intersezioni femministe

Il voto alle destre non è cosa per donne

di Nicoletta
Pirotta

Le donne tendenzialmente votano a destra meno degli uomini.
Studi, analisi, dati elettorali confermano questa tendenza.
Tanto per fare un esempio nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2024 negli Stati Uniti il 55% dei maschi votò per Donald Trump a fronte di un 45% delle donne, un divario di 10 punti che sale se si considerano le elettrici afro americane.
Il dato si conferma anche nelle elezioni di domenica scorsa nella regione tedesca della Sassonia Anhalt laddove l’AFD, il partito di estrema destra che ha trionfato, è stato votato, secondo gli exit poll della televisione pubblica Ard, dal 51% dei maschi.
Come scrivono Roberta Carlini e Barbara Leda Kenny nell’articolo “Le ragazze non vanno a destra” (si veda il link riportato sotto), l’inversione del voto delle donne, “secondo uno studio (realizzato da Gethin, Martìnez-Toledano e Piketty nel 2022) condotto su 50 democrazie dal 1948 al 2020, si è avuta negli anni ’80, e da allora le donne che votano per i partiti di destra sono meno degli uomini”.
Le destre che sono al potere, o provano ad andarci, esprimono una visione del mondo autoritaria, misogina, asimmetrica ed escludente e propongono draconiane ricette di politica sociale che portano alla definitiva distruzione di quei sistemi pubblici di welfare state, del resto già pesantemente ridimensionati dalle politiche “austere” del mainstream liberista, che hanno provato a migliorare la condizione materiale delle donne.
Per fare esempi concreti il governo in carica non solo ha cancellato definitivamente, a partire dall’anno corso, “Opzione donna”, il canale per la pensione anticipata delle lavoratrici introdotto per la prima volta nel 2004, ma ha aumentato l’età pensionabile  riducendo o annullando tutte  le uscite anticipate dal mondo del lavoro come “Quota 103”. In un sistema in cui il lavoro di riproduzione sociale e domestica pesa ancora in modo diseguale sulle spalle delle donne è evidente che queste misure rappresentano uno schiaffo alle lavoratrici.
Per non parlare dell’apertura alle organizzazione “pro-vita” (sic!) nei reparti maternità e nei consultori pubblici (quei pochi che restano) con l’intento di colpevolizzare e ostacolare chi vuole ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza, scelta resa già difficile dalla non esigibilità del diritto ad abortire pur previsto dalla legge 194 (costantemente sotto processo!).

Il fatto che le destre, in Europa, vedano al comando tre donne non deve trarre in inganno perché è la  dimostrazione di un uso biecamente strumentale del genere femminile. Sara Farris per definirlo  ha usato il nome di femonazionalismo (si veda l’articolo nel link sotto riportato) per indicare il tentativo delle destre di giustificare posizioni razziste e xenofobe supportandole con  pregiudizi secondo i quali gli immigrati, specie quelli provenienti da paesi musulmani, siano forzatamente sessisti a fronte delle magnifiche sorti e progressive dell’occidente!
Anche in ragione di tutto ciò al momento del voto le donne si mostrano meno disponibili a seguire i subdoli richiami delle destre.
Lo dico non come forma consolatoria ma perché in fondo mi regala un brivido di piacere pensare di appartenere ad un genere che, in larga parte, sa mantenere gli occhi ben aperti.
Forse anche grazie al fatto che è molto alta la presenza di donne nei collettivi, associazioni, case, movimenti che promuovono pensieri critici e pratiche di alternativa.
Penso in particolare al movimento femminista animato, anche nel nostro Paese, da molte giovani donne che hanno posto al centro della propria azione la consapevolezza di quanto siano intrecciate, nel definire la soggettività di ciascuna, le contraddizioni di genere, classe, razza.
Contraddizioni sulle quali sono stati costruiti sistemi di potere escludenti.
Un attivismo che prova a farsi portatore di una visione del mondo capace di rompere radicalmente sia con le politiche neoliberiste sia con i tentativi di un ritorno al passato.
Una visione mai necessaria quanto oggi.
Come stimolo alla riflessione sul tema si propongono uno scritto (tratto da Facebook) e due articoli, per i quali, come detto, si riporta più sotto il link.

Nicoletta Pirotta

Meloni, Le Pen  e Weidel, il paradosso delle tre donne che stanno conquistando la destra in Europa
di Viviana Sonno

Tre donne al comando per sdoganare un’agenda che di femminile non ha nulla. Dietro la facciata rassicurante e la svolta comunicativa di Giorgia Meloni, Marine Le Pen e Alice Weidel si nasconde il paradosso più grande: l’uso del genere come scudo patriottico per portare al potere un modello politico identitario, escludente e radicale, che rischia di minare le conquiste sociali, la solidarietà e i diritti in tutta Europa.
Perché ci sono tre donne alla guida delle destre europee?
La guida femminile dei movimenti nazionalisti e conservatori europei rappresenta uno dei più  interessati paradossi della politica contemporanea.
Per decenni, la destra radicale è stata associata a una retorica marcatamente maschile, patriarcale e incentrata sulla forza fisica.
Oggi, invece, tre dei partiti più influenti del continente sono portati avanti da Giorgia Meloni in Italia, Marine Le Pen in Francia e Alice Weidel in Germania.
Questa centralità femminile risponde a una precisa logica strategica, spesso definita dagli analisti come una forma di normalizzazione o rassicurazione visiva.
La figura di una donna, specialmente quando evoca l’archetipo protettivo della madre, riesce a smussare l’estremismo percepito di un programma politico, rendendo il voto accettabile anche per la classe media e per quell’elettorato moderato che un tempo avrebbe temuto una rottura radicale del sistema.
Al tempo stesso, queste leader utilizzano l’emancipazione femminile come un’arma identitaria all’interno di quello che viene chiamato femonazionalismo, presentandosi cioè come le uniche vere difenditrici dei diritti e della sicurezza delle donne occidentali di fronte alle sfide della globalizzazione e soprattutto di fronte ai flussi migratori.
Pur condividendo questa capacità di incarnare il cambiamento attraverso il proprio genere, Meloni, Le Pen e Weidel si muovono su binari ideologici, economici e personali profondamente distanti, rispecchiando le diverse anime della destra europea.
Giorgia Meloni ha costruito la sua ascesa politica sull’immagine della madre cristiana radicata nella classe lavoratrice, trasformando il suo partito da forza di opposizione pura a perno del governo italiano.
Il suo posizionamento si distingue per un forte pragmatismo atlantista ed europeista, che la spinge a dialogare costantemente con le istituzioni di Bruxelles e a sostenere la linea occidentale sui conflitti internazionali, fungendo da ponte tra la destra conservatrice e il centrodestra tradizionale.
Al contrario, Marine Le Pen in Francia incarna una figura di madre della nazione più laica e repubblicana, focalizzata su un sovranismo statalista e su un forte protezionismo economico pensato per proteggere i lavoratori della provincia.
La leader francese ha dedicato anni a ripulire l’immagine del suo movimento, allontanando le frange più estremiste per puntare direttamente all’Eliseo.
Alice Weidel in Germania rappresenta invece il paradosso più estremo dal punto di vista personale e politico.
Ex economista passata per grandi istituti finanziari globali, apertamente lesbica, Weidel unisce l’efficienza manageriale borghese a una proposta politica radicale ed euroscettica, che non esita a chiedere l’uscita della Germania dall’eurozona e la fine dell’area Schengen.
Questa diversità di approcci si riflette specularmente nella composizione del loro elettorato e nelle reali possibilità di vincere o confermarsi nei prossimi anni.
Meloni raccoglie un consenso interclassista, che unisce i piccoli imprenditori del nord Italia alla ricerca di sgravi fiscali e le famiglie del centro-sud legate ai valori tradizionali.
Le Pen fa breccia soprattutto nella Francia periferica, tra gli operai e i giovani delle aree deindustrializzate che si sentono abbandonati dal centrismo tecnocratico.
Weidel invece sta portando il suo partito a livelli storici soprattutto nei territori dell’ex Germania Est, intercettando il forte risentimento delle classi produttive impoverite e l’ansia legata alla sicurezza interna.
Tuttavia, proprio la natura intrinsecamente nazionalista dei loro progetti politici rende difficile una vera sintesi a livello europeo.
Le tre leader appartengono a famiglie politiche diverse e talvolta contrapposte al Parlamento Europeo, divise da visioni inconciliabili sul futuro della moneta unica e sulla geopolitica.
Inoltre, mentre Meloni governa stabilmente e Le Pen punta a farlo, Weidel si scontra ancora con un rigido cordone sanitario che vede tutti i partiti tradizionali tedeschi rifiutare qualsiasi coalizione con lei.
Guardando alle grandi sfide elettorali, l’orizzonte per queste tre leader si presenta con possibilità di successo e ostacoli istituzionali profondamente diversi.
Giorgia Meloni affronta il compito di mantenere la stabilità e la coesione della propria coalizione di fronte ai primi segnali di logoramento e alla pressione interna di nuove formazioni più radicali, una dinamica che richiederà un costante bilanciamento strategico per confermare la tenuta del centrodestra alla guida dell’Italia.
Al contrario, Marine Le Pen si trova nella posizione più concreta per conquistare il potere per la prima volta nella primavera delle elezioni presidenziali francesi, dove i sondaggi la indicano come la favorita assoluta per il ballottaggio, lasciando come unica vera incognita le possibili evoluzioni delle sue vicende giudiziarie.
Lo scenario più difficile spetta invece ad Alice Weidel, le cui possibilità di diventare Cancelliera rimangono quasi nulle a causa del rigido rifiuto di tutti i partiti tradizionali tedeschi di formare coalizioni con lei, costringendola a esercitare il suo crescente consenso nel ruolo di principale e agguerrita forza di opposizione nel Bundestag.
In conclusione, sebbene la leadership di Giorgia Meloni, Marine Le Pen e Alice Weidel abbia permesso a queste destre di superare antichi tabù e di proporsi come scudo protettivo per milioni di cittadini, il loro avanzamento rappresenta una minaccia concreta per i pilastri della democrazia progressista e della solidarietà sociale.
Il paradosso di vedere tre donne al vertice non cancella la natura di un’agenda politica identitaria che rischia di far arretrare l’Europa sul terreno dei diritti civili, dell’inclusione e delle tutele sociali, sacrificati sull’altare di una retorica escludente.
Il loro comune destino resta tuttavia vincolato a un limite strutturale e profondamente divisivo: il nazionalismo non è una piattaforma cooperativa.
Mettendo ciascuna l’interesse egoistico della propria nazione davanti a quello collettivo, l’unione dei loro progetti politici rischia di rimanere una contraddizione insolubile, aprendo la strada a un’Europa frammentata, incapace di rispondere unita alle grandi sfide globali e pericolosamente esposta a derive autoritarie che la sinistra ha il dovere storico di contrastare con un’alternativa forte e inclusiva.

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