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Lunga e diritta correva la strada

di Marcello
Pesarini

“Lunga e diritta correva la strada, l’auto veloce correva, la dolce estate era già cominciata, vicino lui sorrideva”. Scritta da Francesco Guccini nel suo primo album, Folk Beat n. 1, poi lanciata dai Nomadi di Augusto Daolio, “Canzone per un’amica”, fu trasmessa a lungo dalla radio.
Canzoni così la destra non ne fa, altrettanto come non ha una cultura. Affermazione che ci ha rassicurato per anni, fino ad assistere a Giorgia Meloni cantare la Canzone di Marinella, che scivolò nel fiume, proprio nel giorno in cui avveniva il naufragio di Cutro.
Qualcosa ci sta sfuggendo di mano assieme al rapporto con noi sfruttati che dovremmo rappresentare. Ci sta sfuggendo, da molti anni, la percezione della realtà, per cui non solo ci meravigliamo dei risultati elettorali, ma anche delle necessità materiali e culturali delle persone, da come diamo “sale e speranza”alle nostre giornate. Siamo stati a lungo convinti di avere l’esclusiva dell’intelligenza, della sensibilità, fino a ritrovarci gomito a gomito con persone lontanissime da noi durante le raccolte dei medicinali per i poveri e nella pulizia degli arenili organizzate dalle associazioni ambientaliste.
Come compagni abbiamo vissuto decenni con la sicurezza che le lotte per la trasformazione, la rivoluzione fossero portatrici di opere che avevano in corpo una visione di cambiamento. Per dirla ancora con Francesco Guccini “Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto”.
Cresciuti a suon di Bob Dylan, di Linus, di un fumetto come Diabolik che sosteneva che “In Cina io come ladro non avrei posto perché tutti hanno da sostentarsi”, abbiamo ricevuto ma non ascoltato la  critica dei manierismi della sinistra da Giorgio Gaber e da Gianfranco Manfredi, mentre ci offendiamo dei tanti Salvini e Vannacci che fanno avanspettacolo sia dai palchi che in TV.
Questa sicurezza ha mostrato a mano a mano la corda, con lo stemperarsi della lotta di classe e del pacifismo, fino a chiedersi se convenga rinunciare sia al “woke” che ai diritti sociali per raggiungere più voti.
Intanto, il grande tabù, la cultura che non può essere di destra, si sta sgretolando. I teatri e i cinema, specialmente gli spettacoli di qualità, assistono alla diminuzione prossima al limite dello zero, degli spettatori maschi, in  parallelo alla ripresa, forse mai sopita, dei comportamenti maschilisti nella famiglia e al lavoro.
La lingua per gli altri batte dove il dente duole e a coloro che erano stati per decenni fuori dall’arco costituzionale, ora che detengono il potere in Parlamento e non sono minoranza nel Paese, non basta più  Il bagaglino con Oreste Lionello e Pippo Franco. Desiderano, anche se in maniere diverse, il riconoscimento che i comportamenti di destra non sono più rozzi e superficiali.
Si interessano del servizio pubblico di informazione e di intrattenimento, perché dopo il tempo delle radio libere, tutto ciò che è privato ha già virato a destra e influenzato gran parte dell’Italia.
Si sdogana il peggio degli italiani non solo in Drive in ma pure nella socialista Quelli della notte, forse per non essere sempre tacciati di beghinismo e moralismo.
Trionfa l’ironia sull’impegno politico, anch’essa regalo al nuovo che avanza, e la rivalutazione del disimpegno, dell’edonismo reaganiano.
In contemporanea con la stagione della TV delle ragazze, Avanzi, Tunnel, che vedono nascere la generazione che porterà a C’è ancora domani di Paola Cortellesi e tante registe, i talk show, le piazze virtuali in contrapposizione con quelle reali si fanno largo e segnano la forza della simulazione rispetto a quella dell’azione.
La sinistra degli anni ’90, del crollo del socialismo reale, si è fatta portatrice convinta della riscrittura della storia e del proprio pensiero.
La destra ha occupato non solo le stanze del potere ma anche la televisione, con fuga di molti giornalisti e conduttori a La7.
Le vicende delle varie stagioni di Report cadono, col caso Ranucci, in  battage pubblicitari e scandalistici e intrecci di sottopotere, ma sono e restano un attacco subito dal giornalismo d’inchiesta.
Nella radio pubblica vengono spostati a orari meno offensivi trasmissioni interattive col pubblico come Caterpillar e subiscono spostamenti anche Un giorno da pecora, 610 (sei uno zero), Il ruggito del coniglio.
Zona Cesarini, fascia oraria 21-23, apre la visione su sport sempre più praticati dalle donne, e divulga lo sport in rapporto alla politica e alla storia. Avrà vita lunga?
La strada della riscrittura della storia è così spianata attraverso podcast, l’ingresso di Pierangelo Buttafuoco in coda a Giovanni Minoli. I suoi brevi interventi alla radio tutte le mattine dalle 6.45 alle 7.00 sono dolci, insinuanti. Riassume i libri da “tenere sul comodino” con l’aiuto di un’ottima colonna sonora.
Il nostro è diventato vicedirettore della rivista Civiltà delle macchine e dal 2024 è presidente della Fondazione La Biennale di Venezia su incarico avuto dall’allora ministro Sangiuliano.
Sono note le polemiche suscitate dalla riammissione (abile mossa) della Russia alla Biennale di Venezia, che hanno permesso al Governo Meloni di marcare il territorio del patriottismo difendendo la sua scelta nei confronti dell’Unione Europea.
Non c’è una sola strategia: la destra scopre e patrocina i format pop filosofici, il pensiero puro e alto.
Ci dobbiamo confrontare con una società che vota a sinistra che si è convinta che gli “anni di piombo” portassero la spada di Damocle di un attentato ogni giorno, mentre invece furono un periodo unico, creativo nelle lotte come nell’amore.
Siamo stati noi a buttare via noi il bambino con l’acqua sporca e così ci siamo convinti che l’aggregazione debba essere in grandi concerti senza ideologie divisive, nei quali ci si identifica in cantanti innocui, rassicuranti, quelli della porta accanto.
Un po’ come il Covid, che a forza di rassicurare non ha insegnato niente.
Ma gli studenti accoltellano le professoresse che improvvisamente si accorgono di quanto li hanno trascurati, e li vorrebbero abbracciare, non si sa quanto sinceramente. L’educazione sentimentale è lontana da essere approvata, mentre quella militare comincia ad entrare in scuole e università.
Se coloro che sono al governo stanno compiendo queste scelte, è perché puntano a rendere inutile e invisibile il patrimonio di valori della sinistra, quello che portava un’altra società. Una vera sostituzione di valori.
Un ciclo era cominciato per convergenza di più elementi che avevano collaborato fra di loro; non si può ripetere, i nuovi abitanti hanno esigenze diverse fra loro, e l’irrilevanza delle esigenze comuni è il risultato perdente ottenuto in circa mezzo secolo. 

Marcello Pesarini

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