articoli, recensioni

Parlare svegli al sogno della vita

di P. Cooke,
A. Scassellati

Questo scritto nasce dal proseguimento di una fitta corrispondenza epistolare estiva tra Peter Cooke e Alessandro Scassellati, un dialogo filosofico e politico che ha già trovato una sua prima parziale espressione pubblica su queste pagine con la pubblicazione del trittico poetico di Peter (Little Flags, Ours and Yours, Lavender), scortato dal commento di Alessandro.
Lungi dall’esaurirsi in un esercizio accademico o in uno sterile scontro ideologico, questo secondo round risponde al comune, ostinato desiderio di mantenere aperto un cantiere di pensiero su come uscire dal vicolo cieco in cui il capitalismo neoliberista e tecnocratico ha cacciato l’umanità e la biosfera. Davanti all’avanzata dell’Illuminismo Oscuro e all’automazione industriale della persuasione, lo sguardo spiritualista di Peter — orientato alla metafisica vedantica, alla destrutturazione dell’ego separatista (ahamkara) e alla custodia della luce interiore — si confronta e si sfida fraternamente con la prassi del materialismo storico di Alessandro, volta allo smantellamento delle gabbie economiche e all’edificazione territoriale di oasi liberate dal profitto (i “monasteri laici”).
Nelle due poesie che seguono, Palantír e Dawn, messe a specchio con i rispettivi commenti, la parola poetica si fa dispositivo di svelamento critico: una trincea comune e porosa in cui due sentieri opposti camminano lungo la stessa spiaggia per risvegliare l’umanità dall’ipnosi del presente.

Palantír

I am the spider and you are the fly./Io sono il ragno e tu sei la mosca.
I’ll catch you in my web./Ti catturerò nella mia ragnatela.
It’s not the Palantír imagined by Tolkien,/Non è il Palantír immaginato da Tolkien,
A heavy dense magical sphere of secret seeing,/Una pesante densa sfera magica di visione segreta,
It’s a vast invisible digital web./È una vasta invisibile rete digitale.
I’ll catch you with my algorithms/Ti catturerò con i miei algoritmi
And I’ll worm my way into your brain./E mi insinuerò fin dentro il tuo cervello.
I am the Lord of Silicon Valley,/Io sono il Signore della Silicon Valley,/
The glittering Mordor of California,/La luccicante Mordor della California,
And I’ll find a way to see into your soul./E troverò il modo di guardare dentro la tua anima.

Il commento di Peter

Caro Alessandro, il punto di partenza di “Palantìr” è stato il nome tolkieniano dell’impresa di Silicon Valley fondata da Peter Thiel, una delle figure più sinistre dell’universo inquietante del capitalismo di sorveglianza. Da entusiasta lettore della grande trilogia epica di J.R.R. Tolkien, non ho potuto resistere alla sfida. Nomen est omen si dice, e in effetti i nomi non sono mai casuali.
Appropriarsi del nome di uno degli oggetti più suggestivi immaginati dal maestro della narrativa fantastica nel Signore degli anelli, equivale a una prepotente dichiarazione di pretese egemoniche. Nel terzo volume della trilogia, Il ritorno del re, il palantír si manifesta come una misteriosa sfera magica che permetteva agli antichi re di Gondor di sorvegliare il loro vasto reame e di comunicare direttamente con i loro luogotenenti in posti lontani. All’epoca in cui si svolge l’azione del romanzo però, i pochi palantír rimasti sono stati appropriati dallo sguardo malefico di Sauron, il potentissimo Oscuro Signore di Mordor che ambisce a dominare e a schiavizzare il mondo intero, finché non giunge l’erede degli antichi re, Aragorn, dotato del potere di piegare i palantiì alla sua volontà. Scegliendo il nome Palantir per la sua impresa di sorveglianza digitale, Thiel si identifica con Aragorn, il principe guerriero che combatte per la giustizia, oppure con Sauron?
Non mi sembra casuale che, nel contesto delle sfide presentate dalle nuove tecnologie digitali nello sforzo collettivo di creare la “civiltà dell’amore”, Leone XIV abbia citato dal Ritorno del re nella sua importantissima Enciclica Magnifica Humanitas: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare.” Per capire le implicazioni profonde di queste parole bisogna conoscere il contesto specifico in cui vengono enunciate nel romanzo. Si tratta del discorso tenuto da Gandalf durante il consiglio dei principi alla veglia della marcia dell’esercito contro Mordor, nel momento decisivo della grande guerra dei popoli liberi contro le forze dell’Oscuro Signore. In questo modo Leone XIV lascia intendere implicitamente, a chi abbia voglia di capire, la sua visione dell’Illuminismo Oscuro (the Dark Enlightenment) come un progetto oligarchico di dominio assoluto teso a soggiogare l’umanità intera, come il Sauron di Tolkien ambisce a schiavizzare tutti i popoli della Terra di Mezzo. Ancora di più del palantír appropriato da Peter Thiel, l’emblema di Silicon Valley, questa nuova scintillante Mordor di California, potrebbe essere l’Occhio di Sauron. 

Il commento di Alessandro

Caro Peter, la tua lettura di Palantìr attraverso l’immaginario tolkieniano squarcia il velo iperreale della Silicon Valley con l’efficacia che solo la poesia possiede. Hai perfettamente ragione a rintracciare in Peter Thiel e nei signori del Dark Enlightenment una pretesa egemonica assoluta: l’appropriazione di quel nome non è un vezzo filologico, ma una precisa dichiarazione di intenti biopolitici. La citazione di Leone XIV che evochi fotografa la natura di questo scontro epocale, un autentico Kurukṣetra per la salvezza del nostro tempo vivo.
Tuttavia, proprio muovendo dal profondo rispetto per la tua diagnosi del “ragno algoritmico”, avverto la necessità materialista di operare un ribaltamento prospettico. Nella tua visione, Silicon Valley si configura come una scintillante Mordor perché mossa da un impulso originario anti-divino, una forza asurica che mira a profanare e recintare l’anima umana. Dal mio sentiero di indagine, il processo segue la direzione inversa. Quello che descrivi come il “Signore di Silicon Valley” non trae il proprio potere da un’oscura onnipotenza ideale o da un’astratta tara metafisica. La sua capacità di “insinuarsi nel cervello” e di catturare le vite nella rete digitale è il prodotto storicamente determinato di un’architettura economica che ha sussunto e mercificato l’apparato psichico collettivo.
L’algoritmo predittivo non è l’espressione di una magia maligna, ma un sofisticato dispositivo di estrazione di valore. Se lo smartphone si comporta come un palantír tascabile che “vede dentro la nostra anima”, è perché quarant’anni di addestramento neoliberista hanno privato l’umanità del tempo della stasi, della concentrazione e della socialità primaria, lasciando i corpi isolati e vulnerabili alla cattura dopaminergica. Il ragno algoritmico, caro Peter, è parassitario: vive del tempo biologico che noi gli cediamo per pura estenuazione cognitiva.
La risposta a questa sorveglianza non può quindi darsi solo sul piano della difesa interiore. Per disarmare l’Occhio di Sauron dobbiamo spezzare i cavi materiali che lo alimentano. Attraverso la ricostruzione di relazioni solidali comunitarie che io ho chiamato “monasteri laici” e l’esercizio collettivo e rigoroso di quello che ho definito un «picchetto del silenzio», l’obiettivo non è fuggire dal mondo, ma sottrarre materialmente il tempo biologico al mercato, disattivando i protocolli del controllo comportamentale per restituire stabilità e presenza alla carne.

Dawn/Alba

Not forever will the sky be dark./Non per sempre il cielo sarà oscuro.
Not forever will human dragons roam the trampled earth,/Non per sempre draghi umani calpesteranno la terra sottomessa,
Haters of Nature, eaters of men./Odiatori della Natura, divoratori di uomini.
I see a new Dawn,/Vedo una nuova Alba,
Like a lake of living light held in the hands of Time,/Come un lago di luce vivente trattenuto nelle mani del Tempo,
Waiting secretly, waiting patiently/Che attende segretamente, che attende pazientemente
To be born./Di nascere.
Love lives, hatred cannot kill it,/L’Amore vive, l’odio non può ucciderlo,
And no darkness can kill the light./E nessuna oscurità può uccidere la luce.
Every human being holds Heaven,/Ogni essere umano custodisce il Paradiso,
Deep in his heart./Nel profondo del suo cuore.

Il commento di Peter

Caro Alessandro, volevo chiudere la piccola serie di poesie pubblicate su trasform!Italia con una nota di speranza luminosa. Nonostante i tempi bui che stiamo attraversando, segnati da guerre spietate, atti indicibili di tortura e di genocidio, menzogne ufficiali a non finire, sfruttamento sistematico su vasta scala mascherato da un’ipocrisia senza fondo e la gigantesca hubris di un’oligarchia capitalista sprovvista di ogni moralità, non ho mai perso la mia fede nell’umanità, o più precisamente nello Spirito che risiede segretamente nel cuore di ogni essere umano. Ai miei occhi, è questo Spirito divino che conferisce un valore intrinseco inestimabile non solo a ogni essere umano ma a ogni cosa nella manifestazione. Questa visione spiritualista, pur presentandosi ovviamente come opposta al materialismo storico, aspira ad una società futura giusta e felice, come lo stesso Karl Marx, fondata sulla fratellanza e sulla cooperazione.
Per il materialista storico, se capisco bene, la trasformazione della società si compie tramite la reinvenzione delle sue strutture fondamentali. Le ingiustizie del capitalismo sono strutturali e queste strutture vanno dunque cambiate radicalmente. Per lo spiritualista invece, le strutture inique della società rispecchiano le deformazioni del nostro mondo interiore. Da questo punto di vista, il problema fondamentale risiede nell’ahamkara, la coscienza separatista dell’ego che, a causa dell’Ignoranza spirituale (avidya), non percepisce l’unità spirituale della vita. È questa coscienza egoica che ci permette di sfruttare e di calpestare ciò che ci sembra alieno, ciò che non siamo. Secondo gli insegnamenti del Vedanta invece, tutto è Brahman e aham brahm’asmi – io sono il Brahman. Chi realizza questa verità, non come mera idea intellettuale ma come conquista permanente della coscienza, entrando nello stato brahmanico, perde ogni capacità di danneggiare gli altri, perché per questo saggio gli “altri” non esistono.
I “draghi umani” della mia poesia sono le persone in cui le qualità negative dell’ahamkara sono state sviluppate fino ad arrivare a proporzioni gigantesche. Sono gli uomini descritti nel capitolo 16 del Bhagavad Gita, dotati della natura anti-divina dell’Asura, prepotenti a dismisura, pieni di arroganza e di violenza, immersi completamente nell’Ignoranza spirituale e nemici feroci delle qualità divine. Lo stesso capitolo del Gita descrive anche le qualità opposte, le qualità divine del Deva che vanno coltivate da chi segue il suo “bene superiore” per “arrivare allo stato supremo dell’anima”. Nel Gita, è il compito di Arjuna, il capo delle forze che combattono per la giustizia, di distruggere i nemici del Dharma, le forze degli Asura, sul campo di battaglia di Kurukshetra. Krishna insegna ad Arjuna come realizzare questo compito distruttivo con piena conoscenza spirituale, senza odio, senza attaccamento, sapendo che tutto è Dio, tutto è Vasudeva, il Signore onnipresente. Kurukshetra dharmakshetra – “Kurukshetra è il campo del Dharma”, il campo di battaglia interiore e esteriore in cui ogni essere umano è chiamato a combattere.
L’alba nuova evocata in questa poesia non è in realtà una manifestazione magica, è il risultato splendente di un lungo processo di trasformazione spirituale, la cui luce divina si nasconde nel cuore di ogni essere umano. È il nostro compito scoprirla.

Il commento di Alessandro

Caro Peter, la tua Alba è un canto di rara potenza lirica, un balsamo necessario di fronte al nichilismo e all’ipocrisia di un Impero globalista che, nel suo declino, si fa feroce e predica il militarismo a scapito della vita dei popoli. Condivido intimamente il tuo rifiuto del pessimismo e l’anelito verso una società fondata sulla fraternità e sulla cooperazione, una sponda comune che, come giustamente ricordi, unisce la tua sensibilità vedantica alla scommessa ultima di Karl Marx.
La linea di faglia che separa amichevolmente le nostre sponde risiede nel modo in cui intendiamo la genesi di questa luce. Per il tuo swadharma spirituale, i “draghi umani” che calpestano la Madre Terra sono il prodotto macroscopico dell’ahamkara, l’egoismo separatista dell’ego che, accecato dall’avidya, non riconosce l’unità profonda di tutto ciò che esiste. Di conseguenza, la terapia che proponi è una conversione interiore: scoprire la luce divina nascosta nel profondo del cuore per disattivare la capacità di danneggiare l’altro.
Da materialista storico, guardo allo stesso deserto ma sposto la direzione dello sguardo. L’egoismo predatorio che giustamente condanni non è la causa originaria delle iniquità sociali, ma il riflesso e la giustificazione ideologica di una struttura materiale fondata sulla competizione feroce e sulla scarsità indotta. Il capitalismo premia l’accumulazione e svaluta radicalmente la cura; costringe i corpi a una lotta spietata per i bisogni primari, rendendo la solidarietà un lusso insostenibile per chi è schiacciato dal precariato. I “draghi” non nascono tali: vengono selezionati, allevati e portati ai posti di comando da un sistema economico che si nutre di isolamento e sfruttamento.
Per questo motivo, credo che l’Alba non possa darsi come il puro esito spontaneo di un’evoluzione della coscienza. Quella «luce vivente trattenuta nelle mani del Tempo» deve essere edificata materialmente, qui e ora, attraverso la prassi collettiva e la “social catena” teorizzata da Leopardi ne La ginestra (1836). Davanti alla brutale, schiacciante e indifferente potenza di una forza sovrastante — che nell’Ottocento assumeva i tratti della natura matrigna e che oggi si materializza nell’astrazione pervasiva dei tribunali algoritmici delle Big Tech —, il poeta recanatese esortava gli esseri umani a deporre le armi dell’egoismo individuale e della competizione reciproca, stringendosi in una “confederazione” solidale che tragga forza proprio dalla lucida consapevolezza della comune fragilità. Se l’infrastruttura di una comunità egualitaria garantisce la demercificazione integrale dei bisogni fondamentali — il cibo, la casa, la salute — l’individuo non ha più lo strumento materiale per trasformare l’egoismo in oppressione.
Rompere il giogo della sopravvivenza economica e ridurre l’orario di lavoro a 30 ore non sono semplici riforme distributive; sono i dispositivi materiali che spengono l’incendio, liberando lo spazio biologico affinché il cuore possa finalmente guarire. Solo allora, nel silenzio di un mondo sottratto al profitto, il Paradiso custodito nel cuore cesserà di essere un’astrazione gnostica per pochi asceti e si farà prassi quotidiana di un’umanità finalmente sveglia.

Il commento di Peter

Caro Alessandro, forse, in fin dei conti, le nostre visioni, piuttosto di essere opposte, sono invece complementari. Mi piace molto la tua idea di creare “arche” o “monasteri laici” dove si possano formare comunità libere dalle pressioni disumanizzanti del capitalismo, dove si possa imparare a vivere in uno stato di cooperazione fraterna, riscoprendo e coltivando gli autentici valori umani. Né la condizione di schiavo né quella di tiranno sono degne dell’essere umano. Creare piccole comunità di esseri liberi sarà una grande sfida, e bisognerà imparare dagli errori del passato al riguardo, ma mi sembra una sfida necessaria.
Se io sento il bisogno imperioso di seguire il mio swadharma, la legge del mio essere, dedicandomi soprattutto al lavoro spirituale di trasformazione interiore e tu segui il tuo swadharma lavorando intellettualmente per trasformare la sfera sociale, siamo in fin dei conti entrambi dei combattenti sul grande Kurukshetra che aspirano insieme al trionfo della Luce.

Nota biografica

Peter Cooke, nato nel 1962, ha svolto a Oxford e a Manchester la sua carriera universitaria di specialista della cultura francese dell’Ottocento, prima di trasferirsi in Italia con la sua famiglia. Nel 2025 ha pubblicato da Voglino Editrice il suo primo romanzo, Clelia e io, o I partigiani. https://www.voglinoeditrice.it/shop/clelia-e-io-o-i-partigiani/.

Articolo precedente
NAZA
Articolo successivo
Ogni deroga è lecita per il riarmo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Fill out this field
Fill out this field
Inserisci un indirizzo email valido.

non ci sono articoli correlati