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La Russia scivola a destra

di Franco
Ferrari

Le elezioni parlamentari in Russia, che si sono tenute dal 18 al 20 settembre, non prevedevano grandi sorprese. L’unico interrogativo era se l’appello di Putin, lanciato a ridosso del voto, di offrire un segnale di compattezza del popolo russo in un contesto di guerra, avrebbe influito sia sulla partecipazione che sul risultato di Russia Unita.
I dati ufficiali dicono che c’è stata una maggiore affluenza alle urne che sarebbe salita al 59,32% con un incremento del 7,60% rispetto al 2021, quando pure ci fu un incremento che la portò sopra il 50% il numero dei votanti. Inoltre, il partito di Putin ed espressione di tutte le strutture di potere in Russia, avrebbe ottenuto il 57,97%, crescendo dell’8,15%. A scrutinio non ancora completo, Russia Unita avrebbe incassato 34,5 milioni di voti, 6 milioni e mezzo in più di cinque anni fa. Questo indica certamente l’esistenza di un consenso reale per Putin, ma non è certificabile se questo sia soprattutto il frutto di un’assenza di alternative, né esattamente quantificabile al di là dei dati ufficiali.

Le elezioni russe hanno prodotto una doppia lettura. Quella maggioritaria, che ha l’avallo della Commissione europea, le considera di nessun valore in quanto prive di verificabilità. Una lettura opposta, minoritaria, rivendica al contrario la piena legittimazione e democraticità del voto.
La realtà si colloca in una zona intermedia. Il sistema politico russo garantisce un limitato pluralismo con molte linee rosse che non possono essere valicate senza subire varie forme di repressione. Inoltre, l’identificazione del partito maggioritario, Russia Unita, con il potere statale a vari livelli consente di utilizzare diversi strumenti di manipolazione del voto ma anche di costruzione del consenso. Il Partito Comunista ha denunciato varie modalità di intervento tali da alterare l’esito del voto. Non tanto brogli veri e propri, anche se questi in zone periferiche sono messi in atto dai potentati locali per non essere scalzati dal voto, quanto varie pressioni dirette e indirette sugli elettori. Soprattutto i dipendenti pubblici e tutti coloro le cui condizioni di vita dipendono dal potere politico.
Si è verificata la possibilità, con vari pretesti, di escludere partiti o candidati che sollevano temi sui quali il potere intende mantenere il controllo della narrazione che arriva all’opinione pubblica (il caso del pur marginale Yabloko). Si è ricorso anche alla messa fuori legge di organizzazioni, a volte immaginarie, che se non ha effetto diretto, contribuisce a ridurre gli spazi di libertà. La possibilità di etichettare come “estremista” un’ideologia oppure di allungare l’elenco degli agenti stranieri lascia un’ampia possibilità di escludere soggetti politici e sociali dal diritto ad agire legalmente.
Nel novembre 2023, la Corte suprema ha dichiarato “l’internazionale LGBT” un’ideologia estremista. È stata criminalizzata ogni posizione che rifiuti l’idea del “fare figli”. Nel luglio del 2025, sempre la Corte Suprema ha dichiarato come estremista il “Movimento internazionale del satanismo”, di cui è probabilmente difficile trovare traccia. I non molti critici della guerra in Ucraina hanno subito pesanti pene carcerarie che hanno stroncato qualsiasi possibilità di attivare un movimento pubblico contro la guerra.

Richiamati questi dati di fatto, il sistema di potere consente una certa rappresentanza di posizioni diverse. Il Partito Comunista della Federazione Russa ha espresso critiche sostanziali alle politiche economiche e sociali di Putin e dei suoi governi anche se sembra avere rinunciato da tempo all’idea di costruire una vera alternativa. La logica “patriottica” che lo guida tende a distinguere nettamente le questioni interne, soprattutto quelle che hanno una ricaduta materiale sulle condizioni di vita delle classi popolari, rispetto alla proiezione globale della Russia. Putin viene considerato il garante di una politica che non si subordina al blocco euroatlantico, come fu invece per Eltsin. Altri partiti, con un’ideologia spesso superficiale, si posizionano un po’ più a destra o un po’ più a sinistra di Russia Unita ma restano prevalentemente strumenti del potere per garantire un pluralismo comunque controllato. Un sistema che per certi versi ricorda quella messicano fino a quando il Partito Rivoluzionario Istituzionale riusciva a dominarlo senza problemi.
Se si assume il voto russo non come puro frutto di manipolazione ma come l’espressione, seppur deformata e con un dibattito pubblico limitato, degli orientamenti della società russa, allora si può provare ad adattare l’analisi secondo uno schema destra-sinistra che, per quanto intorbidito negli ultimi anni, non è affatto superato. Anche se alcuni settori della sinistra, sulle tracce di una lettura tutta geopolitica e non più classista degli equilibri globali e interni ai vari Stati, sembrano aver perso la bussola sui fondamentali.

Il sistema politico russo si è consolidato attorno a cinque partiti. Il maggiore è Russia Unita che dispone per effetto del sistema elettorale (metà deputati eletti su scrutinio di lista con sbarramento del 5%, l’altra metà col sistema uninominale a un turno), di una super-maggioranza in grado di dettare legge. Anche nel 2021, quando ottenne meno del 50% dei voti, poteva controllare 324 seggi su 450. Un esito che non deriva di per sé dal meccanismo elettorale, quanto dall’esistenza di partiti che non sono coalizionabili nella quota uninominale.
C’è da tempo una discussione tra gli analisti se Putin e il potere russo, quindi anche Russia Unita, abbiano o meno una propria ideologia, oppure semplicemente utilizzino materiali narrativi diversi ed eterogenei, indifferentemente di destra o di sinistra, per mantenere un consenso che resta in larga parte passivo e che ha il suo punto di forza nella capacità di garantire sufficienti o buone condizioni materiali di vita alla maggioranza dei cittadini.
Nella costruzione del suo potere, Putin ha sempre guardato con un certo scetticismo all’introduzione di un’ideologia ufficiale, ritenendo che questa fosse una delle ragioni di crisi del potere sovietico. Il che non gli ha impedito di esprimere apprezzamento per alcuni ideologi reazionari come Lev Gumilev o apertamente fascisti come Ivan Il’in, le cui spoglie sono state riportate in Russia dalla Svizzera dove viveva in esilio.
Ha però mantenuto una sufficiente flessibilità ed eclettismo per non essere schiacciato su uno specifico profilo ideologico. L’identificazione ideologica con varianti russe di fascismo resta impossibile data la forza che mantiene sul piano ideale e affettivo il riferimento alla seconda guerra mondiale che vide l’Unione Sovietica schierata in una lotta mortale contro il nazifascismo.
Con la guerra in Ucraina si è però accentuata la tendenza a dare maggiore importanza alla dimensione ideologica, come ha ricostruito Marlene Laruelle in “Russia’s Ideological Construction in the Context of the War in Ukraine” (uno studio pubblicato dall’Ifri nel 2024). Russia Unita non è quindi solo una coalizione di “baroni” locali collegati attraverso vari strumenti al potere centrale che ruota attorno a Putin, ma può essere considerato un partito ideologicamente nazional-conservatore.
Il conflitto con l’Occidente è argomentato sempre più come uno scontro di civiltà, nel quale la Russia diventa il baluardo di un insieme di visioni tradizionali per quanto riguarda la famiglia, le identità di genere e tutto l’armamentario che in Europa appartiene all’estrema destra. Più complicato per il potere russo agitare il tema etnonazionalista, data la composizione complessa della Federazione Russa che include etnie molto diverse, tra le quali, per altro, si ritrovano molti volontari che sono andati a combattere in Ucraina.
Scrive Marlene Laruelle che dal punto di vista russo un “eccessivo” progressismo è visto come destabilizzante per “l’ontologia dell’umanità”. Il conservatorismo russo promuove “le tradizionali istituzioni sociali, enfatizza stabilità e continuità e abbraccia nozioni come le tradizioni e la legge naturale”.
In questo contesto alcuni settori dell’estrema destra russa più legata alla Chiesa Ortodossa hanno recuperato temi millenaristici ed escatologici, che si interrogano sui destini finali dell’umanità. È stato così recuperato il tema biblico del “katechon”, la forza che impedisce l’arrivo dell’Anticristo, identificata con la Russia.
Il tema, che già venne elaborato in altro contesto da Carl Schmitt, è stato recentemente ripreso in Italia da Elena Basile con la differenza che, nel suo caso, la forza che frenerebbe l’avanzata del male e dell’Anticristo sarebbero i BRICS e non la sola Russia. Per la destra tradizionalista russa però non c’è coincidenza perché ritiene che la Cina sia eccessivamente mercantilista e non si ponga come promotrice di una visione universalistica che si vorrebbe egemonica. 

Tornando al nostro punto di partenza, l’esito delle elezioni russe, e se si applica lo schema analitico dello spettro destra-sinistra, si deve registrare un indubbio spostamento a destra. Crescono Russia Unita, partito composito ma sostanzialmente di centro-destra con elementi ideologici reazionari, il Partito Liberal-democratico, ultranazionalista e di estrema destra e “Nuova Gente” (tradotto anche come “Nuovo Popolo”) classificato come liberalista-conservatore che punta a rappresentare settori di ceto medio non apertamente ostili al potere e a Putin. Si ritiene anche che quest’ultimo partito si stato pensato all’interno della cerchia presidenziale per evitare che alcuni settori sociali urbani scivolino verso l’opposizione.
I due partiti che possono essere collocati a sinistra (con qualche contraddizione) sono il Partito Comunista e il partito “Russia Giusta”. Il primo mantiene un certo insediamento sociale, un seguito militante ed anche una qualche capacità di contestare il potere politico e soprattutto le oligarchie economiche, tranne che sulla guerra in Ucraina dove semmai ha seguito una linea oltranzista. È guidato dalla fondazione dall’ormai ottantaduenne Ghennady Zyuganov, ma la sua influenza va declinando di fronte ad un discorso politico che resta eccessivamente rivolto al passato e che non sembra in grado di presentare una vera alternativa all’attuale corso autoritario e conservatore.
Il partito di Mironov risulta ancora più debole e resta permanentemente a rischio di esclusione dalla Duma. Ha anche dato vita ad una sorta di internazionale filo-russa, Sovintern, che in Italia ha ricevuto il sostegno del Partito Comunista di Unità Popolare, guidato da Fosco Giannini e che ha partecipato dall’inizio alla formazione di “Agorà”, il movimento promosso da Angelo d’Orsi, alla cui direzione partecipa assieme ad alcuni fuoriusciti dal partito di Marco Rizzo.
Nell’insieme i due partiti perdono il 7,61%. Mentre le tre formazioni di destra aumentano del 12,14%, prosciugando anche l’elettorato di formazioni minori. La sinistra non rappresentata in Parlamento resta marginale anche per gli effetti della repressione.

Nonostante l’apparente immobilismo, la guerra in Russia (e lo stesso si può dire dell’Ucraina) rafforza le tendenze di destra nazionalista e questo rende anche più difficile una soluzione diplomatica dal conflitto.

Franco Ferrari

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