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Mettere al mondo il mondo che vogliamo. Liberare il tempo, rigenerare i borghi: dai monasteri laici al modello Enea oltre l’inverno demografico

di Alessandro
Scassellati

Questo saggio interpreta l’inverno demografico non come un mero dato statistico, ma come uno “sciopero riproduttivo” contro l’estrattivismo del capitalismo neoliberista. Oggi fare figli è diventato un lusso e un rischio economico, non una scelta libera. Le giovani generazioni sono schiacciate da solitudine, ansia e ritmi di vita che rubano ogni spazio agli affetti. Non fare figli non è egoismo, ma una difesa spontanea contro un mondo che isola le persone e privatizza i costi della vita. Per guarire questa frattura dobbiamo rimettere l’amore, l’aiuto reciproco e la vicinanza al centro della società. Dobbiamo trasformare i piccoli paesi e i quartieri in “monasteri laici”: isole di pace dove il tempo viene liberato, la cura non si compra e il diritto al raffrescamento e alla salute ecologica diventa un bene comune garantito contro l’emergenza climatica. Attraverso il “Modello Enea”, gli anziani escono dall’isolamento per diventare il cuore pulsante del vicinato. Essi offrono affetto e stabilità, aiutando i giovani genitori e proteggendo i bambini. In queste comunità, la nascita di un figlio torna a essere una gioia collettiva e un bene protetto da tutti. Riduciamo il lavoro a 30 ore e garantiamo il diritto alla casa per dare ossigeno alle relazioni e difendere i corpi dallo stress digitale. Uniamo le forze tra nuove generazioni, anziani e lavoratori migranti in un’accoglienza diffusa e senza barriere. Solo riprendendoci il tempo della cura potremo guarire la solitudine e tornare a mettere al mondo il futuro.

 

Introduzione. La gabbia biopolitica dell’inverno demografico

L’inverno demografico che attraversa le società contemporanee non può essere ridotto a una mera fluttuazione statistica o a un problema di bilancio pubblico risolvibile con incentivi monetari una tantum. Questo saggio si propone di dimostrare come il crollo verticale della natalità rappresenti, in realtà, il sintomo macroscopico del collasso strutturale congiunto del capitalismo neoliberista e del patriarcato. Il progressivo e diffuso rinvio della genitorialità da parte delle nuove generazioni non configura una scelta razionale di bilancio privato, quanto piuttosto uno “sciopero riproduttivo” conscio o inconscio: l’unica strategia di auto-conservazione psichica ed emotiva attuabile all’interno di una gabbia biopolitica che colonizza il tempo, esige performance costanti e mercifica ogni frammento dell’esistenza. Questa dinamica trova la sua collocazione scientifica nei processi della cosiddetta “seconda transizione demografica”, in cui la compressione salariale e l’atomizzazione sociale del Nord globale spingono la crescita biologica sotto la soglia di sostituzione.

L’ingranaggio del welfare moderno, storicamente ancorato alla tassazione dei salari produttivi, entra in una crisi irreversibile nel momento in cui la base dei giovani contribuenti si contrae a fronte dell’allungamento dell’aspettativa di vita. Di fronte a questa traiettoria insostenibile, le risposte sistemiche oscillano tra la retorica reazionaria della restaurazione patriarcale e l’approccio liberale, che parassita i flussi migratori riducendoli a bacino di manodopera per l’industria, i servizi dequalificati e il lavoro domestico a basso costo e privo di tutele, perpetuando una logica di estrazione coloniale.

Questa paralisi svela l’ingresso definitivo in una spietata «era sottrattiva», una svolta in cui falliscono simultaneamente tutte le ideologie politiche degli ultimi due secoli — dal liberalismo al marxismo —, edificate sul presupposto dogmatico della crescita lineare e sulla spartizione di un surplus sempre maggiore. Come suggerito dall’antropologia ciclica di Ibn Khaldun, il declino demografico non risponde a una corruzione morale, ma si configura come il solvente strutturale del successo: l’estrattivismo neoliberista agisce da contraccettivo sociale spontaneo. Ci troviamo davanti a una tragedia in senso classico, un conflitto insanabile in cui la biosfera e il fondo pensionistico tengono libri contabili opposti: la contrazione della curva risponde alla preghiera ecologica della Terra, ma inverte il segno dei dispositivi macroeconomici nazionali, trasformando il debito pubblico e la previdenza in macchine che pompano ricchezza all’indietro. Smettere di negare l’aritmetica della sottrazione diventa il prerequisito per fondare una prassi capace di governare il declino con grazia biopolitica.

Contro queste derive, il testo delinea l’orizzonte di un’architettura di co-liberazione nella consapevolezza dell’importanza di riprendersi il “potere di intervenire sul mondo”, della nostra capacità creativa e demercificata di “mettere al mondo il mondo che vogliamo” anche nel piccolo della nostra quotidianità. Che ci può essere un riscatto sul senso profondo della “riproduttività”. Un’architettura che elegge i piccoli comuni in via di spopolamento e i quartieri popolari metropolitani a laboratori sperimentali per un welfare di prossimità radicalmente demercificato, in cui la nascita di un figlio cessa di essere un’esternalità positiva non compensata e interamente privatizzata a carico delle famiglie per rientrare in un ciclo collettivo di tutele materiali.

Attraverso sei assi d’intervento — che includono gli hub intercomunali della cura, le infrastrutture logistiche di raffrescamento e cura comune, la riduzione dell’orario di lavoro a trenta ore, i distretti dell’agricoltura biologica sociale, il diritto all’abitare e la regolarizzazione incondizionata del lavoro riproduttivo migrante — la riproduzione della vita viene sottratta alle dinamiche del profitto. Sul piano antropologico, la proposta si fonda sul “Modello Enea”, che riscatta l’anziano come motore relazionale e riattiva la solidarietà intergenerazionale contro l’atomizzazione e l’analfabetismo affettivo alimentati dalla manosfera e dall’isolamento digitale.

Tuttavia, come formalizzato dal pensiero sociologico di Jon Elster sugli “stati che sono essenzialmente sottoprodotti”, questa architettura di prossimità non può limitarsi a una risposta puramente geografica o urbanistica, né può pretendere di imporre la solidarietà per via morale o normativa. Per comprendere l’urgenza di liberare i corpi dall’isolamento, la crisi demografica dei territori deve essere letta in sinergia con la crisi biologica che colpisce i soggetti all’interno delle metropoli iper-connesse, agendo sulla struttura materiale dei tempi di vita affinché i legami comunitari possano riattivarsi spontaneamente come effetto collaterale della disalienazione.

Per comprendere appieno la radicalità dello “sciopero riproduttivo”, l’indagine sociologica e macroeconomica deve necessariamente saldarsi alle più recenti evidenze neuroscientifiche e cliniche. L’estrazione neoliberista non si limita infatti a confiscare il salario o a privatizzare il welfare, ma colonizza – con lo smartphone ampiamente diffuso nei Paesi sviluppati già a metà degli anni 2010 – la stessa architettura neuronale delle nuove generazioni. Mentre le precedenti forme di intrattenimento, come il cinema o la televisione, erano pensate per catturare l’attenzione del pubblico per un periodo limitato, lo smartphone pretende di occupare tutta la vita delle persone. I telefoni sono progettati per creare una forte dipendenza, intrappolando gli utenti in un flusso continuo di notifiche inutili, video brevi e insensati e contenuti che alimentano la rabbia sui social media. Come dimostrato dal monumentale studio prospettico quinquennale pubblicato da JAMA Network Open, l’esposizione pervasiva e problematica ai dispositivi digitali agisce come un potente perturbatore biopolitico, accelerando l’insorgenza di sintomi legati all’ADHD – quali disattenzione cronica e impulsività – con una pervasività che aggredisce in modo asimmetrico e severo proprio la popolazione adolescenziale maschile. La destrutturazione dei circuiti cerebrali deputati al controllo degli impulsi, intrappolati nel sistema predatorio di ricompensa dopaminergica immediata ingegnerizzato dalle piattaforme di Big Tech, si configura così come la radice neurobiologica dell’afasia affettiva, dell’ansia sociale e del conseguente ritiro relazionale. Questo saggio assume pertanto il dato clinico non come un’emergenza medica isolata, ma come il sintomo somatico e neurologico dell’impossibilità di abitare il presente, svelando come il capitale iper-connesso inaridisca il desiderio generativo alterando la stessa capacità biologica di strutturare relazioni stabili e progetti di vita condivisi nel mondo reale.

Questo isolamento iper-connesso esige un ribaltamento ontologico della concezione di individuo, che trovi un solido appiglio teorico nel lavoro di Judith Butler. In Dare conto di sé (2026), la filosofa invita a respingere il mito neoliberista dell’io sovrano, padrone e autosufficiente, mostrando come l’essere umano sia segnato da una vulnerabilità originaria e da una dipendenza strutturale dagli altri. Fin dalla nascita, e prima ancora nel concepimento, dipendiamo radicalmente da chi si prende cura di noi: questa interdipendenza non è un segno di debolezza, ma la base stessa della vita politica e sociale. Riconoscere la fallibilità comune e l’incompiutezza strutturale diventa l’unico viatico per superare l’opacità reciproca imposta dal mercato e fondare un’alleanza dei corpi vulnerabili, capace di agire collettivamente nell’orizzonte della cura.

Per sottrarre i corpi alla mutilazione neurologica e in una prospettiva storico-materialistica, i laboratori di resistenza vengono configurati come “monasteri laici” contemporanei. Evocando la rivoluzione biopolitica benedettina che riorganizzò l’esistenza sulle macerie di Roma, il saggio propone una nuova “Regola” comunitaria fondata su una pietas laica e immanente. Solo restituendo centralità alla vulnerabilità condivisa e sottraendo i corpi, la terra e il tempo al dominio del capitale sarà possibile sradicare il codice proprietario e rifondare un nuovo patto sociale. La riattualizzazione di questo archetipo monastico in chiave laica e demercificata trova il suo compimento teorico e politico nell’orizzonte tracciato da Franco Berardi Bifo intorno alla diserzione di massa e al rifiuto del lavoro. In questa cornice, il monastero laico si spoglia di ogni tentazione disciplinare o autoritaria per farsi cellula di secessione psichica e logistica: una pratica di sottrazione attiva dall’estrazione nervosa del capitale, dove l’orizzonte della comunità non risponde a una morale prescrittiva o a una gerarchia di potere, ma organizza l’infrastruttura materiale per la liberazione del tempo di vita fuori dal ricatto salariale.

Tuttavia, affinché questa architettura non si configuri come un’astratta imposizione ideologica calata dalle metropoli, i laboratori di prossimità devono rifiutare i codici linguistici e i formalismi teorici del dibattito accademico urbano. La demercificazione della cura non si realizza attraverso la colonizzazione culturale dei territori, ma rigenerando le pratiche materiali della pietas locale, del vicinato e del mutuo aiuto spontaneo, traducendo l’istanza di emancipazione nel linguaggio concreto della terra e della solidarietà comunitaria.

 

  1. Un futuro fuori dal tempo: Ceresole Reale e lo svuotamento dei borghi

Immerso tra le vette imponenti del Parco Nazionale del Gran Paradiso in Piemonte, questo piccolo comune alpino sembra un luogo fuori dal tempo. In realtà, offre uno scorcio del futuro demografico delle nostre aree interne. Fino allo scorso giugno, quando la maestra Noemi entrava in aula per l’ultima volta, solo due bambini — i fratelli Emanuele e Matteo — erano seduti di fronte a lei. Uno frequentava la quarta elementare, l’altro la quinta. Insegnare a entrambi contemporaneamente in una pluriclasse richiedeva un’organizzazione millimetrica. Ma gli alunni erano troppo pochi per dividerli.

Quella di Ceresole Reale è stata a lungo celebrata come la scuola più piccola d’Italia. Il traguardo demografico del passato mese di luglio 2026 ha presentato il suo conto definitivo: con il passaggio dei due alunni alla scuola secondaria di primo grado, la scuola ha dovuto chiudere i battenti. L’edificio rimane ora avvolto nel silenzio, in attesa che l’unica neonata del paese cresca abbastanza da permettere, in futuro, la riapertura di una sezione. Il silenzio della scuola si estende a tutto il paese, che conta ormai poco più di 150 residenti fissi. Camminando per le frazioni, la maggior parte delle persone che si incontrano sono anziane. Molte baite in pietra sono chiuse per gran parte dell’anno, e non è raro scorgere cartelli con la scritta “Vendesi”.

Il caso di Ceresole Reale è estremo, ma non isolato. La fertilità mondiale è scesa da 3,31 figli per donna nel 1990 a 2,25 oggi, sfiorando la soglia di sostituzione di 2,1, e più della metà dei Paesi è già al di sotto di essa. Sessantatré paesi, che ospitano oltre un quarto dell’umanità, hanno già superato il picco demografico. Una persona su quattro vive ora in un Paese che si sta spopolando. In tutta Europa, i tassi di natalità sono in calo, la popolazione sta invecchiando e un numero minore di giovani entra nel mondo del lavoro. In Italia si contano 1.835 plessi con pluriclassi attive, concentrate soprattutto nelle zone montane, nelle piccole isole e nelle aree rurali del Centro-Sud (come in Molise, Calabria e Basilicata), secondo i dati ufficiali del report INDIRE – Ministero dell’Istruzione e del Merito. Ovunque, i tassi di natalità sono ai minimi storici, la popolazione invecchia rapidamente e i giovani abbandonano i borghi per trasferirsi nelle grandi città alla ricerca di studi superiori e lavoro.

 

  1. L’economia della riproduzione, l’esercito di riserva e il paradosso dell’espatrio

Il collasso del patto generazionale all’interno del modello capitalista neoliberista si manifesta come una profonda asimmetria nella distribuzione dei costi e dei benefici della riproduzione biologica. Nella cornice della teoria economica contemporanea, le nuove generazioni non rappresentano semplicemente una scelta privata o un investimento familiare, ma costituiscono la più rilevante esternalità positiva intergenerazionale non compensata per la tenuta dell’intero sistema macroeconomico.

Il meccanismo previdenziale a ripartizione e l’architettura dello Stato sociale moderno si fondano su un presupposto strutturale: la presenza costante di una forza lavoro futura capace di generare il gettito fiscale e contributivo necessario a sostenere la sanità pubblica e le pensioni della popolazione anziana. Tuttavia, il mercato neoliberista opera una sistematica socializzazione dei benefici di questa esternalità, parassitando la forza lavoro futura a vantaggio della rendita e della stabilità del capitale, mentre attua una totale privatizzazione dei costi finanziari e biologici legati alla crescita e all’educazione dei figli.

Questo squilibrio strutturale si intreccia con le dinamiche di quella che la demografia definisce “seconda transizione demografica”, un processo che colpisce i Paesi “vecchi” del Nord globale — con Italia e Giappone in testa — spingendo la crescita demografica verso lo zero o in territorio negativo. In un sistema capitalistico in cui la crescita economica è limitata dalle risorse disponibili, la contrazione della forza lavoro giovane e l’allungamento della speranza di vita creano una forte pressione sui sistemi di welfare.

Il capitale affronta questa asimmetria globale sfruttando politicamente l’esercito industriale di riserva generato dalla “prima transizione demografica” nel Sud del mondo. Gli investimenti diretti esteri delle multinazionali distruggono le economie tradizionali del Sud globale tramite dinamiche di accumulazione primitiva, espellendo manodopera dall’agricoltura senza riassorbirla interamente nei settori moderni ed esportando poi merci prodotte in regimi di super-sfruttamento. Le masse impoverite che fuggono da queste transizioni, dalle guerre e dai disastri del cambiamento climatico sono costrette a emigrare verso il Nord, dove vengono gestite dagli Stati nel loro ruolo di “gendarmi sociali”. Attraverso politiche securitarie e ostacoli all’integrazione, lo Stato garantisce la ricattabilità, la precarietà e la razzializzazione del lavoro migrante.

In questo contesto, è necessario decostruire il mito della concorrenza lavorativa per analizzare la reale faglia della competizione, traslata sui beni pubblici scarsi. L’evidenza empirica spazza via la narrazione populista della “concorrenza sleale” tra lavoratori autoctoni e stranieri all’interno di un’arena occupazionale omogenea, svelando un mercato del lavoro italiano rigidamente spaccato in due segmenti asimmetrici e non comunicanti. Il primo, composto da cittadini nazionali che godono di tutele contrattuali e del paracadute transgenerazionale del welfare familiare; il secondo, occupato da forza lavoro migrante confinata in una vera e propria blindatura etnica delle professioni svalutate (mansioni 3D: Dirty, Dangerous, Demanding), in cui gli italiani non competono, dai subappalti edili alla logistica e alla ristorazione, fino alla coabitazione assistenziale h24. Se dal punto di vista occupazionale questo estrattivismo non sottrae lavoro agli autoctoni, ma garantisce la sopravvivenza di filiere che mantengono stabili i posti impiegatizi e tecnici dei nazionali, l’istituzionalizzazione della precarietà giuridica dei migranti finisce comunque per deprimere indirettamente il potere contrattuale e i salari dell’intera classe lavoratrice. La “guerra tra poveri” reale si è così spostata dal mercato salariale al mercato del welfare territoriale, dove decenni di austerità e tagli alla spesa pubblica hanno trasformato i diritti fondamentali in risorse scarse ed escludenti. Nelle graduatorie per l’assegnazione delle case popolari, degli asili nido comunali o dei sussidi al reddito, l’applicazione rigorosa dei parametri ISEE vede la popolazione migrante — strutturalmente più povera — posizionarsi nei primi posti utili. I lavoratori salariati italiani, esclusi da questi stessi servizi a causa di criteri di reddito minimamente superiori ma privi del capitale per accedere al welfare privato, vivono questa dinamica come una spoliazione istituzionale, individuando nell’inclusione del migrante la causa della propria esclusione. Si innesca qui la risposta politica dello sciovinismo del welfare promosso dalle forze reazionarie: di fronte a una torta di risorse pubbliche che si rimpicciolisce, la retorica del “Prima gli italiani” risponde a una logica materiale precisa, che non persegue l’ampliamento dei servizi tramite la tassazione progressiva dei grandi patrimoni, ma propone un regime di apartheid basato sull’esclusione categoriale e giuridica dei non-nazionali.

In questo contesto si genera il paradosso dell’espatrio economico della gioventù qualificata del Nord. Le famiglie dell’area mediterranea e delle aree interne sostengono interamente il costo di riproduzione, istruzione e specializzazione di una gioventù qualificata. Nel momento in cui questi giovani entrano nel mercato del lavoro, la compressione salariale determinata dall’uso capitalistico dei flussi migratori dequalificati e la segmentazione del mercato li costringono all’espatrio verso i paesi a più alta domanda di lavoro (come la Germania o gli Stati Uniti). Come certificato dagli ultimi bilanci Istat sul capitale umano, l’Italia registra una perdita netta di oltre 15mila laureati all’anno, con picchi storici che hanno superato le 21mila unità.

Il Nord Europa e le grandi multinazionali estraggono e beneficiano così a costo zero del valore di questa risorsa umana riprodotta altrove, drenando dall’Italia oltre 134 miliardi di euro nell’ultimo decennio, secondo i dati della Fondazione Nord Est presentati al CNEL. Lo “sciopero riproduttivo” delle nuove generazioni è la risposta perfettamente razionale a questo doppio sfruttamento: il rifiuto di produrre un’esternalità positiva essenziale per un sistema economico che privatizza i costi riproduttivi, precarizza il lavoro giovanile e usa i flussi migratori come strumento di divisione delle classi lavoratrici invece che come risorsa collettiva per la piena occupazione e la riduzione dell’orario di lavoro.

Il costo biologico e monetario del figlio viene aggirato dai giovani solo attraverso l’esilio. I dati storici elaborati da Federconsumatori squarciano ogni velo ideologico: il costo medio per crescere un figlio dalla nascita fino al compimento del diciottesimo anno di età oscilla tra un minimo di 143mila euro (per le famiglie a basso reddito) e un picco che supera i 320mila euro per i nuclei a reddito medio-alto. All’interno dei confini, questo peso impone lo sciopero riproduttivo; fuori dai confini, quel medesimo capitale umano viene valorizzato da sistemi di protezione sociale esteri che sbloccano il desiderio generativo e consentono la transizione verso una genitorialità attiva. Lo dimostrano empiricamente i dati della Fondazione Migrantes all’interno del Rapporto Italiani nel Mondo: a fronte del declino interno, le iscrizioni all’AIRE per nascita all’estero hanno registrato un incremento cumulativo del +175% rispetto ai dati di inizio millennio, portando il tasso di natalità degli italiani residenti in Europa al 5,5 per mille. Una volta rimosso il blocco economico della precarietà strutturale del contesto italiano attraverso l’assimilazione ai welfare universalistici ospitanti, la genitorialità si riattiva immediatamente.

Martin Bujard, del Bundesinstitut für Bevölkerungsforschung (l’Istituto federale tedesco per la ricerca demografica), spiega che la qualità della vita e la ricchezza di un Paese industrializzato dipendono principalmente dal rapporto di equilibrio tra chi entra nel mercato del lavoro e chi va in pensione. Se mancano le nuove generazioni a causa di costi insostenibili, l’intero sistema economico e sociale semplicemente si complica fino a collassare. Di conseguenza, la riforma previdenziale è diventata il terreno di scontro politico più infuocato in Europa, costringendo i governi a innalzare continuamente l’età pensionabile o a tagliare gli assegni futuri, con il rischio di un impoverimento diffuso.

Davanti a questa traiettoria insostenibile, gli Stati si trovano di fronte a un bivio epocale e a due domande urgenti: è ancora possibile stimolare la natalità attraverso efficaci politiche familiari e incentivi economici? E, qualora queste misure dovessero fallire, l’immigrazione regolare e una gestione programmata dei flussi migratori possono bastare per salvare l’equilibrio demografico e proteggere il welfare? L’intera sostenibilità economica del futuro dell’Europa e degli altri Paesi occidentali dipende dalle risposte a questi interrogativi.

 

  1. La recessione demografica globale: i numeri del declino

I dati descrivono gli effetti macroscopici di quella che la demografia contemporanea definisce “seconda transizione demografica”, un processo strutturale caratterizzato da tassi di natalità che precipitano e rimangono stabilmente al di sotto della soglia di sostituzione biologica (2,1 figli per donna) nelle società post-industriali. Questo fenomeno, alimentato dai mutamenti dei modelli familiari e dall’instabilità economica del Nord globale, si contrappone alla prima transizione storicamente in atto nel Sud del mondo, aprendo a una contrazione che nel lunghissimo periodo potrebbe stabilizzare la popolazione planetaria verso livelli di reale sostenibilità ecologica. Oggi, quasi la totalità dei Paesi industrializzati si trova drammaticamente molto al di sotto della soglia del livello di sostituzione, delineando una recessione demografica globale:

  • Unione Europea: le serie storiche aggregate da Eurostat certificano il crollo del tasso di fertilità medio del blocco, sceso bruscamente a 1,34. Questo dato segna il punto più basso registrato dall’inizio del millennio, confermando la natura continentale e sistemica della crisi.
  • Spagna: si consolida come maglia nera tra le grandi economie continentali, con un indice cronicamente bloccato a 1,10 secondo i rilievi dell’Instituto Nacional de Estadística (INE), accentuando la polarizzazione tra crescita migratoria e collasso delle nascite.
  • Stati Uniti: anch’essi scivolano rapidamente sotto la soglia di sicurezza biologica, con un indice nazionale precipitato a 1,6 secondo i dati dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC).
  • Italia: la crisi è cronica. L’Istat fotografa un declino inarrestabile: il tasso è sceso dall’1,18 del 2024 fino al nuovo minimo storico di 1,14, con un numero totale di nati sprofondato a sole 355mila unità nel 2025, il numero più basso in un singolo anno dall’unificazione nazionale del 1861. Il confronto è significativo. L’Italia del 1861 contava circa 26 milioni di abitanti, non esistevano gli antibiotici e la mortalità infantile ci farebbe rabbrividire; l’Italia di oggi ha 59 milioni di abitanti e una delle aspettative di vita più alte al mondo, eppure produce meno bambini..
  • Giappone: il paese asiatico, storicamente simbolo dell’invecchiamento demografico, ha toccato il record negativo con un tasso di fertilità sceso a 1,14, segnando il decimo anno consecutivo di contrazione delle nascite. La situazione è particolarmente allarmante nell’area urbana di Tokyo, dove la natalità scende fino a un drammatico 0,96, confermando come la pura accumulazione capitalistica nelle megalopoli agisca come un potente contraccettivo sociale (Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare).
  • Corea del Sud e Asia Orientale: la Corea del Sud detiene il primato mondiale assoluto della denatalità, configurandosi come il caso più estremo di “sciopero riproduttivo” globale. Dopo aver toccato il minimo storico drammatico di 0,72 figli per donna nel 2023, il Paese ha registrato solo una lieve oscillazione congiunturale, assestandosi sullo 0,75 nel 2024 e portandosi provvisoriamente sullo 0,80 nel 2025 grazie al recupero dei matrimoni post-pandemici. Nonostante questa minima variazione statistica, la situazione nell’intera area resta strutturalmente disperata, con Taiwan, Hong Kong e Singapore che rimangono intrappolate stabilmente ben al di sotto della soglia critica di un figlio per donna.
  • Cina: il colosso asiatico ha superato il punto di non ritorno demografico, registrando un tasso di fertilità crollato a 1,0 secondo le ultime stime ufficiali del National Bureau of Statistics. Il passaggio storico dalla politica del figlio unico a quella dei tre figli si è rivelato del tutto insufficiente a invertire la rotta: l’altissimo costo della vita nelle megalopoli, l’iper-competitività del mercato del lavoro e il radicale mutamento culturale delle giovani donne urbane — che rifiutano il matrimonio patriarcale tradizionale — mantengono le nascite ai minimi storici, accelerando un invecchiamento della forza lavoro senza precedenti nella storia moderna.

Per lungo tempo, il calo delle nascite non è stato considerato un problema urgente dalla politica. Dopotutto, i suoi effetti macroeconomici si manifestano in modo tangibile solo a distanza di decenni. Tuttavia, quando le aule scolastiche iniziano a svuotarsi e i sistemi previdenziali entrano in sofferenza per mancanza di contribuenti attivi, la traiettoria demografica è ormai irrimediabilmente segnata.

 

  1. Le cause socio-economiche del rinvio genitoriale

Esistono diverse spiegazioni contrastanti, ma gli esperti concordano che il fenomeno derivi da una complessa combinazione di fattori culturali ed economici che si alimentano a vicenda:

Gli alloggi sono troppo costosi: l’impennata dei prezzi immobiliari e degli affitti nelle aree urbane assorbe una quota sproporzionata del reddito dei giovani, impedendo loro di trovare spazi adeguati per accogliere un nucleo familiare (su questo tema si veda il mio articolo qui). D’altra parte, il crescente costo della vita non viene sostenuto dall’aumento del salario medio, in particolare a inizio carriera, scoraggiando così le giovani coppie a mettere su famiglia.

Le donne danno priorità alla carriera: l’ingresso di massa delle donne nel mercato del lavoro, abbinato alla persistente carenza di welfare e di flessibilità aziendale, costringe spesso a scegliere tra la realizzazione professionale e la maternità. Il paradosso è che alcuni analisti affermano che le donne prendono una decisione “economicamente razionale” di avere meno figli per preservare il successo professionale e la propria autonomia finanziaria, e riducono la crisi della natalità a una negoziazione privata all’interno della coppia eterossessuale: se l’uomo si dimostra un “padre affidabile” e lava i piatti, la donna farà più figli; un approccio riduttivo, superficiale e intrappolato nelle stesse logiche di mercato che causano il problema della denatalità. L’apparato culturale egemone — dai media mainstream alle narrazioni pop incentrate sul successo atomizzato e sull’efficienza performativa — opera un accurato condizionamento volto a plasmare le menti affinché accettino lo status quo come l’unico ordine possibile. Invece di riconoscere l’edificio in fiamme dell’economia neoliberista, l’apologetica del capitale addestra i soggetti a colpevolizzarsi a vicenda per le macerie relazionali e materiali prodotte dal sistema, oscurando la necessità di una prassi collettiva di sottrazione e co-liberazione.

Gli uomini impiegano più tempo a maturare: il prolungamento dell’adolescenza sociale e l’instabilità economica spingono molti giovani uomini a posticipare l’indipendenza (con tanti che si trasformano in NEET, giovani che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione) e l’assunzione di responsabilità familiari a lungo termine. Cresce il numero dei giovani uomini che non sono “disoccupati” ma economicamente “inattivi”: non cercano lavoro, ma vivono al di fuori del mercato del lavoro e del sistema scolastico, sostenuti in vari modi dalle proprie famiglie e da sussidi di invalidità (quest’ultima dovuta il larga parte a depressione, ansia, ADHD e autismo debilitanti). Si registra inoltre un aumento dei giovani che soffrono di perdita di autostima, ansia sociale, difficoltà di concentrazione e mancanza di uno scopo nella vita. Il quadro che emerge è quello di una generazione che soffre di disregolazione sia sociale che neurologica e che fatica a rimanere in sintonia con la società in generale, compresi l’istruzione e il mercato del lavoro. Questa disregolazione comportamentale, che trova la sua sponda neurobiologica nel danno ai circuiti dell’attenzione causato dall’iper-connessione (come evidenziato dallo studio JAMA analizzato nell’Introduzione), si traduce qui in un preciso blocco antropologico. C’è poi la crisi della mascolinità tradizionale e il risentimento digitale (su questo tema si veda il mio articolo qui): la destrutturazione dei ruoli di genere storici, non accompagnata da una maturazione emotiva speculare, ha generato una profonda afasia affettiva in una quota significativa di giovani uomini. Schiacciati tra l’insicurezza economica e l’incapacità di abitare relazioni paritarie, molti soggetti si rifugiano nell’isolamento mediato dagli schermi. In questo vuoto relazionale si inseriscono gli algoritmi predatori della manosfera digitale, che canalizzano la solitudine e il senso di inadeguatezza maschile verso una “monocultura della rabbia” e forme di risentimento misogino. La difficoltà oggettiva di formare coppie stabili nel mondo reale non deriva quindi solo da fattori di bilancio, ma dalla diffusione di analfabetismo emotivo e dinamiche relazionali tossiche che paralizzano sul nascere ogni progetto di vita condiviso e, di conseguenza, la stessa genitorialità.

La religione ha perso influenza: la progressiva secolarizzazione delle società occidentali e asiatiche ha indebolito i modelli familiari tradizionali, che storicamente consideravano la procreazione come un dovere morale o spirituale fondamentale.

L’estinzione dell’artigianato e la desertificazione dei presidi di socialità: la disregolazione e l’atomizzazione indotte dal capitale iper-connesso trovano il loro esatto riflesso materiale nella desertificazione produttiva dei territori fragili. Come certificato da un report della CGIA di Mestre, dal picco del 2008 il settore artigiano ha subito una discesa vertiginosa, registrando la perdita di 300mila sedi e quasi mezzo milione di lavoratori, con una contrazione nazionale complessiva del -25,1%. Questa strage di piccole botteghe — che vede come maglia nera la provincia di Pesaro-Urbino (-8,3%) e colpisce duramente l’Umbria e le Marche — non rappresenta una semplice fluttuazione commerciale, ma lo spegnimento di veri e propri «presidi di socialità, competenze e identità». Il collasso demografico opera qui come un perfetto dispositivo retroattivo: la contrazione della popolazione e la conseguente chiusura di scuole e uffici inaridiscono il bacino di utenza dei negozi di vicinato, mentre la colonizzazione algoritmica delle abitudini di consumo, mediata dai giganti dell’e-commerce, impone una concorrenza insostenibile. Schiacciate da costi fissi elevati (affitti, utenze e tasse), le piccole realtà a misura d’uomo sono condannate a «ballare» sulla sottile linea della sopravvivenza, incapaci di assorbire i traumi macroeconomici a differenza delle multinazionali. In questo scenario, le uniche nicchie resilienti si rifugiano nell’economia del benessere corporeo (estetisti, tatuatori) o nei circuiti del lusso e del consumo da asporto, confermando che laddove la meccanizzazione e l’intelligenza artificiale non possono arrivare, il capitale tenta comunque di parassitare il bisogno residuo di contatto o di distinzione sociale.

La paura del cambiamento climatico e il “sudore dell’angoscia”: l’eco-ansia e l’incertezza per il futuro del pianeta (anche a causa di guerre sempre più distruttive e genocidiarie) spingono le nuove generazioni a porsi dilemmi etici insormontabili sull’opportunità di mettere al mondo figli. Questa paralisi emotiva si configura come una vera e propria patologia somatica dell’antropocene, una disforia climatica in cui la catastrofe ambientale si traduce in un sintomo fisico immediato: il letterale “sudore corporeo” di fronte a un mondo surriscaldato da un’economia bellica permanente da trilioni di dollari. Quando il pianeta viene spinto verso il punto di ebollizione, la risposta neurologica ed endocrina dell’individuo anticipa il rifiuto della riproduzione, troncando la catena della trasmissione biologica in un vicolo cieco esistenziale. La trappola termica si converte in un fattore di rischio occupazionale: l’esposizione coercitiva alle ondate di calore estremo riduce i corpi al lavoro a mero materiale da estrazione, esasperando un ricatto biopolitico strutturale che costringe il soggetto a scegliere tra la rinuncia al salario e il pericolo immediato della morte sul posto di lavoro.

Maggiore durata degli studi e crescenti aspettative: i lunghi percorsi di formazione universitaria spostano in avanti l’ingresso nel lavoro, mentre si diffonde l’idea che un genitore debba garantire standard educativi e materiali altissimi, aumentando i costi percepiti della genitorialità.

Berkay Ozcan, professore alla London School of Economics, sottolinea che il vero fattore comune a tutte queste dinamiche è il rinvio. I sondaggi demografici mostrano che i giovani desiderano ancora, in media, circa due figli; tuttavia, rimandano la genitorialità anno dopo anno, in attesa di sentirsi pronti sul piano professionale, finanziario ed emotivo. In questo contesto di rinvio programmatico, la pratica del congelamento degli ovuli da parte delle donne cessa di essere una mera tecnologia medica privata per trasformarsi — come dimostrato dal dibattito sollevato dalla deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez — in una vera e propria forma di protesta e di rivendicazione biopolitica. In un sistema neoliberista e conservatore che tenta di normare i corpi e di ridurre la maternità a un percorso di sottomissione biologica forzata o precocizzata, la scelta di congelare i propri ovuli permette alle donne di esercitare un controllo sovrano non solo sul se diventare madri, ma sul quando. Questa dilazione tecnica scardina la gerarchia del patriarcato che vorrebbe la donna confinata precocemente nel ruolo di guardiana della riproduzione a scapito della propria carriera o militanza sociale, dimostrando che l’autodeterminazione sul proprio tempo biologico costituisce una minaccia diretta all’ordine sociale e patriarcale consolidato.

Laddove la demografia quantitativa si ferma alla misurazione di questo “rinvio”, la sociologia qualitativa ne svela la reale natura psicologica ed esistenziale. Diverse indagini basate su interviste in profondità a giovani precari e smart worker — come le ricerche europee sui percorsi di transizione all’età adulta — dimostrano che il continuo posticipare non è una scelta neutrale, ma un’esperienza generazionale traumatica. Nelle testimonianze dei venti-trentenni, il lessico economico (“costo della casa”, “mancanza di stabilità”) sfuma rapidamente in una profonda stanchezza esistenziale. Gli intervistati descrivono la sensazione di dover “mettere in vendita il proprio tempo” per performare sul mercato, dichiarando che l’introduzione di un figlio in questa routine frammentata disintegrerebbe il loro già precario equilibrio psichico.

Il rinvio si configura così come una strategia di auto-conservazione: non si aspetta semplicemente una promozione o un aumento di stipendio, ma si protegge il proprio spazio emotivo dall’invasione totale dei ritmi lavorativi. I dati micro-sociologici mostrano quindi una chiara politicizzazione del privato: la frustrazione per l’assenza di tutele si trasforma progressivamente nel rifiuto di validare un modello sociale che non offre garanzie sul futuro del pianeta e delle relazioni.

Di conseguenza, l’evidenza di questo continuo rinvio suggerisce che l’approccio economico e demografico standard non sia più sufficiente a spiegare il fenomeno. Le statistiche tradizionali isolano i singoli fattori — come il costo della casa o la carriera — trattandoli come semplici ostacoli quantitativi o scelte razionali di bilancio. In realtà, ciò che i dati descrivono come “scelta di rimandare” è il sintomo di una mutazione più profonda, che richiede una chiave di lettura strutturale e biopolitica. Il declino delle nascite non è un mero calcolo finanziario privato, ma una sottrazione istintiva del proprio corpo e del proprio futuro alle logiche dello sfruttamento. Le nuove generazioni si trovano immerse in una condizione esistenziale neoliberista che satura le ore di vita, impone un’efficienza competitiva totalizzante e riduce le relazioni a transazioni di mercato. Di fronte a un sistema che richiede la totale dedizione della persona al lavoro e alla produzione, l’atto di non fare figli diventa l’unica forma di resistenza possibile per preservare la propria integrità psichica ed emotiva. Il rinvio genitoriale non è quindi una mancanza di desiderio, ma il rifiuto di riprodurre la vita all’interno di un modello sociale e patriarcale che ha atomizzato le relazioni e privatizzato il carico della cura. Per comprendere la crisi demografica, occorre smettere di guardare solo ai saldi monetari e iniziare a osservare come il capitale gestisce, sfrutta e, in ultima analisi, inaridisce i corpi e il tempo biologico. Mentre il dibattito sociologico individua nell’iper-connessione digitale la radice neurobiologica dell’isolamento giovanile e dello “sciopero riproduttivo”, il processo in un tribunale federale contro Meta (la società madre di Instagram e Facebook) svela la natura dolosa di questo processo, dimostrando come i giganti tecnologici abbiano scientificamente occultato le prove sulla dipendenza da Instagram per massimizzare i propri profitti. Il risarcimento da 200 miliardi di dollari richiesto da 29 Stati statunitensi convalida così, sul piano macroeconomico, la necessità di aggredire e tassare la rendita algoritmica di Big Tech per finanziare le infrastrutture sociali del tempo liberato e della cura comune.

 

  1. L’espropriazione privata della cura e il fallimento del mercato riproduttivo

Il problema della natalità riflette una contraddizione economica fondamentale della modernità: i figli costituiscono una risorsa sistemica essenziale per la sopravvivenza dello Stato sociale, ma la struttura neoliberista ha trasformato la loro riproduzione in uno svantaggio finanziario diretto per il bilancio delle singole famiglie.

Nelle società agricole tradizionali, i figli rappresentavano una risorsa economica attiva fin dall’infanzia grazie al loro contributo nel lavoro e garantivano una rete di sicurezza sociale e assistenziale fondamentale per i genitori durante la vecchiaia. Erano, al contempo, lo strumento per l’ascesa sociale “fuori dalla terra”. Negli Stati sociali moderni questo legame si è spezzato. I figli non svolgono più alcuna funzione economica all’interno del nucleo familiare, traslandosi da “investimento produttivo” a costo puramente finanziario a carico esclusivo dei genitori, mentre i benefici futuri del loro lavoro (sotto forma di tasse e contributi) vengono socializzati a vantaggio dell’intera collettività.

Se il collasso del patto generazionale e la recessione globale tracciano il quadro macroeconomico del rinvio genitoriale, è nella dimensione microeconomica del nucleo familiare che si consuma la contraddizione più feroce del capitalismo neoliberista. La decisione di non generare la vita, rubricata dalla retorica reazionaria come “egoismo individualista” o “comodità”, si rivela all’analisi materiale come un atto di legittima difesa economica. Questa colpevolizzazione asseconda la precisa strategia ideologica del capitale, volta ad attribuire sistematicamente all’individuo i fallimenti strutturali del sistema. Ci viene insegnato a interiorizzare come deficit o “scelte sbagliate” personali ciò che in realtà è l’effetto di un’estrazione di valore che colonizza persino l’architettura neuronale dei soggetti.

In questo quadro, la crisi relazionale e demografica contemporanea cessa di essere una colpa individuale e si svela come il sintomo somatico di una mutilazione affettiva pianificata a monte. Lo confermano clamorosamente le prove emerse nel maxiprocesso del 2026 a Oakland, dove i documenti interni di Meta hanno certificato la deliberata scelta aziendale di “agganciare” i giovani e massimizzare i profitti attraverso funzioni psicologicamente manipolative nascoste al pubblico. L’evidenza giudiziaria di questa dipendenza algoritmica straccia ogni velo ideologico sulla colpevolizzazione privata, legittimando la proposta di prelevare coattivamente risorse da questi colossi per finanziare la rigenerazione dei legami comunitari e la socialità nel mondo reale. Di conseguenza, nel contesto contemporaneo, la nascita di un figlio viene espropriata della sua natura comunitaria, trasformando questo abuso sistemico e tecnologico in un fattore di rischio d’indigenza privata di cui il singolo è chiamato ingiustamente a rispondere.

La violenza di questo isolamento domestico e contabile trova un riscontro empirico speculare nelle metropoli del capitalismo avanzato, come evidenziato dall’esperimento “Parents’ Night Out” testato a New York dall’amministrazione Mamdani. L’offerta municipale di sole quattro ore di baby-sitting gratuito ha intercettato una domanda disperata, svelando il logoramento biologico di coppie costrette a muoversi sui fumi dell’esaurimento nervoso per la totale assenza di reti relazionali. La restituzione pubblica del tempo — in contesti urbani dove l’assistenza privata fagocita facilmente 30 dollari l’ora — dimostra che il collasso del desiderio generativo non è una patologia della volontà individuale, ma l’effetto diretto di un mercato riproduttivo che ha privatizzato i costi lasciando i corpi in uno stato di permanente deprivazione temporale ed emotiva.

Il nodo teorico fondamentale sollevato dalla critica microeconomica impone di correggere ogni residua imprecisione concettuale del dibattito standard: i figli non costituiscono un “bene pubblico” in senso formale, poiché non soddisfano il requisito della non-escludibilità, dipendendo la loro nascita da scelte individuali e contesti familiari circoscritti. Essi rappresentano, rigorosamente, un’esternalità positiva intergenerazionale non compensata che innesca un massiccio fallimento di mercato. Il sistema economico scarica interamente sui soggetti riproduttivi — in primis sulle donne — l’onere materiale e di cura, mentre i benefici di questa forza lavoro futura vengono interamente socializzati e catturati dal ciclo del capitale. La cura viene così espropriata dalla sua dimensione di mutualità sociale e assoggettata al profitto. In assenza di un welfare pubblico universale e di una decodifica radicale dei tempi di vita, l’inverno demografico resta l’inevitabile reazione a un sistema che pretende di prosciugare la risorsa biologica ed esistenziale delle nuove generazioni senza restituire alcuna stabilità materiale.

Questo investimento, sostenuto quasi integralmente dalle risorse private delle famiglie a causa della progressiva ritirata dello Stato sociale, svela qui il suo legame indissolubile con il paradosso dell’espatrio analizzato in precedenza. Ci troviamo di fronte a un meccanismo a catena di espropriazione geopolitica e biopolitica: la famiglia sostiene l’ingente onere economico per allevare, nutrire e istruire un singolo corpo, mentre la collettività nazionale interviene integrando questo sforzo attraverso la spesa per l’istruzione pubblica e universitaria. Tuttavia, una volta completato questo costoso ciclo riproduttivo e formativo, l’anemia salariale e l’assenza di prospettive costringono il giovane adulto a fuggire oltreconfine.

È precisamente in questo snodo che i costi microeconomici familiari si convertono nella perdita macroeconomica strutturale che dissangua il bilancio del capitale umano nazionale. Il territorio interno si configura così come un’economia colonizzata: uno spazio geografico che privatizza i costi di produzione della vita biologica e intellettuale all’interno delle mura domestiche, per poi socializzare la perdita a beneficio dei mercati del Nord Europa o della Penisola Iberica. Questi ultimi agiscono come veri e propri “estrattori storici” di valore, incassando gratuitamente i ritorni economici, fiscali e demografici di una forza lavoro altamente qualificata per la quale non hanno speso un solo euro in termini di welfare riproduttivo.

La privatizzazione della cura si traduce, in ultima istanza, in un fallimento di mercato e di civiltà. L’estrazione neoliberista non si accontenta più di sfruttare il lavoro vivo, ma parassita l’investimento affettivo e monetario che le famiglie compiono sulle generazioni future. Finché la precarietà strutturale del contesto interno bloccherà il desiderio generativo, l’esilio rimarrà l’unica valvola di sfogo per i giovani: un paradosso bio-politico per cui la transizione verso una genitorialità attiva diventa possibile solo assimilandosi ai sistemi di protezione sociale esteri.

 

  1. Il bilancio fallimentare delle politiche pro-nataliste

I governi di tutto il mondo hanno tentato diverse strategie per stimolare la natalità e contrastare il declino demografico, raccogliendo tuttavia scarsi risultati strutturali nel lungo periodo:

Germania: ha espanso massicciamente i servizi di assistenza all’infanzia per i bambini sotto i tre anni e introdotto congedi parentali generosi. Sebbene il tasso fosse salito inizialmente da 1,4 a 1,6, è poi crollato nuovamente fino al minimo storico di 1,32 nel 2025, dimostrando l’insufficienza dei soli servizi di welfare.

Ungheria: rappresenta il laboratorio europeo delle politiche pro-nataliste nazionaliste. Il governo Orbàn ha introdotto massicci incentivi finanziari, tra cui prestiti a fondo perduto per i neo-sposi e l’esenzione totale dall’imposta sul reddito per le madri con quattro o più figli. Dopo un picco iniziale che ha portato il tasso a 1,6 nel 2021, l’effetto spinta si è esaurito, facendo ridiscendere l’indice a circa 1,4, evidenziando come i bonus monetari offrano solo fiammate temporanee.

Italia: si è distinta per l’inefficacia delle campagne comunicative. Nel 2016 ha lanciato la fallimentare campagna “Giornata della fertilità” con lo slogan “La bellezza non ha età. La fertilità sì”, che ha suscitato indignazione diffusa e ansia tra le donne, senza proporre riforme strutturali sul lavoro, sul salario o sugli asili nido.

Giappone: ha istituito un’apposita Agenzia per i bambini e le famiglie, stanziando miliardi in sussidi mensili e potenziando i congedi di paternità. Nonostante gli sforzi miliardari per ridurre l’orario di lavoro e favorire il bilanciamento vita-lavoro, la rigida cultura aziendale ha vanificato i decreti, lasciando il tasso ancorato al minimo storico di 1,14.

Corea del Sud: rappresenta il simbolo globale degli investimenti a fondo perduto nel welfare pro-natalista. Nonostante lo Stato abbia dilapidato oltre oltre 270 miliardi di dollari in sedici anni, erogando bonus bebè massicci, sussidi per l’alloggio e persino incentivi per appuntamenti al buio, l’indice di fertilità non è mai riuscito a evadere strutturalmente dalla drammatica forbice che oscilla tra lo 0,72 e lo 0,80. Persino il micro-recupero statistico registrato nel 2025, analizzato nell’Introduzione e nei dati globali, si dimostra un’oscillazione congiunturale del tutto insufficiente a invertire la tendenza. Questo fallimento sistemico dimostra l’inefficacia dei sussidi monetari una tantum di fronte a una struttura sociale tossica, paralizzata dall’iper-competitività del sistema scolastico, dai costi proibitivi del mercato immobiliare di Seoul e da ritmi lavorativi che colonizzano interamente il tempo biologico dei soggetti.

Cina: dopo aver abolito la politica del figlio unico e introdotto quella dei tre figli, Pechino offre sgravi fiscali e congedi di maternità prolungati. Tuttavia, l’alto costo della vita e il radicato mutamento culturale delle giovani donne urbane mantengono le nascite ai minimi storici, accelerando l’invecchiamento della forza lavoro.

La demografa Eva Beaujouan valuta questi risultati globali in modo severo: le politiche pro-nataliste attuali possono creare condizioni ragionevoli per supportare chi ha già intenzione di volere figli, ma raramente si rivelano un fattore determinante per convincere i giovani a cambiare radicalmente i propri progetti di vita o per aumentare stabilmente i tassi di natalità.

 

  1. L’alternativa migratoria e la polarizzazione politica

L’unica risposta strutturale che ha modificato in modo tangibile e immediato i dati demografici, laddove decenni di costose politiche familiari e incentivi alla natalità hanno fallito, è rappresentata dall’immigrazione. Di fronte al progressivo svuotamento delle culle e al rapido invecchiamento della popolazione autoctona, i flussi migratori in entrata si sono trasformati nel principale motore di sopravvivenza per le società e i mercati del lavoro occidentali (su questo tema nel contesto italiano si veda il mio articolo qui).

Il modello spagnolo, ad esempio, si basa sull’accoglienza dei migranti, rivelandosi la prova empirica della natura duale del mercato del lavoro post-industriale e smentendo sul campo ogni retorica populista di concorrenza diretta occupazionale con gli autoctoni. Nonostante la Spagna registri uno dei tassi di natalità più bassi dell’intero continente europeo, la sua popolazione complessiva ha vissuto un’espansione straordinaria, passando da 46,5 a quasi 50 milioni di residenti nell’arco dell’ultimo decennio (Instituto Nacional de Estadística). Questo sviluppo demografico non è dovuto a una ripresa delle culle, ma a un massiccio afflusso di cittadini stranieri: i lavoratori nati all’estero hanno infatti rappresentato oltre il 70% dell’intera dinamica occupazionale nazionale registrata tra il 2019 e il 2024.

Questa asimmetria tra l’iper-concentrazione urbana delle forze produttive e la desertificazione delle aree interne ha dato a questo fenomeno il suo nome politicamente più incisivo: la España vaciada, la Spagna Vuota. Ci troviamo di fronte a un entroterra svuotato dove più della metà dei comuni del Paese conta ormai meno di mille abitanti, e dove il vuoto è stato convertito in un’inedita identità elettorale. La nascita di movimenti come Teruel Existe — il cui intero programma si basa sulla rivendicazione ontologica dell’esistenza della propria provincia, capace di conquistare un seggio nel parlamento nazionale nel 2019 — e il successo nel 2022 della coalizione La Spagna Vuota come primo partito a Soria, dimostrano che la crisi demografica ha ridefinito la geografia del conflitto. Questo fenomeno anticipa la strutturazione di un nuovo asse biopolitico globale, che non si articola più lungo la tradizionale dicotomia ideologica tra destra e sinistra, ma si radica nello scontro materiale tra i luoghi che le persone sono costrette ad abbandonare e le metropoli iper-connesse verso cui i corpi si dirigono.

A differenza di altri contesti europei, in Spagna una quota significativa dell’immigrazione recente proviene dai Paesi dell’America Latina, in particolare da Colombia e Venezuela. Tuttavia, la condivisione della medesima lingua madre, di solide radici culturali e della tradizione cattolica agisce come un formidabile ammortizzatore sociale e ideologico, che normalizza politicamente l’istituzionalizzazione del mercato del lavoro segmentato. Questa affinità culturale facilita l’accettazione sociale di una rigida segregazione etnica delle professioni, in cui centinaia di migliaia, se non milioni, di donne migranti assumono sulle proprie spalle, all’interno del comparto domestico e assistenziale H24, il welfare riproduttivo privato e la cura degli anziani delle famiglie spagnole. Proprio questa apparente “armonia” disinnesca il conflitto occupazionale sul posto di lavoro — dal momento che la forza lavoro nazionale si concentra esclusivamente sui segmenti tecnici, impiegatizi o manageriali protetti dalla cittadinanza formale — ma finisce per occultare la reale faglia della tensione sociale, che si sposta inevitabilmente sull’accesso ai servizi civici e sul welfare territoriale eroso dall’austerità. Si attiva qui il dispositivo ideologico più cinico dell’impero capitalista, progettato per addestrare la sottoclasse a incolparsi vicendevolmente dei fallimenti sistemici. Piuttosto che unire le forze contro gli oligarchi e i decisori politici che prosciugano le risorse pubbliche accumulando enormi profitti privati, i soggetti vulnerabili vengono intrappolati in una stanza che si allaga, spinti a calpestarsi l’un l’altro solo per tenere la testa fuori dall’acqua. La “guerra tra poveri” viene così ingegnerizzata dall’alto per ridurre i diritti a beni escludenti e razionati, trasformando il risentimento della forza lavoro nazionale in un perfetto ammortizzatore politico a tutela della rendita e della classe dominante.

A questo paradigma di subalternità strutturale e privatizzazione della cura si oppone concettualmente la storica esperienza italiana dell’accoglienza diffusa, che ha eletto i piccoli comuni a baluardi di resistenza demografica ed economica. Il fulcro di questa controtendenza metodologica è rappresentato dal “Modello Riace”, ideato da Domenico Lucano, che ha dimostrato empiricamente come l’arrivo di rifugiati e migranti possa arrestare lo spopolamento dei paesi fantasma. Attraverso il riuso del patrimonio edilizio abbandonato, la riapertura delle botteghe artigiane e l’istituzione di micro-monete locali spendibili solo all’interno del perimetro municipale, Riace ha trasformato l’accoglienza in un volano di rigenerazione del capitale sociale. Sulla scia di questa intuizione, l’esperienza si è consolidata e riprodotta in altre avanguardie territoriali calabresi, come nel comune arbëresh di Acquaformosa. Qui, il rifiuto della gestione emergenziale dei flussi e l’investimento sistemico su progetti di inclusione per famiglie e minori non accompagnati hanno permesso non solo di salvare i plessi scolastici e i presidi sanitari dalla chiusura, ma di riattivare la microeconomia locale creando occupazione stabile per i giovani professionisti del territorio. Riace, Acquaformosa e le reti di accoglienza diffusa dimostrano che i migranti non sono un peso da gestire, ma “salvatori della patria” capaci di ripopolare i territori, a patto che l’accoglienza sia sottratta alle geometrie del profitto privato e inserita in un piano pubblico di mutualismo interculturale.

Nonostante queste soluzioni virtuose dal basso, la governance dei flussi migratori resta un terreno di scontro politico incendiario sul piano governativo. Pedro Sánchez ha promosso una delle più grandi sanatorie della storia europea recente, raccogliendo oltre 1,2 milioni di domande di regolarizzazione per migranti irregolari presentate fino all’inizio di luglio del 2026. Questa mossa ha scatenato la dura reazione dell’opposizione conservatrice e del partito di estrema destra Vox, che accusano l’esecutivo di alimentare un pericoloso “effetto attrazione” e di favorire un’invasione incontrollata.

Le frizioni interne si sono riflesse fedelmente sullo scacchiere dell’Unione Europea, dove la pressione sui confini esterni — acuita dalla drammatica crisi migratoria che ha travolto l’exclave di Ceuta alla fine di luglio del 2026 (tra il 30 luglio e il 4 agosto sono morte in mare 141 persone, secondo i dati di Caminando Fronteras) — ha continuato a polarizzare violentemente il dibattito pubblico. Il sentimento di insofferenza non è isolato: un sondaggio transnazionale condotto dall’istituto YouGov conferma che la netta maggioranza dei cittadini intervistati in Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Svezia e Danimarca giudica i flussi migratori dell’ultimo decennio come decisamente “eccessivi”. Questo profondo divario tra le urgenti necessità demografiche degli stati sociali e il consenso politico locale nasconde, tuttavia, la dinamica materiale dello sciovinismo del welfare analizzata nella Sezione 2. La “guerra tra poveri” e il risentimento delle fasce popolari autoctone nei quartieri e nelle periferie non nascono dal rifiuto ideologico del migrante in quanto lavoratore, ma dall’impatto di decenni di tagli alla spesa pubblica che hanno trasformato la sanità, gli asili nido comunali e l’assegnazione delle case popolari in beni escludenti e razionati. L’applicazione rigorosa dei parametri ISEE, posizionando la popolazione migrante — impoverita dalla svalutazione salariale — nei primi posti utili delle graduatorie pubbliche, viene vissuta dai cittadini nazionali come una spoliazione istituzionalizzata. Le forze conservatrici e reazionarie intercettano magistralmente questa frustrazione da esclusione sociale: la retorica del “Prima gli italiani” diventa così il dispositivo politico perfetto per blindare le risorse pubbliche superstiti attraverso un regime di apartheid categoriale, evitando accuratamente di intaccare i grandi patrimoni o i profitti d’impresa per espandere universalmente la torta dei diritti sociali.

L’alternativa migratoria, se lasciata alle sole forze della domanda e dell’offerta neoliberista, si trasforma in una forma di estrazione coloniale del lavoro riproduttivo. Il capitale, incapace di generare la vita al proprio interno, sopravvive parassitando i tassi di fertilità di comunità esterne, di cui sfrutta i corpi pur rifiutandone l’integrazione sociale. Questo scenario anticipa la necessità impellente di un intervento radicale: non basta accogliere i flussi per salvare i conti economici, ma occorre una regolarizzazione incondizionata che sottragga il lavoro di cura allo sfruttamento privato e lo elevi a pilastro della co-liberazione sociale.

 

  1. Due mondi a confronto: Luton e lo svuotamento alpino di Ceresole Reale

La cittadina inglese di Luton, situata a poco più di trenta minuti di treno da Londra, rappresenta una clamorosa eppure illusoria controtendenza rispetto al diffuso inverno demografico del continente. Nel 2024, la città ha registrato un tasso di fertilità straordinario pari a 2,0 figli per donna, sfiorando quasi la soglia ideale di sostituzione generazionale, a fronte di una media nazionale britannica ferma ad appena 1,4 (Office for National Statistics). Questo dato, tuttavia, non è il risultato di un welfare inclusivo, bensì il riflesso di un’importazione netta di modelli culturali tradizionali non ancora erosi dall’isolamento iper-capitalista. I dati municipali del 2025 rivelano infatti che ben due terzi dei nuovi nati avevano una madre nata all’estero. Nel quartiere di Bury Park, l’impatto culturale e sociale di questa forte componente migratoria, prevalentemente di origine pakistana e dell’Asia meridionale, è visibile ovunque tra macellerie halal, agenzie di viaggio che promuovono i pellegrinaggi alla Mecca e una forte presenza di donne con il velo. Luton diventa così il caso di studio perfetto di questa contraddizione: l’iper-natalità migratoria compensa artificialmente i bilanci demografici dello Stato, ma avviene in un perimetro di segregazione urbana e precarizzazione della cura, trasformando il quartiere di Bury Park in un laboratorio di tensioni identitarie.

Questa iper-natalità segregata e iper-capitalistica svela il fallimento antropologico del “Modello Luton”, incapace di generare comunità. La vera alternativa biopolitica risiede nella riattivazione comunitaria dei borghi interni sul già citato “Modello Riace”. Mentre Luton isola i corpi dei migranti nella precarizzazione e nella subalternità salariale per sostenere i bilanci dello Stato ospitante, l’esperienza di accoglienza diffusa calabrese dimostra che solo la demercificazione dello spazio e la condivisione dei beni comuni — dalle botteghe alla scuola — possono trasformare il flusso migratorio in una reale forza di rigenerazione demografica e relazionale, immune dal rigetto identitario e dalle monoculture della rabbia occidentale.

Se da un lato la leader laburista del consiglio comunale, Tahmina Saleem, difende con orgoglio la diversità come un elemento di ringiovanimento e attrattività economica, dall’altro Luton è diventata l’epicentro di una violenta reazione politica contraria all’immigrazione. La città ha infatti dato i natali alla English Defence League e al suo leader di estrema destra, Tommy Robinson. Le tensioni identitarie nate in questo distretto si sono propagate a livello nazionale nel 2026, culminando nelle oceaniche manifestazioni “Unite the Kingdom” a Londra e trovando una cassa di risonanza globale sulla piattaforma social X grazie al supporto mediatico del miliardario Elon Musk.

A oltre mille chilometri di distanza, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Paradiso in Piemonte, il piccolo comune alpino di Ceresole Reale combatte una battaglia opposta ed estrema per la propria sopravvivenza. Con appena 150 residenti fissi e numerose baite storiche in pietra che rimangono sbarrate per gran parte dell’anno, il paese si configura come la plastica materializzazione dello svuotamento delle aree interne italiane. La cessazione del ricambio generazionale, culminata nel luglio del 2026 con la definitiva chiusura della sua storica pluriclasse per totale assenza di alunni, non è un caso isolato. Ceresole Reale fotografa la parabola terminale di un’Italia in cui resistono circa duemila pluriclassi isolate, territori fragili e avvolti nel silenzio da cui i giovani fuggono verso le grandi città alla ricerca di studi superiori, stabilità economica e tutele materiali, lasciando dietro di sé comunità demograficamente capovolte e una distesa di cartelli “Vendesi”.

 

  1. Resistere al declino: progetti e incentivi nei borghi italiani

Spostando lo sguardo sull’Appennino e sulle aree interne d’Italia, la battaglia contro una impietosa piramide demografica rovesciata vede in prima linea migliaia di piccoli comuni. I borghi italiani combattono quotidianamente contro lo spettro dell’abbandono, registrando indici di vecchiaia drammatici dove la quota di residenti over 60 supera costantemente quella dei giovani under 14. Per evitare la totale scomparsa di queste storiche comunità, sindaci e reti civiche locali hanno deciso di non rassegnarsi, attivando una serie di incentivi economici e strutturali senza precedenti per attrarre nuovi nuclei familiari, nomadi digitali e investitori.

Uno dei modelli più noti e replicati a livello internazionale è il progetto delle case a 1 euro, ideato per recuperare gli immobili fatiscenti dei centri storici, obbligando gli acquirenti alla ristrutturazione entro tempi certi e ripopolando borghi che rischiavano di trasformarsi in paesi fantasma. Accanto a questa misura, diverse amministrazioni offrono contributi diretti a fondo perduto: il comune di Radicondoli, in Toscana, eroga bonus consistenti attraverso il portale istituzionale Wivo a Radicondoli per l’acquisto e la ristrutturazione della casa, coprendo inoltre una parte del canone d’affitto per i primi due anni a chi sceglie di trasferirvi la propria residenza. Spostandosi al Sud, il borgo pugliese di Presicce-Acquarica ha messo a disposizione incentivi economici significativi mediante il programma Benvenuti a Presicce Acquarica del Comune per sostenere chi compra un immobile nel nucleo storico. Allo stesso modo, per contrastare la denatalità nei territori interni e demograficamente più fragili, la Regione Autonoma della Sardegna ha stanziato ingenti fondi che prevedono l’erogazione di un apposito Bonus bebè della Sardegna, con assegni mensili fino a 600 euro a favore dei nuclei familiari residenti o che trasferiscono la residenza nei comuni con meno di 5mila abitanti.

Nonostante la parziale efficacia di questi bonus fiscali, l’ostacolo più complesso rimane la garanzia dei servizi essenziali, come la tutela delle scuole, dei presidi medici e dei trasporti. L’emblema di questa complessa resistenza è rappresentato dalle famiglie di smart worker che scelgono di rientrare nei territori d’origine sfruttando la connettività digitale. Tuttavia, nel confrontarsi con la possibilità di allargare il nucleo familiare, la stragrande maggioranza delle nuove coppie si scontra con le carenze croniche del welfare rurale e l’assenza di asili nido. Di fronte alle incertezze economiche e alla strutturale mancanza di supporti pubblici stabili, la decisione di fermarsi a un unico figlio fotografa perfettamente una barriera culturale e materiale che nemmeno i bonus locali riescono ancora a scardinare.

 

  1. La socializzazione della cura: rifondare il welfare oltre i bonus locali

L’evidenza fallimentare dei bonus bebè e degli incentivi monetari una tantum nei borghi interni dimostra che la denatalità non si combatte con piccoli sussidi individuali, ma con una trasformazione radicale delle infrastrutture sociali. In quest’ottica, i piccoli comuni non vanno considerati come casi isolati o marginali, ma come veri e propri “laboratori sperimentali” di un nuovo welfare comune ed esportabile. La dimensione ridotta dei borghi offre un terreno ideale per testare, a costi ridotti e con una burocrazia snella, pratiche radicali di gestione collettiva che possono poi essere scalate ed estese a livello nazionale e urbano. Se applicato alle aree metropolitane, questo modello si traduce nella articolazione della grande città in “borghi urbani” o quartieri autosufficienti, dove la riproduzione materiale della vita viene sottratta alla logica di mercato.

Questo parallelismo tra l’isolamento alpino o appenninico e l’articolazione metropolitana si fonda sul principio urbanistico e sociale della prossimità. Nei piccoli comuni come Ceresole Reale, la sfida è superare la dispersione geografica unendo le forze tra valli attraverso hub intercomunali. Nelle aree geograficamente penalizzate come l’alta Valle dell’Orco, i servizi puramente itineranti rischiano di scontrarsi con la dura realtà di inverni rigidi e viabilità compromessa, trasformando il welfare mobile in un disservizio. Per questa ragione, il modello della Casa della Comunità alpina dovrebbe imperniarsi su un presidio d’emergenza e primo soccorso h24, supportato da una rete infrastrutturale di elisoccorso e droni medicali per il trasporto di farmaci e campioni biologici, capace di garantire la continuità assistenziale anche in condizioni di totale isolamento climatico.

La sostenibilità logistica e l’accettazione sociale di questa infrastruttura avanzata verrebbero garantite da un modello di integrazione a due livelli, che sana il contrasto tra l’esigenza di competenze iperspecialistiche e la cultura relazionale del territorio:

L’Infrastruttura Clinico-Tecnologica di Rete (Il Presidio Remoto): la gestione dei droni, la manutenzione dei vettori logistici automatizzati e la diagnostica complessa in telemedicina non graverebbero sulla limitata demografia del borgo. Esse sarebbero affidate in remoto a un’équipe tecnico-scientifica specializzata operante dagli ospedali di distretto o dai centri metropolitani di riferimento, sfruttando la connettività digitale simmetrica per la teleregolazione medica h24.

I Terminali Umani di Prossimità (I Nodi Locali): all’interno del borgo, l’interfaccia fisica con il paziente sarebbe interamente presidiata dalle figure di riferimento del tessuto civico rurale (l’infermiere di comunità, gli amministratori locali, i volontari storici). Previamente formati all’uso delle interfacce digitali e dei dispositivi di teleconsulto, questi soggetti fungerebbero da “facilitatori tecnologici” e da mediatori culturali endogeni.

Questo assetto scardinerebbe la barriera di diffidenza degli anziani verso la digitalizzazione della salute: l’atto clinico mediato dallo schermo o l’arrivo del drone medicale non sarebbero percepiti come un’imposizione burocratica o un’invasione estranea, ma verrebbero legittimati dalla presenza fisica e dalla fiducia storica riposta nell’operatore locale che assiste il paziente al letto o gestisce il punto di atterraggio del vettore. Questa ricomposizione si rivela vitale per arginare la violenza della digitalizzazione coercitiva e asimmetrica dei servizi essenziali, che confina nell’afasia informatica il 35,7% degli over 75 secondo i dati Istat. Nelle metropoli, la smaterializzazione degli sportelli bancari e la burocratizzazione algoritmica dei referti scaricano sui soggetti fragili un carico cognitivo insostenibile, trasformando la tecnologia in una barriera d’esclusione di classe; l’operatore di prossimità dell’hub si fa invece scudo umano e mediatore, mutando il digital divide in un’occasione di cittadinanza protetta dalla vigilanza sociale del vicinato. La socializzazione della cura cesserebbe così di essere un costo atomizzato per il singolo comune o una fredda automazione manageriale, per farsi infrastruttura geografica condivisa e protetta dalla vigilanza sociale del vicinato.

Pluralizzazione giuridica e reti solidali nei borghi: riconoscimento legale e sostegno previdenziale alle comunità di cura elettive, alle co-abitazioni solidali tra giovani e anziani, e alle reti di mutuo aiuto rurale. Nei paesi caratterizzati da un drammatico indice di vecchiaia, il welfare non può più basarsi sulla frammentazione atomistica. La vulnerabilità deve essere validata come base per un nuovo orizzonte relazionale ed economico comunitario. Questa pluralizzazione giuridica trova il suo baricentro antropologico in quello che possiamo definire il “Modello Enea”, come suggerito dall’amico Carmine Farnetano. Nella fuga dalle macerie della città di Troia in fiamme, la figura mitica di Enea che reca sulle spalle il vecchio padre Anchise e tiene per mano il piccolo figlio Ascanio incarna la pietas intesa come assunzione di responsabilità biologica e storica verso la catena generazionale. Il capitalismo neoliberista ha scientificamente spezzato questo asse, confinando l’anziano nello stigma del “peso previdenziale” passivo e i figli in quello di “costo privato”. Il recupero del “nonno” e della “nonna” come motori relazionali della quotidianità familiare — rigorosamente depurati dalle asimmetrie autoritarie del patriarcato storico — non rappresenta una ritirata nostalgica o privatistica nel familismo amorale. Al contrario, si configura come una prassi di mutuo aiuto immediata e demercificata. Nelle aree interne così come nei borghi urbani metropolitani, la vicinanza emotiva e la mutualità intergenerazionale possono sottrarre l’anziano alla solitudine dell’assistenzialismo e offrire ai giovani genitori quel “tempo liberato” e quella stabilità psichica che il mercato monetizza e nega. La vulnerabilità condivisa cesserebbe di essere un costo sociale e si trasformerebbe nella prima risposta dal basso capace di incidere sulla qualità della vita e, indirettamente, sulla stessa disponibilità alla genitorialità.

Infine, occorre affrontare la questione del diritto all’abitare e della demercificazione immobiliare, particolarmente urgente nelle aree urbane. È necessario un blocco immediato dei canoni d’affitto nelle aree metropolitane ad alta tensione abitativa e un piano straordinario di riuso e riconversione del patrimonio edilizio pubblico sfitto o abbandonato da destinare a canone sociale per le giovani coppie. Per disinnescare l’ostacolo dei costi immobiliari insostenibili — individuato nella Sezione 4 come primo fattore di rinvio della genitorialità — il welfare non può limitarsi ai soli servizi di cura, ma deve aggredire la speculazione fondiaria. Nei casi di prolungata e ingiustificata sottrazione del patrimonio abitativo privato al mercato residenziale a favore della turistificazione (come gli affitti brevi), il modello deve prevedere forme di esproprio o requisizione temporanea a scopi sociali. Sottrarre la casa alla pura logica del profitto e della rendita proprietaria è la condizione materiale per scardinare le disuguaglianze di genere e liberare il potenziale riproduttivo e sociale dalle catene del precariato abitativo.

Questa spinta alla demercificazione immobiliare trova un solido ancoraggio giuridico nell’articolo 42 della Costituzione italiana, il quale subordina il diritto di proprietà privata alla sua “funzione sociale” e ne legittima l’esproprio o la limitazione d’uso per motivi d’interesse generale. La requisizione temporanea degli alloggi turistici speculativi si configura così non come un arbitrio utopistico, ma come un intervento regolativo proporzionato per garantire il diritto costituzionale all’abitare di fronte all’emergenza abitativa contemporanea. Onde evitare il collasso dei conti pubblici derivante dagli oneri di indennizzo previsti dalla consolidata giurisprudenza della Corte Costituzionale sull’articolo 42, la limitazione d’uso degli alloggi speculativi a finalità turistica breve non avverrebbe tramite esproprio indiscriminato della proprietà. L’architettura finanziaria deve prevedere la requisizione temporanea d’uso con la contestuale erogazione di un indennizzo calmierato, che l’impianto normativo definisce comunque adeguato e proporzionato al valore d’uso sociale del bene, garantendo così la piena sostenibilità e tenuta giuridica davanti ai canoni costituzionali e convenzionali. Tale onere finanziario sarà coperto istituendo un’imposta di scopo municipale sulle grandi piattaforme digitali di intermediazione immobiliare turistica applicata sul territorio. In alternativa, il modello offrirebbe ai proprietari privati la conversione volontaria degli immobili in contratti a canone concordato di lungo periodo, azzerando le imposte patrimoniali locali (IMU) a carico del locatore e garantendo un fondo pubblico di garanzia contro la morosità, azzerando così il rischio di contenzioso e riducendo il costo per lo Stato.

 

  1. La transumanza biopolitica: migrazioni verticali, «ritornanza» ed economia di comunione metro-montana

Il superamento dell’isolamento rurale e della congestione urbana richiede di decodificare una nuova e urgente direttrice ecologica: le migrazioni verticali indotte dal collasso climatico globale. Come suggerito dall’amico Alfonso Pascale, occorre riconfigurare gli antichi rapporti strutturali tra la pianura e le “terre alte” — storicamente imperniati sulla transumanza degli allevamenti — convertendoli in assi di transumanza umana, culturale e intergenerazionale. Le estati metropolitane, trasformate in trappole termiche sempre più lunghe, esasperano la vulnerabilità e l’atomizzazione dei soggetti vulnerabili confinati nei quartieri popolari, tramutando la privazione climatica in un fattore di esclusione biopolitica e di precarietà sanitaria.

È precisamente in questo snodo che la transumanza si salda in modo indissolubile al diritto al raffrescamento, ridefinito non come un consumismo individualista ed elettrificato, ma come una misura radicale di salute pubblica e giustizia sociale. Se la risposta capitalistica all’inospitalità termica delle metropoli si limita all’installazione di miliardi di condizionatori tradizionali — i quali, come documentato da Chelsea Kirk, non fanno che parassitare energia espellendo ulteriore calore sulle strade già surriscaldate e accentuando le disuguaglianze di classe —, la transumanza metro-montana offre un’alternativa geografica e demercificata. Il fresco cessa di essere una merce accessibile solo a chi può sostenerne i costi energetici o l’evasione turistica privata; diventa invece un bene comune ecologico garantito dall’infrastruttura naturale delle “terre alte”.

Questa intuizione trova un solido ancoraggio empirico nelle avanguardie territoriali del Piemonte. Progetti storici regionali come “Aria di montagna” hanno già dimostrato l’efficacia dei soggiorni climatici protetti in quota per la terza età, mentre i recenti patti metro-montani promossi all’interno delle Green Communities regionali evidenziano come la montagna e la metropoli debbano stringere un nuovo principio di sussidiarietà incentrato sui servizi ecosistemici e sociali. La risposta strutturale non risiede nella fuga individuale e turistica, logica di classe che mercifica l’evasione dal caldo, ma nell’istituzione di patti di cooperazione stabili fondati su gemellaggi amministrativi istituzionali.

Tuttavia, la transumanza biopolitica non è un modello confinato all’arco alpino; la sua matrice logistica può e deve essere declinata lungo tutta la dorsale appenninica per rispondere al collasso delle aree metropolitane del Centro-Sud. Adattare questa matrice a una megalopoli come Roma o alle grandi città costiere significa strutturare accordi bilaterali tra i Municipi capitolini e le comunità dell’Appennino, come i comuni del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, o dell’area dei Monti Simbruini. Attraverso queste reti interistituzionali, le metropoli possono pianificare il trasferimento stagionale protetto e assistito della popolazione anziana verso il patrimonio sfitto dei borghi, garantendo loro la salvezza biologica e il pieno godimento del diritto al raffrescamento naturale. Inversamente, nuclei di giovani innovatori, artigiani e professionisti digitali si possono insediare nelle aree interne sfruttando misure per l’alloggio e l’avviamento di “botteghe dei servizi” multifunzionali.

È precisamente in questo snodo che l’infrastruttura istituzionale incontrerebbe, valorizzerebbe e tutelerebbe il fenomeno sociologico ed economico della “ritornanza”. Come osservabile in molte aree del Mezzogiorno, a partire dalle sperimentazioni spontanee nei territori della Calabria, la rigenerazione dei piccoli borghi non si configura come una pianificazione calata astrattamente dall’alto, ma come un dialogo generativo permanente tra chi non se n’è mai andato — i “restanti”, depositari storici dei saperi rurali, della memoria dei luoghi e della manutenzione del territorio — e i “tornanti”, giovani emigrati che decidono consapevolmente di rientrare, reinvestendo nelle piccole comunità i capitali intellettuali, le relazioni internazionali e le competenze digitali sottratte alle metropoli.

Il perno produttivo di questo insediamento sarebbe costituito dall’agricoltura biologica sociale, la quale trasforma il recupero dei terreni abbandonati in un’officina terapeutica e relazionale a cielo aperto. Gli anziani accolti tramite la transumanza climatica e bisognosi di refrigerio coopererebbero con i giovani biologi e agronomi digitali nella gestione di colture biologiche comunitarie. Questa sinergia agro-ecologica non solo garantirebbe l’autosufficienza alimentare degli hub della cura, ma rigenererebbe il paesaggio e la biodiversità, dimostrando che la manutenzione della terra e la cura dei corpi rispondono alla medesima ecologia politica del mutuo soccorso. La terza età si reinserisce così attivamente nel ciclo della produzione sociale: il potere d’acquisto dei trattamenti pensionistici viene socializzato nel tessuto micro-economico del borgo, mentre le nuove generazioni offrono in cambio sicurezza affettiva, presidio medico e innovazione digitale. Questa transumanza climatica troverebbe la sua sostenibilità macroeconomica nei fondi strutturali europei (FESR e FSE+) per la coesione territoriale e l’adattamento ecologico, ponendo l’economia di comunione come argine definitivo alla barbarie estrattiva del neoliberismo.

La territorializzazione di questa pratica rappresenta la definitiva scalata geopolitica della pietas generazionale descritta nel precedente schema etico. Se l’asse di Anchise ed Enea si focalizzava sulla ricomposizione molecolare del nucleo familiare e del vicinato, la transumanza metro-montana dota quel legame di un’infrastruttura amministrativa e di un vettore geografico concreto. Lo spostamento dei corpi nello spazio appenninico e alpino non è un’utopia assistenziale, ma una prassi di adattamento materiale in cui la salvezza biologica della terza età e l’emancipazione lavorativa delle nuove leve dipendono dallo stesso identico gesto di demercificazione territoriale. Liberato dall’incendio termico delle megalopoli e sottratto all’isolamento atomizzato dei quartieri urbani, l’anziano si fa baricentro economico per i giovani innovatori delle aree interne, mentre il tempo liberato nei borghi diventa il perno di un’ulteriore e definitiva disalienazione esistenziale.

 

  1. Il tempo liberato nei borghi digitali: redistribuzione del lavoro e sradicamento del codice proprietario

La connessione digitale e il ripopolamento dei borghi tramite nomadi digitali rischiano di trasformarsi in una nuova forma di “colonizzazione manageriale del sé”, in cui i ritmi nevrotici e iper-performativi del capitale vengono semplicemente trasferiti dalle metropoli alle aree rurali. Senza un intervento radicale sul tempo, l’infrastruttura digitale non fa che esportare nelle aree interne la stessa afasia affettiva e atomizzazione sociale prodotta dagli smartphone nelle grandi città. Per evitare che l’isolamento geografico alimenti l’ansia, la depressione mascherata e il risentimento identitario o misogino nei giovani delle aree interne, è necessaria una ristrutturazione del tempo di vita e delle relazioni di genere. Questa ristrutturazione risponde direttamente ai vettori di alienazione tecnologica ed esistenziale individuati nella Sezione 4, ponendosi l’obiettivo non di celebrare il nomadismo digitale, ma di disalienarlo:

Riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore e diritto alla disconnessione contrattualizzato. Si propone l’introduzione della settimana lavorativa ridotta a parità di salario per tutti i dipendenti pubblici e privati operanti nelle aree interne, combinata con un reddito di base individuale, slegato dall’ISEE familiare e circoscritto ai residenti dei distretti rurali fragili. Per i nomadi digitali e gli smart worker lo Stato deve agire tramite sgravi contributivi strutturali legati all’applicazione rigorosa del diritto alla disconnessione e incentivi fiscali di scomputo d’imposta per le aziende che contrattualizzano il telelavoro su base oraria ridotta. Questa misura sottrae i lavoratori alla totale colonizzazione del tempo biologico ed elimina il ricatto economico all’interno del nucleo familiare, garantendo lo spazio temporale per interagire fisicamente fuori dagli schermi, combattere l’isolamento sociale e permettere la formazione di coppie stabili nel mondo reale. Lontana dal configurarsi come un’utopia regressiva, questa contrazione dell’orario trova la sua sostenibilità materiale nei giganteschi guadagni di produttività generati dall’automazione industriale e dai sistemi di IA, trasformando l’algoritmo in leva di emancipazione dal lavoro salariato. Questa riconversione risponde direttamente al diffuso sentimento di rigetto documentato dai recenti dati Pew Research, che vedono la maggioranza assoluta degli under 30 statunitensi (55%) esprimere ansia e preoccupazione per l’impatto dell’IA sulla società e sulla disponibilità di posti di lavoro, paventando un inaridimento della creatività e delle connessioni umane reali. L’architettura di co-liberazione intercetta questa disillusione generazionale: l’algoritmo cessa di essere una minaccia di espulsione dal mercato e di precarizzazione white-collar per farsi, al contrario, l’infrastruttura contabile che legittima il diritto alla disconnessione e finanzia il tempo sottratto alla performance capitalistica.

Spazi di aggregazione polivalenti e presidi di salute relazionale. È necessario un finanziamento pubblico strutturale per la nascita di Case della Comunità e Spazi di Mutuo Aiuto nei distretti rurali, gestiti in collaborazione con i medici di medicina generale, le consulte locali e le reti associative del territorio. Questi luoghi rispondono alla solitudine esistenziale dei giovani tramite l’inclusione in attività materiali condivise — come i circoli di mestiere, il recupero dei beni comuni territoriali e le banche del tempo — capaci di ricostruire legami affettivi solidi nel mondo reale. Al contempo, la presenza di sportelli di ascolto psicologico gratuiti offre un supporto scientifico e accessibile contro lo stress da precarietà e l’eco-ansia. L’istituzione di queste Officine dell’Apprendimento funge da vero presidio biopolitico e da osservatorio comunitario, capace di spezzare l’isolamento solipsistico dello schermo attraverso la vigilanza sociale del vicinato. Quest’infrastruttura materiale assume un valore cruciale di fronte alla controrivoluzione tecno-capitalista della «società post-letterata» analizzata da James Marriott, in cui l’iper-addictività dello smartphone distrugge i tempi di lettura, i punteggi PISA globali e la capacità stessa di elaborare pensieri complessi, lineari e razionali. Se la democrazia moderna è nata nel Settecento grazie alla strutturazione logica favorita dalla cultura della stampa, la regressione verso formati video brevissimi e stimoli emotivi tribali sta riducendo le nuove generazioni a una condizione di analfabetismo funzionale, rendendole vulnerabili a populismi e fascinazioni carismatiche pre-letterate. Le Officine dell’Apprendimento si configurano allora come zone di liberazione dall’eterno presente narcisistico dei social: spazi fisici in cui il recupero intensivo del libro, del dibattito articolato e della concentrazione profonda demercificata difende i circuiti cerebrali dei giovani dal deserto cognitivo di Big Tech, offrendo l’unica reale base materiale per una cittadinanza attiva e consapevole. La sostenibilità sociale di questa proposta è validata dalle tendenze globali della socialità giovanile contemporanea, che vedono il rifiuto delle dinamiche performative delle app a favore di incontri basati sulla cooperazione spontanea. Il boom dei meetup fisici incentrato su attività manuali, giochi da tavolo e scambi di piante evidenzia che i soggetti vulnerabili non cercano spazi di networking competitivo, ma contesti protetti di condivisione demercificata. Le Officine dell’Apprendimento intercettano esattamente questa spinta materiale al mutualismo, istituzionalizzando quelle pratiche di socializzazione informale che l’industria digitale tenta oggi di parassitare o monetizzare. In questo modo, l’interazione comunitaria protegge lo sviluppo neurologico e i circuiti cerebrali della popolazione giovanile dalle dinamiche predatorie delle piattaforme digitali analizzate in apertura del saggio, offrendo un’alternativa concreta al ritiro sociale.

Distretti dell’agricoltura biologica sociale, rifondazione artigiana e sovranità alimentare di borgo. L’istituzione di aziende agricole comunitarie e cooperative sociali biologiche deve intendersi come presidio di welfare agro-ecologico territoriale. Questa misura sottrae la produzione primaria all’estrattivismo della grande distribuzione organizzata e la connette direttamente all’Infrastruttura Logistica della Cura Comune. L’agricoltura sociale cessa di essere una pratica terapeutica marginale e si fa dispositivo biopolitico: i terreni demaniali incolti o abbandonati dei borghi vengono recuperati per attivare percorsi di inclusione lavorativa e riabilitazione per soggetti fragili, NEET e migranti regolarizzati. Questo ecosistema agro-biologico garantisce l’approvvigionamento a chilometro zero delle mense scolastiche e di quartiere e degli empori solidali, blindando il diritto a un’alimentazione sana e sottratta alla speculazione delle commodity. Questo asse si salda organicamente alla riappropriazione dei mestieri storici per sottrarre l’artigianato locale al rango di «specie in via di estinzione» economico-antropologica. Di fronte al declino strutturale analizzato in precedenza, che ha polverizzato i presidi tradizionali di vicinato, l’architettura di co-liberazione potrebbe istituire un «Reddito di gestione delle botteghe artigiane» destinato a chi apre o conduce un’attività nei comuni sotto i 5mila abitanti. Questa misura verrebbe finanziata permanentemente dai flussi fiscali estratti dalla rendita algoritmica dei grandi monopolisti digitali dell’e-commerce. Tale reddito agisce come stabilizzatore macroeconomico, permettendo alle piccole realtà di assorbire l’impatto dei costi fissi ed eliminando il rischio di capitolazione durante le crisi fisiologiche delle vendite. La terra lavorata secondo i ritmi del tempo liberato si ricongiunge così alle storiche lavorazioni materiali tradizionali (tessitura, ceramica, edilizia locale, restauro e sartoria su misura). L’agricoltura sociale, i servizi del benessere corporeo non meccanizzabili e l’artigianato di borgo cessano di essere archeologia nostalgica o nicchie esclusive per il lusso urbano.  Diventano invece dispositivi territoriali integrati in cui le Officine dell’Apprendimento Intergenerazionale invertono la svalutazione culturale del lavoro manuale. Questa subalternità storica ha lungamente confinato l’istruzione professionale al rango di «scuola di serie B o C», privando il tessuto locale di manodopera specializzata e rendendo le operazioni di manutenzione quotidiana un paradosso inaccessibile. Nello spazio protetto del borgo, l’alleanza tra anziani detentori del saper fare e giovani apprendisti non risponderebbe alle logiche dello sfruttamento, ma si configurerebbe come un’officina di mutuo soccorso interculturale che restituisce sovranità tecnologica e dignità antropologica alle relazioni umane, dove la produzione materiale della vita accoglie e valorizza le competenze dei soggetti storicamente marginalizzati, convertendo lo spopolamento in una comunità resistente alla finta modernità dei giganti economici.

Regolarizzazione incondizionata del lavoro riproduttivo migrante nei territori fragili. La sostenibilità economica dei borghi in recessione demografica non può reggersi sull’estrazione di lavoro sottopagato da donne straniere. La concessione di permessi di soggiorno slegati dal contratto di lavoro e salari equiparati ai livelli industriali sono i pilastri intersezionali per trasformare l’alternativa migratoria da terreno di scontro xenofobo a motore di reale co-liberazione sociale. La soluzione strutturale consiste nella care strategy pubblica: un piano straordinario di internalizzazione e assunzione pubblica del lavoro di cura e assistenza familiare. Disinnescando la necessità dell’informalità domestica, si ottengono tre risultati politici simultanei. Si garantisce stabilità contrattuale, salariale e previdenziale alle donne migranti; si sollevano le famiglie autoctone dal drenaggio dei risparmi storici; si rompe dall’interno il blocco sociale conservatore, sradicando l’interesse economico privato alla tolleranza del lavoro nero e grigio. Trasformando la cura degli anziani fragili e dei disabili da un costo privato a un servizio pubblico universale, le famiglie autoctone azzerano la spesa privata e ottengono assistenza gratuita. In questo modo, la convenienza economica delle famiglie italiane cessa di basarsi sul lavoro nero e si allinea finalmente all’emancipazione dei lavoratori migranti.

In ultima analisi, la rifondazione temporale e infrastrutturale dei borghi digitali si configura come un’offerta di asilo biopolitico per le generazioni espulse dal mercato interno. Il ciclo dell’espatrio forzato descritto nel modello macroeconomico viene interrotto alla radice: la fuga della forza lavoro giovanile qualificata, che storicamente regala la propria produttività e i propri ritorni fiscali a welfare esteri, trova un argine definitivo. Le 30 ore contrattualizzate, il diritto alla disconnessione e la totale socializzazione dei servizi riproduttivi permettono il recupero e il radicamento sul territorio di quel capitale umano precedentemente espropriato. Il borgo disalienato diventa così il luogo in cui il dividendo economico e intellettuale viene finalmente reinvestito nella riproduzione biologica e sociale del Paese, istituendo l’unica reale alternativa all’esilio esistenziale.

 

  1. L’ecosistema fiscale della co-liberazione: redistribuzione della rendita e sostenibilità macroeconomica

La copertura macroeconomica della transizione biopolitica non si configura come una mera operazione di ingegneria contabile, bensì come un atto di riappropriazione materiale: lo spostamento radicale e coercitivo del prelievo fiscale dalla produzione viva alla rendita parassitaria. Davanti al progressivo sgretolamento del patto intergenerazionale descritto nella Sezione 2 — dove l’estrazione neoliberista inaridisce la base dei contribuenti interni attraverso l’esilio forzato e lo sciopero riproduttivo —, la sostenibilità finanziaria della piattaforma della cura esige un cambio di paradigma totale. La sopravvivenza biologica della specie e la disalienazione del tempo non possono più essere subordinate al dogma del deficit o all’austera contabilità del debito sovrano, ma devono essere garantite intercettando i flussi di valore laddove il capitale si accumula e si barrica contro la vita.

Per disinnescare il ricatto dell’immediata inapplicabilità istituzionale, l’architettura di finanziamento viene strutturata su una transizione a due fasi:

Fase 1 – Il quinquennio di innesto (Primi cinque anni)

L’attivazione immediata degli hub della cura, la rifondazione logistica del welfare di prossimità e il riuso del patrimonio immobiliare nei borghi non graveranno sulle casse dello Stato, ma parassiteranno a scopi emancipativi i dispositivi finanziari della stessa architettura continentale. Le risorse verranno interamente attinte attraverso il reindirizzamento strategico dei Fondi Strutturali e di Coesione Europei del ciclo ordinario, blindandone il consolidamento permanente nelle linee programmatiche post-2027.

In particolare, la massa finanziaria iniziale verrà drenata dalla quota nazionale del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), mobilitando la riserva obbligatoria minima dell’8% dedicata allo sviluppo territoriale integrato. Sfruttando i tassi di cofinanziamento maggiorati (fino all’85%) previsti dall’Unione Europea per le aree colpite da declino demografico e industriale, questo bilancio d’innesto verrà integrato dai flussi del Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+) vincolati all’inclusione attiva e al contrasto della marginalità geografica. I fondi che il capitale europeo stanzia per tamponare le sue stesse asimmetrie territoriali vengono così convertiti nella base materiale dei primi “monasteri laici”.

Fase 2 – La stabilizzazione strutturale e i cinque canali della riconversione permanente

Affinché il sistema non si esaurisca nella frammentazione temporale dei bandi europei, il finanziamento permanente degli hub, del reddito individuale di base, della tutela del patrimonio artigiano locale e della demercificazione abitativa si stabilizza aggredendo le cinque grandi nicchie della rendita estrattiva globale, qui ancorate a parametri macroeconomici validati da enti terzi istituzionali:

Smilitarizzazione del bilancio dello Stato: il trasferimento immediato e vincolato del 15% delle risorse destinate alle spese militari e alle economie di riarmo, quantificate nei bilanci di previsione del Ministero della Difesa analizzati dalla Corte dei Conti, permette un disinvestimento strutturale di circa 4,2 miliardi di euro annui. Tale volume di risorse si dimostra macroeconomicamente sufficiente a finanziare l’architettura di co-liberazione nei 5.500 piccoli comuni sotto i 5mila abitanti e nei borghi urbani identificati, senza generare alcun incremento del deficit o del debito pubblico sovrano.

Cancellazione dei sussidi ambientalmente dannosi: una progressiva riconversione delle sovvenzioni pubbliche dirette e indirette elargite ai combustibili fossili, estraendo 6,5 miliardi di euro all’anno. Tale importo è pienamente sostenuto dall’ottava edizione del Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi (SAD) redatto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), il quale certifica un volume complessivo di SAD pari a 22,38 miliardi di euro (di cui 20,6 miliardi legati alle fonti fossili). Il piano richiede pertanto la rimodulazione strategica di appena il 31,5% della quota fossile censita dal MASE, reiniettando il valore sottratto alle multinazionali dell’energia nella transizione ecologica dei borghi e nel finanziamento dei presidi medici e sociali rurali h24.

Tassazione progressiva della rendita immobiliare speculativa: l’introduzione di un’imposta patrimoniale straordinaria e progressiva dello 0,5% sui grandi patrimoni immobiliari societari, mirata esclusivamente a fondi di investimento e multinazionali del real estate con asset superiori ai 10 milioni di euro. Incrociando le relazioni del Dipartimento delle Finanze del MEF con i dati patrimoniali dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare (OMI) dell’Agenzia delle Entrate, il valore complessivo di questo segmento corporate è stimato in oltre 760 miliardi di euro. L’applicazione dell’aliquota su questa base imponibile fortemente concentrata garantisce un gettito annuo di 3,8 miliardi di euro, interamente vincolato al fondo di garanzia pubblico per l’abitare delle giovani coppie e alla copertura degli indennizzi calmierati per le requisizioni temporanee d’uso sociale.

Intercettazione della rendita algoritmica e Digital Minimum Tax locale: l’istituzione di un’imposta di scopo municipale e regionale del 3% sui ricavi digitali lordi generati da sistemi di intelligenza artificiale, automazione industriale e piattaforme di intermediazione turistica ed e-commerce operanti sul territorio nazionale. Basandosi sulle proiezioni macroeconomiche della Commissione Parlamentare di Vigilanza sull’Anagrafe Tributaria circa i fatturati dei giganti tecnologici e l’implementazione del framework OCSE/G20, la tassa assicura un flusso perequativo continuo di 5,2 miliardi di euro annui. All’interno di questo specifico gettito viene istituito un vincolo di destinazione d’uso rigido e blindato del 45% (pari a 2,34 miliardi di euro annui), esplicitamente preordinato alla copertura finanziaria del «Reddito di gestione delle botteghe artigiane» per i centri sotto i 5mila abitanti e al finanziamento strutturale delle Officine dell’Apprendimento Intergenerazionale per il rilancio dei mestieri manuali. La rendita algoritmica estrattiva dei monopolisti della logistica a domicilio e dell’e-commerce, individuata dalla CGIA di Mestre come causa primaria della distruzione dei presidi tradizionali di vicinato, viene così coercitivamente piegata al risarcimento storico e materiale del tessuto microeconomico locale. La quota residua del canale (pari a 2,86 miliardi di euro) rimane capillarmente vincolata a compensare la riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore a parità di salario e a finanziare il reddito di base generale nei borghi, catturando la produttività direttamente alla fonte.

Recupero coattivo dell’elusione fiscale delle multinazionali: un piano straordinario di digitalizzazione totale dell’accertamento contro i paradisi fiscali societari e l’elusione delle grandi società di capitali, volto a iniettare 4,0 miliardi di euro all’anno nel fondo nazionale per il reddito di base individuale. L’obiettivo è validato dalla Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), che quantifica il tax gap complessivo nazionale a 92,6 miliardi di euro annui. La misura non si affida a stime arbitrarie ma richiede l’intercettazione di appena il 4,3% della massa complessiva di tasse attualmente sottratta alla collettività, richiamando la ricchezza finanziaria globale al dovere biologico di sostenere i corpi sul territorio.

Il pacchetto complessivo delle quattro macro-misure e del recupero dell’elusione garantisce una stabilità finanziaria strutturale pari a esattamente 23,7 miliardi di euro annui. Questa architettura contabile non si basa su proiezioni interne isolate, ma risulta rigidamente parametrata sulle stime e sulle relazioni tecniche di enti terzi e istituzionali. L’impianto trova una copertura programmatica certificata nei flussi censiti dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) per quanto riguarda il tax gap e l’elusione, dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) nel Catalogo dei sussidi fossili, e dalla Corte dei Conti per i capitoli di spesa militare della Difesa.

Tale volume di risorse si dimostra macroeconomicamente sufficiente a finanziare l’architettura di co-liberazione e la rigenerazione e salvaguardia del patrimonio artigiano senza generare alcun incremento del deficit o del debito pubblico sovrano. L’ecosistema fiscale cessa di essere un dogma punitivo delle classi subalterne e si fa dispositivo biopolitico: invertendo radicalmente il flusso estrattivo del capitale, la rendita viene costretta a farsi carico della rigenerazione biologica, sociale, produttiva e relazionale della vita comune.

 

Conclusioni. L’orizzonte della co-liberazione: riscatto del tempo e pragmatismo della prossimità

L’esplorazione sinergica dei territori marginalizzati e delle patologie psicosociali della modernità dimostra che la contrazione delle nascite non è un mero sbilanciamento contabile della spesa pubblica, né un’emergenza numerica arginabile con politiche assistenziali. Essa si configura come un indicatore sintomatico profondo: il rifiuto biologico delle nuove generazioni di farsi ingranaggio di un modello economico che esige la totale disponibilità temporale dei soggetti, frammentandone l’esistenza. La paralisi generativa rappresenta l’esito materiale di una duplice crisi: l’incapacità del capitale di garantire stabilità esistenziale e il contemporaneo logoramento dei legami di prossimità, accelerato da un ecosistema digitale che monetizza l’attenzione e altera le facoltà relazionali dei giovani.

Di fronte al vicolo cieco in cui oscillano la retorica reazionaria della restaurazione patriarcale e l’approccio liberale dell’estrazione di lavoro di cura a basso costo, l’architettura di co-liberazione delinea una terza via praticabile. Questa transizione non si esaurisce nella pur necessaria redistribuzione fiscale dei 23,7 miliardi di euro annui, ma persegue la salvaguardia cognitiva dei corpi. Sottrarre il tempo e lo spazio alle dinamiche del profitto attraverso la settimana lavorativa di 30 ore e l’assunzione pubblica della cura si rivela l’unica strategia biopolitica in grado di spezzare il circuito della ricompensa immediata ingegnerizzato dalle piattaforme digitali, restituendo alle persone la capacità di strutturare progetti di vita condivisi nel mondo reale.

Tuttavia, per blindare questa proposta da derive utopistiche, occorre rigettare con forza ogni forma di idealismo morale o imperativo etico astratto. La rigenerazione dei legami sociali, della solidarietà e della fiducia interpersonale non può essere imposta per decreto normativo o per esortazione sentimentale. Come formalizzato dal filosofo e sociologo Jon Elster in Uva acerba. Versioni non ortodosse della razionalità (1989), sentimenti profondi come l’amore, la stima e la cooperazione spontanea appartengono alla categoria degli “stati che sono essenzialmente sottoprodotti” (states that are essentially by-products). Essi nascono unicamente come effetto collaterale di altre azioni materiali e non possono essere perseguiti intenzionalmente dalla volontà senza essere irrimediabilmente distrutti. Pretendere che una comunità si ami o si sostenga sulla base di un comandamento etico configura un errore psicologico e un’istanza di hubris volontaristica, che storicamente scivola nell’ipocrisia del “buonismo” istituzionale.

L’architettura dei “monasteri laici” e la demercificazione dei borghi non nascono dunque per promuovere una sterile restaurazione morale, ma come ingegneria logistica e strutturale. L’obiettivo non è ordinare la solidarietà, ma riorganizzare i rapporti di produzione e i tempi di vita affinché la solidarietà possa fiorire spontaneamente come sottoprodotto macroeconomico. La riduzione dell’orario lavorativo, il diritto contrattualizzato alla disconnessione e la socializzazione del carico riproduttivo sono i prerequisiti materiali che liberano i circuiti cerebrali e i corpi dall’efficienza competitiva totalizzante, ricostruendo lo spazio biologico e temporale in cui il desiderio generativo e relazionale può riattivarsi come effetto collaterale della disalienazione. La difesa di questa prospettiva passa anche attraverso la sopravvivenza del lavoro manuale e dei negozi di vicinato: come evidenziato dall’analisi della Cgia di Mestre, la desertificazione delle botteghe artigiane nei borghi e nelle città rappresenta lo spegnimento di presidi insostituibili di socialità e identità, minacciati da un falso progresso economico a misura di gigante economico.

Questa prospettiva storico-materialistica attualizza la più grande risposta organizzativa che la civiltà occidentale oppose al collasso strutturale e demografico dell’Impero Romano: la rivoluzione biopolitica benedettina. L’intuizione di San Benedetto, patrono d’Europa, non coincise con un isolamento sterile o con una predicazione moralistica, ma con una radicale innovazione infrastrutturale. Fondendo la disciplina del lavoro materiale con la cura dell’esistenza e della cultura (ora et labora), l’ordine benedettino convertì l’eremitismo frammentato in una rete di comunità stabili, produttive e autosufficienti.

Allo stesso modo, la memoria biopolitica della modernità impone di affiancare a questa mappa un secondo dispositivo di demercificazione: la struttura originaria del kibbutz socialista. In quel laboratorio agrario, l’espropriazione privata della cura veniva scardinata alla radice. I figli cessavano di configurarsi come un fattore di rischio d’indigenza per il bilancio dei genitori, poiché l’intera comunità assumeva collettivamente la responsabilità materiale del loro sostentamento, dell’educazione e della crescita, separando per la prima volta l’evento della nascita dal ricatto del salario. Tuttavia, l’evocazione del kibbutz all’interno di un’architettura di co-liberazione esige una rigorosa purificazione dialettica. Se la sua organizzazione interna prefigurava un’autentica disalienazione dei corpi, il suo posizionamento geopolitico ne ha decretato la contraddizione universale, essendosi prestato a dispositivo cardine della colonizzazione di insediamento (settler colonialism) in Palestina.

Laddove il kibbutz edificava un welfare della cura fondato sulla sottrazione violenta della terra e sulla barriera escludente dell’identità, i nascenti ‘monasteri laici’ dei borghi italiani opererebbero un’inversione radicale. La nuova “Regola” non si radica sul confine coloniale, ma sul mutualismo interculturale dell’accoglienza diffusa. La demercificazione dello spazio non avviene per recinzione, ma si realizza solo attraverso la regolarizzazione incondizionata, la fine dello sfruttamento razzializzato e la co-liberazione dei corpi migranti.

Sulle macerie dello Stato sociale contemporaneo, i laboratori sperimentali dei piccoli comuni e dei borghi urbani si porrebbero come i nuovi presidi di questa resistenza. In questa geografia della prossimità, lo spirito comunitario si incarnerebbe nelle reti di accoglienza diffusa, dove la rigenerazione del territorio sarebbe immune da barriere escludenti. La nuova “Regola” laica ed immanente si fonderebbe su una devozione militante verso la vulnerabilità condivisa, la manutenzione della terra, il tempo liberato dal lavoro e la ricostruzione dei legami sociali interrotti. Il borgo demercificato non evoca un’archeologia nostalgica della civiltà contadina, ma ne riscatta i meccanismi di mutuo soccorso attraverso l’istituzione della prossimità logistica del vicinato.

Il vicinato cessa di essere una coincidenza geografica passiva per farsi infrastruttura affettiva permanente. Mense collettive, approvvigionamento comune e Officine dell’Apprendimento Intergenerazionale sottraggono la quotidianità alla solitudine e all’alienazione degli schermi, offrendo un argine definitivo alla dittatura della rendita. Nel momento in cui l’inverno demografico rivela il logoramento estremo dei legami umani, il borgo disalienato si offre come lo spazio protetto in cui riorganizzare il desiderio e il futuro. Solo trasformando la cura da un carico riproduttivo privato e penalizzante in una responsabilità collettiva, materiale e universale, sarà possibile rifondare un reale patto di civiltà, traducendo la fragilità dei corpi nella sola prassi politica capace di generare un orizzonte di esistenze fertili e definitivamente liberate.

Alessadro Scassellati

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