…ma davvero pensi sia saggio il voto a maggioranza anche per la politica estera nell’Unione Europea in questo momento in cui soffiano venti di guerra e mancano garanzie costituzionali?
Cara Elly, forse non ti ricordi di me, ma in qualche modo ci conosciamo. Quando eri europarlamentare ho organizzato un incontro fra te e la mia classe in visita alla sede di Strasburgo del Parlamento Europeo, con disappunto del funzionario addetto alle visite del pubblico, che non gradiva commistioni politiche. Ma che importa – tutti hanno gradito, perché vengono sempre apprezzati quante e quanti hanno una visione da proporre. Sei poi intervenuta al circolo di Diem25 che coordinavo a Milano per denunciare le devastazioni del governo “giallo-verde” in materia di immigrazione. Infine, ci siamo incontrate casualmente e salutate a Roma nel 2022 durante una manifestazione per la pace organizzata dalla CGIL. Sì, potevamo fare o aver fatto scelte diverse, ma ci riconoscevamo entrambe nell’aspirazione a un’Europa democratica, inclusiva, federale – e di pace.
Per questo, mi ha intristito leggere un tuo post su Facebook del 3 settembre. L’immagine, con la foto della Presidente del Consiglio, dice: «UE, 11 Paesi chiedono di eliminare i veti per non “paralizzare” la politica estera». E poi, «La mancata firma dell’Italia è una vergogna». Qui il testo del tuo post:
«La mancata firma del governo italiano nella lettera di 11 Paesi europei – tra cui Germania, Francia e Spagna – per superare l’unanimità nella Ue dimostra ancora una volta che il governo Meloni boicotta un’Europa che sappia decidere e tempestivamente sulle questioni cruciali per il futuro dei cittadini.
Ancora una volta si accoda ai sovranisti e isola l’Italia.
Che poi il ministro degli Esteri dica che lui sarebbe d’accordo ma i suoi alleati no, è il segno di un governo non solo diviso ma ormai in pezzi. Che vergogna.
Siamo l’unico tra i paesi fondatori a non aver aderito a questa iniziativa che finalmente dà una scossa per ridare all’Europa un ruolo da protagonista nello scenario internazionale.
L’Italia, il paese di Altiero Spinelli ed Alcide De Gasperi, dovrebbe essere alla guida dello slancio per un salto in avanti di integrazione europea. Consapevole che con gli sconvolgimenti geopolitici in corso, se l’Europa non avanza con più unità, le grandi potenze che la circondano rischiano di metterla al margine.
Eppure ancora una volta, per la sua ideologia e le sue alleanze coi nazionalisti, Meloni danneggia anche l’interesse nazionale.
Solo con una voce sola e forte anche in politica estera l’Ue potrà giocare un ruolo diplomatico e politico per contribuire a porre fine ai devastanti conflitti e costruire percorsi di pace e cooperazione».
Intristisce innanzitutto il richiamo ai «paesi fondatori», ad «Altiero Spinelli ed Alcide De Gasperi», che dà inevitabilmente l’effetto di una distorsione temporale, come se fossimo negli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso e in discussione ci fosse il Progetto Spinelli, o qualche sua ipotetica variante. No, non siamo in un momento di «slancio per un salto in avanti di integrazione europea». Gli 11 Paesi – l’Austria, il Belgio, la Danimarca, la Finlandia, la Francia, la Germania, il Lussemburgo, i Paesi Bassi, la Romania, la Spagna e la Svezia, Stati, fondatori o no, tutti con un passato o presente alquanto variegati circa la promozione dell’integrazione europea o degli stessi diritti umani – chiedono che si passi dall’unanimità nelle decisioni di politica estera dell’UE (che è attualmente richiesta in quanto la politica estera è materia di competenza degli Stati) alla maggioranza qualificata. Tale passaggio non implicherebbe affatto il superamento delle logiche intergovernative verso qualcosa di “federale”, poiché è la stessa Germania, lo Stato più grande, a precisare la sua preferenza per un voto a maggioranza caso per caso, scansandolo, ad esempio, a proposito dello stop al commercio con le colonie israeliane. Nel contesto attuale questa “fine del potere di veto” ricorda tanto quelle riforme che ci sono state, o che ancora ci vengono sollecitate in questo Paese, manomettendo la Costituzione, per “creare finalmente una democrazia decidente”, per “sapere chi ha vinto la sera stessa delle elezioni”, o perché “se no non cambierà nulla”, ritrovandosi infine con gli equilibri costituzionali alterati, il potere in mano a élite sempre più impermeabili e gli spazi di democrazia sensibilmente ridotti.
Non c’è dubbio che tali sarebbero gli effetti anche a livello di Unione Europea, dove questa riforma va innanzitutto a rendere fluidi i meccanismi decisionali dell’intero blocco, eliminando attriti e resistenze, in funzione del consolidamento del blocco stesso secondo logiche “imperiali” (stanti i rapporti profondamente disuguali tra i gruppi sociali e le parti geografiche al suo interno, anche nella capacità di influire sulle decisioni), anziché democratiche e federali. In questo scorcio storico, in cui le classi dirigenti europee rispondono alle sfide e ai problemi contemporanei con un riarmo di 6800 miliardi di euro e la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035, con doppi standard politicamente e moralmente insostenibili, con un vacuo assenso all’escalation e alla possibilità di fare guerra, la prima vittima di questo riassetto dei rapporti europei sarà l’articolo 11 della nostra Costituzione, sia laddove si ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, sia laddove si consentono «limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». È da tempo, invero, che se ne fa strame qui in Italia, ma mentre ora se ne dà la responsabilità a questo o a quel governo, con quel passaggio l’articolo 11, che tu pure hai difeso a livello europeo, verrebbe esautorato e svuotato senza rimedio. In realtà, senza principi e procedimenti costituzionali chiari, quello che tu prospetti come «salto in avanti di integrazione europea» altro non sarà che una costituzionalizzazione di fatto di uno stato d’eccezione, sotto il segno della militarizzazione e di una guerra possibile. Non ti sarà inoltre sfuggito che di recente sei Paesi (Austria, Danimarca, Finlandia, Germania, Paesi Bassi e Svezia – tutti Paesi firmatari della lettera per il voto a maggioranza qualificata nella politica estera) hanno chiesto tagli al già misero bilancio della Commissione Europea per dare priorità a «difesa, competitività, migrazione e sovranità», opponendosi a ulteriori indebitamenti comuni. Un incubo per chi non ha smesso di pensare a una prospettiva sociale (e, ancora una volta, federale) per questa Europa.
Cara Elly, concludo con un paio di considerazioni. Per cominciare, si deve definitivamente abbandonare quell’atteggiamento pseudo-adolescenziale (in realtà puerile e furbastro al tempo stesso, politicamente parlando) che ha afflitto tanto a lungo l’europeismo in Italia, e che fa di “Europa! Europa!” la parolina magica che rimuove la politica come si realizza in democrazia – con la dialettica, la rappresentanza di progetti e interessi differenti, il dissenso, il conflitto e l’ascolto, equiparati tutti a un bla bla inconcludente, o comunque a fastidiosi ostacoli di cui sbarazzarsi senza prenderli troppo sul serio – a favore di un entusiasmo “ingenuo” e fideistico per tutto quanto venga dall’“Europa”, senza domande, senza valutazioni, non solo perché è cosa di per sé buona e giusta, ma anche perché qualsiasi iniziativa è in quanto tale un «salto in avanti di integrazione europea» che ci porterà alla federazione del Manifesto di Ventotene. E, si può aggiungere, senza partecipazione, perché alla cittadinanza è demandato un ruolo sostanzialmente passivo, come attesta pure il fallimento di fatto dell’Iniziativa dei Cittadini Europei, introdotta con gran fanfara nel Trattato di Lisbona.
Naturalmente l’impoverimento e il restringimento degli spazi di democrazia a favore di un pensiero più o meno unico sono un fenomeno del nostro tempo che ha ragioni strutturali e che coinvolge anche Paesi di fiera tradizione euroscettica o nemmeno membri dell’Unione Europea. Ma non si può negare che in Italia e altrove il richiamo all’“Europa” (“ce lo chiede l’Europa”) abbia costituito un potente dispositivo ideologico per imporre un corso politico e misure impopolari e antipopolari, con il dissenso derubricato a “populismo” e “sovranismo”, e reso inascoltabile per definizione. Sono queste dinamiche, assieme a vicende come quelle che capitarono al governo Tsipras in Grecia una decina di anni fa, che hanno alienato vasti strati dell’opinione pubblica – di qualsiasi orientamento politico – dall’idea di un progetto europeo e alterato la percezione stessa di ciò che è la democrazia. Vale ancora il principio secondo cui in democrazia non si governa contro il volere di una maggioranza e che l’unico strumento decisivo è la capacità di convincere?
I cittadini europei hanno bisogno di una democrazia europea. Hanno bisogno di discussioni libere e critiche su tutti i media sulle questioni che li riguardano. Che le decisioni siano votate e ratificate dai loro rappresentanti. Che gli assetti futuri siano deliberati da un’assemblea costituente. Certo, non hanno bisogno di decisioni maturate a porte chiuse mentre infuria una guerra ai confini e tanti, troppi governi europei premono per rendere il ricorso alle armi un fattore normale nelle relazioni internazionali del blocco europeo.
Proprio la netta affermazione dell’estrema destra nelle scorse elezioni in Sassonia-Anhalt – un altro tassello in un mosaico dalle tonalità violente, autoritarie e discriminatorie – dovrebbe distogliere dalla tentazione di ridurre o silenziare le voci nei processi decisionali. Occorre al contrario ricostruire il senso della democrazia, della giustizia e della pace anche a livello europeo, con il contributo di tutte e tutti.
Con stima e amicizia
Francesca Lacaita








