Il cancelliere tedesco Merz resterà alle cronache e niente più che alle cronache per alcune frasi significative. La prima è: «Dobbiamo ringraziare Israele. Stanno facendo per noi il lavoro sporco». La seconda fu pronunciata al momento della nomina a Cancelliere, il 14.5.25: “Avremo l’esercito convenzionale più potente d’Europa”. Dopo che il suo partito è stato letteralmente decapitato nelle elezioni della Sassonia-Anhalt, in quelle della Pomerania e a Berlino, ha ribadito: «La Germania torna a fare la politica di potenza», dove la prima frase, pur pronunciata precedentemente spiega che la politica di potenza cui il cancelliere propone ha come modello quella di Israele.
A parte le perle di cui sopra, niente altro lascerà Merz alle cronache se non il fatto di essere titolare della più clamorosa sconfitta della Germania moderna. Clamorosa non solo per la sua dimensione numerica, ma perché a sconfiggerlo è stato un partito neonazista o nazista del XXI secolo, rubando l’espressione all’attuale primo ministro italiano Giorgia Meloni che ha una maniera tutta sua di proclamarsi lei stessa fascista del XXI secolo e di riscattare contemporaneamente il fascismo del XX secolo che, a suo dire « va giudicato nel contesto». Merz va alle cronache per le cose di cui sopra, non certo per aver inventato la politica di potenza, né per averne delineato i contenuti.
La politica di potenza tedesca, senza voler scomodare Adenauer che ne è comunque il padre nobile, è quella di Kohl che battezzò l’annessione della Rdt (Repubblica Democratica Tedesca1 o Germania Orientale) dichiarando solennemente che dalla Germania unificata sarebbe venuta solo pace, nient’altro che pace.
Alla sua erede politica, la signora Merkel, cancelliera per quattro legislature, spetta aver dettato la linea: «La difesa di Israele è parte integrante della politica di sicurezza della Germania» (2008). Il che significa che come modello della politica di potenza della Germania, sceglieva la potenza2 più sciovinista, reazionaria, colonialista e titolare di un complesso militare e industriale articolato e operativo in mezzo mondo, oltre che dotata di un numero imprecisato di bombe atomiche, di sicuro qualche centinaio.
All’epoca dell’annessione della Rdt, la sinistra di tutta Europa sorrise soddisfatta giacché quel mostriciattolo comunista finalmente spariva dalla carta geografica. Poco le importava di quale sarebbe stata la futura sorte degli Ossis3, testimoniata peraltro dall’avanzata elettorale strepitosa dell’Afd, cioè del partito nazista, ma neanche le importava che con la Rdt cadesse il principale ostacolo alla politica di potenza della Nuova Germania che, come indicato da Hitler più di un secolo fa, cerca il suo sfogo a Est. Con l’annessione il confine tornava all’Oder e la Germania agganciava il primo boccone dell’avanzata ad Est: la Polonia, che è dunque quella che ha più da temere dalla politica di potenza tedesca4.
Tutto questo non è che una bomba a miccia corta accesa sotto gli scranni del Parlamento Europeo per far saltare il progetto di Unione Europea.
Pensare che nell’espletare la sua politica di potenza la Germania si porti al traino l’ingombro burocratico di Bruxelles vuol dire ignorare che la Germania e prima ancora la Prussia hanno sempre visto nell’Europa nient’altro che il fornitore delle risorse necessarie ai loro progetti espansionistici.
Questo disegno va esposto al pubblico con cautela, poco a poco. Per ora i governanti tedeschi parlano di un progetto di riarmo del valore di 800 miliardi ma, da che mondo è mondo, di un progetto di riarmo si conosce solo la cifra iniziale ma non quella finale. E si parla di un’operazione strategica che sposti ottocentomila combattenti a ridosso delle frontiere polacche, preparando tutta la struttura civile (in primo luogo trasporti, ospedali e logistica) ad accoglierli: qui non si parla più delle promesse mancate fatte a Gorbaciov dagli amici occidentali, ma del Trattato di Mosca del 1990 che in buona e dovuta forma interdiceva alle potenze occidentali di spostare truppe nei territori dell’ex RDT5).
Anche qui il numero è quello iniziale, ma i generali tedeschi sanno perfettamente che per la guerra contro l’Urss, nel giugno 1941, Hitler mise in campo tre milioni e seicentomila soldati e anche quelli non bastarono. Tre anni dopo, cinque milioni di soldati tedeschi erano morti in Russia; e due milioni vi erano prigionieri, nonostante la corsa degli ultimi mesi ad arrendersi agli alleati.
Morti in Russia ma sepolti in Germania, dove i cimiteri allineano ordinatamente file e file di caduti in Russia, con l’indicazione della data e della località.. I cognomi incisi su quelle tombe sono gli stessi dei tedeschi di oggi che hanno votato Afd nei Lander dell’Est, sono i loro padri e i loro nonni.
C’è da ringraziare la RDT se almeno su di loro il progetto vendicativo non ha fatto presa. E qui la situazione si fa più complessa. Di sicuro non bastano a chiarirla le parole dell’onorevole Gentiloni che ci ha spiegato che in Sassonia-Anhalt vivono quattro straccioni anziani e ignoranti, paragonabili ai calabresi; e dunque non c’è da preoccuparsi.
A guardare i risultati elettorali tedeschi sembra che l’eredità nazista sia stata divisa in due: l’Afd ha ereditato il razzismo più sordido e violento e un antico quanto vago ammiccamento alla questione sociale6. Di suo ci ha aggiunto di suo una potente carica eversiva contro i ceti dirigenti dell’Ovest, visti non a torto come ladri e usurpatori.
I partiti radicati all’Ovest, in primo luogo la Cdu-Csu, hanno ereditato del nazismo lo sciovinismo bellicoso e l’idea di potenza imperialista che avanza ad Est, possibilmente camminando su uno stuolo di morti. Di suo ci ha messo un sovrano disprezzo per i tedeschi dell’Est, annessi a forza e derubati; e non si capacita di come siano ingrati nei confronti dei Wessis, cioè dei tedeschi dell’ovest, dopo gli oltre mille miliardi spesi per l’annessione. Mille miliardi che però non sono andati ad Est, ma sono serviti a pagare il trasloco più costoso della storia, cosa che i tedeschi dell’Est sanno benissimo.
Il Bsw (Alleanza SW, Bündnis Sahra Wagenknecht), alle elezioni in Sassonia Anhalt ha avuto poco più del 5%, ma è rimasta fuori dai parlamenti di Pomerania e di Berlino, All’inizio sembrava politicamente posizionata come l’Afd, sia pure con maggiore attenzione alle questioni sociali. Dopo l’iniziale successo è stata tradita dalla propensione politicista agli accordi con i partiti dell’Ovest e ha perso la fiducia degli elettori dell’Est. Un’esperienza della quale aveva sofferto in passato anche la Linke, a dimostrazione che in Germania la linea di rottura politica è ancora segnata dall’Elba e che il Brandmauer antifascista non ha lo stesso significato a Est e a Ovest. Anche la narrazione dell’antifascismo non è la stessa e del resto gran parte della sinistra europea ha idee confuse sull’antifascismo. Per il fatto che oggi l’antifascismo si lascia anche chiamare antifa- c’è chi ne conclude che “ Gli antifa- sono un movimento di origine tedesca che si oppone al fascismo e all’estremismo di destra, con una storia che risale agli anni ’30. Oggi, il movimento è presente anche negli Stati Uniti e in Italia, dove è visto come un nemico dalla destra”7.
Antifa- che non è altro che la contrazione di antifascismo, molto in uso nel linguaggio parlato francese dove mat. sta per mathematique e intellò, per intellectuel. etc),
Può essere una maniera di esprimersi gradita o meno ma non può cambiare la storia dell’antifascismo che non è la storia di gruppi marginali e ininfluenti della storia del XX secolo e non risale ai gruppi minoritari tedeschi degli anni trenta. E’ la storia degli Arditi del popolo e la storia di Gramsci in Italia, la storia del Rotfrontkämpferbund (1924-1929), di Ernst Thälman 1(886-1944), del Rote Hilfe e delle Organizzazioni del KPD che proseguirono quell’esperienza, la storia del Fronte popolare in Francia, e della guerra antifascista in Spagna, con la presenza massiccia degli Internazionali. E’ la storia della Resistenza europea al fascismo, in Grecia, in Jugoslavia, in Francia, in Italia e in Unione sovietica che vuol dire la storia di milioni di partigiani. E’ la storia delle organizzazioni che sul modello dell’ANPI, dell’ANED o dell’AICVAS italiani hanno proseguito nel dopoguerra la militanza attiva contro il fascismo.
Con tutto il rispetto, l’antifascismo è molto di più dei diretti discendenti di gruppi marginali di anarco comunisti nella Germania degli anni trenta.
I commentatori occidentali stanno con gli elettori dell’Ovest non tanto per sentito antifascismo, ma perché dei due assi ereditari quello che sentono più vicino è quello sciovinista e bellicista. Del resto, la pubblicistica occidentale si è sempre mossa a difesa del militarismo germanico predicandone contro ogni evidenza storica l’ estraneità ai crimini del nazismo; e oggi ci sono una fortunata pubblicistica e una cinematografia che puntano anche al riscatto dei condannati di Norimberga, a partire da Goering.
Il generale Von Manstein, che non salì sul banco degli imputati solo grazie al sostegno della stampa angloamericana, nelle sue memorie spiega bene che cosa si agita sotto la politica bellicista proclamata da Merz e ostacolata dagli Ossis che per cinquant’anni sono stati educati a valori della pace.
Dal dopoguerra ad oggi la Russia non ha dato segni di aggressività nei confronti dell’Europa occidentale che da parte sua con le buone o con le cattive ha spostato la sua frontiera e le sue armi dall’Elba al Don, e non è poca cosa.
Adesso però, a prescindere da come si concluderà la guerra ucraina, le sfere di influenza russe sono di fatto scomparse. Resta, se si vuole considerare tale, la Bielorussia. Avrebbe dovuto essere tale l’Ucraina perché l’annessione anche solo parziale del paese non risulta che fosse l’obiettivo strategico di Mosca. In ogni caso un paese parzialmente annesso non ha niente a che vedere con le zone di influenza raccomandate da Roosevelt.
Per quale ragione e con quali obiettivi, nel momento in cui quella sorta di ammortizzatori sono venuti a mancare, l’Europa occidentale e la Nato hanno voluto schierarsi in armi contro la Russia e perché le intenzioni e i programmi di guerra contro la Russia aumentano prendendo a pretesto un’aggressività russa di cui non si riesce a vedere né l’interesse, né l’allestimento?
Facciamo un salto indietro. Il generale Von Manstein, uno dei più eminenti generali tedeschi nella seconda guerra mondiale, nelle sue memorie diede questa giustificazione dell’aggressione di Hitler alla Polonia: “La Polonia era diventata per noi una grande amarezza dopo che aveva usato i dettami del Trattato di Versailles per annettere territori tedeschi che né la storia, né il diritto all’autodeterminazione davano loro alcun diritto di chiedere”8. Von Manstein si riferiva alla Posnania, la vasta regione al confine orientale della Germania (30.000 Km2), all’alta Slesia e soprattutto al corridoio di Danzica che spezzava l’unità territoriale del Paese separando la Prussia dal resto del paese: per non dire dei territori ceduti alla Danimarca, alla Lituania, alla Francia e al Belgio.
“Negli anni della debolezza tedesca era stata per noi soldati tedeschi una fonte di rabbia – scriveva Von Manstein. Ogni volta che guardavamo la mappa ci veniva ricordato la nostra precaria situazione. Quale demarcazione delle frontiere! Quale mutilazione della patria! Quel corridoio che separava la Prussia del Reich ci dava ogni motivo per essere preoccupati per quella provincia tanto amata!”8.
Il generale Von Manstein non era un membro delle SS. A suo dire non era neanche un nazista. Era un comandante di forze corazzate apprezzato e stimato dai colleghi anglosassoni. La pubblicistica occidentale – e dunque la politica – lo ha sempre trattato con i guanti e non lo incluse tra i 13 generali dell’Alto Comando processati a Norimberga per crimini di guerra. Se von Manstein era pervaso da tanto dolore guardando sulle carte il corridoio di Danzica, qualche centinaio di km2 tolti alla Germania e assegnati alla Polonia per darle uno sbocco al mare, cosa possono pensare oggi un’altra von, Ursula von der Leyen e con lei Merz e molti tedeschi guardando la stessa carta? Cosa penseranno i militari tedeschi che la Costituzione di recente modificata non obbliga più a restare entro i confini del paese, che riceveranno presto 800 miliardi di euro di armi e avranno a loro comando un esercito cinque volte più grande di quello attuale e immensamente più potente? Resteranno abbagliati dai valori democratici dell’Unione Europea e fedeli alla bandiera con le stelline? Grandi regioni storicamente tedesche sono diventate Polonia: la maggioranza della Pomerania, della Slesia, della Prussia occidentale e parti del Brandeburgo. Più di centomila i km2 di territori storicamente tedeschi sono stati annessi dalla Polonia dopo la guerra, un terzo del paese. Si può quanto meno sospettare che qualcuno in Germania pensi: “Quale demarcazione delle frontiere! Quale mutilazione della patria!”.
Anche dopo la Prima guerra mondiale si pensava che il militarismo tedesco fosse estinto. Ma mentre una parte dell’opinione pubblica occidentale lo sperava, i suoi governanti facevano il possibile per rianimarlo. Oggi non lo si nomina neanche, si preferisce parlare dell’aggressività russa.
Le analogie tra i comportamenti dei democratici di allora e del democratico Parlamento Europeo di oggi sono impressionanti.
L’obiettivo di allora era riarmare l’esercito tedesco e farlo marciare contro la Russia sovietica attraverso la Polonia; oggi è quello di riarmare l’esercito tedesco e attaccare la Russia passando sopra la Polonia. Se non identico, certo non molto diverso.
Simpatie vecchie e nuove per il militarismo tedesco
E’ innegabile e inscalfibile quanto antica la simpatia della pubblicistica occidentale per il militarismo tedesco. Rimane tale anche quando se ne conoscano e riconoscano le più sciagurate nefandezze, come nel caso di uno degli autori più recenti, Jonathan Dimbleby che il suo libro 1944. Finale di partita, lo ha pubblicato nel 2024. Per lui come per la pletora dei predecessori più o meno qualificati le controffensive e le offensive sovietiche erano condotte da orde selvagge, mentre le truppe tedesche avanzavano o si ritiravano combattendo strenuamente con coraggio. E per quanto l’autore sappia e scriva che la maggior parte dei prigionieri di guerra sovietici furono deliberatamente lasciati morire di fame (almeno tre milioni e duecentomila su cinque milioni e settecentomila del totale dei prigionieri), la maggior preoccupazione è per i prigionieri di guerra tedeschi che, in numero di circa due milioni, ricevevano nei periodi più terribili della guerra e della loro prigionia, tre brodaglie sicuramente pessime al giorno e tre razioni di pane da 200 grammi, anche quando la razione giornaliera di pane per i cittadini di Leningrado era scesa a 125 grammi al giorno e il resto della popolazione civile sovietica non se la cavava molto meglio, mentre i prigionieri di guerra tedeschi, a differenza di quelli sovietici, venivano regolarmente lavati, spidocchiati, disinfettati e curati, come attestano anche le testimonianze degli ex prigionieri di guerra italiani rientrati dall’Unione sovietica9. Comunque è la sorte dei prigionieri tedeschi che turba la coscienza del nostro autore, per il fatto che in quegli anni di prigionia – per alcuni protrattasi per oltre dieci anni – ne morirono 350.000, o forse più, su due milioni: il 17%, contro più del sessanta per cento di quelli sovietici. Il fatto è che i soldati tedeschi somigliavano tanto, spiega l’autore, a giovani universitari americani!
Cita, a proposito del sadismo russo, le testimonianze di un prigioniero tedesco che durante la marcia verso i campi di concentramento incontrò con i suoi compagni un battaglione femminile russo le cui soldatesse fecero mostra di giustiziarli, ma lo fecero con le pistole scariche e non uccisero nessuno. L’autore parla di orribile sadismo: quante poterono essere le finte esecuzioni che terrorizzarono i prigionieri? Forse due o tre, o forse dieci perché dopo quel numero anche il tedesco più stolido poteva aver capito che si trattava di finte esecuzioni. La cosa che lascia più sgomento l’autore è che come estrema umiliazione i 57.000 prigionieri presi durante l’offensiva Bragation di giugno-luglio 1944 furono fatti sfilare per Mosca di fronte alla popolazione; e neanche gli fecero indossare per l’occasione divise nuove e pulite, ma addirittura aggiunsero la perfida malvagità di far sfilare solo i prigionieri in condizioni relativamente buone: non i feriti e i moribondi; e quelli che non resistettero alla sfilata li lasciavano sui marciapiedi, tornando a prenderli dopo, quando la prassi dell’esercito tedesco fu sempre e comunque quella di giustiziare sul posto i prigionieri che non riuscivano a tenere il passo della marcia forzata.
Il fatto raccapricciante è che l’autore sembra conoscere per lo meno superficialmente i fatti: i trenta milioni di morti, le rappresaglie, le impiccagioni, la distruzione di migliaia di paesi e dei loro abitanti, i saccheggi, e le rapine, gli stupri, gli incendi, la terra bruciata – fatta metodicamente dai tedeschi in ritirata – ma per l’autore “questa è la guerra”: la compassione è tutta per il soldato tedesco attraverso innumerevoli testimonianze – lettere, memorie – dei poveri soldati tedeschi – presentati come vittime innocenti. E i generali tedeschi poi! Tutti premurosi dell’incolumità dei loro uomini, di non sprecare le loro vite (di quello che facevano della vita degli altri militari e civili, neanche un accenno) mentre i generali sovietici, a partire da Stalin, erano totalmente insensibili alla vita dei loro uomini, bestie sanguinarie10.
Valga per tutti un episodio grottesco che riguarda il generale De Gaulle che alla fine del 1944 fece la sua prima visita in Unione Sovietica. Al ricevimento ufficiale offertogli a Mosca incontrò tra agli altri il giornalista inglese Alexander Werth11 con il quale si era già incontrato a Stalingrado: “Ah Stalingrad- esclamò De Gaulle- c’est tout de même un peuple formidable, un très gran peuple.” Ah, oui les russes…” Mais non – disse De Gaulle spazientito – Je ne parle pas des russes, je parle des allemands. Tout de même, avoir poussé jusque-là !»12.
Luciano Beolchi
- L’RDT, dal 1949 al 1990 è stata uno stato socialista europeo nella parte orientale della Germania.[↩]
- Che si tratti di una potenza e per di più di una grande potenza lo abbiamo spiegato più volte.[↩]
- Ossis sono i cittadini tedeschi nati o cresciuti nella ex Repubblica Democratica Tedesca, da Ost per Est.[↩]
- La spinta ad Est non è il frutto della mente malata di Hitler. Anche senza considerare il primo Reich e suoi cavalieri teutonici sconfitti da Aleksandr Nevskij nel 1242 –la spinta a est fu elemento portante anche della politica del II Reich e delle principali correnti ideologiche che ne segnarono il percorso: la supremazia razziale e il pangermanesimo promossi dai suoi storici più eminenti. Heinrich von Treitschke (1834 –1896), capofila della supremazia razziale e Friedrich Meinecke (1862 –1954) campione del pangermanesimo. Quella spinta e la conseguente sorte della Polonia cancellata dalle carte geografiche per oltre un secolo (se si esclude l’effimera vicenda del Granducato di Polonia ai tempi di Napoleone) avvenne in tre fasi nel 1772, 1792 e 1795 alla fine delle quali la Polonia di Stanislao II Augusto re di Polonia (1732-1798) era stata cancellata dalle carte geografiche Il fatto che, sempre per avvicinarsi alla Russia, una spartizione simile sia stata imposta dal III Reich nel 1939 dice poco agli ineffabili sostenitori del progetto di riarmo tedesco, al centro del riarmo europeo per muovere guerra alla Russia entro il 2030, cioè dopodomani.[↩]
- Trattato sullo stato finale della Germania (o accordo “Due più Quattro”). ha sancito la riunificazione tedesca e la piena sovranità della Germania. L’accordo prevedeva che nessun reparto o armamento della NATO potesse essere dislocato nel territorio della ex Germania Est.[↩]
- Non per niente il partito di Hitler si chiamava nazionalsocialista.[↩]
- Giuliano Santoro, sul Manifesto del 24/6/26.[↩]
- Erich von Manstein, Vittorie Perdute, Italia Storica Edizioni, Genova, 2024, p. 22.[↩][↩]
- Nuto Revelli, La strada del Davai, Einaudi 2020.[↩]
- Dimbleby, a rinforzo della sua tesi, riporta il giudizio di Kennan, cui sono note le nefandezze tedesche, ma che è pieno di compassione per loro (Dimbleby, Op. cit., pag. 339).[↩]
- Alexander Werth, La Russia in guerra 1941-1945, Mondadori, Milano, 1966, p. 896.[↩]
- Ah, Stalingrado. Comunque un gran popolo, un popolo formidabile. “Ah sì, i russi…” Ma no, disse De Gaulle un po’ spazientito- non dico dei russi, dico dei tedeschi. In ogni caso, essere arrivati fin là…”.[↩]
