NAZA è un documentario che rappresenta la “banalità del male”. Sceglie una strada estremamente rischiosa: far parlare i perpetratori, su un terrazzo di Tel Aviv nella notte, usando il loro tono calmo per realizzare una presentazione forense della violenza sistemica. Il vero orrore del film non sta nel rivelare nuovi fatti, ma nel far percepire come persone normali, nella loro vita quotidiana, partecipino a un massacro mediato da algoritmi. I perpetratori che tracciano con un pennarello disegni e schemi dei massacri di intere famiglie a Gaza su fogli bianchi inquadrati da vicino parlano a spettatori sempre più attoniti, impotenti, traumatizzati.
Un terrazzo di Tel Aviv è la scelta ambientale del film. Vediamo una città notturna illuminata e anodina, persone sedute su sedie pieghevoli sul terrazzo, come se stessero concedendo una normale intervista serale. E ciò di cui parlano è il “NAZA” che hanno approvato sui loro schermi — abbreviazione ebraica di nezek agavi, “danno collaterale”, che indica il numero previsto di civili palestinesi uccisi in ogni attacco aereo. Questa parola trasforma la “persona” in un numero compilabile, e l’uccisione in un indicatore eseguibile.
Algoritmi, schermi, gamification: il film smaschera la “catena di montaggio della distanza”. Gli operatori dell’intelligence intervistati descrivono un sistema di puntamento AI chiamato Lavender: estrae caratteristiche dai dati telefonici dei residenti di Gaza, genera liste di bersagli considerati “affiliati a Hamas” — nel periodo di punta il sistema ha marcato fino a 37.000 potenziali obiettivi. L’operatore siede davanti a uno schermo lontano da Gaza; attraverso il microfono di un telefono hackerato può sentire le voci dentro la casa del bersaglio. Un intervistato ammette che l’intero processo gli ricordava “giocare a un videogioco” — e la posta in gioco del “gioco” è: per uccidere un membro di basso livello di Hamas, è “routine” approvare in anticipo l’uccisione di 15-20 civili.
È la variante tecnologica della “banalità del male” in questo secolo. L’Eichmann di Arendt si affidava alla gerarchia burocratica e ai documenti cartacei; qui i protagonisti hanno davanti interfacce algoritmiche, modelli predittivi e feedback immediato. Gli intervistati ripetono: “Sono solo un piccolo ingranaggio”, “Mi occupo solo della parte tecnica”, “Non è una decisione che spetta a me”. Un intervistato dice: “Li chiamo NAZA, ma non so che diventeranno NAZA”. Un altro, dopo un silenzio: “Ho visto una bambina di tre anni bruciare”. Poi ha continuato ad approvare il ciclo successivo di attacchi. Non è obbedienza inconsapevole, ma una complicità consapevole mediata dalla tecnologia — ognuno si assume solo “una piccola parte” di responsabilità, ed è proprio questo meccanismo di distribuzione che permette al sistema di continuare a funzionare.
La domanda centrale che Primo Levi pone in I sommersi e i salvati trova qui una nuova risonanza. Levi si chiedeva: come si possono comprendere moralmente i membri dei “Sonderkommando” — quegli ebrei costretti a maneggiare i corpi dei propri compagni? La sua risposta: dobbiamo diffidare dell’impulso a semplificare la “zona grigia” in un contrasto bianco-nero. La zona grigia riguarda potenzialmente l’intera umanità. In NAZA, quella “zona grigia” viene ridisegnata da algoritmi e interfacce. È proprio questa capacità di rendere l’uccisione lavoro, tecnica, routine, l’infrastruttura psicologica di cui il sistema della guerra ha più bisogno.
L’immagine più inquietante del film è la più silenziosa. Dopo che le persone sul terrazzo hanno finito di parlare, la telecamera indugia sulle finestre illuminate e sulle strade di Tel Aviv. È la città che continua a vivere. Gli intervistati dicono “è un paese fantastico”, poi il mattino dopo tornano alla loro routine — caffè, passeggiata, lavoro. L’uccisione avviene a 70 km di distanza, attraverso uno schermo, e la vita continua normalmente. Non è ipocrisia, è una segregazione cognitiva: una società può discutere di elezioni e prezzi delle case di giorno e di notte usare algoritmi per decidere la morte di migliaia di famiglie, poi uscire a bere con gli amici di un corpo elitario ed ambito, uno status in una società bellica.
Quando un soldato israeliano intervistato si chiede: “Se i nazisti erano il male, io cosa sono?” — il film rifiuta di offrire una svolta a buon mercato o una redenzione. La domanda resta sospesa nell’aria, insieme alla brezza notturna del terrazzo di Tel Aviv, diventando l’eredità finale e più pesante di questo documentario di 80 minuti. Resta, in chi guarda, il senso di un crollo, di un disastro esteriore ed interiore in cui siamo tutti coinvolti.
Paola Guazzo
