo delle Emissioni di Metano della Cina fissa l’obiettivo di aumentare il tasso di riutilizzo complessivo del letame di bestiame e pollame a oltre l’85% entro il 2030. vedi il policy brief dell’IGSD7
È inoltre degno di nota che la Cina si impegna a proteggere i suoi pozzi naturali di carbonio, incluso mantenere regioni ecologicamente protette sopra la soglia di 3,15 milioni di chilometri quadrati, aumentare il tasso di copertura forestale a oltre il 26% e elevare il tasso di conservazione del suolo al 75%. La scienza del clima ha confermato che solo una strategia combinata CO2 + superinquinanti non CO2 può affrontare l’emergenza climatica per evitare catastrofi climatiche e punti di svolta. L’integrazione dei gas serra non legati alla CO2 negli obiettivi quantitativi NDC della Cina rappresenta un passo avanti. Tuttavia, si possono individuare ulteriori ambizioni e azioni, basandosi sulle NDC cinesi del 2035, per affrontare l’emergenza climatica.”
La Cina, che ora controlla la maggior parte dell’economia verde, ha rifiutato di colmare un vuoto di leadership, unendosi invece alla maggioranza delle nazioni nell’opposizione alla roadmap dei combustibili fossili e rifiutando di contribuire alla Tropical Forest Forever Facility brasiliana. La Cina ha inoltre usato la sua influenza per contrastare misure come la tassa di frontiera sul carbonio dell’UE, che mira a proteggere le industrie europee dalle importazioni di prodotti più economici e ad alta intensità di carbonio. La Cina ha rinunciato a giocare un ruolo politico, mantenendo il ruolo industriale, rinunciando a mobilitare lo schieramento dei BRICS. (https://healthpolicy-watch.news/cop30-ends-with-plans-to-make-more-plans-no-mention-of-fossil-fuel-phase-out/ ).
BRICS e crisi climatica.
In questa COP non abbiamo quindi visto un ruolo dei paesi dei BRICS rilevante quanto ci si sarebbe aspettati, a partire dalla collaborazione tra Cina e Brasile. Sulle trattative, nel gioco che si svolge a Belém convergono tutti i processi che coinvolgono i diversi attori, se vogliamo capire le motivazioni della Cina dovremmo analizzare la strategia complessiva e la congiuntura in particolare in cui si colloca il passaggio della COP. Il piano della crisi climatica si interseca con tutti gli altri piani entro il contesto dell’instabilità complessiva della formazione sociale globale su cui ormai stiamo ragionando negli ultimi due anni almeno. I Brics che dovrebbero essere trai i protagonisti della scena globale, non sono comparsi. C’è una connessione con l’opposizione che i paesi produttori di idrocarburi hanno esercitato per bloccare ogni accenno ad una roadmap verso la decarbonizzazione. L’Arabia Saudita in particolare l’autocrate, il principe ereditario e primo ministro saudita Bin Salman ha fatto un accordo con l’amministrazione USA per 1.000 miliardi di investimenti negli USA, mentre si apre ad investimenti delle Big Tech data center sul proprio territorio. Mentre l’anno scorso si parlava di un prossimo ingresso dell’Arabia Saudita nei BRICS, negli scorsi mesi abbiamo visto un suo progressivo allontanamento dall’alleanza8, mentre solo a gennaio di quest’anno aveva confermato il proprio interesse a parteciparvi9. Questa mossa ha indubbiamente indebolito il fronte dei BRICS, privato dello straordinario contributo finanziario saudita, che si è rivolto verso gli Usa, benché il paese abbia mostrato una sua strategia fondato sul fatto di giocare su molti tavoli. La Cina comunque ha deciso di non scontrarsi frontalmente con i paesi produttori di petrolio, ha deciso di non giocare un ruolo politico centrale nel definire concretamente, fattivamente azioni e strategie verso la decarbonizzazione.
Ricordiamo che entro il 2035—la tempistica della Roadmap Baku-Belem fino a1.300 miliardi di dollari/anno che non è stata assunta e decisa come obiettivo condiviso—la popolazione globale potrebbe aver raggiunto i 9 miliardi di persone. Le città avranno un ruolo sempre più centrale nella vita umana, e le trasformazioni tecnologiche — inclusi i progressi nell’intelligenza artificiale, nel calcolo quantistico, nelle biotecnologie in generale nella comprensione e governo di sistemi complessi— dovrebbero influenzare il funzionamento e l’interazione delle società. Allo stesso tempo, i miglioramenti nei sistemi sanitari e alimentari potrebbero permettere vite più lunghe e più sane. In questo contesto in evoluzione, mobilitare 1,3 trilioni di dollari all’anno per sostenere l’azione climatica nei paesi in via di sviluppo è sia essenziale che complesso. Ciò di cui si parla è essenzialmente il sostegno all processo di adattamento al clima attuale o previsto e ai suoi effetti. Nei sistemi umani, l’adattamento mira a moderare o evitare danni o a sfruttare opportunità vantaggiose. In alcuni sistemi naturali, l’intervento umano può facilitare l’adattamento al clima previsto e ai suoi effetti10.
La comprensione della complessità dei processi di riproduzione della vita sul nostro pianeta, intimamente connessa alle dinamiche del contesto, del sistema climatico in cui si è evoluta e si riproduce, si fonda su un complesso multidisciplinare di scienza di base ed una rete di tecnologie abilitata dell’ecosistema digitale. Forme di conoscenze plurali che hanno permesso al soggetto della tecnologia di riconoscere la necessita dell’esistenza, il nesso intimo con quel mondo della vita ospitato nelle foreste pluviali, subtropicali nelle pratiche di mantenimento dell’ambiente dei popoli indigeni, le cui culture materiali scopriamo essere alla base della possibilità di riproduzione dei nostri sistemi economici e sociali.
Stiamo segando il ramo su cui siamo appoggiati, purtroppo a fronte della possibilità di una convergenza, non appiattimento, di saperi, culture nel senso più ampio del termine, tanto radicate nel presente quanto originate da un antico passato, il processo reale è l’acutizzarsi dei conflitti in tutte le forme possibili, che vedono come conseguenza lo sterminio di intere popolazioni, lo sradicamento di centinaia di milioni di esseri umani proiettate verso i confini di un mondo ‘sviluppato’ che li respinge mentre li sfrutta.
Le manifestazioni, fondate su quella convergenza, solidarietà e riconoscimento reciproco universali, che abbiamo visto a Belém, l’attività della ‘Cupola do povos ’ forse l’unico segnale verso un futuro diverso non catastrofico e distopico, purtroppo sono solo un segnale, un indizio di un movimento di una rivolta globale necessaria per invertire l’andamento delle cose del mondo.
Roberto Rosso
- https://transform-italia.it/crisi-climatica-da-belem-a-teheran/ [↩]
- https://cop30.br/en/news-about-cop30/cop29-and-cop30-presidents-present-baku-to-belem-roadmap-to-mobilize-us-1-3-trillion-in-climate-finance https://unfccc.int/topics/climate-finance/workstreams/baku-to-belem-roadmap-to-13t [↩]
- https://altreconomia.it/il-fondo-per-le-foreste-e-la-falsa-soluzione-del-biocapitalismo-si-ripropone-alla-cop30-di-belem/ articolo di Laura Greco antropologa, attivista ecologista, fondatrice e presidente dell’Associazione A Sud. Segue i lavori della Cop30 di Belém del novembre 2025[↩]
- https://www.unep.org/resources/report/state-finance-forests-2025 [↩]
- http://en.cppcc.gov.cn/2025-09/25/c_1128276.htm [↩]
- https://www.igsd.org/a-first-look-at-chinas-2035-ndc-headline-targets-and-non-co2-action/ [↩]
- https://www.igsd.org/china-releases-methane-emissions-control-action-plan/ [↩]
- https://cryptodnes.bg/en/saudi-arabia-crushed-brics-plans-with-a-massive-1-trillion-move/ https://channel8.com/english/news/28319 [↩]
- https://www.swissinfo.ch/eng/saudi-arabia-is-still-assessing-brics-membership,-minister-says/88750888 [↩]
- IPCC 2022 https://unfccc.int/topics/adaptation-and-resilience/workstreams/gga https://unfccc.int/documents/638839 [↩]
