Il prolungarsi della guerra in Ucraina e il rischio crescente che il conflitto si estenda e diventi una guerra totale in Europa, insieme all’aggravarsi di altre crisi e all’emergere di nuove ragioni di conflitto nel mondo, impone alle forze della sinistra radicale di avanzare una proposta complessiva, alternativa alle tendenze dominanti, e in grado di delineare una strategia e possibili alleanze.
Abbiamo segnalato su transform prese di posizione sia collettive che individuali in altri settori della sinistra europea. In particolare un impegnativo documento della France Insoumise e un intervento pubblicato dalla Fondazione Rosa Luxemburg, vicina alla Linke tedesca.
Questi temi, nell’ambito di un confronto avviato nel Partito della Sinistra Europea, sono stati affrontati, come occasione per stimolare il dibattito, dal Partito della Rifondazione Comunista in un testo pubblicato qualche settimana fa e disponibile sul sito del Partito.
Vengono ricostruiti a grandi linee i principali passaggio storici che hanno condotto, con passi in avanti, arretramenti e contraddizioni, alla situazione attuale. La sconfitta del nazifascismo “ha prodotto due risultati di valore storico: la costruzione di sistemi costituzionali democratici e sociali in Europa e la nascita delle Nazioni Unite, fondate sul principio dell’uguaglianza sovrana degli Stati, sull’autodeterminazione dei popoli e sul divieto dell’uso della forza.
Questi elementi positivi sono stati in parte rimessi in discussione dalla guerra fredda dentro la quale e in particolare nell’accettazione dell’egemonia statunitense si è sviluppata la costruzione europea. Il tentativo di costruire una dimensione militare con la Comunità Europea di Difesa fallì, ma si formarono comunque dei complessi militare-industriale integrati nella NATO”.
Dopo la fine del “socialismo reale” in Europa, l’integrazione europea si è sviluppata attraverso il mercato, la moneta e la concorrenza, senza costruire una corrispondente sovranità democratica e sociale. Il Trattato di Maastricht ne ha definito le basi giuridiche fondamentali. Sul piano globale l’Unione Europea ha svolto nell’arco degli ultimi venti anni “una funzione d’avanguardia nella prosecuzione della globalizzazione neoliberista” che oggi tenta di rilanciare.
In controtendenza con le spinte militariste e aggressive della guerra fredda, l’Europa seppe dar vita agli accordi di Helsinki del 1975, con i quali, al di là delle differenze di sistema sociale, si stabiliva il principio che era possibile collaborare e soprattutto che la sicurezza, per essere realmente tale, deve essere “comune e indivisibile”.
Contemporaneamente, sul piano interno, negli Stati europei si affermava un compromesso sociale più avanzato, del quale il welfare e il ruolo riconosciuto alle organizzazioni sindacali, erano il prodotto. Non si trattava di mere concessioni del capitale, che pure nella fase cosiddetta fordista aveva anche un suo interesse a incentivare consumi di massa, quanto il frutto della capacità di iniziativa del movimento operaio e dei movimenti di liberazione a livello globale. Questi due elementi tra loro intrecciati sono messi in discussione prima dalla controffensiva del capitale avviata con l’egemonia neoliberista (compromesso sociale avanzato) e poi dalla sua stessa crisi.
L’assetto globale è quindi entrato in una fase di radicale rimessa in discussione. “Per rendere coerente l’analisi – è scritto nel documento di Rifondazione Comunista – è necessario distinguere con nettezza l’ordine fondato sul diritto internazionale dal cosiddetto ‘ordine internazionale basato sulle regole’. Il primo trova il proprio fondamento nella Carta delle Nazioni Unite, nei trattati internazionali, nel principio di sovranità, nel divieto dell’uso della forza e nell’autodeterminazione dei popoli. Esso costituisce un patrimonio della vittoria sul nazifascismo e una trincea sulla quale giudicare l’operato di tutti i governi, senza eccezioni e senza doppi standard”.
Invece il cosiddetto “ordine basato sulle regole” è diventato la “cornice ideologica e istituzionale della globalizzazione neoliberista (…) mercato, forza militare, potere del dollaro e istituzioni occidentali non sono stati strumenti alternativi, ma componenti complementari dell’egemonia statunitense”. Si guarda certo con attenzione ai BRICS ma valutando se l’alternativa che cercano di costruire “non diventi essa stessa competizione, che è sempre stato l’altro baluardo del neoliberismo, da contrapporre alla cooperazione”.
Il documento conferma con nettezza il rifiuto di ogni ripiegamento su una visione “campista”, che in qualche caso, fuori da visioni materialiste, assume persino una forma mistica. “Per una forza politica comunista e internazionalista il criterio con cui leggere la politica internazionale e costruire una solida posizione e proposta politica non può essere la fedeltà ad un campo geopolitico”. Viene respinta l’idea di sostituire la lettura “geopolitica” che vede negli Stati e nei loro interessi i protagonisti assoluti della situazione globale cancellando la centralità dei conflitti sociali, degli interessi di classe che attraversano ogni “campo”. Da questa riaffermazione di un elemento cruciale del punto di vista comunista ne deriva che “la difesa delle lavoratrici e dei lavoratori, dei diritti sindacali, delle libertà e della dignità umana deve valere in ogni paese, senza eccezioni”.
Per quanto riguarda l’Europa si denuncia che “al welfare viene sostituito il warfare e il riarmo diventa il dispositivo attraverso cui trasferire risorse pubbliche al complesso militare-industriale. La Commissione Von der Leyen, che ha di fatto normalizzato l’approccio guerrafondaio e la conseguente tendenza alla militarizzazione, è ormai evidentemente il punto di riferimento dei processi più pericolosi in atto”. Il documento segnala il forte nesso che esiste tra le politiche di riarmo e “l’onda neofascista che monta in occidente oggi”.
Per quanto riguarda l’Unione Europea, o più esattamente “la costruzione europea”, questa “resta uno spazio decisivo del conflitto politico, ma non esiste oggi una sovranità popolare europea paragonabile a quella costituzionalmente riconosciuta negli Stati. La democratizzazione dell’Unione richiede il rafforzamento del Parlamento, il controllo sugli organi esecutivi, la trasparenza delle decisioni e il rispetto degli spazi costituzionali nazionali”.
Viene avanzata la proposta, già presente negli ultimi documenti approvati dal Comitato Politico Nazionale di Rifondazione, di fare della “neutralità” lo strumento di attuazione dell’articolo 11 della Costituzione e un “primo passo verso un’Europa libera dalla NATO e una sicurezza comune dall’Atlantico agli Urali”. Il documento di Rifondazione respinge “l’ipotesi di un esercito europeo quanto quella di una NATO più europea. È lo strumento NATO che deve essere messo in discussione e superato, non soltanto riequilibrato al proprio interno”.
Sulla guerra in Ucraina, confermando una posizione assunta fin dall’inizio dell’invasione russa, si afferma che “deve essere fermata attraverso un cessate il fuoco concreto e una trattativa politica che parta dalla situazione concreta sul terreno, senza trasformare né il ritorno integrale ai confini precedenti né le acquisizioni militari in condizioni preventive assolute”. Viene proposta un’iniziativa propria dell’Italia, “sottraendosi ai condizionamenti del complesso militare-industriale e contrastando apertamente i settori militaristi e bellicisti presenti nell’Unione Europea”.
Rifondazione sollecita un confronto sul ruolo della Cina, tema ineludibile per un’iniziativa che abbia presente lo scenario globale, ma senza incorrere in letture apologetiche o demonizzanti. In proposito viene affermato che “occorre respingere la rappresentazione automatica della Cina come minaccia, che alimenta la logica dei blocchi e prepara una nuova guerra fredda. Nello stesso tempo, occorre evitare di assimilare Cina e Russia in un unico campo geopolitico. Entrambe contestano l’egemonia occidentale e richiamano il principio dell’indivisibilità della sicurezza, ma la loro collocazione, le loro politiche e gli strumenti attraverso cui perseguono i propri interessi non coincidono”. Un rapporto autonomo e di non contrapposizione dell’Europa con la Cina “può dare maggiore concretezza alla campagna contro il riarmo”.
Il fenomeno migratorio viene utilizzato dalla destra e, in qualche paese, anche dalla socialdemocrazia quale strumento di costruzione del consenso attorno a politiche reazionarie e autoritarie. Oltre a rifiutare questo approccio, l’Europa deve impostare rapporti con l’area del Nord Africa e dell’Asia Occidentale/Medio Oriente “sottraendoli alla logica dell’opportunismo politico ed economico, anche ponendo termine ad ogni accordo relativo alla gestione violenta terziarizzata dei flussi migratori, o di cooperazione militare”.
Naturalmente il documento di Rifondazione conferma che “alla condanna dello stato e del governo israeliano deve conseguire la rottura di ogni relazione politica ed economica”.
Il tema della pace e della sicurezza non può ignorare l’emergere di nuovi problemi derivanti dallo sviluppo tecnologico, in particolare dall’introduzione dell’intelligenza artificiale nella gestione delle guerre e più in generale la “sovranità sui dati”. La sicurezza non può essere ridotta alla protezione degli apparati militari e delle infrastrutture strategiche ma “deve includere il controllo democratico dei dati, la proprietà e funzione sociale delle tecnologie, la protezione del lavoro, la sostenibilità ambientale e la dignità umana”.
Esaminati i vari aspetti l’obbiettivo di fondo è di sottrarre il concetto si “sicurezza” alla sua dimensione militare e securitaria. Sicurezza significa “pace, lavoro, salute, istruzione, casa, protezione ambientale, accesso all’energia e alle risorse essenziali, controllo democratico delle tecnologie e capacità di prevenire le crisi”.
L’obbiettivo dichiarato dal testo è di contribuire ad un dibattito che si traduca nella formulazione di proposte concrete nell’ambito della volontà di Rifondazione di tornare ad essere un fattore politico reale della vicenda politica nazionale ed europea. Da questo punto di vista, Rifondazione ha offerto un insieme di analisi e di proposte che va al di là della dimensione interna al partito e si confronta con il programma necessario per battere la destra in Italia nelle elezioni politiche del 2027, e con la necessità di costruire a livello europeo e globale una prospettiva alternativa all’ascesa delle destre.
Franco Ferrari










