Questo saggio analizza criticamente l’impatto economico e sociale della governance progressista nelle città di Roma, Milano, Bologna, Firenze e Napoli. Attraverso la lente del “neoliberismo progressista”, l’indagine svela lo sdoppiamento tra la retorica dei diritti civili e l’estrazione sistematica della rendita immobiliare, commerciale e turistica. Il saggio documenta le dinamiche di un estrattivismo sociale diffuso, fondato sulla precarizzazione del lavoro razzializzato, i dispositivi di dumping contrattuale annidati nelle catene dei subappalti pubblici del PNRR, e la parallela dismissione del welfare sociosanitario locale, che scarica il carico assistenziale di anziani e disabili sulle reti di cura familiari. Viene analizzata la razionalità securitaria dietro il greenwashing urbanistico e la neutralizzazione burocratica del dissenso radicale tramite l’economia dei bandi pubblici. Infine, rifiutando logiche velleitarie e il ricatto del “male minore”, si individua nell’inchiesta sociale e nel mutualismo conflittuale inteso come contropotere la reale alternativa democratica in grado di scalare il conflitto contro i vincoli macroeconomici nazionali ed europei.
Introduzione
Le grandi città metropolitane italiane vivono oggi una profonda e dolorosa contraddizione e polarizzazione sociale1. Questa spaccatura non è un semplice errore di gestione o il ritardo di qualche provvedimento, ma è la colonna vertebrale del potere dei progressisti moderati nelle città. Sulla superficie visibile della metropoli, quella destinata al turismo e ai media, il centro-sinistra mette in scena una vetrina attraente fatta di piste ciclabili, grandi eventi (come le Olimpiadi invernali), inclusività LGBTQIA+ e parole d’ordine sull’ecologia. Dietro questa facciata sfolgorante, però, la realtà materiale per chi ci vive è completamente diversa. Le giunte comunali portano avanti scelte che favoriscono i grandi costruttori, i proprietari immobiliari e i fondi finanziari, mentre la vita quotidiana delle lavoratrici e dei lavoratori è schiacciata dal carovita, dalla carenza di alloggi ad affitti accessibili e dal precariato. Questo sdoppiamento si riflette chiaramente ad esempio a Napoli dove, dietro le promesse sulla gestione dei beni comuni, la giunta Manfredi ha recentemente approvato la trasformazione dell’azienda idrica speciale ABC in una S.p.A. benefit; una svolta societaria che, pur mantenendo il controllo azionario formale del Comune, introduce la logica privatistica del diritto commerciale nel ciclo integrato dell’acqua, disinnescando lo storico modello del “bene comune”. Questa separazione netta tra ciò che un’amministrazione dice e ciò che un’amministrazione fa non è un caso. La mappa elettorale parla chiaro: il centro-sinistra progressista è diventato il rappresentante politico di un blocco sociale ben preciso, formato da chi guadagna con la speculazione immobiliare e commerciale e da un ceto medio benestante che vive di rendita nei quartieri centrali storici o lavora nei servizi culturali.
Sotto la vernice progressista, tollerante e patinata, batte il cuore pulsante di una macchina economica spietata e asettica, rigidamente orientata all’estrazione pura della rendita immobiliare, alla finanziarizzazione del territorio e alla precarizzazione materiale e strutturale della forza lavoro urbana. La cosiddetta “mappa delle città” – quel fenomeno che vede il centro-sinistra e le forze progressiste moderate arroccate nei grandi centri storici, nei capoluoghi, nelle città universitarie e nei nodi strategici dello sviluppo terziario avanzato, mentre la destra identitaria e reazionaria domina incontrastata i territori regionali, le ex zone industriali e le province profonde – non è in alcun modo il riflesso di una superiore sensibilità democratica, civile o etica della cittadinanza metropolitana rispetto a quella rurale e periferica. Essa rappresenta, al contrario, la geografia politica di un blocco sociale d’interesse ben delineato e cosciente di sé. Questo blocco ha individuato nella sinistra moderata e nel progressismo istituzionale il perfetto gestore burocratico, normativo, repressivo e culturale dei processi di accumulazione capitalistica.
È in questa faglia politica che si radica l’efficacia egemonica della destra identitaria e reazionaria a livello nazionale. Laddove il progressismo urbano parla il linguaggio asettico della transizione ecologica e dei diritti civili astratti — percepiti dalle classi subalterne come marchi di lusso esclusivi del “ceto medio riflessivo” — la destra specula sulla desertificazione materiale delle province e delle periferie attraverso una retorica di compensazione psicologica. La sussunzione della rabbia di classe dentro le categorie del sovranismo, della tradizione, dell’identità culturale, del declino della civiltà, della sicurezza e del primato nazionale offre una risposta identitaria a un proletariato atomizzato che ha perso ogni rappresentanza sociale. Il voto alla destra, dunque, non è il sintomo di una generica “regressione culturale” delle periferie, ma la reazione disperata all’esclusione economica operata dalla “città-vetrina”. La destra capitalizza politicamente questa marginalizzazione non per scardinare i rapporti di forza capitalistici — di cui resta fedele custode a livello nazionale — ma per canalizzare il risentimento contro i simboli visibili del privilegio progressista moderato urbano, trasformando il conflitto economico in una guerra culturale tra centro e periferia.
È necessario tuttavia evitare l’errore di considerare l’azione dei sindaci progressisti moderati come l’esito di una pura scelta ideologica o di una maliziosa volontà politica. La conversione dei Comuni in stazioni appaltanti d’assalto è il risultato storico di una brutale e trentennale stagione di definanziamento statale. I tagli sistematici ai trasferimenti correnti dal centro alla periferia, inaugurati con la stagione dell’austerità e cristallizzati dai vincoli di finanza pubblica (come il pareggio di bilancio in Costituzione), hanno privato gli enti locali delle risorse ordinarie per garantire i diritti universali. I Comuni italiani dipendono quasi totalmente da entrate proprie come la tassa di soggiorno, l’IMU sulle seconde case e le addizionali IRPEF. In questa cornice di scarsità artificiale, la cattura dei fondi europei del PNRR e il corteggiamento della rendita immobiliare privata non sono semplici opzioni, ma diventano le uniche vie per il sostentamento contabile dell’ente. La Growth Coalition (coalizione della crescita) si configura quindi come una strategia di sopravvivenza finanziaria per Comuni altrimenti destinati al dissesto strutturale. Tuttavia, se il vincolo di bilancio impone la cattura forzata dei fondi, la volontà politica non viene annullata, ma si esprime attraverso la redistribuzione del sacrificio. È nella selezione qualitativa di quali progetti finanziare che la sopravvivenza contabile muta in precisa scelta ideologica: lo stato di necessità finanziaria non obbliga a favorire la rendita speculativa privata, ma diventa l’alibi tecnocratico per piegare la pianificazione pubblica agli interessi dei grandi operatori, scaricando i costi dell’austerità esclusivamente sulle classi subalterne.
Il discrimine tra la cogenza del vincolo macroeconomico e la responsabilità della scelta politica risiede precisamente nell’omissione di specifiche leve contabili e normative, teoricamente percorribili anche nell’attuale quadro di austerità. Il Comune non è infatti privato della facoltà di rimodulare la fiscalità locale in chiave progressista, ad esempio attraverso l’innalzamento mirato delle addizionali IRPEF e delle aliquote IMU sui grandi patrimoni immobiliari e commerciali, vincolandone i proventi alla manutenzione straordinaria dei moduli ERP (case popolari). Allo stesso modo, lo stato di necessità finanziaria non giustifica l’asimmetria tecno-politica della progettazione, che vede le strutture comunali mobilitarsi per intercettare i fondi PNRR ad alta intensità di capitale infrastrutturale, abdicando sistematicamente alla candidatura dello stock abitativo pubblico ai bandi di efficientamento edilizio. Infine, la Growth Coalition si esprime nella rinuncia a esercitare la potestà regolatoria e di condizionalità sociale: l’ente locale conserva il potere di subordinare i permessi di costruire e le varianti urbanistiche alla cessione di quote vincolate di edilizia sociale e all’adozione di clausole di salario minimo negli appalti, ma sceglie deliberatamente di azzerare tali tutele per non deprimere il tasso di profitto della rendita privata.
Per capire come funzionano queste città, bisogna usare la formula del “neoliberismo progressista” teorizzata dalla filosofa politica Nancy Fraser. In Italia, questo meccanismo si traduce in un vero e proprio estrattivismo sociale: un dispositivo economico e biopolitico che non si limita a sfruttare il territorio, ma mette a valore e cannibalizza il lavoro di cura non retribuito, le reti di riproduzione sociale e la cooperazione dal basso. Quella che dovrebbe essere una spontanea cura delle relazioni e del territorio, mossa da logiche di prossimità e mutualismo, viene così prosciugata dalle istituzioni locali e convertita in asset commerciali e servizi low-cost per il turismo di massa e la rendita. Il potenziale d’uso della metropoli come bene collettivo — inteso come spazio democratico di riproduzione della vita, sottratto alle logiche del profitto — viene programmaticamente annientato. Eppure, Jane Jacobs, già negli anni Sessanta, mostrava come la vitalità delle città dipendesse dalla qualità delle relazioni sociali, dalla mescolanza delle funzioni urbane e dalla presenza di spazi pubblici vivi. Più recentemente, Richard Sennett ha insistito sul fatto che una città aperta e ben progettata favorisce non solo la convivenza, ma anche la capacità democratica di una società. L’urbanistica, dunque, non è una questione tecnica separata dalla politica: riguarda il modo in cui le persone abitano insieme lo spazio comune.
Attraverso uno sdoppiamento pianificato, il Comune attua invece una precisa strategia di divisione sociale: concede spazi di visibilità e tutele simboliche a quella parte di minoranze, studenti e giovani professionisti in grado di integrarsi nei circuiti del consumo culturale della “città-vetrina”. Questo riconoscimento di facciata serve a legittimare l’altra faccia della medaglia: il via libera totale ai grandi costruttori, la distruzione del welfare pubblico e una barriera burocratica che respinge i soggetti più poveri e non integrabili, come gli occupanti per necessità e i migranti precarizzati, privandoli dei diritti minimi di sopravvivenza. La città cessa così di essere un’istituzione di prossimità volta a garantire i diritti universali di coloro che ci vivono, per mutare la propria natura in una gigantesca stazione appaltante d’assalto al servizio dei fondi di investimento internazionali e dei ceti sociali medio-alti della rendita fondiaria.
Questo testo si propone l’obiettivo scientifico e politico di smontare pezzo per pezzo il dispositivo del neoliberismo progressista urbano, svelandone le ipocrisie intrinseche e le ricadute materiali. L’indagine penetrerà all’interno dell’economia politica della metropoli contemporanea per mappare le forme di questo estrattivismo sociale: una prassi amministrativa che estrae sistematicamente valore dal lavoro povero, dalla vulnerabilità giuridica dei migranti e dal precariato cognitivo, lasciando alle classi subalterne solo i costi ambientali e l’espulsione geografica. Verranno analizzati dettagliatamente i legami d’affari organici che stringono le giunte municipali ai ceti sociali medio-alti che operano nella speculazione, alle grandi imprese di costruzioni e immobiliari e ai signori della ristorazione commerciale e dell’entertainment turistico. Al contempo, il testo metterà in luce i meccanismi sociali e giuridici attraverso cui questo sistema produce la sottomissione programmata del lavoro precario e povero, evidenziando come la vulnerabilità giuridica dei lavoratori migranti e razzializzati non sia un incidente di percorso, bensì un pilastro strutturale e insostituibile per garantire i tassi di profitto della “città-vetrina”.
Infine, un’attenzione specifica sarà dedicata alle raffinate strategie di neutralizzazione preventiva e di cooptazione economica del dissenso. Nelle città governate dalle coalizioni di centro-sinistra, il conflitto sociale spontaneo e l’autogestione no-profit non vengono semplicemente repressi tramite la forza poliziesca degli sgomberi – dinamica comunque ampiamente e spregiudicatamente praticata – ma vengono asfissiati burocraticamente attraverso il meccanismo alienante del bando pubblico. Il dissenso radicale viene così sussunto all’interno delle logiche del mercato e del Terzo Settore amico, trasformando la vecchia militanza di classe in gestione privata di servizi culturali compatibili con l’economia del turismo di massa.
Attraverso una mappatura rigorosa delle nuove geografie dell’esclusione e analizzando il crollo sistematico dell’affluenza elettorale nei quartieri popolari, questo testo intende dimostrare come l’astensionismo politico di massa non sia il sintomo di una generica apatia culturale, bensì il riflesso materiale di una frattura democratica. Lungi dall’essere una scelta rivoluzionaria consapevole, la diserzione dalle urne rappresenta l’esito finale di un cortocircuito multifattoriale — alimentato da sfiducia istituzionale, precarizzazione esistenziale e assenza di un’offerta politica percepita come credibile — che di fatto priva le classi subalterne di una reale rappresentanza di fronte a un regime amministrativo orientato alla rendita. Rompere il ricatto del “male minore” e rifiutare il disciplinamento ideologico basato sul richiamo astratto all’antifascismo elettorale diventa, quindi, il primo e ineludibile passo per riconquistare un punto di vista indipendente, conflittuale e radicale sul governo delle nostre città e sul nostro comune diritto alla metropoli.
- L’anatomia della Growth Coalition: l’alleanza organica tra rendita e classe creativa
1.1 Il polo finanziario, l’urbanistica estrattiva e le faglie interne
Al cuore del governo progressista delle città non vi è un progetto lineare di redistribuzione della ricchezza, ma un’arena di mediazione sociale definibile, secondo la sociologia urbana critica, come Growth Coalition. Lungi dall’essere un blocco sociale monolitico e privo di attriti, questa coalizione unisce attori storicamente e culturalmente distanti, saldati da una convergenza materiale oggettiva che tuttavia convive con profonde e costanti frizioni interne. Al suo interno si muovono i grandi operatori della rendita finanziaria, la galassia frammentata della micro-rendita parcellizzata del “ceto medio riflessivo” e del variegato mondo della “classe creativa”, i cui interessi materiali non sono perfettamente sovrapponibili ma entrano spesso in aperto conflitto. Questa polarizzazione interna impone una netta differenziazione analitica tra due componenti strutturalmente asimmetriche. Da un lato si colloca l’aristocrazia manageriale della cultura — composta da intellettuali organici, grandi consulenti, accademici e vertici delle centrali cooperative —, la quale incassa i dividendi economici e simbolici della rigenerazione urbana e siede a pieno titolo nei board della Growth Coalition. Dall’altro si muove una sterminata massa precarizzata di lavoratori culturali, operatori del Terzo Settore a partita IVA e figure del precariato cognitivo, definibile come un vero e proprio proletariato intellettuale. Questo secondo segmento non è un beneficiario del modello estrattivo, bensì un suo pilastro coatto e schizofrenico: esso è costretto ad agire come cinghia di trasmissione ideologica e di placemaking per mere ragioni di sussistenza e sottomissione all’economia dei bandi, venendo infine puntualmente espulso e divorato dal medesimo mercato immobiliare che ha contribuito a imbellettare.
Il primo pilastro, quello egemone, è rappresentato dai proprietari immobiliari strutturati, dai grandi costruttori storici e dai fondi di investimento internazionali. Le giunte di centro-sinistra offrono a questi soggetti un ambiente di assoluta stabilità e prevedibilità normativa. A differenza di una destra sovranista, percepita come imprevedibile ed estemporanea rispetto ai flussi finanziari continentali, il centro-sinistra garantisce un’interfaccia “europeista”, trasparente e pienamente compatibile con i mercati globali. Nel mandato bolognese di Matteo Lepore, così come nelle esperienze di Giuseppe Sala a Milano e Sara Funaro a Firenze, l’urbanistica ha smesso di essere uno strumento di pianificazione degli spazi e dei servizi pubblici per trasformarsi in un acceleratore di cantieri finalizzati alla speculazione su larga scala. Per Sala, questa postura tecnocratica e manageriale è la diretta eredità del suo ruolo di Commissario unico di Expo 2015, l’evento che ha ridefinito Milano come hub finanziario internazionale. Expo ha costituito il vero e proprio “anno zero” del neoliberismo progressista milanese, sdoganando il binomio tra grandi flussi turistici e valorizzazione immobiliare. Da quel momento, la proiezione globale della città è stata elevata a monocultura economica indiscutibile, di cui l’amministrazione Sala si fa garante. L’ampio e spregiudicato utilizzo dei fondi del PNRR si è tradotto in un parossismo edilizio che, sotto la retorica della “rigenerazione urbana”, opera un colossale trasferimento di risorse pubbliche a favore dei grandi attori privati. Ex scali ferroviari e aree industriali dismesse vengono sottratti alla funzione sociale per essere consegnati a progetti immobiliari di lusso, inaccessibili alle classi lavoratrici. A questa traiettoria si allinea l’esperienza di Napoli, dove la pianificazione ordinaria viene piegata alle necessità di valorizzazione del patrimonio monumentale e centrale attraverso l’utilizzo dei fondi straordinari europei.
Questo paradigma di “urbanistica estrattiva” trova la sua massima e più complessa manifestazione macroeconomica nella giunta di Roberto Gualtieri a Roma. Nella Capitale, l’amministrazione di centro-sinistra ha fuso la programmazione ordinaria con l’eccezionalità giuridica ed economica derivante dai fondi del PNRR e dalle ingenti risorse stanziate per il Giubileo. Roma si è così trasformata in un immenso laboratorio di finanza urbana.
Tuttavia, questa governance dell’emergenza non sorge dal nulla, ma rappresenta il culmine di una traiettoria ventennale di feticismo monumentale e speculazione edilizia che ha unito in modo trasversale le passate amministrazioni capitoline di ogni colore politico (Rutelli, Veltroni, Alemanno, Marino), lasciando in eredità clamorosi fallimenti sistemici. La parabola fallimentare della Nuova Fiera di Roma (inaugurata nel 2006) sull’asse Roma-Fiumicino costituisce il prototipo storico di questa attitudine: se l’edificazione dei soli padiglioni espositivi è costata l’astronomica cifra di 355 milioni di euro, il costo reale dell’operazione lievita enormemente oltre questa soglia se si computano le ingenti risorse pubbliche destinate alle infrastrutture di collegamento, ai raccordi viari e alle varianti dei nodi di trasporto. Spinta da una logica di delocalizzazione periferica funzionale unicamente a valorizzare ed edificare i terreni agricoli di proprietà dei grandi costruttori storici romani (la Lamaro dei fratelli Toti), l’opera è rapidamente naufragata sotto il peso di un buco milionario e di un dissesto strutturale precoce. Questo crac finanziario, oggetto di indagini per danno erariale da parte della Corte dei Conti per oltre 250 milioni, dimostra come la Growth Coalition locale utilizzi la retorica della ‘modernizzazione infrastrutturale’ e dei nodi intermodali come mero paravento ideologico per generare imponenti flussi di debito pubblico e plusvalenze da cantierizzazione, per poi scaricare i costi dell’abbandono sulle finanze comunali.
Parallelamente, sul versante della pianificazione centrale e del turismo d’élite avviato dalle giunte Veltroni e sdoganato dalle successive, il Nuovo Centro Congressi dell’EUR (la ‘Nuvola di Fuksas’, progettata a fine anni ’90 e inaugurata nel 2016) rappresenta la massima espressione del connubio tra architettura-feticcio e sottomissione tecnocratica. Nata sotto il dogma della competitività internazionale nei circuiti congressuali globali, l’opera ha visto i propri costi lievitare a dismisura fino a sfiorare i 467 milioni di euro a fronte di una stima iniziale quasi della metà, paralizzando per quasi due decenni i bilanci della società pubblica EUR Spa e imponendo la svendita e la cartolarizzazione di ingenti pezzi di patrimonio immobiliare pubblico per garantirne la sopravvivenza contabile. Questo monumento al neoliberismo progressista evidenzia lo sdoppiamento intrinseco del modello: mentre l’amministrazione e l’archistar celebrano l’eccellenza estetica della struttura e i suoi patinati utilizzi transitori, la Nuvola si rivela una gigantesca cattedrale nel deserto che non produce alcuna redistribuzione sociale del valore, configurandosi piuttosto come un dispositivo di cattura finanziaria permanente interamente ripagato dalla contrazione del welfare urbano.
L’evoluzione storica di questa attitudine trova una conferma nel travagliato dossier del nuovo Stadio della Roma, un dispositivo urbanistico che sintetizza il passaggio di scala del modello estrattivo capitolino. Se il naufragio del vecchio progetto a Tor di Valle — travolto da inchieste giudiziarie, arresti e dall’insostenibilità di cubature monstre concepite per salvare dal dissesto i costruttori locali — rappresentava il tramonto della vecchia urbanistica espansiva novecentesca, l’attuale riconfigurazione a Pietralata incarna la piena maturazione della Growth Coalition finanziarizzata. Il progetto da oltre 1,3 miliardi di euro della famiglia statunitense Friedkin, che ha visto l’avvio della Conferenza dei Servizi decisoria, viene promosso dall’amministrazione come un’opera a costo zero per le casse pubbliche ed emblema di rigenerazione urbana sostenibile. Tuttavia, dietro i rendering patinati firmati dallo studio Populous e la retorica della creazione di parchi pubblici e boulevard pedonali, si cela una colossale operazione di privatizzazione e svalutazione del suolo pubblico. La concessione del diritto di superficie per novant’anni a fronte di un canone irrisorio si traduce in un dispositivo di cattura finanziaria privata su un’area originariamente destinata a standard urbanistici collettivi e servizi pubblici mai realizzati. Lo sdoppiamento neoliberista si consuma proprio sul versante infrastrutturale: mentre il Ministero delle Infrastrutture e il Gruppo FS mobilitano ingenti risorse pubbliche (35 milioni di euro per l’adeguamento della stazione Tiburtina) per piegare i nodi logistici strategici alle necessità recettive dell’hub sportivo e dei concerti, i comitati territoriali denunciano l’inospitalità biologica che l’opera scaricherà sul quadrante IV Municipio, esposto alla saturazione acustica, alla congestione del trasporto pubblico ordinario e alla rivalutazione speculativa dei canoni d’affitto, che accelererà l’espulsione residenziale delle fasce popolari di Pietralata e dei quartieri limitrofi.
Questa governance si muove su un doppio binario speculare. Da un lato, cannibalizza i fondi pubblici del PNRR per interventi di restyling estetico a beneficio della rendita turistica centrale. I maxicantieri che hanno paralizzato il centro storico – dalla ridefinizione di Piazza dei Cinquecento (tagliando gli alberi) alla creazione di imponenti sottopassi – non rispondono a una logica di redistribuzione dei servizi verso i quartieri popolari o di potenziamento del trasporto pubblico ordinario, strutturalmente al collasso. Si configurano, al contrario, come interventi di restyling estetico e infrastrutturale a totale beneficio dell’imprenditorialità alberghiera — che durante la parabola di preparazione e gestione del ciclo giubilare ha visto l’apertura di ben 147 nuovi hotel, di cui 27 a cinque stelle e 120 a quattro stelle —, dei grandi vettori commerciali e della rendita turistica internazionale. Questa pianificazione eccezionale ha sacrificato la vivibilità dei residenti sull’altare della pura capacità ricettiva.
Tuttavia, proprio il contesto romano evidenzia come l’espansione di questo modello generi una prima e violenta faglia competitiva con gli operatori commerciali locali e la galassia della micro-rendita parcellizzata. Se i grandi fondi immobiliari e le multinazionali straniere spingono per la concentrazione della proprietà (grandi catene alberghiere di lusso, multinazionali dell’entertainment, hub di servizi avanzati), i ceti medi urbani romani traggono sostentamento dalla frammentazione estrattiva degli affitti brevi e della ristorazione commerciale diffusa. Questa dinamica genera un conflitto latente per il monopolio dello spazio urbano e del consumo. Quando l’amministrazione tenta timidi o simbolici interventi di regolamentazione commerciale, o quando si scontra con le proteste dei piccoli esercenti per la chiusura dei cantieri, non assistiamo a un’improvvisa conversione della giunta progressista al diritto alla città, ma al tentativo burocratico di mediare tra la pressione del grande capitale multinazionale e la resistenza dei piccoli rentier locali, gelosi della propria quota di estrazione del valore urbano.
Dall’altro, laddove i vincoli europei impediscono il profitto privato, l’amministrazione devia deliberatamente verso la finanza di progetto. L’esempio cardine è il Termovalorizzatore di Santa Palomba. Poiché il principio europeo del “non arrecare danno significativo all’ambiente” (Do No Significant Harm – DNSH) esclude categoricamente gli inceneritori dai fondi PNRR, l’amministrazione ha aggirato il blocco di Bruxelles rinunciando ai fondi europei per consegnarsi direttamente ai colossi industriali privati. Usando i poteri commissariali straordinari del Giubileo come ariete burocratico per accelerare drasticamente le procedure autorizzative nazionali, come la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e le conferenze dei servizi, la giunta ha blindato un Partenariato Pubblico-Privato da oltre 1 miliardo di euro a favore di un consorzio privato guidato da Acea Ambiente e partecipato da colossi multinazionali e costruttori storici, come Suez e Vianini Lavori. Mentre la propaganda capitolina maschera l’inceneritore da impianto ecologico dotato di soluzioni tecniche sperimentali d’avanguardia, l’azione reale scarica sul territorio periferico la servitù ambientale di 600mila tonnellate annue di rifiuti trasportate con autocarri. Questa prassi dimostra così come i vincoli ambientali europei vengano rivendicati solo quando compatibili con la narrazione green, per essere pronti a saltare a favore di profitti privati trentennali interamente ripagati dalla tassazione comunale dei cittadini (Tari).
Questa torsione della pianificazione trova un parallelo strutturale nella gestione della macro-area dismessa di Bagnoli, dove la nomina del Sindaco di Napoli a Commissario Straordinario di Governo per la bonifica dell’ex area industriale Italsider scavalca la dialettica con i bisogni storici dei quartieri flegrei. Il rischio materiale, ampiamente documentato dalle vertenze territoriali, è che la bonifica si configuri come un piano di infrastrutturazione a totale beneficio di grandi hub ricettivi, nautici e turistici d’élite. In assenza di vincoli sociali stringenti e di quote destinate all’edilizia residenziale pubblica, questo intervento innescherà una gentrificazione selvaggia che decreterà l’espulsione economica e geografica della popolazione storica di Bagnoli e Coroglio, a favore della rendita speculativa sul litorale, assecondando le direttrici reali dell’espulsione flegrea e occidentale: i comuni di Pozzuoli e Quarto, o i quartieri depressi di Pianura e Soccavo.
Il quadro del sistema estrattivo delineato consuma la sua contraddizione più acuta sul versante del “ceto medio riflessivo” e della “classe creativa”, evidenziando una profonda spaccatura interna a questo blocco sociale. Questo settore subisce uno sdoppiamento tra la sua funzione sistemica e la sua condizione materiale: se i suoi vertici manageriali partecipano ai profitti della rigenerazione, la massa precarizzata della forza lavoro intellettuale agisce come cinghia di trasmissione indispensabile per legittimare le narrazioni urbane, realizzando al contempo che i propri redditi non sono più in grado di sostenere i costi della vita imposti dal mercato. Il lavoratore intellettuale o l’operatore cooperativo romano, milanese, napoletano, fiorentino o bolognese scopre che i propri redditi precarizzati non sono più sufficienti a sostenere i costi d’affitto e il carovita imposti nella “città-vetrina”, subendo a sua volta i processi di espulsione geografica verso le periferie più profonde e l’hinterland.
Il “modello Giubileo” romano e le esperienze delle altre metropoli dimostrano che la Growth Coalition non si configura come un’alleanza pacifica e simmetrica, ma come un’arena instabile di interessi conflittuali. La governance del centro-sinistra progressista funziona esattamente come il sismografo e il regolatore di queste frizioni interne: il suo compito storico è impedire che la concorrenza tra il grande capitale immobiliare e la micro-rendita locale degeneri nella paralisi dello sviluppo, e contemporaneamente neutralizzare la potenziale insubordinazione del “ceto medio riflessivo”, offrendo tutele civili e riconoscimenti simbolici per compensarne l’inarrestabile impoverimento materiale.
1.2 La turistificazione accelerata come monocultura economica
A questa dinamica speculativa si affianca la scelta cosciente, pianificata e attuata dalle giunte progressiste di spingere sulla turistificazione accelerata del centro storico, elevata a vero e proprio motore di sviluppo e monocultura economica metropolitana. Città che fino al 2008 erano rimaste a margine del fenomeno del turismo di massa globale sono state investite da politiche aggressive di marketing territoriale, deregolamentazione commerciale e finanziarizzazione degli spazi pubblici. L’espansione dei poli aeroportuali (come il Marconi di Bologna, piegato alle logiche delle compagnie low cost per superare gli 11 milioni di passeggeri annui), la proliferazione incontrollata delle catene della ristorazione e dell’entertainment a scapito del commercio storico e artigianale di vicinato, e il dilagare selvaggio delle piattaforme digitali di short-term rental hanno stravolto e sventrato il tessuto sociale, storico e urbanistico della città.
I dati emersi dalle più recenti indagini nazionali ed europee svelano l’ampiezza di questa spoliazione del diritto all’abitare. Lo studio comparativo nazionale condotto dallo schema di ricerca AirMAP coordinato dal Politecnico di Torino ed elaborato sui dati di Inside Airbnb e dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare (OMI) evidenzia come la casa abbia definitivamente perso la sua natura costituzionale di bene primario per mutare in un puro asset finanziario da spremere. A Firenze, gli annunci presenti sulla piattaforma Airbnb hanno superato la soglia critica dei 12.600 (di cui ben 10.645 interi appartamenti), arrivando a cannibalizzare il mercato ordinario: nel capoluogo toscano si contano ormai quasi tanti alloggi turistici transitori quanti contratti di locazione residenziale di lungo periodo (appena 14mila). Significa che il mercato privato dell’affitto di lungo periodo è stato quasi interamente cannibalizzato dalla rendita transitoria.
La medesima e violenta dinamica si riscontra, su scala macroscopica, nella Capitale. I dati certificano che Roma è la prima municipalità italiana per diffusione degli affitti brevi a scopo turistico, arrivando a contare oltre 47mila annunci disponibili sulla piattaforma Airbnb. Nel cuore della “macchina Giubileo”, l’iper-saturazione delle locazioni transitorie ha generato un volume d’affari imponente, in cui un singolo annuncio attivo registra un ricavo annuo medio di circa 47.600 euro, sostenuto da una tariffa giornaliera media che sfiora i 187 euro per notte e da tassi di occupazione stabilmente sopra il 70%. Questo immenso inventario commerciale — concentrato prevalentemente nel centro storico e nei rioni di pregio — non risponde più a logiche di economia della condivisione (sharing economy). Esso agisce come un dispositivo di pura estrazione finanziaria che stringe in una morsa il mercato residenziale superstite. Di fatto, rende matematicamente impossibile l’accesso all’abitare stabile per lavoratori dipendenti, studenti fuori sede e famiglie a basso reddito, accelerando l’espulsione dei residenti meno abbienti verso i Comuni dell’hinterland.
Proprio in questa logica di espansione e cattura dei flussi si inserisce il controverso progetto del nuovo porto privato per navi da crociera nel limitrofo comune di Fiumicino promosso da Royal Caribbean, il quale si configura come l’ennesima infrastrutturazione estrattiva della Growth Coalition metropolitana, strategicamente agganciata ai decreti commissariali del Giubileo gestiti dalla cabina di regia capitolina per moltiplicare i transiti del turismo di massa a totale beneficio dei grandi vettori commerciali e della rendita alberghiera centrale. Questa mega-opera da oltre 600 milioni di euro riflette perfettamente la razionalità del “neoliberismo progressista” romano: mentre le istituzioni promuovono una retorica green ed elettrificata di facciata, l’azione reale scarica l’impatto ambientale, i dragaggi e la congestione logistica del trasporto su gomma di migliaia di croceristi sul territorio costiero di Isola Sacra, alimentando a monte la saturazione della Capitale e la conseguente espulsione dei residenti meno abbienti dal centro metropolitano verso le frange suburbane della provincia.
A Milano, la metropoli che ha fatto dell’attrattività internazionale il suo dogma assoluto, gli annunci attivi galleggiano stabilmente attorno ai 18mila. Il ricavo annuale medio per una singola unità immobiliare inserita nel circuito degli affitti brevi tocca i 35.728 euro, con una tariffa giornaliera media che oscilla sui 152 euro per notte. Cifre che rendono matematicamente impossibile per qualsiasi lavoratore dipendente o studente poter competere. Una saturazione non meno violenta si registra a Napoli, divenuta sotto la giunta Manfredi una vera e propria maxi-casa vacanza: i dati certificano una vertiginosa ascesa dell’offerta che supera gli 11mila annunci attivi, capaci di generare un volume d’affari imponente con un ricavo annuo medio per alloggio che sfiora i 13mila euro e picchi speculativi concentrati nei rioni storici del centro antico. Anche a Bologna, il “laboratorio progressista” per eccellenza, la saturazione turistica ha raggiunto vette parossistiche. I dati certificano la presenza di circa 4mila alloggi attivi, con un tasso di occupazione mediano strabiliante pari al 76% (pari a 277 notti prenotate all’anno) e una rendita media annuale per singolo host di oltre 32mila euro.
La conseguenza diretta di questa iper-valorizzazione è un processo sistematico e violento di espulsione di classe. Gli studenti universitari fuori sede, i residenti storici, i giovani professionisti e le famiglie a basso o medio reddito vengono estromessi dai centri storici tramite l’arma dello sfratto per finita locazione, del diniego di rinnovo dei contratti 4+4 e dell’impennata speculativa dei canoni d’affitto sul mercato residenziale superstite. Chi non può mettere a valore il proprio spazio abitativo viene deportato verso le periferie profonde e i comuni dell’hinterland, costretto a farsi carico dei costi economici ed esistenziali del pendolarismo. Le amministrazioni comunali di centro-sinistra assistono passive – quando non complici, attraverso campagne di promozione internazionale dei rispettivi “brand cittadini” come il “brand Roma Capitale” – a questa desertificazione umana, legittimando una ristrutturazione urbanistica in cui la vita di quartiere viene interamente rimpiazzata da scenografie per il consumo transitorio e l’accumulazione capitalistica dei ceti medio-alti proprietari.
L’analisi dell’emergenza abitativa nelle città a guida progressista si fa schiacciante quando si mettono a confronto le liste d’attesa per un alloggio pubblico con lo stato di abbandono del patrimonio immobiliare comunale. Il report dell’Osservatorio nazionale Federcasa-Nomisma certifica come in Italia vi siano circa 300-350mila famiglie stabilmente in lista d’attesa per una casa popolare (mentre in Italia le persone senza tetto sono ormai quasi centomila, il doppio di dieci anni fa), a fronte di oltre 61mila alloggi capillarmente diffusi sul territorio nazionale che rimangono drammaticamente vuoti e non assegnabili a causa della totale assenza di manutenzione straordinaria.
In questo scenario di deprivazione, il paradosso della “città-vetrina” emerge nella sua forma più dura: nel perimetro della sola città di Milano, su un patrimonio complessivo di 64mila alloggi di edilizia residenziale pubblica, si contano circa 13mila alloggi popolari lasciati completamente sfitti e inutilizzati (circa il 20% del patrimonio). A Roma, la frammentazione istituzionale e l’incuria sistemica determinano il collasso della macchina delle assegnazioni ordinarie. Nella Capitale, dove la graduatoria per l’accesso ai moduli ERP conta oltre 14-16mila nuclei familiari in attesa, la gestione delle tutele primarie soccombe sotto il peso di una “doppia proprietà” burocratica: da un lato il patrimonio comunale gestito da Roma Capitale (circa 28.500 alloggi), dall’altro quello regionale in carico ad ATER Roma (circa 46mila unità). All’interno di questo vastissimo stock — che ospita una popolazione paragonabile a quella di un intero municipio romano — si stima che circa l’1% o il 2% delle abitazioni complessive (pari a oltre 1.100 alloggi complessivi) sia attualmente sfitto, inutilizzato ed escluso dalle assegnazioni ordinarie. Di fronte ad una paralisi gestionale, la risposta strutturale non può limitarsi al solo sblocco burocratico del turnover, ma deve imporre un piano straordinario di ampliamento del patrimonio abitativo pubblico, invertendo la rotta dopo anni di privatizzazioni e cartolarizzazioni selvagge.
La giustificazione burocratica fornita dalle giunte di centro-sinistra si concentra sulla carenza strutturale di fondi ordinari per le manutenzioni straordinarie (circa 20-30mila euro necessari per ristrutturare ciascun singolo alloggio ERP degradato). Tuttavia, se si analizzano le scelte di marketing territoriale, si scopre che le amministrazioni canalizzano la propria capacità di progettazione politica quasi esclusivamente sulle linee di finanziamento del PNRR ad alta intensità di capitale (grandi opere infrastrutturali), rinunciando a candidare con la stessa foga il patrimonio ERP ai bandi di efficientamento edilizio disponibili, e blindando i bilanci ordinari comunali in modo da lasciare marcire la risposta pubblica al bisogno abitativo. La giustificazione della scarsità di risorse si rivela così un alibi burocratico: la trappola contabile dei bilanci è reale, ma la decisione di affrontarla assecondando la valorizzazione immobiliare anziché proteggere la sussistenza delle classi popolari non è un destino contabile inevitabile, bensì una deliberata opzione politica. Il discrimine logico tra obbligo e scelta risiede nell’asimmetria della progettazione: mentre i vincoli macroeconomici stringono l’intera macchina comunale, l’amministrazione mobilita le proprie residue energie tecno-politiche per blindare i profitti estrattivi, abdicando deliberatamente alla ricerca di soluzioni contabili creative — pure giuridicamente percorribili — volte a tutelare i diritti riproduttivi primari.
1.3 Il ruolo ancillare della classe creativa
La forza egemonica della coalizione si regge su un secondo pilastro funzionale, di natura strettamente ancillare: la galassia eterogenea della “classe creativa” e del lavoro cognitivo (accademici, professionisti della comunicazione, consulenti, operatori culturali e il mondo delle grandi cooperative sociali). Questo gruppo sociale rappresenta la base ideologica ed elettorale più fidelizzata del progressismo moderato metropolitano, pur occupando una posizione subordinata nella gerarchia del valore urbano. Il paradosso della sua condizione risiede nel fatto che la classe creativa opera come pilastro funzionale del sistema non a dispetto del proprio impoverimento, ma precisamente attraverso di esso. È la stessa precarietà esistenziale a costringere questa forza lavoro cognitiva ad accettare il ricatto dei micro-finanziamenti e della competizione nei bandi, traducendo il dissenso in forme culturali compatibili con il mercato pur di sopravvivere.
Questa saldatura ideologica si realizza attraverso l’adozione acritica del paradigma della creative city, teorizzato dal sociologo Richard Florida e trasformato dalle giunte progressiste in un vero e proprio dogma amministrativo. Per preservare la stabilità della Growth Coalition, il centro-sinistra ha costruito un’imponente infrastruttura di governance fondata sulla precarietà e sul feticismo del “bando pubblico”. La classe creativa precarizzata viene così intrappolata in un meccanismo di auto-sfruttamento e competizione per l’accesso alle risorse, che ne neutralizza il potenziale di alleanza con le classi subalterne. Diventando tecnici della pacificazione urbana o gestori di servizi culturali compatibili, questi operatori interiorizzano il ricatto della sussistenza tramite partita IVA; ciò impedisce loro di formulare un’opposizione sistemica a un modello che li consuma sul piano materiale ma li coopta su quello ideologico.
Al contempo, questo meccanismo opera una spietata sussunzione economica del welfare e della cooperazione sociale. Le grandi centrali cooperative, storicamente contigue ai partiti della sinistra istituzionale, agiscono come veri e propri ammortizzatori privatizzati del disagio urbano, operando in regime di subappalto al massimo ribasso per conto del Comune. All’interno di questo circuito, concetti radicali storicamente legati alle lotte operaie e ai movimenti di emancipazione – come “comunità”, “solidarietà” o “mutuo soccorso” – vengono programmaticamente svuotati di ogni carica conflittuale e risignificati nel lessico manageriale dell’imprenditorialità sociale e del placemaking. La vulnerabilità sociale dei quartieri popolari e delle periferie non viene combattuta attraverso interventi strutturali di edilizia pubblica o incrementi salariali, ma viene data in gestione a cooperative e associazioni della classe creativa sotto forma di laboratori di teatro sociale, piazze tattiche temporanee o festival multiculturali di quartiere. Questa operazione cosmetica assolve a una duplice funzione sistemica: da un lato garantisce una riserva di posti di lavoro precari per la base elettorale giovanile e colta del centro-sinistra, dall’altro anestetizza la rabbia di classe dei quartieri degradati trasformando le rivendicazioni materiali per il diritto alla casa e ai servizi sanitari in problemi di mero “disagio culturale” da sanare con la mediazione artistica.
L’impatto materiale di questo sistema emerge con chiarezza quando si esamina il peso economico complessivo del privato sociale in Italia. Secondo le indagini del centro di ricerca Euricse, il fatturato aggregato della cooperazione sociale ha superato i 18 miliardi di euro all’anno, evidenziando una crescita costante che dimostra come il welfare locale sia diventato un vero e proprio mercato privatizzato. Nello specifico dei servizi urbani, le cooperative gestiscono la stragrande maggioranza del comparto assistenziale ed educativo, controllando ben l’81,3% del fatturato complessivo del settore e occupando il 92,5% di tutti gli operatori impiegati. Tuttavia, a questa enorme concentrazione di risorse pubbliche esternalizzate corrisponde una forte sperequazione interna ed occupazionale: un solo quarto delle grandi centrali cooperative assorbe da solo il 90% dell’intero fatturato aggregato, mentre la base dei lavoratori subisce l’applicazione di contratti al massimo ribasso. Le inchieste sindacali evidenziano che nel settore dei servizi sociali e socio-culturali in appalto, la quota di contratti precari, part-time involontari o rapporti a partita IVA mascherata oscilla tra il 35% e il 40% della forza lavoro, consolidando un modello di “lavoro povero” che le giunte di centro-sinistra finanziano e legittimano attraverso la logica economica dei bandi di gara.
1.4 La differenziazione dei modelli estrattivi: tassonomia e traiettorie delle cinque metropoli
Sebbene il dispositivo ideologico del neoliberismo progressista agisca come un minimo comune denominatore retorico su scala nazionale, l’analisi materiale non può commettere l’errore metodologico di omogeneizzare contesti economico-politici profondamente divergenti. La Growth Coalition non si manifesta ovunque con la stessa intensità né attira le medesime frazioni di capitale. Al contrario, la scomposizione empirica dei cinque contesti presi in esame svela l’esistenza di cinque distinti profili di estrazione del valore urbano, ciascuno caratterizzato da specifiche linee di faglia e differenti pesi specifici dei blocchi sociali dominanti:
- Milano: il modello finanziario immobiliare globale. Il capoluogo lombardo rappresenta l’unico vero nodo d’inserimento del capitalismo finanziario internazionale nel territorio italiano. Qui la rendita non è legata alla frammentazione dei piccoli proprietari, ma è dominata da grandi fondi d’investimento immobiliare sovranazionali, capaci di ridefinire intere porzioni di territorio attraverso lo strumento dello scomputo degli oneri urbanistici e delle varianti negoziali (l’esperienza degli ex scali ferroviari)2. Il ruolo della classe creativa è puramente ancillare ed estetico: serve a creare il branding urbano necessario a rendere appetibili le speculazioni di lusso. La democrazia municipale si configura come pura esecuzione dei desiderata dei fondi d’investimento, rendendo il soggetto politico amministrativo un attore secondario rispetto alle decisioni assunte nei board finanziari. Questo totale asservimento alla redditività dei grandi sviluppatori privati si riflette nell’approccio alla forestazione urbana, ridotta a retorica cosmetica a fronte di una sistematica cementificazione dei suoli. Se la “città-vetrina” si promuove a livello globale tramite progetti iconici di verde verticale e campagne promozionali di piantumazione di massa, la realtà materiale nei quartieri periferici registra il sacrificio sistematico di preziosi presidi ambientali ed ecosistemici. Ne sono una plastica dimostrazione le mobilitazioni popolari nate in difesa del parco di Via dei Missaglia (Gratosoglio) o le rivolte per il Parco di via Trenno contro i progetti di cementificazione dei residui suoli permeabili periferici in nome della rigenerazione urbana del quadrante suburbano. L’adattamento al collasso climatico si configura così come un bene di lusso a fruizione per coloro che hanno un reddito elevato: mentre i fondi d’investimento recintano e monetizzano oasi artificiali a beneficio del ceto medio-alto, il proletariato dei quartieri alveare suburbani viene privato dell’ultimo parchetto sotto casa, trasformando la giustizia ambientale nell’avanguardia del conflitto di classe metropolitano;
- Firenze: la monocultura estrattiva turistico-commerciale parcellizzata. All’opposto del gigantismo finanziario milanese, Firenze esprime un modello basato sulla micro-rendita e sulla rendita di posizione commerciale. Gli attori egemoni non sono i fondi d’investimento globali, ma la storica borghesia proprietaria locale e i rentier che estraggono plusvalore dalla cannibalizzazione del patrimonio edilizio privato tramite le piattaforme di locazione turistica breve. La contraddizione fiorentina si consuma nell’espulsione radicale di qualsiasi funzione residenziale o produttiva estranea al consumo transitorio dei flussi turistici. L’amministrazione progressista toscana si ritrova in questo caso a governare una vera e propria cittadella-museo, dove i conflitti interni esplodono ciclicamente sia per la regolamentazione dell’uso dello spazio pubblico e commerciale, sia per gli impatti ambientali della cantieristica legata alla mobilità transitoria. È in questo cortocircuito che la vulnerabilità sociale della città si salda organicamente all’emergenza climatica. Nella Firenze delle giunte progressiste, il verde pubblico cessa di essere un’infrastruttura democratica di sopravvivenza contro le torride estati toscane per mutare in un elemento d’arredo subordinato ai flussi del consumo o alle grandi opere. Questo piano traspare nei conflitti territoriali legati ai cantieri della tramvia — dalle prime storiche opposizioni sulla tratta Fortezza-San Marco fino alle recenti e imponenti rimozioni per le linee dirette verso Bagno a Ripoli e le Piagge —, che hanno imposto l’abbattimento di oltre mille alberature storiche lungo i viali di circonvallazione e i lungarni, scatenando la rivolta dei residenti dei rioni limitrofi. La privatizzazione dello spazio e l’eliminazione dei presidi arborei ombrosi svelano la sperequazione dell’adattamento: mentre i flussi turistici d’élite trovano refrigerio nelle corti climatizzate degli hotel di pregio o nelle aree monumentali preservate, le classi popolari residenti subiscono i danni materiali delle tempeste tropicali e l’inospitalità biologica di una periferia privata dei suoi minimi polmoni verdi;
- Bologna: il capitalismo infrastrutturale e il parossismo della trasformazione. Il “laboratorio emiliano” si distingue per una forte interconnessione tra l’amministrazione pubblica, il sistema delle grandi cooperative di costruzione e il settore della logistica di snodo. Il mandato di Matteo Lepore esprime una forma di “neoliberismo infrastrutturale” in cui i fondi del PNRR vengono utilizzati per saturare lo spazio urbano di maxicantieri per il trasporto di massa e la rigenerazione urbana. A Bologna, a differenza di Firenze, la classe creativa e il Terzo Settore sono strutturalmente cooptati all’interno della macchina di governo, gestendo la filiera culturale e i servizi esternalizzati dell’entertainment post-centri sociali. Il parossismo edilizio si salda organicamente a un dispositivo di controllo poliziesco del territorio, dove la distruzione dei presidi verdi storici per fare spazio a grandi opere si accompagna alla militarizzazione delle periferie. La frizione bolognese è generata dallo scontro tra l’accelerazione frenetica dei cantieri (che paralizzano la vita quotidiana) e un tessuto studentesco e lavorativo storico iper-precarizzato che non riesce più a trovare collocazione abitativa. È in questa faglia tra accelerazione infrastrutturale e vulnerabilità abitativa e bioclimatica, esasperata dalle alluvioni del 2023 e 2024, che la questione ambientale emerge a Bologna non come un optional estetico, ma come un terreno di scontro materiale e di classe. Mentre la narrazione pubblica declina la transizione ecologica attraverso grandi opere a forte impatto edilizio — come le cantierizzazioni del tram o l’allargamento dell’asse autostrada-tangenziale, che cancellano migliaia di metri quadri di verde urbano e alberature —, i residenti dei quartieri popolari riconoscono nel verde residuo un’infrastruttura di sopravvivenza indispensabile per mitigare i picchi termici estivi e le bombe d’acqua. Questo cortocircuito si manifesta plasticamente nei conflitti territoriali che infiammano le periferie, dalle mobilitazioni in difesa del Parco Don Bosco fino alle proteste nel rione ERP del Pilastro tra febbraio e inizio marzo 2026, dove l’apertura del cantiere per un “Museo delle bambine e dei bambini” (Futura) ha imposto la distruzione di porzioni storiche di parco tramite un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine. Il dissenso dal basso evidenzia così la sperequazione strutturale dell’adattamento climatico: mentre le classi agiate si proteggono privatamente tra aria condizionata, ville sui colli e giardini privati, il proletariato dei “quartieri alveare” subisce la sistematica cementificazione degli unici presidi di refrigerio e drenaggio sotto casa, trasformando la difesa del verde nell’avanguardia di una nuova vertenzialità sui bisogni biologici primari;
- Napoli: il “neoliberismo riparatore” e il parossismo della rendita parcellizzata. La traiettoria della metropoli partenopea sotto la governance di Gaetano Manfredi rappresenta una variante peculiare e tardiva del dispositivo estrattivo nazionale, definibile come “neoliberismo riparatore”. Qui l’attivazione della macchina amministrativa poggia sulla normalizzazione tecnocratica imposta dal vincolo contabile del “Patto per Napoli”. Sotto il ricatto del risanamento del debito miliardario dell’ente, la municipalità si converte in un hub burocratico di deregolamentazione, il cui compito è la messa a valore del territorio per via emergenziale. Il blocco sociale dominante fonde la grande imprenditoria edile storica, i vertici accademico-professionali e una fittissima, aggressiva galassia di micro-rendita parcellizzata. Quest’ultima, attraverso la proliferazione selvaggia e deregolamentata delle piattaforme di locazione breve, opera una sistematica cannibalizzazione del centro antico protetto dall’UNESCO. Il paradosso napoletano si consuma nella sfolgorante e violenta gentrificazione dei quartieri popolari storici (dai Quartieri Spagnoli a Sanità e Forcella), dove l’espulsione di classe avviene tramite l’arma capillare dello sfratto per finita locazione e del diniego di rinnovo contrattuale. Studenti fuori sede e nuclei precarizzati vengono deportati verso l’hinterland profondo o i quartieri-dormitorio della periferia nord (Scampia, Piscinola), spezzando le reti storiche della riproduzione sociale vicinale. Questa spoliazione del diritto alla residenzialità si salda organicamente a una strategia di privatizzazione dello spazio pubblico, comunemente ridescritta dai media locali come “guerra dei tavolini”, dove le concessioni per dehors e pedonalizzazioni commerciali convertono la trama viaria in un’estensione monetizzabile della ristorazione. I vicoli vengono bonificati e ridotti a meri corridoi di transito coatto per il consumo turistico di massa, escludendo chi non partecipa alla catena dell’entertainment. A questa riconfigurazione estrattiva degli spazi si accompagna l’arretramento sul fronte dei servizi essenziali, dove lo sdoppiamento tra retorica e prassi si consuma nella delibera del luglio 2026 con cui la giunta ha decretato la liquidazione del modello dell’Azienda Speciale per approvare la trasformazione dell’azienda idrica ABC in una S.p.A. benefit. Questo passaggio societario, sebbene blindato sotto l’alibi tecnocratico del controllo azionario pubblico e della governance in house fino al 2080, inserisce la logica privatistica del diritto commerciale nel ciclo integrato dell’acqua, disinnescando lo storico primato partenopeo del ‘bene comune’ sancito dai referendum del 2011 per piegarlo a criteri di efficienza manageriale asettica. In questo quadro, i fondi del PNRR — catalizzati su maxi-progetti monumentali come la rifunzionalizzazione dell’Albergo dei Poveri — agiscono come moltiplicatori per la rendita centrale, mentre il patrimonio di edilizia residenziale pubblica delle periferie degradate cola a picco sotto l’incuria sistemica, condannando i residenti a una invivibilità climatica e strutturale dovuta al surriscaldamento del cemento. Al contempo, il dispositivo opera una “bonifica” della precedente stagione dei “beni comuni” che, lungi dal configurarsi come una rottura isolata, rappresenta l’allineamento tardivo della metropoli partenopea ai medesimi standard di disciplinamento nazionale. Il dissenso radicale viene asfissiato burocraticamente e normalizzato entro le maglie del Terzo Settore secondo quel paradigma sistemico già collaudato nelle altre “città-vetrina”, trasformando la vecchia autonomia popolare in manodopera ultra-flessibile e permanentemente ricattabile al servizio della monocultura dell’entertainment;
- Roma: la macchina burocratica frammentata e l’eccezionalismo commissariale. La Capitale risponde a logiche radicalmente estranee alla fluidità amministrativa di Milano o Bologna. La governance di Roberto Gualtieri si scontra storicamente con un apparato burocratico municipale pachidermico, iper-frammentato e legato alla difesa di piccoli feudi d’interesse, al grande capitale dei “palazzinari” storici romani e delle multi-utility partecipate (come Acea). Per sbloccare lo sviluppo e immettere la città nei circuiti dell’estrazione di valore globale, il neoliberismo progressista romano ricorre strutturalmente ai dispositivi di eccezione giuridica permanente: i poteri commissariali straordinari per il Giubileo e la gestione straordinaria del ciclo dei rifiuti. L’urbanistica romana non si muove per piani lineari, ma procede attraverso l’attivazione di maxicantieri monumentali legati a grandi eventi eccezionali, scaricando i costi e le servitù industriali ed ecologiche direttamente sulle periferie profonde. L’eccezionalismo commissariale consuma la sua contraddizione più violenta proprio sul terreno della stabilità ecosistemica e dell’uso sociale dello spazio pubblico. Sotto il ricatto burocratico della velocità di spesa dei fondi del Giubileo e del PNRR, l’amministrazione attua interventi di radicale restyling infrastrutturale che sacrificano l’ambiente urbano a una logica di immediata centralità monumentale. Il caso del maxicantiere di Piazza dei Cinquecento dinanzi alla stazione Termini è in tal senso paradigmatico (un discorso analogo potrebbe essere fatto per la “riqualificazione” di Piazza Risorgimento e di Piazza Augusto Imperatore): l’avvio delle opere giubilari vi ha imposto il taglio indiscriminato delle alberature storiche. In questa visione, quegli assetti urbani che in passato prevedevano nelle piazze una convivenza tra umani e alberi vengono deliberatamente compromessi in funzione di un modello di piazza-vetrina completamente cementificata o lastricata e priva di zone d’ombra3. Di fronte a estati da 40 gradi, le proteste spontanee nate attorno a Termini e nei municipi periferici dimostrano come la cittadinanza subalterna riconosca dietro la retorica del restyling un dispositivo di sbarramento e di espulsione dalla sosta, dal bivacco e dall’incontro interclassista, trasformando la difesa del verde in una battaglia materiale per il diritto alla salute, alla socialità e alla sussistenza fisica entro la metropoli.
- La contrattazione materiale dell’ipocrisia: greenwashing e rainbow washing come dispositivi di accumulazione
2.1 La transizione ecologica come sbarramento di classe
Il regime politico della sinistra moderata si regge su una costante opera di trasfigurazione ideologica dei rapporti di forza materiali. Se l’azione materiale produce espulsione e impoverimento, l’azione simbolica deve produrre inclusione e sostenibilità. Questo sdoppiamento si articola principalmente attraverso il greenwashing urbanistico e l’uso strumentale dei diritti civili.
L’ecologismo delle giunte di centro-sinistra si traduce in dispositivi normativi che penalizzano sistematicamente chi possiede meno risorse economiche. Interventi come le piste ciclabili nei centri storici, le pedonalizzazioni e le restrizioni al traffico automobilistico (come l’Area B a Milano o la ZTL Verde a Roma) non riducono l’impatto ambientale globale del sistema economico. Al contrario, ne redistribuiscono i costi su base di classe. L’aria pulita e lo spazio pubblico sottratto alle vetture si configurano come beni di lusso volti a incrementare il valore immobiliare dei quartieri centrali.
Chi vive in periferia, non coperto capillarmente dalle metropolitane o dagli altri vettori del trasporto pubblico e impossibilitato economicamente ad acquistare un’auto elettrica o ibrida di ultima generazione, viene escluso dal diritto di accesso al centro cittadino per motivi lavorativi o personali. Le zone ambientali si trasformano in barriere doganali di classe che tengono lontani operai, artigiani e lavoratori pendolari dalla “città-vetrina”. Nel frattempo, mentre si celebrano i “borghi eco-friendly”, i quartieri storici di edilizia residenziale pubblica rimangono esclusi dalle manutenzioni strutturali, abbandonando gli inquilini al degrado, al caldo estremo e a riscaldamenti inefficienti.
Questo sbarramento di classe si estende alla gestione dello spazio biologico residuo e alla sua simultanea normalizzazione securitaria. La “città-vetrina” progressista opera infatti una precisa gerarchizzazione dell’adattamento climatico che si salda organicamente alle necessità della sorveglianza dello spazio pubblico. Mentre il patrimonio arboreo delle periferie viene sacrificato sull’altare delle cantierizzazioni, la pianificazione urbanistica centrale promuove oasi green verticali ad alto valore d’immagine, traducendosi in una sperequazione biologica strutturale. In questa cornice, l’albero cessa di essere un’infrastruttura democratica di sopravvivenza per mutare in un ostacolo materiale alla trasparenza esigibile dai dispositivi di controllo tecnologico, come telecamere CCTV, visori predittivi e droni. Chiome fitte e alberi ad alto fusto creano coni d’ombra visiva che ostacolano l’efficacia delle telecamere di sicurezza cittadine. Gli spazi aperti e privi di barriere vegetali facilitano il controllo visivo da parte delle forze dell’ordine. L’ombra, la frescura e la protezione delle chiome, quindi, vengono codificate dalla governance neoliberista come vettori di potenziale opacità, capaci di sottrarsi all’occhio statale e di favorire l’aggregazione non commerciale. Il disboscamento urbano si rivela allora come un dispositivo di igienizzazione sociale volto a garantire la massima leggibilità ottico-poliziesca del suolo, trasformando la salute e il diritto alla sussistenza fisica in beni posizionali accessibili solo per via censuaria.
2.2 Il “rainbow washing” e la mistificazione del diritto
Sul piano dei diritti, le amministrazioni progressiste si propongono come baluardi avanzati contro l’oscurantismo reazionario del governo nazionale. Patrocini ai Pride, campagne antirazziste e registri simbolici con qualche conseguenza in termini di diritti civili (come i registri per i figli delle coppie omogenitoriali che danno visibilità a forme di famiglia non tradizionali) offrono un senso di appartenenza a una comunità aperta ed europea. Questa sovraesposizione identitaria mantiene salda la fedeltà del “ceto medio riflessivo”, che sperimenta così una superiorità morale rispetto alla periferia e alla provincia profonda, mentre marca la differenza ideologica con le destre che la inquadrano come un attacco frontale e deliberato alla famiglia tradizionale e all’ordine naturale, promosso da élite cosmopolite e sradicate.
Tuttavia, l’estensione dei diritti civili formali si arresta bruscamente di fronte ai diritti sociali e materiali. Il Comune che concede la cittadinanza onoraria simbolica ai minori stranieri è il medesimo organo burocratico che sceglie un’applicazione rigidamente formalistica dell’Articolo 5 del “Decreto Lupi” (Decreto-Legge 28 marzo 2014, n. 47, poi convertito in Legge 23 maggio 2014, n. 80). Questa norma statale vieta l’iscrizione anagrafica e la residenza a chi occupa stabili sfitti per necessità. Senza residenza, i migranti e i poveri urbani perdono il medico di base, l’iscrizione scolastica e l’accesso ai servizi essenziali.
Le giunte di centro-sinistra accettano passivamente questa norma, evitando di attivare le clausole di salvaguardia e i poteri di deroga che la legge prevede per tutelare i minori e i soggetti vulnerabili. Questo legalismo rinunciatario risponde anche a una logica di protezione burocratica: in un sistema in cui l’estensione dei diritti sociali si scontra con il reato di danno erariale contestato dalla Corte dei Conti o con l’abuso d’ufficio, la tecnocrazia municipale sceglie l’ortodossia amministrativa come scudo giuridico personale.
I diritti vengono così svuotati e ridotti a un marchio cittadino attraente, utile a favorire la speculazione fondiaria. Lo sdoppiamento pianificato tra l’abbondanza di simboli e la scarsità di aiuti reali è un preciso strumento di governo, che possiamo chiamare rainbow washing sul territorio. Quartieri storicamente multiculturali o legati a reti transfemministe e queer (come San Frediano o l’area di Santo Spirito a Firenze, il Pigneto o San Lorenzo a Roma, il quadrante attorno a Piazza Bellini nel centro storico di Napoli, il Porto a Bologna o Porta Venezia a Milano) vengono colonizzati dall’immaginario progressista moderato. La tolleranza diventa un indicatore estetico che certifica l’appetibilità di un’area per i fondi immobiliari. L’innalzamento dei valori immobiliari che ne consegue provoca l’espulsione fisica di quelle stesse soggettività precarie che avevano creato l’attrattività culturale del territorio.
Infine, la proliferazione di uffici dedicati, patti di collaborazione e codici etici di facciata offre un’opportunità lavorativa consulenziale per la classe creativa e, al tempo stesso, contribuisce a frammentare il fronte delle opposizioni sociali. Separando la battaglia identitaria dalla critica alla distribuzione della ricchezza, il centro-sinistra spinge le rivendicazioni antirazziste o queer a competere tra loro per ottenere piccoli spazi di visibilità o micro-finanziamenti tramite i bandi del Terzo Settore. La retorica finto-inclusiva si rivela uno schermo totale: offre la vetrina dei diritti formali al ceto medio protetto e riserva la “morte civile” burocratica a chi è troppo povero per il mercato speculativo.
- L’economia politica dello sfruttamento: la razzializzazione del lavoro urbano
3.1 Il dogma dell’esternalizzazione
La sfolgorante città dei servizi, del turismo e dei grandi eventi culturali non potrebbe esistere un solo giorno senza l’apporto quotidiano di una sterminata forza lavoro invisibile, iper-precarizzata e profondamente segmentata su base etnica. La contraddizione materiale più violenta del modello progressista risiede proprio nella funzionalità sistemica della vulnerabilità giuridica ed economica dei lavoratori migranti.
Le amministrazioni di centro-sinistra hanno interiorizzato i dogmi del neoliberismo gestionale. Attraverso l’ampio e sistematico ricorso all’esternalizzazione, al subappalto e al massimo ribasso nei bandi di gara pubblici, i Comuni si scaricano della responsabilità diretta delle condizioni di lavoro. Nelle cucine della ristorazione commerciale, nelle imprese di pulizia che garantiscono il turnover frenetico degli alloggi turistici e nei cantieri edili del PNRR, i salari vengono compressi al di sotto di ogni soglia di dignità. Questo meccanismo di scaricabarile istituzionale legittima una vera e propria giungla contrattuale contrabbandata per flessibilità operativa. La frammentazione dei subappalti polverizza la rappresentanza sindacale e scarica l’intero rischio d’impresa sul corpo precario dei lavoratori.
Il Comune non interviene sulle dinamiche salariali reali, né stabilisce clausole sociali stringenti capaci di imporre la condizione di un salario minimo o di una stabilità contrattuale nelle proprie commesse. Al contrario, si limita a gestire la miseria prodotta attraverso la “burocrazia dell’assistenza”. Sussidi temporanei, pacchi alimentari e dormitori invernali affidati al privato sociale funzionano come ammortizzatori volti a contenere le tensioni sociali senza mai intaccare i saggi di profitto degli operatori commerciali e immobiliari. L’esternalizzazione strutturale trasforma così il welfare locale in un mercato privatizzato della compassione burocratica. I bandi pubblici per l’assistenza diventano lo strumento perfetto per anestetizzare il conflitto sociale senza mai ridistribuire la ricchezza urbana.
3.2 La ricattabilità giuridica come pilastro economico
Il mantenimento delle discriminazioni razziali e delle barriere istituzionali nazionali (come il nesso indissolubile tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno imposto dalla legge Bossi-Fini per i migranti provenienti dai Paesi Terzi; si veda il mio articolo qui) non viene contrastato materialmente dalle giunte progressiste, ma integrato nel modello economico locale. La vulnerabilità giuridica del lavoratore migrante è la precondizione della sua docilità sul mercato del lavoro urbano. Un lavoratore strutturalmente ricattabile è un lavoratore disposto ad accettare i turni massacranti dell’entertainment e i sotto-salari dell’edilizia e della ristorazione. La segmentazione etnica del lavoro diventa così un pilastro della competitività della metropoli. La retorica antirazzista delle campagne pubbliche comunali serve esattamente a occultare questo legame organico: il lavoratore straniero viene celebrato come risorsa culturale nei festival d’area, ma consumato come manodopera a basso costo nella macchina produttiva cittadina.
Questo cortocircuito tra proclami ideologici e prassi amministrativa si manifesta con precisione chirurgica nell’utilizzo politico-economico dei corpi di Polizia Locale e dei dipartimenti di sicurezza urbana. Se a livello discorsivo i sindaci progressisti firmano appelli contro i decreti sicurezza nazionali, a livello pratico i regolamenti di polizia municipale vengono riscritti per blindare l’accumulazione capitalistica commerciale attraverso lo strumento securitario. Le ordinanze dei sindaci contro il cosiddetto “degrado” e la “malamovida” si trasformano in armi di disciplinamento etnico sul lavoro: i controlli amministrativi a tappeto non colpiscono quasi mai i grandi cartelli della ristorazione o le catene alberghiere che praticano il lavoro nero o il sotto-inquadramento contrattuale, ma si concentrano capillarmente sulla micro-repressione e sul disciplinamento sanzionatorio etnico nei confronti dei piccoli esercizi commerciali gestiti da migranti o dei venditori ambulanti. Questa asimmetria repressiva genera un regime di sorveglianza speciale che rafforza la ricattabilità del lavoratore straniero. La minaccia costante di sanzioni amministrative, revoche di licenze o sgomberi coatti di aree informali agisce come un formidabile dispositivo di confinamento e sottomissione, costringendo la manodopera razzializzata a un’obbedienza assoluta nei circuiti dell’economia cittadina.
Inoltre, questo impianto estrattivo permette alla metropoli a guida progressista di esternalizzare interamente i costi della riproduzione sociale di questa forza lavoro all’esterno dei propri confini geografici e tariffari. Mentre i lavoratori razzializzati estraggono plusvalore per i ceti sociali medio-alti del centro storico durante turni massacranti che coprono l’intero arco delle 24 ore, i loro bisogni biologici e sociali – dalla casa alla salute, fino all’istruzione dei figli – vengono sistematicamente respinti verso i comuni dell’hinterland e i quartieri-dormitorio satellite. Le amministrazioni comunali dei capoluoghi monetizzano i vantaggi fiscali e l’indotto economico generato dai servizi turistici ed edili, ma si rifiutano di pianificare investimenti strutturali nel welfare o nell’edilizia residenziale pubblica destinati alla forza lavoro migrante. Questa dinamica configura una vera e propria segregazione urbanistica e amministrativa su base etnica e di classe. I migranti vengono ammessi entro le mura della “città-vetrina” esclusivamente nella loro funzione di ingranaggi depoliticizzati, produttori di servizi a basso costo per il ceto medio e per i flussi turistici globali, per poi essere rigettati, al termine della giornata lavorativa, nell’invisibilità geografica della periferia suburbana. La retorica antirazzista del centro-sinistra si svela così come un sofisticato velo coloniale, indispensabile per mantenere intatta un’infrastruttura di sfruttamento che garantisce la ricchezza del blocco sociale dominante attraverso l’apartheid urbanistico ed economico della manodopera straniera.
- Dallo spazio pubblico al bando pubblico: la cooptazione sistemica del dissenso e l’asfissia del conflitto sociale
4.1 La burocratizzazione dell’alterità
Una scelta fondamentale per garantire la tranquillità dei sindaci e spegnere le proteste popolari è la neutralizzazione delle voci critiche attraverso la burocrazia. Nelle città governate dal centro-sinistra, questa operazione non avviene soltanto con la forza degli sgomberi. Al contrario, si utilizza un meccanismo più sottile che assorbe le realtà indipendenti dentro le regole del Comune, sostituendo l’autonomia del conflitto politico con protocolli di intesa istituzionale subordinati alle esigenze di consumo e di decoro della “città-vetrina”.
Fino a pochi anni fa, le grandi città ospitavano una fitta rete di spazi autogestiti e centri sociali che offrivano servizi gratuiti e aggregazione fuori dalle logiche del profitto. Le amministrazioni progressiste hanno progressivamente soffocato queste esperienze libere usando i regolamenti di polizia urbana, l’assillo della micro-repressione locale e vincoli burocratici insostenibili. La richiesta di autorizzazioni complesse (dalle perizie di idoneità statica alle certificazioni antincendio) e requisiti tecnici aziendali ha messo in ginocchio le strutture non professionalizzate, togliendo linfa vitale ai luoghi storici del conflitto sociale.
Negli ultimi mesi, il laboratorio bolognese ha dimostrato come la governance progressista, schiacciata dal proprio deficit di consenso e dalle offensive retoriche delle destre, ha finito per inseguire i dispositivi della militarizzazione urbana anziché scardinarli. L’adozione di misure emergenziali e l’istituzione di ‘zone rosse’ si traducono in una sistematica profilazione e criminalizzazione delle popolazioni vulnerabili e razzializzate nei quartieri operai e multietnici. Escludendo l’ascolto delle istanze di base e l’apertura di spazi autogestiti, l’amministrazione abdica alla funzione sociale del welfare locale per farsi guardiana burocratica di un ordine pubblico puramente coercitivo.
Gli stabili sottratti all’autogestione non sono però rimasti vuoti. Il Comune li ha inseriti nel meccanismo dei bandi pubblici di assegnazione, sfruttando le maglie dell’Articolo 71, comma 2, del Codice del Terzo Settore (D.Lgs. 117/2017). Questo dispositivo, pur mascherato da misura di sostegno e promozione del non-profit attraverso la concessione in comodato gratuito degli immobili inutilizzati, agisce come un formidabile vettore di disciplinamento. Per accedere a questi spazi, i collettivi sono obbligati a legalizzarsi, fondando associazioni formali o enti del Terzo Settore (ETS), aprendo la partita IVA e rispettando le rigide compatibilità del mercato. La logica del bando e la performance governance impongono criteri selettivi in cui l’assegnazione è vincolata a parametri aziendali: la solidità economico-finanziaria del progetto, la misurabilità dei risultati e l’assunzione totale degli oneri di manutenzione straordinaria, scaricati dall’ente pubblico sulle spalle degli operatori. In questo modo, l’accesso allo spazio cessa di essere un diritto legato all’uso sociale e si trasforma in una concessione condizionata alla sottomissione alle linee culturali decise dalla governance municipale. Anche laddove le giunte sbandierano strumenti di democrazia partecipativa, come i Patti di collaborazione complessi inseriti nei Regolamenti per i Beni Comuni (a Roma c’è la delibera dell’Assemblea Capitolina DAC n. 102/2023), si consuma la medesima sussunzione politica. L’alleanza paritaria svanisce di fronte a un meccanismo comparativo e burocratico che trasforma i “cittadini attivi” in manutentori gratuiti a basso costo del patrimonio degradato dell’ente.
La ribellione viene così addomesticata, privatizzata e trasformata in un servizio culturale standardizzato, utile soprattutto all’economia del turismo. Molte realtà nate dai movimenti di opposizione, una volta entrate nell’orbita del finanziamento locale, mutano pelle. Diventano gestori privati di eventi, festival turistici e locali stagionali di entertainment per conto del Comune. Questo processo cancella in anticipo ogni spinta critica. Chi un tempo lottava contro le speculazioni immobiliari, gli sfratti e il carovita si ritrova a fare il manager culturale o il tecnico della pacificazione urbana di un sistema che impoverisce le periferie.
- La mappatura dell’esclusione: la geografia dei soggetti invisibili
La narrazione ufficiale celebra la metropoli progressista come lo spazio dell’emancipazione per eccellenza, dedicando particolare attenzione teorica a quattro categorie: donne, giovani, migranti e persone vulnerabili. Tuttavia, la scomposizione delle ricadute materiali evidenzia come ognuno di questi gruppi subisca una precisa forma di esclusione strutturale, funzionale al mantenimento del regime economico urbano.
5.1 La contraddizione di genere e generazionale
Alle donne le amministrazioni offrono una retorica avanzata basata sull’urbanistica di genere, sui bilanci di genere e sul sostegno formale ai Centri Antiviolenza che pure salvano vite concrete ogni giorno e riducono l’oppressione di genere. Ma questa impalcatura rimane quasi puramente simbolica e si scontra con la realtà di una città in cui il carovita e l’esplosione dei costi degli affitti colpiscono duramente i nuclei monogenitoriali femminili e le lavoratrici del settore dei servizi, costrette a subire la riduzione dei servizi pubblici strutturali sostituiti da bandi temporanei affidati al Terzo Settore.
Allo stesso modo, la progressiva dismissione o privatizzazione strisciante di spazi di aggregazione fondamentali come biblioteche e centri culturali di prossimità priva le comunità locali di presidi gratuiti e inclusivi di formazione e socialità interclassista. Ai giovani e agli studenti universitari viene offerta l’illusione di una città a loro misura, ricca di aule studio, mobilità in sharing ed eventi culturali diffusi. Ma è proprio la scelta amministrativa di spingere sulla turistificazione e sulla valorizzazione della rendita immobiliare a produrre un’emergenza abitativa cronica. Gli studenti e i giovani professionisti vengono espulsi dai centri urbani dai canoni di locazione insostenibili, trasformandoli in pendolari forzati o costringendoli a sovraffollare alloggi fatiscenti nelle periferie.
Questo sdoppiamento ideologico produce una crisi acuta della riproduzione sociale, le cui macerie materiali ricadono interamente sulle spalle di donne e giovani lavoratori, configurando una doppia oppressione che incrocia il genere, la generazione e la classe. La riduzione progressiva del welfare pubblico strutturale – causata dal blocco delle assunzioni negli enti locali e dai tagli ai bilanci municipali mascherati da “efficientamento gestionale” – viene delegata dalle giunte progressiste alle reti del volontariato e del privato sociale. Questo trasferimento coatto di responsabilità trasforma la cura domestica e l’assistenza, storicamente rivendicate come servizi pubblici universali dalle lotte sociali e femministe, in ammortizzatori di ultima istanza basati sul lavoro gratuito, sul precariato e sull’auto-sfruttamento delle lavoratrici del Terzo Settore. In questa ristrutturazione regressiva, i grandi anziani e le persone con disabilità fisica o mentale vengono relegati all’invisibilità domestica, privati di una rete pubblica e strutturale di assistenza domiciliare. Il collasso dei servizi sociosanitari territoriali trasforma il bisogno biologico e di cura in una condanna esistenziale che grava interamente sulle spalle dei nuclei familiari più poveri, esasperando la sperequazione di classe e di genere.
Al contempo, la trasformazione delle metropoli in Smart Cities ad alto costo della vita spezza i percorsi di autonomia giovanile e i progetti di coabitazione solidale. Le giovani coppie, i precari della ricerca e le madri single non sono semplicemente esclusi dal mercato immobiliare centrale, ma vengono confinati in una periferia esistenziale e geografica priva di asili nido a tempo pieno o di consultori aperti, dove la retorica istituzionale dei “diritti e del tempo libero” svanisce di fronte alla brutalità della giornata lavorativa frammentata e all’isolamento materiale dei quartieri-dormitorio. In questo scenario si compie il corto circuito della classe creativa precarizzata: dopo aver agito come avanguardia involontaria e cinghia di trasmissione del placemaking e del decoro urbano nei quartieri storici, questa massa di lavoratori cognitivi viene divorata e sfrattata dallo stesso mostro immobiliare che ha contribuito a imbellettare, scivolando nelle file dei soggetti vulnerabili espulsi dalla “città-vetrina”.
5.2 L’invisibilità della “black box” e dell’hinterland
Fuori dal perimetro di interesse politico e materiale della Growth Coalition rimangono tutti quei soggetti che non producono valore spendibile per la “città-vetrina”. I lavoratori della logistica dei macro-hub periferici delle merci e dei centri di smistamento urbani dell’e-commerce, le addette alle pulizie e il personale delle cucine dell’entertainment costituiscono la black box della metropoli. Lavorano di notte, si muovono lungo assi periferici e non hanno lo status economico per consumare i servizi della città che mantengono in vita. Questo proletariato dei servizi è strutturalmente tagliato fuori dalle geografie della mobilità della “città-vetrina”: i flussi dei trasporti periferici sono in gran parte disconnessi, confinando questa manodopera al pendolarismo forzato entro un bacino suburbano privo di diritti politici e di voto nei capoluoghi. Allo stesso modo, i grandi anziani e le persone con disabilità subiscono una radicale espulsione spaziale determinata da una “città-vetrina” progettata a uso e consumo esclusivo di flussi turistici e corpi produttivi e iper-mobili. Le barriere architettoniche e l’inefficienza cronica dei trasporti pubblici ordinari si configurano come veri e propri dispositivi di sbarramento materiale, che confinano i soggetti vulnerabili e non autosufficienti in una condizione di segregazione domestica o periferica.
Nel contesto partenopeo, questa segregazione infrastrutturale assume contorni parossistici a causa del collasso strutturale dei trasporti ordinari gestiti da ANM e EAV. Mentre l’amministrazione Manfredi capitalizza politicamente sul branding internazionale della città inaugurando con grande enfasi mediatica le nuove “stazioni dell’arte” delle metropolitane centrali (linea 1 e linea 6) a totale beneficio dei flussi turistici e dello shopping di lusso, le linee di collegamento con le periferie nord e orientali — da Scampia e Piscinola fino all’immenso bacino dei comuni vesuviani — rimangono abbandonate a una cronica inefficienza fatta di tagli alle corse e stazioni fatiscenti. Questa asimmetria nella mobilità tariffaria e infrastrutturale agisce come una barriera doganale mobile: essa confina materialmente la forza lavoro invisibile (camerieri, addette alle pulizie, rider) entro tempi di vita e pendolarismo degradanti e forzati, estraendone il valore durante i turni lavorativi nella “città-vetrina” centrale per poi rigettarla nell’inospitalità e nell’isolamento della periferia suburbana.
L’efficacia estrattiva della Growth Coalition si misura direttamente sui numeri della purificazione sociale operata attraverso i provvedimenti di rilascio degli immobili. I rapporti annuali del sindacato inquilini Sicet, elaborati su dati del Ministero dell’Interno, fotografano una realtà da oltre 40mila nuove convalide di sfratto emesse ogni anno a livello nazionale. All’interno dei singoli contesti urbani, la pressione si fa insostenibile per il ceto medio impoverito e le classi popolari. Nella città di Milano si registrano più di 14mila richieste di esecuzione di sfratto all’anno, segnando un’accelerazione drammatica delle procedure di sgombero forzato che spinge la Lombardia e l’area metropolitana milanese ai primi posti della crisi abitativa del Paese. Roma segue questa traiettoria con oltre 5.200 provvedimenti emessi e più di 1.700 sfratti eseguiti con la forza pubblica in un solo anno civile. Napoli riflette pienamente questa morsa speculativa, assestandosi come una delle aree metropolitane più colpite nel Mezzogiorno con oltre 3.100 provvedimenti di sfratto emessi e più di 1.100 procedure portate a compimento in modo coercitivo dall’ufficiale giudiziario. Anche nei territori intermedi come Bologna e Firenze, la saturazione del mercato degli affitti brevi produce rispettivamente 2.800 e 2.300 richieste di esecuzione forzata di rilascio dell’immobile. Questo flusso incessante di sfratti si scontra con l’azzeramento strutturale impresso da tre anni dal governo centrale ai fondi nazionali di sostegno alla morosità incolpevole (inasprito dal parallelo svuotamento dei bilanci municipali), confermando che l’azione amministrativa progressista non agisce per calmierare il mercato privato, ma accompagna burocraticamente la cacciata dei residenti meno abbienti a vantaggio dei flussi commerciali turistici.
Questa morsa speculativa consuma la sua violenza più acuta quando investe i grandi anziani e le persone con disabilità, per i quali la perdita dell’alloggio coincide con lo sradicamento dalle residue reti di prossimità e assistenza. Dinanzi all’ufficiale giudiziario, la fragilità fisica o mentale cessa di essere un discrimine di tutela sociale per mutare in un mero intoppo burocratico da liquidare rapidamente, certificando come la razionalità della rendita non arretri neppure di fronte ai corpi più vulnerabili.
- Verso una critica radicale del neoliberismo progressista
6.1 La cattura dei fondi europei e la crisi della democrazia municipale
La fase storica aperta dal PNRR segna il definitivo passaggio dei Comuni da organi di rappresentanza a vettori di pura intermediazione finanziaria al servizio del capitale speculativo. La concentrazione di miliardi di euro su progetti urbanistici ad alta intensità di capitale ha generato una bolla edilizia permanente. In città come Bologna, la giunta Lepore risponde al calo di gradimento tra i residenti trincerandosi dietro la retorica dei “disagi temporanei” causati dai cantieri. In realtà, il malcontento deriva dalla percezione diffusa che tali trasformazioni siano strutturalmente orientate a favorire la rendita speculativa a danno della vivibilità quotidiana.
La democrazia municipale viene così svuotata di contenuto. I processi partecipativi promossi dai Comuni si riducono a consultazioni coreografiche su dettagli marginali, come il colore di una panchina o il tracciato di una pista ciclabile. Al contrario, le grandi decisioni sugli assetti proprietari e sulla destinazione d’uso delle aree strategiche vengono secretate all’interno di accordi di programma blindati con i grandi costruttori, riducendo l’amministrazione locale a una centrale tecnica di ratifica di piani immobiliari ed edilizi scritti altrove. Le varianti urbanistiche e le alienazioni del patrimonio pubblico non nascono più da una dialettica con i bisogni della cittadinanza, ma sono elaborate all’interno di ristretti comitati d’affari pubblico-privati, composti da manager delle aziende partecipate, tecnici e legali dei fondi di investimento. La finanza internazionale opera così una vera e propria “cattura dello Stato” su scala municipale.
Questo processo di espropriazione decisionale poggia sulla performance governance imposta dall’Unione Europea. I cronoprogrammi del PNRR, con le loro scadenze tassative di milestone e target, sono strutturati come clausole risolutive espresse: il minimo ritardo procedurale comporta il blocco automatico dei flussi finanziari. Per un Comune che ha già appaltato opere per centinaia di milioni, la perdita di una tranche significherebbe il dissesto finanziario immediato dell’ente e il blocco totale di ogni opera di manutenzione o servizio sociale. L’eccezionalismo decisionale, l’uso dei poteri commissariali straordinari e la secretazione degli accordi diventano quindi lo scudo e la risposta strutturale a una trappola contabile sovranazionale che subordina la democrazia deliberativa alla pura velocità di spesa del capitale. Questa sussunzione contabile non cancella la responsabilità ideologica delle giunte progressiste, ma ne svela la natura profonda: i sindaci non sono vittime passive dei vincoli europei e nazionali, ma si propongono come i loro più efficienti ed entusiasti esecutori locali. La trappola del bilancio definisce il perimetro della gabbia, ma la scelta di usare quella stessa gabbia come un’arma di sbarramento di classe contro la propria cittadinanza periferica resta un’operazione interamente politica e ideologica.
L’impatto materiale di questa torsione post-democratica si traduce in una pianificata gentrificazione periferica. Nei bandi legati ai “Piani Urbani Integrati”, il finanziamento di maxi-infrastrutture culturali e sportive o poli tecnologici viene concentrato nei quartieri storicamente popolari. Questa massiccia iniezione di capitali, slegata da politiche di controllo dei canoni d’affitto, innesca un’immediata rivalutazione speculativa del valore degli immobili privati. I residenti storici subiscono il paradosso di vedere il rifacimento estetico del proprio quartiere finanziato con debito pubblico europeo per poi scoprire che il prezzo finale di quella “rigenerazione” è l’aumento insostenibile del costo della vita e l’espulsione abitativa per coloro che sono meno abbienti.
Infine, questa saturazione edilizia estrema si regge su un’infrastruttura contrattuale iper-frammentata. Nei grandi cantieri delle reti tranviarie di Bologna o dei sottopassi del Giubileo a Roma, la quota di lavori esternalizzata in subappalto privato supera regolarmente il 70% dell’importo a base d’asta. Questa medesima architettura dello sfruttamento si ritrova nelle altre metropoli, declinata secondo le rispettive specializzazioni estrattive. A Milano, la foga edilizia legata al ciclo olimpico del 2026 e ai grandi studentati privati si è scaricata su una catena infinita di micro-aziende edili in subappalto, dove il dumping contrattuale è la norma per garantire la velocità di esecuzione imposta dai fondi d’investimento. A Firenze, i cantieri delle nuove linee della tramvia dirette verso Bagno a Ripoli e le Piagge replicano il modello della frammentazione, scaricando i costi della compressione salariale su manodopera edile ultra-precarizzata e costretta a turni massacranti sotto il sole estivo. A Napoli, i maxi-progetti monumentali del PNRR, come la rifunzionalizzazione dell’Albergo dei Poveri, vengono parcellizzati in sub-affidamenti a cascata, dove la deregolamentazione contabile imposta dal “Patto per Napoli” incontra storiche sacche di lavoro nero e sotto-inquadramento nei sub-appalti di scavo e restauro. Omettendo di inserire nei bandi di gara il divieto del subappalto a cascata, le giunte comunali legalizzano di fatto l’applicazione di contratti collettivi al massimo ribasso per oltre il 40% della forza lavoro impiegata negli scavi, nell’edilizia e nella logistica. Il Comune stanzia miliardi pubblici europei celebrando la transizione “green” o la rigenerazione urbana, ma ne scarica il costo economico e sociale su una rete di lavoratori precari e spesso razzializzati.
6.2 L’alternativa all’astensionismo: radicamento territoriale e vertenze sui bisogni materiali
La sistematica esclusione delle classi popolari e lavoratrici dalle decisioni materiali produce una frattura politica ed elettorale chiarissima, leggibile nelle mappe del voto delle ultime elezioni comunali. Il blocco sociale progressista vince con percentuali plebiscitarie nei quartieri centrali gentrificati, tra le classi agiate e il “ceto medio riflessivo” protetto. Al contrario, nelle periferie storiche e nei quartieri a forte densità di edilizia pubblica, l’affluenza alle urne crolla regolarmente sotto la soglia critica del 40%. Questa faglia democratica si radicalizza nella periferia napoletana (da Scampia e Piscinola fino a San Giovanni a Teduccio), dove il crollo verticale della partecipazione elettorale non esprime apatia, ma il definitivo distacco di un proletariato urbano escluso sia dai benefici della valorizzazione turistica centrale, sia dai minimi presidi di cittadinanza materiale. A Bologna, Matteo Lepore ha ottenuto un risicatissimo consenso alle amministrative del 2021 – pari ad appena il 31% dell’intero corpo elettorale – a fronte del più alto tasso di astensionismo nella storia di Bologna (il 48,8%).
Questa mappa della diserzione elettorale svela la doppia morsa che schiaccia le classi popolari periferiche, divise tra l’astensionismo passivo e il voto di protesta verso la destra. La destra reazionaria e il progressismo moderato operano infatti come due polarità complementari dello stesso dispositivo neoliberista: se il centro-sinistra espelle materialmente i poveri dai centri urbani offrendo tutele simboliche alle minoranze, la destra compensa l’impoverimento di quello stesso proletariato periferico offrendo la protezione simbolica dei confini, la caccia all’immigrato e la promessa di una legalità securitaria4. Chi non cade nella trappola di questa “guerra tra poveri” sceglie la diserzione dalle urne, realizzando l’inutilità di un’alternativa formale in cui entrambe le coalizioni mantengono intatti i vincoli di finanza pubblica e l’estrazione della rendita. L’efficacia della retorica della destra risiede proprio nella sua capacità di intercettare il cortocircuito della sinistra istituzionale, presentandosi come l’unica forza di “rottura” contro l’establishment delle ZTL5, pur lasciando poi, una volta al governo, le periferie nel medesimo stato di abbandono e privando le classi subalterne di qualsiasi reale difesa salariale o abitativa.
L’astensionismo di massa non può essere liquidato come semplice apatia culturale o disinteresse civico, ma sarebbe altrettanto fuorviante idealizzarlo come un atto di rifiuto politico omogeneo, cosciente e razionale. Esso si configura piuttosto come una rinuncia forzata, dettata dalla percezione della totale inefficacia del voto nel determinare un cambiamento materiale nelle periferie. L’alternativa a questa passività elettorale non risiede nell’attesa velleitaria di una sollevazione spontanea, né nella politicizzazione a tavolino di un comportamento che resta, nella sua forma attuale, privo di incisività sociale. La risposta risiede nello scardinare le cause di questa atomizzazione, trasformando la disconnessione istituzionale in una vertenzialità permanente e radicata sui bisogni quotidiani, capace di fare del perimetro geografico e sociale dell’esclusione il terreno fertile per riorganizzare i territori.
Se i canali tradizionali della rappresentanza municipale sono bloccati dagli interessi della rendita e dai vincoli dei cronoprogrammi finanziari, l’azione politica delle forze alternative al “neoliberismo punitivo” delle destre e al “neoliberismo progressista” del centro-sinistra deve ricostruire i corpi intermedi partendo “dal basso”. Questo significa avviare un lavoro paziente di inchiesta sociale e di presidio nei quartieri-dormitorio, strutturando legami solidali attorno a vertenze precise e concrete: la tutela dei lavoratori negli appalti pubblici, la richiesta di canoni di locazione calmierati e la difesa dei presidi sanitari e dei trasporti periferici. L’obiettivo non è l’illusione di una collaborazione pacifica con amministrazioni fortemente condizionate dagli interessi della rendita, ma l’esercizio di una pressione sociale organizzata e costante, l’unica in grado di rimettere i diritti sociali al centro dell’agenda cittadina.
Tuttavia, l’integrazione dei vincoli di finanza locale evidenzia una contraddizione strutturale con cui tocca fare i conti. Se la conversione estrattiva dei Comuni è determinata dal definanziamento statale e dalla dipendenza coatta da IMU e flussi turistici, elevare la municipalità a unico bersaglio della pressione conflittuale può rivelarsi un vicolo cieco. Le giunte comunali non dispongono di sovranità monetaria né della facoltà giuridica di derogare al pareggio di bilancio costringendo i poteri locali a rispondere di una trappola contabile sovraordinata. Pertanto, per non ridursi a una sterile estetica della protesta, l’azione del sindacalismo sociale non può esaurirsi nella dimensione municipale, ma deve scalare il conflitto verso i vincoli legislativi nazionali ed europei che originano la scarsità artificiale.
Per scardinare il regime della “città-vetrina”, la sinistra radicale non deve cercare mediazioni di vertice o alleanze elettorali con il progressismo moderato, bensì sfidarlo sul terreno dei rapporti di forza materiali, organizzando autonomamente il precariato urbano e la manodopera esternalizzata. Una simile postura costringe le giunte locali a scegliere se continuare unicamente a proteggere la rendita finanziaria o cedere alle rivendicazioni popolari su salario, trasporti e casa, consapevoli che l’efficacia di tali vertenze locali dipende dalla loro capacità di saldarsi a una piattaforma di lotta nazionale ed europea contro i vincoli macroeconomici del neoliberismo. Proprio questo radicamento vertenziale sposta l’asse dell’azione politica dal piano delle promesse elettorali a quello dei rapporti di forza materiali sul territorio.
L’alternativa all’astensionismo passivo è la costruzione di una rete sociale metropolitana strutturata che sappia unire le diverse figure del lavoro precario, dai rider della logistica urbana al personale esternalizzato dei servizi culturali e assistenziali. In questo contesto, è necessario operare una netta demarcazione teorica e politica tra le pratiche del mutualismo conflittuale e i dispositivi dell’assistenzialismo istituzionale. Mentre il Terzo Settore cooptato agisce in regime di subappalto per conto dell’ente pubblico, trasformando i diritti in prestazioni monetizzabili e i cittadini in utenti passivi da pacificare, il mutualismo territoriale è una forma di politica solidale che agisce come uno strumento di contropotere. Esso non si propone di sostituire gratuitamente il welfare pubblico tagliato dalle politiche neoliberiste — sollevando lo Stato dalle sue responsabilità — ma utilizza la risposta immediata al bisogno materiale (la spesa solidale, il supporto legale contro gli sfratti, l’ambulatorio popolare) come terreno di ricomposizione sociale e di inchiesta dal basso. Il mutualismo non delega la gestione della miseria, ma organizza i soggetti vulnerabili, trasformando il bisogno individuale in rivendicazione collettiva e la solidarietà in una leva per il conflitto di classe.
Quando la cittadinanza e i lavoratori si organizzano stabilmente per difendere il salario, contrastare gli sfratti incolpevoli ed esigere investimenti reali nell’edilizia residenziale pubblica, si creano le condizioni per spezzare il ricatto ideologico del “male minore”. Non si tratta di inseguire scorciatoie istituzionali né di rifugiarsi in formule estremistiche astratte, ma di costringere il potere locale a rispondere delle proprie scelte economiche di fronte a un blocco sociale organizzato. Solo attraverso questa paziente opera di ricostruzione del tessuto collettivo, la diserzione dalle urne può tradursi in una forza democratica reale, capace di imporre una radicale inversione di tendenza nei bilanci comunali e di restituire la città ai diritti di chi la vive e la mantiene in vita ogni giorno.
Tuttavia, la proposta di convertire l’astensionismo passivo in partecipazione territoriale organizzata deve fare i conti con lo stato di profonda crisi e frammentazione in cui versano le attuali organizzazioni sindacali e le reti civiche periferiche. Non si può ignorare che i sindacati confederali tradizionali abbiano progressivamente arretrato il proprio raggio d’azione dai quartieri popolari, concentrandosi sulla tutela dei settori del lavoro pubblico o privato protetto e lasciando ampie porzioni di territorio prive di presidi sociali reali. D’altro canto, la galassia del sindacalismo di base e dei comitati civici indipendenti – pur conducendo battaglie generose nei settori della logistica o nei picchetti per il diritto alla casa – sconta una storica e cronica polverizzazione in sigle contrapposte. Questa frammentazione identitaria ne limita fortemente la capacità di penetrazione di massa e la continuità d’azione nelle aree a forte esclusione sociale, dove l’affluenza elettorale crolla regolarmente sotto il 40%. La scarsa penetrazione dei corpi intermedi nelle periferie non è dovuta a una presunta apatia dei residenti, ma all’oggettiva difficoltà strutturale di organizzare un precariato lavorativo e abitativo atomizzato, privo di luoghi fisici stabili di aggregazione e del tutto estraneo alla grammatica burocratica dei vecchi apparati di rappresentanza. Per superare l’astensionismo, dunque, la sfida immediata non è l’evocazione retorica di un nuovo sindacato ideale, ma la faticosa ricomposizione delle reti di base esistenti, l’unica via per ridare credibilità e utilità materiale alle pratiche della partecipazione democratica e collettiva laddove oggi regnano la solitudine e la sfiducia nelle istituzioni.
Conclusioni. Il superamento del “male minore” e la ricostruzione della partecipazione sul territorio
Il modello di governo espresso dalle coalizioni della sinistra progressista moderata nelle grandi città italiane rappresenta la declinazione locale e più matura del neoliberismo contemporaneo. Laddove la destra reazionaria agisce tramite l’esclusione esplicita e la rivendicazione della gerarchia sociale6, il centro-sinistra opera attraverso una strategia più complessa: offre un’ampia inclusione simbolica sui diritti civili a fronte di una netta esclusione materiale sui diritti sociali. La retorica della vetrina, il greenwashing sistemico e l’ossessione per l’attrattività internazionale servono esattamente a legittimare e coprire l’estrazione di valore operata a vantaggio dei grandi operatori immobiliari, alberghieri e commerciali. Una logica a cui non sfugge la Napoli di Manfredi, dove il risanamento contabile e l’emergenza diventano i grimaldelli tecnocratici per consegnare il territorio alla monocultura dell’entertainment e della rendita turistica parcellizzata.
Superare il dispositivo politico del “male minore” e rifiutare il ricatto ideologico che silenzia le critiche in nome dell’unità elettorale è il primo, necessario passo per ridare un senso alla politica nei territori metropolitani. Una simile rottura impone alla sinistra radicale il rifiuto di qualsiasi cartello elettorale subalterno alle coalizioni di centro-sinistra, la cui governance è strutturalmente incompatibile con i diritti sociali. L’unica postura politica efficace consiste nel polarizzare il conflitto tra centro e periferia, trasformando la diserzione dalle urne in una partecipazione territoriale conflittuale capace di imporre una radicale inversione di tendenza non solo nelle priorità dei singoli enti, ma nelle politiche macroeconomiche nazionali ed europee che ne stringono i bilanci. In questa prospettiva, la denuncia di tale incompatibilità svela come la pacificazione sociale imposta tramite i bandi pubblici e la burocratizzazione delle realtà associative non si combatta con slogan astratti, ma attraverso la riattivazione di canali di partecipazione democratica, mutualismo e sindacalismo sociale del tutto indipendenti dai dettami dei partiti e delle amministrazioni progressiste moderate. Non serve inseguire scorciatoie istituzionali, ma occorre costringere il potere locale a rispondere delle proprie scelte economiche davanti a comunità organizzate, configurando ogni vertenza municipale come tassello di una necessaria vertenzialità di scala nazionale contro i patti di stabilità e il definanziamento statale.
Finché la casa rimarrà un puro asset finanziario, il lavoro nei servizi una filiera precaria sottopagata e lo spazio pubblico una scenografia per i flussi del turismo di massa, la metropoli progressista continuerà a produrre disuguaglianza ed espulsione di classe. Riportare l’attenzione sui bisogni reali e quotidiani delle periferie – dall’edilizia pubblica alla tutela dei lavoratori esternalizzati – non è un’utopia teorica, ma l’unica precondizione materiale per offrire un’alternativa concreta a chi oggi sperimenta l’isolamento e la sfiducia. Solo ricucendo questo strappo sociale attraverso pratiche di mutualismo e sindacalismo sociale sarà possibile riattivare una reale partecipazione democratica, trasformando la solitudine della rinuncia elettorale nella forza collettiva necessaria per scardinare la trappola contabile dei bilanci locali e riconquistare un reale diritto alla città per tutti.
Bibliografia di riferimento
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Gentrificazione, turistificazione e mercato abitativo in Italia
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- Nel testo i focus geografici sono limitati rigorosamente a Roma con Roberto Gualtieri, Milano con Giuseppe Sala, Bologna con Matteo Lepore, Firenze con Sara Funaro e Napoli con Gaetano Manfredi. Sindaci e coalizioni progressiste moderate di centro-sinistra amministrano anche altre grandi città italiane: Stefano Lo Russo a Torino, Silvia Salis a Genova e Vito Leccese a Bari. Poi, ci sono i capoluoghi medi con Laura Castelletti a Brescia, Damiano Tommasi a Verona, Sergio Giordani a Padova, Vittoria Ferdinandi a Perugia, Massimo Zedda a Cagliari, Luca Salvetti a Livorno, Rinaldo Melucci a Taranto, Massimo Mezzetti a Modena, Marco Massari a Reggio Emilia, Ilaria Bugetti a Prato.[↩]
- L’amministrazione Sala ha sempre sostenuto che attraverso lo strumento della negoziazione urbanistica e lo scomputo degli oneri, avrebbe costretto i grandi sviluppatori privati a farsi carico della costruzione di parchi pubblici, piste ciclabili, edilizia convenzionata e scuole che il Comune non avrebbe mai avuto i fondi per edificare autonomamente. Secondo questa narrazione, il profitto privato diventa così la leva necessaria per generare utilità pubblica. Questo modello di governance e di internazionalizzazione finanziaria della città affonda le sue radici direttamente nell’esperienza di Expo 2015, di cui Giuseppe Sala è stato Commissario unico prima di diventare sindaco. L’evento del 2015 ha rappresentato il prototipo della rigenerazione urbana basata sui grandi eventi, inaugurando la stagione della “città-vetrina” attrattiva per i capitali globali. La transizione da Expo alle Olimpiadi invernali del 2026 dimostra quindi come la governance dei grandi eventi sia diventata un dispositivo permanente di sviluppo estrattivo. La rigenerazione degli ex scali ferroviari (Porta Romana, Farini, San Cristoforo) non è stata un’iniziativa esclusiva del mandato di Sala. In realtà, l’operazione affonda le radici nella giunta Pisapia ed è stata ratificata nel 2017. Nel 2026, con la chiusura del ciclo olimpico e il completamento del Villaggio Olimpico a Porta Romana, l’estrazione finanziaria non è più un progetto futuro ma una realtà materiale già consolidata, che dimostra la continuità storica della Growth Coalition milanese. Intanto, la Fondazione Milano Cortina 2026, un ente di diritto privato i cui azionisti sono tutti enti pubblici e che è stato il Comitato Organizzatore dei XXV Giochi olimpici e paralimpici invernali, ha chiuso l’ultimo bilancio con una perdita di 39 milioni di euro, portando così il deficit patrimoniale cumulato a 176,4 milioni di euro.[↩]
- Secondo i dati emersi dal Bilancio Arboreo del Campidoglio, tra la fine del 2021 e l’inizio del 2025 a Roma sono stati abbattuti quasi 30mila alberi a fronte di circa 67mila nuove piantumazioni. Sebbene il saldo numerico sia positivo, le associazioni ambientaliste sottolineano che un piccolo arbusto appena piantato impiega decenni per garantire la stessa ombra e lo stesso contrasto alle temperature di un albero secolare rimosso. C’è da dire che a Roma il dibattito sulle alberature si fa particolarmente acceso a causa del contrasto tra l’archeologia sotterranea, l’estetica rinascimentale/barocca e l’immenso patrimonio arboreo cittadino, celebre per i suoi pini domestici e grandi platani. Nelle piazze monumentali romane, la Soprintendenza Speciale di Roma Archeologia, Belle Arti e Paesaggio applica vincoli rigidissimi sia per salvaguardare i pavimenti storici (come i tradizionali sampietrini) dai danni causati dalle radici superficiali, sia per preservare i “coni visivi” e le prospettive storiche verso le facciate di chiese e palazzi d’epoca. Questo crea costanti tensioni burocratiche e operative tra la necessità del Comune di garantire la pubblica incolumità (evitando i frequenti crolli di alberi ammalati) e l’obbligo di tutelare il paesaggio urbano tutelato, dove ogni singolo abbattimento o sostituzione richiede perizie agronomiche approfondite e lunghi iter di autorizzazione.[↩]
- Per le destre il problema dell’immigrazione di massa nei centri urbani non è lo sfruttamento capitalistico, ma la dissoluzione dell’identità culturale italiana e la creazione di ghetti fuori controllo (insicurezza, microcriminalità, degrado). Le destre contestano l’inclusione anche solo “formale” o la cittadinanza simbolica offerta dalle giunte di sinistra, vedendola come un incentivo all’immigrazione clandestina che altera il tessuto sociale originario della città e nazione.[↩]
- I sindaci progressisti della “città-vetrina” non sono criticati dalle destre perché favoriscono la rendita finanziaria a scapito del proletariato, ma perché incarnano l’ideologia nichilista e globalista della “sinistra ZTL”: un’élite che promuove il mondialismo, l’immigrazione incontrollata e l’agenda LGBTQIA+, mentre abbandona i quartieri storici al degrado e i cittadini italiani all’insicurezza e alla perdita delle proprie radici identitarie.[↩]
- Per la destra reazionaria, l’ordine, la proprietà privata e la sicurezza pubblica sono valori assoluti e non negoziabili. Lavora per costruire un clima da guerra civile permanente, cercando di trasformare ogni forma di dissenso in un problema di ordine pubblico. Le giunte di centro-sinistra vengono così accusate di complicità con l’illegalità. Le occupazioni per necessità – come Spin Time a Roma dal 2013, l’occupazione di 400 persone, famiglie, anziani, malati, più di novanta bambini, neonati compresi che vengono da 25 Paesi diversi e hanno dato vita ad una vera e propria comunità di convivenza sostenuta attivamente da tutte le reti sociali ed istituzionali del rione Esquilino – sono semplici crimini che violano il diritto di proprietà; i centri sociali autogestiti sono focolai di disordine, se non dei veri e propri covi di criminalità, che vanno sgomberati senza esitazione. Le telecamere e le zone rosse non sono strumenti di igienizzazione sociale di classe, ma difese vitali per i cittadini onesti contro la criminalità. La destra reazionaria rifiuta la dialettica marxista della lotta di classe. All’atomizzazione della società non si risponde creando ulteriore conflitto permanente, ma restaurando i corpi intermedi tradizionali e il principio di autorità. La risposta al disagio delle periferie non è la rivolta collettiva contro i bilanci, ma una solidarietà nazionale e patriottica che rimetta al centro il cittadino italiano, premiando il merito, il lavoro e il rispetto delle regole. Detto questo, le giunte comunali, regionali o nazionali di destra applicano, a livello normativo e di bilancio, le medesime logiche di privatizzazione del welfare e attrazione della rendita adottate dal centro-sinistra.[↩]