editoriali

Maccartismo tedesco

di Paola
Giaculli

C’era da aspettarselo? Forse, ma non in questo modo sfacciato, non con questa efferatezza. La risposta dettata dai grandi capitali immobiliari e finanziari che hanno fatto della città di Berlino preda dei loro interessi, come accade in altre città rese invivibili per le persone che vi risiedono. Chi vuole ristabilire diritti e giustizia come la Linke acquistando un consenso al di là di ogni previsione diventa bersaglio del loro attacco feroce. Non appena reso noto il suo clamoroso e inaspettato, e almeno in queste dimensioni, successo, si sono sguinzagliate le truppe al soldo dei poteri forti che non possono tollerare che nella capitale tedesca venga rispettato un diritto fondamentale come il diritto alla casa, perché la casa è diventata come tutto l’universo mondo un oggetto da spolpare in nome del profitto. Il brutale attacco e l’assedio concentrico di cui è vittima la Linke è sintomo della paura di questi poteri nei confronti della volontà popolare contro cui non si risparmiano colpi così bassi, inimmaginabili persino in un Paese come la Germania, da sempre così gretto e anticomunista (unica parentesi la Ostpolitik di Willy Brandt, ma che però venne osteggiato a lungo un “traditore” in quanto emigrato dal nazismo). Tutto il mondo politico, inclusi Spd e Verdi che, seppur da perdenti, potrebbero formare un governo con la Linke, della comunicazione, pubblica e privata, degli opinionisti, a parte qualche rara eccezione, si è prodigato in una caccia alla streghe di antica memoria, un nuovo maccartismo contro il “nemico” rosso – non a caso la Linke è tornata ad essere definita a 37 anni dalla fondazione della Pds, dopo 21 anni dalla nascita della Linke “il partito erede della Sed”, cioè erede del partito della “dittatura comunista”- nonostante anche la Pds nel suo congresso costitutivo alla fine del 1989, avesse preso le distanze esplicitamente dallo stalinismo. Ma la verità nella costruzione della narrazione ovviamente non conta nulla. Si grida al “ritorno della Ddr”, per il pericolo che gli investitori internazionali si diano alla fuga per la minaccia che incombe sulla proprietà privata e sul libero mercato, a causa della proposta della Linke sulla risocializzazione degli alloggi. L’assedio si completa inoltre con un altro classico del maccarthismo in salsa tedesca: l’evergreen dell’antisemitismo, la clava da impugnare contro chi lotta per eguali diritti per tutti e tutte, a partire dalla Palestina, diventata il paradigma per eccellenza delle ingiustizie di questo mondo sempre più precipitato nella distopia. Questo strumento lo si è visto usare nel corso degli ultimi tre anni da quando Israele ha iniziato il genocidio in grande stile, con la repressione delle manifestazioni, del pensiero critico e del mondo accademico che non si è allineato, fino all’annichilimento della libertà d’espressione, alla censura e all’autocensura per non incorrere in odiose rappresaglie, aggravatesi con i tagli lineari di bilancio a cultura, istruzione e progetti sociali. In tutto questo la Linke si è mossa guardinga, sempre accorta a sottolineare il principio di tutela della “vita ebraica”, anche castrando le voci al suo interno che chiedevano più visibilità e mobilitazione in solidarietà con la popolazione palestinese, facendo attenzione invece a non urtare la sensibilità dei vertici della comunità ebraica – correndo il rischio di alienarsi le simpatie di molti, tra i quali gli svariati expat israeliani, trasferitisi a Berlino per respirare aria di libertà lontana da quella asfittica e militarista del loro Paese d’origine. Questi, inascoltati a lungo seppur ebrei ma non sionisti o antisionisti, o semplicemente non membri della comunità ebraica, una sorta di succursale dell’Ambasciata israeliana – tanto che si era diffuso il modo di dire “non accettiamo lezioni dai nipoti dei carnefici su cosa vuol dire essere ebrei” – hanno votato con convinzione la Linke pur avendo subito delusione per i suoi ritardi nell’abbracciare con decisione la causa palestinese e nel denunciare il sistema israeliano, imbrigliata anche essa com’era nella assurda “ragione di stato” della difesa sempre e comunque di Israele, incoraggiati dall’ingresso delle nuove generazioni nel partito che stanno incidendo sul suo profilo. Ora il capo della comunità ebraica Joseph Schuster mette in guardia Spd e Verdi dall’aprire la strada alla Linke alla responsabilità di guidare il governo poiché “mette in pericolo coesione sociale e vita ebraica nella capitale”. Naturalmente non poteva mancare l’invettiva dell’ambasciatore israeliano Ron Prosor secondo cui la vittoria della Linke rappresenta un imminente pericolo per l’esistenza della comunità ebraica della città. Il forte risultato della Linke dovrebbe preoccupare chiunque  “ha a cuore che in questa città esista ancora la vita ebraica”. Per il portavoce di Netanyahu in terra tedesca nella Linke sarebbe presente “l’odio sistematico per Israle e gli ebrei“ e “un antisemitismo senza freni“, che da minaccia teorica si farebbe ora “concreta minaccia esistenziale”. E in questa chiave la macchina del fango non disdegna di gettare discredito sulla Linke, i suoi attivisti e i suoi parlamentari tirando in ballo connivenze con la malavita organizzata (naturalmente di origine araba) tanto da riempire al millimetro qualsiasi spazio della comunicazione pubblica e privata. Oggetto di gogna è in particolare il parlamentare del Bundestag Ferat Koçat, di origine kurda (il padre è un antifascista emigrato per motivi politici dalla Turchia), che l’anno scorso ha vinto il mandato diretto a Berlino, per la prima volta in un collegio a ovest, a Neukölln, il quartiere multietnico dove risiedono anche gli attivisti della Linke più decisamente impegnati per la causa palestinese, dove la Linke ha raggiunto punte oltre al 50%. Koçat è da sempre il bersaglio di gruppi neonazi, responsabili di aggressioni contro attivisti, e nel 2018 subì un attacco incendiario al suo domicilio. Nelle indagini risultarono coinvolgimenti a vario titolo dei servizi. A Ferat viene ora rinfacciata la familiarità con i “clan” libanesi, un termine contro cui la Linke si è sempre battuta per la connotazione razzista che assume in Germania, e per la criminalizzazione di persone che portano determinati cognomi, pur non essendo pregiudicate. La presenza di un presunto boss (immediatamente allontanato non appena riconosciuto) alla festa per le elezioni a Neukölln, un selfie con Ferat e la rivelazione di una chat con il figlio. Qualcuno ha fatto notare che episodi simili in casa Cdu non hanno mai provocato simili reazioni. Ferat intanto si è scusato e ha deciso di fare una pausa di riflessione. La connotazione razzista della campagna di denigrazione si accentua se si pensa che la candidata a sindaca Elif Eralp ha genitori turchi fuggiti in Germania per motivi politici dopo il golpe in Turchia nel 1980. Elif ha animato insieme a Ferat il gruppo Links*Kanax di attivisti interni alla Linke con origini non tedesche. Il fatto che il 51% dei musulmani della città abbia votato Linke dà adito alle affermazioni più assurde, del tipo: visto che le ragazze sotto i 25 anni hanno votato Linke al 51% hanno scelto il califfato. Non mancano le accuse di vicinanza a elementi terroristici, dato che tra i simpatizzanti che “bazzicano” nella Linke vi sono esponenti del FPLP, sulla lista nera di Ue e Usa.

Innumerevoli sono gli appelli a Spd e Verdi (che hanno perso rispettivamente un terzo e un quarto dei consensi rispetto alle elezioni precedenti). Come se niente fosse il candidato il perdente della Cdu Stefan Evers, entrato in gara sostituendo il sindaco Kai Wegner, per la sua inadeguatezza di fronte a un gigantesco black-out nel gennaio scorso che ha messo all’addiaccio migliaia di persone per svariati giorni, e l’altrettanto sconfitto Stefan Krach (Spd), indagato per corruzione, lanciano anatemi dal basso del loro pulpito. Poi anche i vertici di Spd e Verdi annunciano che non si coalizzeranno con la Linke se non farà chiarezza sul suo antisemitismo. Si scomodano addirittura Lars Klingbeil e Bärbel Bas rispettivamente ministro delle finanze e ministra del lavoro, co-presidenti di Spd, e co-responsabili dell’impresentabile pacchetto di tagli sociali contro cui si scaglia l’elettorato tedesco, quindi concausa del crollo dell’Spd. Persino il cancelliere Friedrich Merz con la sua Cdu ridotta al lumicino e il suo governo pieno di irresponsabili in piena crisi, si permette di dare moniti a Spd e Verdi che in caso di coalizione con la Linke “aprirebbero le porte dell’inferno”.  La Cdu fa un appello al “centro democratico”, intendendo Spd e Verdi con cui intenderebbe formare il nuovo governo, giacché la risocializzazione degli immobili in mano a grandi società (con più di 3000 alloggi), con quelli sicuramente non verrebbe attuata. Vi immaginate il terrore degli investitori? Negli studi televisivi e sui titoli dei giornali campeggia il ritorno del comunismo della Ddr, lo spauracchio costante della “seconda dittatura” della storia tedesca. E il libero mercato, che fine farebbe? No, non s’ha da fare. Da sempre questo è il tenore in Germania, quando qualcuno osa mettere in discussione “il sistema” o parti di esso. Ma ora le dimensioni di questa campagna sono davvero distopiche. Perché forse si è intuito che le opinioni pubbliche cominciano a rivoltarsi contro un sistema che, a fronte di enormi disuguaglianze, calpesta qualsiasi diritto, e quindi qualsiasi opposizione è una grave minaccia allo strapotere di lorsignori.

Intanto il mondo di sinistra e alternativo che gravita intorno alla Linke la incita a non lasciarsi intimorire, e a non ripiegarsi sulla difensiva per l’ennesima volta, tradendo le speranze di quanti in essa hanno visto un’alternativa sociale reale e l’unica opzione in grado di difendere i diritti di tutte e tutti, e non allontanare proprio quelli che vi hanno aderito in massa, non in ultimo i ragazzi e le ragazze solidali con la Palestina che hanno contribuito in modo massiccio al successo della Linke. Il rischio è, per la presenza interna anche di esponenti per i quali la ragione di stato in difesa di Israele è dogma irrinunciabile, e che si pronunciano anche pubblicamente, di farsi spaccare, e sottostare alle richieste di “allontanare” gli elementi “antisemiti” e in odore di terrorismo. E infatti è stata resa nota una richiesta di espulsione (depositata sabato) presso la federazione del partito di Berlino per l’animatrice del gruppo di solidarietà con la Palestina Hanna Burns, che ha rappresentato in sede congressuale circa un terzo dei delegati. Sembra rispondere all’invito dei Verdi che reclamano sanzioni e anche espulsioni per gli “antisemiti”. Sarebbe bene invece che ora più che mai si avessero come punto di riferimento quelle voci come quella ebraica per una pace giusta in Palestina, associazione classificata dai servizi come “estremista”. Proprio nel giorno dello Yom Kippur, 21 settembre, giorno successivo alle elezioni, il ricorso già vinto contro quella classificazione è stato respinto dal Tribunale amministrativo di Berlino e Brandeburgo. Ancor più ripugnante è l’equiparazione tra i due estremi, e quindi di Linke con AfD, che denuncia il fatto che la Linke sia “il partito del nuovo popolo”, evocando la leggenda della sostituzione etnica. A niente valgono le prese di posizione della Linke in ogni intervista, il ribadire con pazienza il proprio impegno nei confronti delle ebree e degli ebrei (ammettendo comunque problemi interni e quindi posizionandosi eternamente sulla difensiva). Insomma se il muro di fuoco, il cordone sanitario contro l’AfD è crollato, e parti della Cdu, che ha un passato nel nazionalsocialismo che mai viene ricordato, sono propensi a cercare alleanze con l’estrema destra, pare se ne voglia costruire uno insormontabile intorno alla Linke. 

Paola Giaculli

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