editoriali

Delle guerre ibride dal Kosovo a Ceuta

di Stefano
Galieni

In numerosi commenti, apparsi in questi giorni, sono emerse critiche verso chi riteneva la crisi di Ceuta, come connessa tout court alle politiche migratorie. In sostanza, le affermazioni più reiterate considerano come focus il fatto che, contro il governo Sanchez si sia scatenata l’ennesima “guerra ibrida”. Il ragionamento contiene elementi di verità ed altri che invece dovrebbero costituire ulteriori forme di analisi. Il presupposto è semplice: si considera guerra ibrida “una strategia di conflitto che unisce tattiche militari tradizionali e metodi non convenzionali, come attacchi informatici, disinformazione e pressioni economiche. L’obiettivo è destabilizzare un Paese dall’interno senza scatenare una guerra aperta”. Una definizione che ha il vizio di rimandare troppo alla nuova religione, quella della geopolitica che poco ha a che fare con una analisi minimamente materialista. Per discuterne è necessario partire da un punto di vista concreto: le politiche di esternalizzazione delle frontiere, che a Ceuta e Melilla, hanno avuto una loro fase sperimentale, se vogliamo rendere tridimensionale il concetto di guerra ibrida, ne sono da decenni parte integrante se non fattore oggi preminente. Ne abbiamo avuto prova in numerose occasioni e con modalità diverse. Restando confinati nello spazio europeo, si provi a pensare all’emergenza determinata dal conflitto in Kosovo. Lì ci fu un concreto intervento militare – la destabilizzazione non avvenne unicamente dall’interno – ma l’arrivo, non solo in Italia dei profughi di quella guerra del secolo passato non fu circoscritto alla chiacchierata “Missione Arcobaleno” (i processi per la malagestione dell’accoglienza si sono conclusi con la prescrizione e non con l’assoluzione), ma portò coloro che di quella guerra erano lo scarto, principalmente famiglie rom, a fuggire in Italia tanto dalla Slovenia che sulle coste pugliesi. Il fattore destabilizzante – la presenza di “non cittadini” – tanto per la Serbia che per il neonato Stato del Kosovo -ancora oggi riconosciuto dalla maggioranza delle Nazioni Unite (101 Stati su 193), ha portato ad agevolare l’espulsione di rom, serbi e appartenenti ad altre minoranze. L’Italia che ha bombardato il Paese in osservanza agli obblighi NATO, si è dovuta far carico di queste espulsioni insieme ad altri paesi UE, al punto che nel 2001, dopo aver lasciato migliaia di persone in un limbo giuridico, il Parlamento Europeo dovette approvare la risoluzione 55/2001, che garantiva protezione temporanea e che è stata riutilizzata solo a seguito dell’invasione russa in Ucraina. Ma prima ancora, restando nei Balcani, furono i diversi governi albanesi a usare la disperazione di chi non vedeva un futuro per convincere i paesi vicini a investimenti economici e ad una affatto disinteressata cooperazione. Il blocco navale realizzato, illegalmente(ma non da un punto di vista puramente formale, a causa di un accodo bilaterale iniquo), dall’Italia di Prodi, nel 1997/98 e che portò tra l’altro all’affondamento di una nave albanese, la Kater I Radesh, con un centinaio di vittime e prima ancora l’orrendo episodio della nave Vlora dell’agosto 1991, potrebbero essere ascritti, materialmente, al concetto di guerra ibrida. Una nave con 27 mila persone parte, cogliendo un governo impreparato che risponde chiudendo nello stadio di Bari chi arriva e poi, illudendole con programmi di falsa accoglienza, in realtà rimandandole in Albania, previo accordo col regime di Tirana. Anche in questo caso ci si potrebbe limitare a dire, ne parleremo più in avanti, di un episodio in cui l’arma dell’invasione è stata utilizzata per convincere i governi europei a collaborare con, in questo caso, il governo albanese. Negli anni successivi, in numerosi Paesi di emigrazione, si è compreso che il miglior modo per ottenere sostegno economico e militare da parte dei Paesi UE era quello di utilizzare la minaccia migratoria come arma destabilizzante. L’Italia in particolare – indipendentemente dai governi che si sono succeduti – ha preferito puntare, più di altri, sulle pratiche di respingimento, facendo da apripista al resto dell’Unione Europea. Già nel 2008, con la firma del Trattato di Bengasi, o di Amicizia, partenariato e cooperazione, firmato dall’allora primo ministro Berlusconi e da Gheddafi, si istituzionalizzò un accordo che – al di là del risarcimento per i crimini coloniali – impegnava l’Italia a sostenere Tripoli per fermare le migrazioni di persone provenienti dall’Africa Sub Sahariana. Il colonnello prima, e, in piena guerra civile i capi milizia che si sono succeduti, hanno usato e usano ancora la minaccia migratoria per ottenere risorse, aiuti militari e affari vantaggiosi. Gli accordi bilaterali stipulati poi con alcuni Paesi del Mediterraneo, che favorivano i rimpatri di persone non gradite, dalla Tunisia all’Egitto, hanno funzionato, con le proprie specificità nel medesimo modo. Le politiche migratorie sono insomma divenute l’elemento chiave delle guerre ibride, giocando nei paesi frontalieri un ruolo infinitamente maggiore rispetto agli attacchi informatici o alle campagne di disinformazione.

Tale approccio – ma occorrerebbe scrivere un saggio per essere esaustivi – si è fatto sistema durante la crisi siriana che ha investito la Turchia, Paese NATO. Vale la pena ricordarne il percorso: la guerra civile iniziata nel 2011 si è trasformata presto in catastrofe umanitaria. Nel 2015, soprattutto la Germania, avendo anche bisogno di manodopera ha accolto, sospendendo il Regolamento Dublino che obbliga i profughi a fermarsi nel primo Paese UE di arrivo, circa 800mila persone. In molti hanno plaudito l’allora cancelliera Angela Merkell che si presentava dove c’erano cartelli con la scritta “benvenuti”. La Turchia ha immediatamente compreso come i 2 milioni di cittadini siriani non volevano restare, spesso in povertà e in condizioni di sfruttamento nel proprio territorio e ne ha tratto vantaggio. L’Unione Europea ha versato in 10 anni circa 10,3 miliardi di euro, per lasciar fare il lavoro sporco al governo turco ed evitare forme di destabilizzazione. Di fatto l’intera UE è stata condizionata e lo è ancora da tale arma.

Un’altra vicenda simile da prendere in considerazione rimanda a quanto affermato all’inizio. La direttiva del Consiglio Europeo 55/2001, applicata per gli ultimi profughi del Kosovo è rimasta imbalsamata per tutti i conflitti che si sono succeduti, forse perché il colore della pelle di chi fuggiva dalle guerre rischiava di non preservare l’identità europea. Siriani, eritrei, sudanesi, persino chi fuggiva dal terrore talebano non ne ha mai potuto usufruire. La si è riscoperta con l’invasione russa in Ucraina. Scelta legittima, sia ben chiaro, ma che di fatto, con un aggravio di spesa in pochi mesi di miliardi di euro, ha condizionato i bilanci dell’intera unione. L’arrivo dei profughi ucraini, particolarmente donne e bambini, è stato ben accolto e questo è un fatto positivo. Ma ora, che il conflitto non termina, anche questa accoglienza mostra le prime crepe. È di pochi giorni fa la modifica alla concessione della protezione umanitaria temporanea da cui saranno esclusi coloro che, in età compresa fra i 23 e i 60 anni, non risulteranno aver adempiuto agli obblighi militari. Un favore a Kiev, in cerca disperata di carne da cannone da mandare al fronte ma anche un modo per fermare l’arrivo di uomini, considerati più destabilizzanti delle donne.

La risultante di quanto si è provato sommariamente ad affermare è che le “guerre ibride” – non abbiamo parlato di quelle che nascono in altri contesti extraeuropei – usino comunque l’immigrazione come arma destabilizzante, si pensi ai campi profughi immensi in Uganda per i sudanesi, in Sudan, per gli eritrei, in Pakistan e in Iran per gli afghani eccetera. Ma fermarsi a questo significa fermarsi appunto ad una visione prettamente connessa agli scontri fra Stati se non interimperialisti, per mantenere il controllo di aree del pianeta, delle loro risorse, delle loro opzioni politiche, a cui sfugge però un fattore fondamentale che il Prof Gennaro Avallone ben descrive su “Effimera” 1.

È assente, nelle analisi geopolitiche la soggettività di chi continuerà con ogni mezzo necessario a tentare di bruciare le frontiere, in cerca di una delusione chiamata Europa, ma che possiamo definire tale perché per noi è un lusso. Le 100, forse 150 vittime dell’ultima strage sono il tributo di sangue e di carne che ormai è divenuto bieca normalità nella guerra silenziosa che si combatte lungo i mari e nelle infinite rotte terrestri. Ed anche definirle guerre è un insulto, si tratta di migranticidio in cui chi muore non è vittima designata ma uomo, donna, bambino che aspira ad un futuro diverso e che intende riprendersi quanto è stato tolto e viene tolto, da generazioni alla propria vita. C’è disperazione quando si parte insieme al sogno di vivere in un continente meticcio in cui ci si affranchi dal proprio status o in cui almeno si possa sperare in un destino per la propria progenie. La guerra delle destre contro il governo Sanchez certamente si è scatenata da tempo, nonostante la maggioranza che c’è oggi in Spagna non sia esente da responsabilità. Contro questa compagine si sono scatenate le destre tecnocratiche, liberiste e nazionaliste di mezzo mondo, da Trump a Netanyahu, da Musk a von der Leyen, alle orde fascistoidi presenti e in crescita in tutta Europa, fino al governo Meloni che, volendo battere il record del servilismo, ha sospeso l’area Schengen, di libera circolazione per gli spagnoli, probabilmente provenienti da altri paesi, per un mese. Una misera mossa propagandistica che l’ha resa ridicola perché non solo ha mostrato evidente scarsa conoscenza del diritto internazionale – non è la prima volta – ma persino delle nozioni basilari di geografia. Certo c’è anche del dolo: altri governi, primo fra tutti quello danese che unisce difesa dell’ambiente e del welfare per i danesi doc con la più bieca xenofobia e poi via via gli altri. L’obiettivo è quello dichiarato da Musk, fermare quelli che ha definito “zombie”. Lui lo farebbe rigettandoli in mare. In maniera molto più pragmatica, i governanti europei vanno definendo accordi, basati sul Patto migrazione e asilo e sul regolamento rimpatri (deportazioni), definendo altri paesi in cui realizzare gli hub per delocalizzare le persone che entrano illegalmente in Europa. Per ora ne sono stati individuati alcuni: Etiopia, Ghana, Senegal, Tunisia, Mauritania, Egitto, Ruanda, Libia, Uzbekistan, Armenia e Montenegro. Una lista che comprende numerosi paesi di transito o di emigrazione, una lista di paesi in cui pullulano centri di detenzione per cui il cui unico nome adeguato è lager, una lista che definisce bene cosa intenda la donna, madre, cristiana, Giorgia Meloni, quando bestemmia parlando impunemente di “Piano Mattei”. L’Europa che si tinge sempre più di nero proverà a realizzare questo incubo, non si sa dove troverà le risorse visto che una parte consistente del bilancio nei prossimi anni sarà dedicato alla follia del riarmo, forse tagliando ancora le spese sociali per monumenti alla crudeltà come i centri in Albania? Difficile prevederlo. Quello che possiamo con certezza affermare è che da Ceuta come da Sfax, da Zwara come da Khoms, da Bodrum come da Smirne, dalle infinite rotte che cambiano in continuazione e che dall’Asia portano fino ai confini europei, continueranno a partire quelli che per i privilegiati sono il pericolo, il nemico da fermare, ma che non si fermeranno mai. Contro questi uomini, queste donne e questi bambini, ci sono mani lorde di sangue che stanno combattendo non una guerra ibrida, ma un massacro vero.

Stefano Galieni

 

 

 

 

  1. https://effimera.org/ceuta-una-richiesta-di-liberta-contro-il-regime-di-frontiera-europeo-di-gennaro-avallone/?fbclid=IwZnRzaATb-qxwZG9mBWZkaWQWULsRzvoHbfsPvKWNefXrBYa_0ju_MWV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkCjY2Mjg1NjgzNzkAAR7VKU9g5oxIoeVquQLoriXDLDBfqTNKWVoVCYZ9Zx3PvVYbfGc_SPDetFgM_A_aem_0OS4wBYt2zZ8QzQLMikMpg []
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