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I versi che parlano svegli

di P. Cooke,
A. Scassellati

Pubblichiamo tre poesie politiche di Peter Cooke con il commento di Alessandro Scassellati. Crediamo sia essenziale guardare in faccia la realtà, per quanto brutta e per quanto sconcertante sia. Purtroppo, come ammoniva T.S. Eliot, “Human beings / Cannot stand too much reality”, l’essere umano fatica a sopportare troppa realtà. Uno dei tormenti che ci infliggono le forze maligne del capitalismo neoliberista è quello di farci vedere orrori giganteschi, facendoci sentire impotenti. Ma il pensiero lucido, l’aspirazione sincera sono forze che agiscono in realtà sul futuro. Stiamo vivendo un cambiamento epocale che ci potrebbe o trascinarci verso il baratro collettivo o aprirsi verso un futuro più luminoso. Il pensiero lucido e la prassi cosciente sono le uniche forze capaci di deviare la rotta dal baratro verso un futuro più luminoso in cui riporre la nostra fede personale e collettiva.
Queste tre poesie sono un’occasione per gettare nel dibattito della sinistra un sasso di verità che rompa la ragnatela grigia della propaganda bellica e coloniale, costringendo i lettori all’attrito con la carne che soffre. Dire quale delle tre poesie è più amara sarebbe difficile: sono tutte d’un pezzo! Peter le ha composte rapidamente ma in realtà sono il frutto di anni di sofferenza psicologica rimuginando gli orrori del presente – in realtà un passato cupo che si rifiuta di morire.
Quel passato cupo che si rifiuta di morire è precisamente la preistoria dell’umanità di cui parlava Marx: il dominio dell’uomo sull’uomo che oggi, attraverso i server della Silicon Valley, si automatizza e si deresponsabilizza dietro lo schermo asettico dell’algoritmo. La nostra sofferenza non è un fatto privato, è il radar psichico di persone ancora integre che si rifiutano di abituarsi al macello.
La genealogia del titolo generale deriva dallo splendido sonetto metafisico “Desde la torre” del poeta spagnolo Francisco de Quevedo (1580-1645), uno dei più grandi scrittori, poeti e intellettuali spagnoli del Siglo de Oro. Il nostro titolo si riferisce ai libri che, secondo Francisco de Quevedo, “al sogno della vita parlano svegli”.

Ours and Yours | Il nostro e il vostro

Your blood trickles down the hills, | Il vostro sangue scorre giù per le colline,

The streams flow salty with your tears. | I ruscelli scorrono salati delle vostre lacrime.

We burn your olive trees | Noi bruciamo i vostri alberi d’ulivo

And we bulldoze your homes. | E abbattiamo le vostre case con i bulldozer.

We build our cities with your bones. | Costruiamo le nostre città con le vostre ossa.

Your lives mean nothing, | Le vostre vite non significano nulla,

Our lives mean much; | Le nostre vite significano molto;

This is our justice; as for yours | Questa è la nostra giustizia; quanto alla vostra

You can howl like dogs at the cold full moon. | Potete ululare come cani alla fredda luna piena.

The Lord of Hatred rules our hearts. | Il Signore dell’Odio governa i nostri cuori.

The bitter bile, the wailing pain of your earthly Hell | È il fiele amaro, il dolore gemente del vostro Inferno terrestre

Are the milk and honey of our Promised Land. | Sono il latte e il miele della nostra Terra Promessa.

Questa poesia è un testo di forte impatto emotivo e di chiara natura politico-satirica o di denuncia per quello che sta succedendo in Palestina (i riferimenti iconici come gli alberi d’ulivo, i bulldozer e l’espressione “Terra Promessa”). Utilizza un linguaggio crudo e immagini violente per esplorare le dinamiche dell’oppressione, del conflitto territoriale e della deumanizzazione.
La poesia evidenzia una netta e brutale separazione tra un “Noi” (gli oppressori) e un “Voi” (gli oppressi). I versi “Your lives mean nothing / Our lives mean much” (Le vostre vite non significano nulla / Le nostre vite significano molto) riassumono il nucleo della deumanizzazione, dove il valore della vita umana viene pesato in base all’appartenenza.
C’è una potente inversione dei simboli biblici e religiosi. La “Terra Promessa”, tradizionalmente associata a “latte e miele”, viene ridefinita attraverso la sofferenza altrui come “fiele amaro” e “inferno terrestre”. Il “Signore dell’Odio” sostituisce la divinità benevola, indicando come la fede o l’ideologia possano essere distorte per giustificare la crudeltà.
Viene descritta una cancellazione non solo fisica, ma anche culturale ed economica: l’abbattimento delle case, il bruciare gli ulivi (simbolo di pace e di legame ancestrale con la terra) e la costruzione di città letteralmente sulle “ossa” dei vinti.
La scelta di adottare la prospettiva dell’oppressore (la prima persona plurale, “We/Our”) rende il testo particolarmente provocatorio. Non c’è tentativo di giustificare le proprie azioni con la propaganda o la difesa; c’è invece una lucida e spietata ammissione di sadismo e ingiustizia (“This is our justice”, Questa è la nostra giustizia).
Il tono è disincantato, amaro e volutamente provocatorio. L’uso di parole come “howl like dogs” (ululare come cani) accentua il disprezzo che l’oppressore riserva alle vittime, ridotte a una condizione animale di totale impotenza. La struttura è lineare, priva di fronzoli retorici, per fare in modo che la durezza delle immagini arrivi direttamente al lettore senza filtri. Si tratta di una poesia di protesta che non cerca la sfumatura, ma punta a scuotere la coscienza del lettore, mostrando il volto più oscuro e distruttivo del nazionalismo e del fanatismo.

Little Flags | Piccole bandiere

Row after row, line after line | Fila dopo fila, linea dopo linea

Of little blue and yellow flags flutter in the breeze. | Piccole bandiere blu e gialle sventolano nella brezza.

We pay for the men to be dragged from the streets, | Paghiamo affinché gli uomini vengano trascinati via dalle strade,

To be beaten, to be sent in busses, | Per essere picchiati, per essere caricati sui bus,

Handcuffed, to the front. | Ammanettati, verso il fronte.

Now there is talk of sending the women. | Ora si parla di mandare le donne.

We are helping a valiant nation, | Stiamo aiutando una valorosa nazione,

Kindly helping it to die. | La stiamo gentilmente aiutando a morire.

Ancora una poesia politica. Se la precedente toccava il fiele amaro del colonialismo, questa colpisce dritto al cuore il cinismo geopolitico dell’Occidente e la tragedia del conflitto in Ucraina. Il potere della parola si manifesta qui in una forma tragicamente nitida ed essenziale.
L’incipit visivo è di una potenza agghiacciante: “Row after row, line after line / Of little blue and yellow flags flutter in the breeze.” File e linee interminabili di bandierine gialle e blu che sventolano al vento. Questa immagine non evoca il patriottismo eroico della propaganda, ma la contabilità spietata della morte: ogni bandiera è un corpo sottratto alla vita, un cimitero a perdita d’occhio generato dal prolungamento artificiale del conflitto.
La strofa centrale scarnifica l’ipocrisia dell’arruolamento forzato operato dal regime di Kiev, sostenuto dai dollari e dall’invio di armi della NATO: “We pay for the men to be dragged from the streets / To be beaten, to be sent in busses / Handcuffed, to the front.” Adottando di nuovo il “We” (Noi), ci chiami alla co-responsabilità. Noi occidentali stiamo attivamente pagando affinché degli esseri umani vengano cacciati per strada, picchiati, ammanettati e stipati sui bus verso il macello del fronte. E la menzione dell’estensione della leva alle donne (“Now there is talk of sending the women”) svela la fase terminale di un dissanguamento demografico e biologico totale.
Il finale è un capolavoro di amara ironia che toglie il fiato: “We are helping a valiant nation / Kindly helping it to die.” (Stiamo aiutando una valorosa nazione, la stiamo gentilmente aiutando a morire). In questi due versi c’è la sintesi perfetta di quello che andiamo dicendo sull’Impero morente. La retorica liberal-progressista del “sostegno senza se e senza ma” si svela come un cinico cinismo imperialista: un suicidio assistito, un’eutanasia geopolitica perpetrata sulla pelle di un popolo pur di infliggere un danno strategico alla Russia, prolungando l’agonia di un ordine globale al tramonto.
Da materialista storico, vedo in questi versi la denuncia esatta dei flussi finanziari del riarmo che cannibalizzano le risorse dei popoli per alimentare la macchina bellica; tu vi scorgi la totale assenza di Dharma della “classe Epstein”, la manifestazione di una forza aggressiva distruttiva che tratta le vite umane come pedine spendibili.
La poesia, proprio come ci ricordava Aristotele, si dimostra qui immensamente più veritiera della cronaca giornalistica: squarcia la menzogna iperreale della propaganda bellica e ci costringe a guardare l’inferno materiale che stiamo finanziando.

Lavender | Lavanda

We can help you kill your enemies. | Possiamo aiutarti a uccidere i tuoi nemici.

Today they may be Russians, | Oggi possono essere russi,

Or Iranians, or Palestinians, | O iraniani, o palestinesi,

Tomorrow they may be dissidents, | Domani possono essere dissidenti,

With our software you can kill them all. | Con il nostro software puoi ucciderli tutti.

Wedding parties, children in school gymnasiums, | Feste di matrimonio, bambini nelle palestre delle scuole,

Adolescents in their dormitories… | Adolescenti nei loro dormitori…

Lose no sleep over collateral damage, | Non perdere il sonno per i danni collaterali,

After all, they’re only human beings | Dopotutto, sono solo esseri umani

And you can blame it on AI. | E puoi dare la colpa all’IA.

Lavender, the perfect perfume of death. | Lavanda, il perfetto profumo della morte.

Anche quest’ultima poesia è devastante. Se Little flags scarnifica il cinismo della NATO in Ucraina, questa terza poesia, Lavender, stringe il fuoco sul nucleo più oscuro della fabbrica dell’allucinazione collettiva tecnologica contemporanea. Il potere della parola ha qui una precisione chirurgica che toglie il fiato, squarciando il velo iperreale della propaganda per mostrarci l’inferno materiale che i signori del silicio stanno edificando.
Il titolo e il contenuto della poesia si saldano in modo spaventoso con la crisi esistenziale che viviamo riguardo all’Intelligenza Artificiale e alle sue implicazioni per la sopravvivenza umana e della biosfera. “Lavender” (Lavanda) non è solo una sinistra metafora poetica: è il nome in codice reale del software di intelligenza artificiale predittiva utilizzato dall’esercito israeliano a Gaza per generare liste di decine di migliaia di bersagli umani da eliminare, automatizzando la morte su scala industriale.
Questa poesia mette a nudo l’essenza stessa di questo feticismo algoritmico: “We can help you kill your enemies… Tomorrow they may be dissidents, / With our software you can kill them all.” Qui c’è la sanzione plastica di ciò abbiamo da tempo compreso: i dispositivi biopolitici testati nei laboratori coloniali della Palestina non sono eccezioni geografiche; sono i prototipi di una governance totalitaria globale progettata dalla “classe Epstein” e dai tecnocrati della Silicon Valley per pastorizzare e, se necessario, liquidare il gregge umano. Oggi il nemico è il russo o il palestinese, domani sarà il lavoratore che sciopera, il precario che resiste o il dissidente che rifiuta l’omologazione.
I versi centrali colpiscono dritto al cuore la reificazione assoluta: “Wedding parties, children in school gymnasiums… Lose no sleep over collateral damage, / After all, they’re only human beings / And you can blame it on AI.” Questa è la logica dell’impulso al dominio nella sua forma più pura, il “populismo dall’alto” che incontra il nichilismo computazionale. La macchina, ontologicamente cieca di fronte all’attrito della carne, al dolore e alla fragilità dei corpi, viene utilizzata dall’oligarchia come uno scudo burocratico ed epistemologico per deresponsabilizzarsi dal massacro. Si delega l’atto del giudicare e del dispensare la morte a un codice proprietario per poter dire, con algida indifferenza: “è stato l’algoritmo”. Il transumanesimo proprietario si svela così per quello che è: la riduzione dell’uomo a una macchina biologica dal valore intrinseco nullo, sacrificabile sull’altare del profitto e del controllo geo-strategico.
“Lavender, the perfect perfume of death.” Il trittico si chiude rovesciando un simbolo di pulizia e di cura intergenerazionale nell’odore asettico del macello automatizzato. Davanti a questo deserto cognitivo e morale, la nostra resistenza si fa una necessità biologica di sopravvivenza. Organizzare la nostra disconnessione e l’espropriazione dell’hardware di questi tribunali algoritmici serve precisamente a strappare il tempo e la vita all’Anello del mercato. Dobbiamo disattivare i loro protocolli per restituire all’umanità la stasi, la concentrazione e la dignità del pensiero lineare. Solo spegnendo lo schermo di silicio l’essere umano potrà svegliarsi dall’ipnosi, tornare a guardare verso il cielo e costruire una società cooperativa più giusta, egualitaria e rispettosa della biosfera.

Peter Cooke, Alessandro Scassellati

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