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Bobbio, Ingrao, il woke

di Roberto
Musacchio

Eppure c’è stato un tempo in cui la discussione sui modelli sociali, i diritti, l’individuale e il collettivo, la si faceva, eccome. Leggo di woke e penso allo scambio tra il liberale Norberto Bobbio e il comunista Pietro Ingrao che alimentò articoli che divennero anche libri. Erano gli anni ‘70 e dentro quei testi c’era tanto del ‘900 e della sua caratteristica fondamentale e cioè quella di esaltare il valore dei contributi di intellettuali preziosi immersi in un ragionare collettivo che apparteneva al farsi della Storia come partecipazione di pensiero e di eventi progettati che includevano e non escludevano le persone, o le masse, per stare ai due modi di vedere, come soggetti conpartecipanti e organizzati. Recupero alcuni elementi che potrebbero essere scontati, ma forse non più.

Norberto Bobbio nasce a Torino il 18 ottobre 1909 e vi muore il 9 gennaio 2004. È stato uno dei più autorevoli filosofi del diritto, politologi e intellettuali italiani del Novecento. Fu nominato senatore a vita nel 1984. Ha incarnato la figura del “mediatore colto”, coniugando la tradizione del liberalismo classico con le istanze di giustizia sociale del socialismo (quello che fu definito liberalsocialismo).
Ci sono nel suo pensiero assi fondamentali che si possono brevemente riassumere.
La difesa della democrazia che nel suo celebre saggio “Il futuro della democrazia”, Bobbio definisce  attraverso le sue “regole del gioco”, intese come un insieme di procedure volte a garantire la partecipazione dei cittadini e la risoluzione pacifica dei conflitti. Nel libro “Destra e sinistra” (1994) individua l’asse di distinzione principale tra i due poli nell’atteggiamento verso l’eguaglianza. La sinistra tende a mitigare le diseguaglianze sociali giudicandole eliminabili, mentre la destra tende ad accettarle considerandole naturali o inevitabili.
Il positivismo giuridico per cui come giurista ha promosso una visione scientifica e avalutativa del diritto (ispirata a Hans Kelsen), separando nettamente il diritto com’è (formalismo giuridico) dal diritto come dovrebbe essere secondo criteri morali.
Alla pace e ai diritti umani ha dedicato ampie riflessioni sulla filosofia della guerra e della pace, sostenendo che l’unica via per una pace stabile sia il rafforzamento delle istituzioni internazionali (come l’ONU) e il riconoscimento universale dei diritti dell’uomo.
Le sue riflessioni si svolgono nell’arco di una vita vissuta pienamente nel contesto storico.
Nel 1935 viene arrestato per breve tempo dal regime fascista a causa della sua vicinanza al gruppo antifascista di Giustizia e Libertà.
Nel 1942 partecipa alla fondazione del Partito d’Azione.
Tra il 1948 e il 1972 tiene la Cattedra di Filosofia del diritto all’Università di Torino, dove successivamente contribuirà a fondare la Facoltà di Scienze Politiche.
Nel 1984 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini lo nomina senatore a vita per altissimi meriti scientifici e letterari.

Pietro Ingrao nasce nel piccolo paese di Lenola (allora in provincia di Caserta ora di Latina), il 30 marzo 1915 e muore a Roma il 27 settembre 2015. È stato uno dei più autorevoli politici, giornalisti e partigiani italiani, figura di spicco e storico leader dell’ala sinistra del Partito Comunista Italiano. Tra i leader comunisti è tra i più considerati per la sua statura intellettuale e la sua tensione utopica; ha attraversato l’intera storia della Repubblica, incarnando un modello di politica vicina ai movimenti sociali e alla difesa dei diritti dei lavoratori. Si laurea in Giurisprudenza e in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma.
Il cinema e la cultura furono per lui fondamentali sin dalla gioventù. Negli anni ’30 frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia. Sviluppa una forte passione per la poesia e l’arte visiva, elementi che influenzeranno profondamente la sua visione comunicativa.
La Resistenza fu una tappa fondamentale. Antifascista convinto, entra nella clandestinità durante la Seconda Guerra Mondiale. Partecipa attivamente alla Resistenza partigiana nelle file del PCI.
Direttore de L’unità dal 1947 al 1957, guida il quotidiano ufficiale del partito, facendone un punto di riferimento culturale oltre che politico.
Viene eletto per la prima volta alla Camera dei deputati nel 1948, conservando il seggio ininterrottamente fino al 1992.
Durante l’XI Congresso del PCI nel 1966, pronuncia un discorso storico in cui rivendica il “diritto al dissenso” interno al partito. Diventa così il punto di riferimento dell’ala sinistra (“corrente ingraiana”), aperta al dialogo con i movimenti studenteschi, femministi e ambientalisti.
Dal 1976 al 1979 ricopre la terza carica dello Stato. È il primo esponente comunista a essere eletto Presidente della Camera dei deputati nella storia italiana, guidando l’aula con eccezionale imparzialità durante gli anni difficili del compromesso storico e del caso Moro.
Dopo lo scioglimento del PCI, Ingrao decide di non aderire alla svolta della Bolognina in modo definitivo e continua a sostenere le forze della sinistra radicale.
Rimane celebre la sua straordinaria capacità di connettere “masse e potere” (titolo di un suo saggio fondamentale) e la sua costante ricerca di orizzonti alternativi, descritta perfettamente nella sua nota autobiografica del 2006 intitolata “Volevo la luna”.

Entrambi vissero quindi quasi un secolo, l’intero ‘900 e il loro pensiero, se guardo al dibattito di questi giorni sul woke, dovrebbe essere un architrave ancora imprescindibile. Le loro biografie ,diverse per origini sociali e geografiche ma parte della costruzione di una Storia comune del Paese, mostrano già di per sé un percorso capace di senso, individuale e collettivo.
Il dialogo tra Norberto Bobbio e Pietro Ingrao rappresenta uno dei momenti teorici e politici più alti del dibattito della sinistra italiana del secondo ‘900. Questo confronto si è sviluppato principalmente in due momenti storici decisivi: a metà degli anni ’70 sul tema del rapporto tra democrazia e socialismo, e alla fine del 1985 (poi pubblicato nel 1986 sulla rivista MicroMega) incentrato sulla crisi e sulla riforma delle istituzioni parlamentari.
Il nucleo profondo dello scontro e dell’incontro intellettuale tra il filosofo “liberal socialista”  e il leader della sinistra comunista ruotava attorno a come coniugare le libertà individuali con la partecipazione delle grandi masse.
Il dibattito su democrazia e socialismo si situa a metà degli anni ’70, stimolato anche dagli scritti di Bobbio su Mondoperaio, i due intellettuali aprirono una discussione fondamentale sui limiti della democrazia borghese e sul modello del “socialismo reale”.
La posizione di Bobbio sosteneva la centralità delle “regole del gioco” della democrazia rappresentativa occidentale. Per Bobbio non poteva esistere un socialismo autentico che rinunciasse ai diritti civili e politici formali.
La risposta di Ingrao si esprime nel suo saggio “Democrazia borghese o stalinismo? No: democrazia di massa”, in cui Ingrao rifiutava l’idea che la democrazia si esaurisse nel voto rappresentativo. Proponeva una democrazia di massa, capace di spostare il potere decisionale direttamente nei luoghi di lavoro e nei territori.
II nodo della discussione tra Norberto Bobbio e Pietro Ingrao sul socialismo e le libertà individuali risiede nel tentativo di risolvere il grande dilemma politico del ‘900: come unire la giustizia sociale della tradizione comunista con i diritti di libertà della tradizione liberale.
Il dibattito si accese a metà degli anni ’70 (partendo dai celebri articoli di Bobbio sulla rivista Mondoperaio) e mise a confronto due visioni strutturalmente diverse ma animate da un profondo rispetto reciproco. Le tesi di Norberto Bobbio risiede nella idea del  “socialismo liberale” e della centralità delle regole.
Bobbio, intellettuale di tradizione azionista e liberalsocialista, affrontò il tema criticando frontalmente l’ortodossia marxista, che considerava, a suo dire, le libertà civili come semplici “finzioni borghesi”.
L’indivisibilità delle libertà è la bussola di Bobbio che sosteneva che le libertà individuali (libertà di stampa, di associazione, di voto, inviolabilità della persona) non sono sovrastrutture borghesi da superare, ma conquiste universali irreversibili.
Niente socialismo senza democrazia formale: per Bobbio non può esistere un socialismo autentico se si rinuncia alle “regole del gioco” della democrazia liberale. Il socialismo deve essere l’estensione della democrazia dal campo politico a quello economico, non la sua distruzione.
La critica ai modelli alternativi diviene un punto chiave per il filosofo torinese che contestava l’idea comunista che la “democrazia diretta” o i consigli di fabbrica potessero sostituire il parlamento. Senza il pluralismo dei partiti e la rappresentanza, si scivola inevitabilmente nella dittatura o nel totalitarismo.
I diritti come limite al potere era per lui il modo con cui il potere statale, anche se guidato da un partito della classe operaia, deve incontrare il limite invalicabile dei diritti fondamentali dell’individuo.
Risponde con altrettanta forza e nettezza Pietro Ingrao affrontando il tema della  “democrazia di massa” e del superamento dei limiti liberali.
Ingrao replica  a Bobbio rifiutando sia il modello autoritario dello stalinismo sia l’appiattimento sulla democrazia parlamentare classica, che giudicava insufficiente.
L’insufficienza dei diritti formali: Ingrao ribatteva che le libertà individuali garantite dal liberalismo sono monche se la forte disuguaglianza economica impedisce ai cittadini di esercitarle davvero. La libertà di stampa, ad esempio, è illusoria se i grandi mezzi di comunicazione sono in mano a pochi capitalisti.
La democrazia di massa è la tesi centrale di Ingrao che proponeva di andare oltre la delega del voto periodico. La vera libertà dell’individuo si realizza solo attraverso la partecipazione attiva e permanente dei lavoratori alla gestione del potere, direttamente nei luoghi di produzione, nelle scuole e nei territori.
L’integrazione, non l’annullamento è ciò con cui Ingrao non voleva abolire le libertà civili individuali, ma sosteneva che esse dovessero integrarsi con i “diritti collettivi”. Il pluralismo doveva esprimersi non solo attraverso i partiti in Parlamento, ma tramite la vitalità dei movimenti sociali e civili.
Lo Stato come terreno di scontro è idea centrale per il leader comunista, in quanto le istituzioni statali non erano arbitri neutrali (come voleva il liberalismo bobbiano), ma strutture modellate dai rapporti di forza tra le classi sociali che il socialismo doveva democratizzare radicalmente dall’interno.
Possiamo tentare anche una sintesi delle divergenze chiave.
Per Bobbio la natura delle libertà è di essere universali, individuali e prioritarie rispetto a ogni trasformazione economica.
Per Ingrao sono reali solo se supportate da una reale uguaglianza sociale ed economica.
Lo strumento di tutela per Bobbio è lo Stato di diritto, con il Parlamento e il rispetto rigido delle procedure liberali.
Ingrao guarda invece anche ai movimenti di massa, ai consigli territoriali e alla partecipazione diretta dei lavoratori.
Per Bobbio l’idea di Socialismo sta nel compimento e l’espansione della democrazia liberale (socialdemocrazia).
Per Ingrao è una trasformazione strutturale che supera i confini del capitalismo e dello Stato borghese.

Il “Dialogo sulle istituzioni” si svolge nel biennio 1985-1986.
Nel novembre del 1985, le riflessioni si spostarono su binari costituzionali ed epistolari, formalizzate nel celebre carteggio pubblicato su MicroMega e successivamente raccolte nel volume “Crisi e riforma del Parlamento”. Al centro c’era la proposta di Ingrao di convocare una nuova Assemblea Costituente per superare la crisi dello Stato. Nella visione di Pietro Ingrao l’Assemblea Costituente è necessaria per sancire un nuovo “compromesso istituzionale” di fronte al declino dei partiti tradizionali. Ingrao ne fece materia anche di un suo emendamento al diciassettesimo congresso del Pci. Bobbio la ritiene impossibile e pericolosa. Una nuova Costituente avrebbe rischiato di demolire i pesi e contrappesi democratici.
Sul modello di democrazia il confronto va particolarmente a fondo.
Per Ingrao serve un intreccio strutturato tra democrazia rappresentativa e democrazia di base, per far penetrare permanentemente i movimenti popolari nelle istituzioni dello Stato.
Bobbio invece sostiene una critica radicale delle categorie marxiste di “egemonia” e “massa”. Per lui la stabilità democratica si fonda sul rispetto delle procedure liberali e non sulla pressione permanente delle masse.
Per Ingrao il Parlamento ha bisogno di riforme radicali, orientandosi storicamente anche verso l’ipotesi del monocameralismo per snellire e rafforzare il potere legislativo. Bobbio privilegiava la difesa del pluralismo e dell’equilibrio istituzionale esistente, temendo derive plebiscitarie.

Come si vede i percorsi storici intellettuali sono più complessi di quanto si pensi ora. Ma quello che balza agli occhi è la profondità della discussione che potremmo immaginare oggi alla luce del capitalismo finanziario globalizzato, della crisi democratica, dei nuovi dominanti e dei nuovi territori dominati, le risorse, le reti, la finanza, della crisi climatica, dei fenomeni migratori. Per fortuna Ingrao ha fatto in tempo a lasciarci molto.
Ma colpisce anche il metodo del confronto, la sua serietà e il suo livello, che ci lascia un’eredità metodologica ma pienamente politica.
Oltre alle divergenze di merito, l’incontro tra la tradizione del socialismo liberale di Bobbio e il comunismo critico di Ingrao resta un esempio straordinario di etica pubblica. Come ricordato dalla storiografia sul pensiero di Bobbio, il suo metodo era caratterizzato dal “dialogo costante con l’avversario” per contrastare il settarismo politico. Allo stesso modo, Ingrao faceva dell’esercizio del dubbio metodologico uno strumento di emancipazione e di analisi della realtà.

Ho recuperato in rete questi temi essenziali in occasione, come già detto, della discussione sul woke. Ho già espresso qualche mio pensiero su di essa che riprendo.
Ho provato a mettere insieme i termini woke, comunista, ecosocialista per definire un terreno. La premessa è che trovo giusto che si discuta delle questioni fondamentali. Certo un tempo si faceva, e l’ho scritto, nei partiti, in congressi o comitati centrali che sembravano, anche, discussioni filosofiche. Adesso si va per interviste e leader, con tutti/e gli/altri/e su fb.
Ma comunque di discutere c’è bisogno, eccome. Anche perché la vulgata delle destre ignoranti e delle sinistre colte non sta in piedi. Le destre hanno un armamentario che attraversa più di un secolo e cerca anche di ricongiungersi. Le sinistre invece sono andate per abiure, rimozioni, sussunzioni.
Le cose di cui si discute, certo male ma almeno in modi non scontati, sono in realtà molto grandi. È tutto l’assetto del Mondo del dopo ’89, che, per altro, ha sconvolto anche la ricostruzione del ‘900. Se vuoi, e devi, affrontare come fermare la guerra permanente, ritrovare la via per una Europa sociale e democratica mentre quella Reale vuole il warfare al posto del welfare, devi ridiscutere di ciò che hai fatto e cioè abbandonare il pensiero socialista, ma anche quello popolare, per abbracciare quello neoliberale finendo col costruire un Mondo e una Europa a sua somiglianza.
Vale anche per quello che va sotto il titolo della discussione sul woke. Premesso che io sono woke per ciò che lo ha fatto nascere e cioè la lotta delle minoranze “rese tali” dal potere, la questione che pongo è che non mi ha mai convinto soprattutto l’idea che i diritti civili nascessero contro il socialismo. Cioè il socialismo è un nemico mentre sono il capitalismo, il neoliberismo, il mercato a garantirli o a doverlo fare. Io penso che ciò non sia storicamente vero, anche al netto delle degenerazioni del socialismo reale. Se si va a vedere questioni come divorzio e aborto, e non solo, mi pare che le troviamo anche nei fondamenti dello stesso socialismo reale. Il tema del potere patriarcale e delle persistenze sessuofobiche e predatorie attraversa I modelli sociali. Oggi poi le destre sono neoliberiste e reazionarie insieme. Dal cuore del neoliberalismo è nata la reazione più oscurantista ai cosiddetti diritti civili. Che, e non pare un caso, si lega all’attacco più feroce a tutti i diritti sociali, dal lavoro al welfare, alla stessa democrazia. La Storia dice che si possono avere più o meno connessioni tra diritti civili e diritti sociali anche in diversi sistemi economici. Ma le epoche migliori sono quelle in cui la connessione è stata più feconda e strutturata. È in cui c’è una rete che intreccia la dimensione individuale e collettiva dei diritti stessi. Per capirsi il “diritto al lavoro” della Costituzione italiana è del tutto diverso dal “diritto a lavorare” previsto dalle regole della UE. La Costituzione italiana è un esempio. Le lotte per la sua realizzazione fino agli anni ’80 furono un esempio. Per chi lo ha pensato, e per molta parte del movimento che storicamente lo ha incarnato, il socialismo e il comunismo sono precisamente la liberazione individuale e collettiva che permette a tutti e a ciascuno di vivere pienamente. Oggi poi siamo al dunque del cambiamento climatico, col diritto fondamentale alla vita della specie umana messo a repentaglio. Anche qui la sostenibilità del capitalismo come capace di ambientalizzarsi mi pare ampiamente falsificata. E l’esigenza dell’ecosocialismo si fa impellente.

Ora, sono andato a ritrovare in rete questa discussione tra Bobbio e Ingrao, che mi fu preziosa in gioventù come a tante e tanti altre e altri, perché colpito dai toni del dibattito pubblico. Immemore, da un lato, di ciò che pure dovrebbe portarci a rivendicare, e utilizzare, la nostra cassetta degli attrezzi. Pieno di congetture politiciste, come i “sospetti” sul posizionamento di Conte in vista delle primarie. Anche fosse, non è un argomento, per me. Incapace di cogliere l’esigenza di ricostruire una cultura e una prospettiva che già i termini usati per definirsi rendono evidentemente necessaria. Progressisti, democratici. Il pensiero liberale è divenuto puro riduzionismo ancillare alla globalizzazione finanziaria capitalistica, in un declinare da Thatcher, Reagan alle terze vie fino ai nostrani personaggi che inondando i mass media, ed è incapace di arginare le destre che ha evocato.
Il socialismo è espunto, rimosso se non bandito. Cosa paradossale, doppiamente. Perché succede mentre le destre recuperano, se non rivendicano, le loro ascendenze, fino al fascismo. E perché negli USA non solo la parola socialismo ma politiche e politici che si dichiarano socialisti, sono ora centrali nello scontro. Si è anche detto che woke è questione USA. Ed è pure vero. Ma se negli USA ci si occupa di woke ma anche di socialismo perché noi non dovremmo partecipare a questa discussione? Per altro è evidente che l’intero Mondo ha bisogno di ridefinirsi, possibilmente col metodo del confronto e della ricerca delle soluzioni condivise. È il Mondo la dimensione obbligata. Perché ormai l’agire umano, del capitalismo nella fattispecie, lo ha interconnesso in modi che non liberano le persone ma invece le mettono a rischio. Di sfruttamento, guerre, distruzione climatica. Anche per questo il socialismo deve tornare parola chiave. Perché ha pensato la propria classe di riferimento come classe generale capace di liberare tutte e tutti. L’intersezionalità femminista lo riconosce e si muove, da sé e per sé, unendo individuale ed universalismo. I movimenti per la libertà dei migranti anche. Coniugano libertà di migrare e diritto di non migrare. Comunità locali e globali. Diritti universali, collettivi e personali, del lavoro e degli individui, Interculturale. Governo democratico della demografia. Se si pensasse di criticare il woke guardando a forme di neo nazionalismi per dare “identità e tutele” francamente non si andrebbe da nessuna parte. Non certo verso il socialismo contro la barbarie.

Roberto Musacchio

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