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Un reddito di base europeo nell’epoca delle guerre, dell’intelligenza artificiale e dell’euro digitale

di Paola
Boffo

Questo articolo riprende e aggiorna due testi pubblicati su Transform! Italia in una fase storica diversa, ma già segnata dall’emersione di contraddizioni strutturali poi divenute ancora più evidenti. Il primo, Reddito di base dalla Banca Centrale Europea, questo è il momento, fu pubblicato il 27 ottobre 2020 nel pieno della seconda ondata pandemica, quando appariva già chiaro che le risposte nazionali ed europee non erano sufficienti a proteggere in modo uniforme redditi, lavoro e condizioni di vita.[cite:76] Il secondo, Un reddito di base al livello europeo per superare le crisi pandemiche, fu pubblicato il 28 dicembre 2021, in una fase in cui alla gestione dell’emergenza sanitaria si affiancava la necessità di interrogarsi sulle conseguenze di lungo periodo della pandemia, della precarizzazione del lavoro e delle transizioni in corso.
A distanza di alcuni anni, il nucleo politico di quei due interventi resta valido, ma richiede una riformulazione più ampia: in questa sede si tracciano alcuni degli elementi essenziali di una proposta da sviluppare e portare sul tavolo della politica. La questione non riguarda più soltanto l’eredità economica e sociale della pandemia: oggi il reddito di base europeo torna al centro del dibattito alla luce delle conseguenze delle guerre, della crescita dei costi dell’energia, della stagnazione dei salari reali, della doppia transizione verde e digitale e della rapidissima evoluzione dell’intelligenza artificiale, che sta già modificando la struttura del lavoro e la distribuzione dei guadagni di produttività.
Nel quadro del 2026, segnato da crisi multifattoriali e trasformazioni economiche e sociali, l’idea di un reddito di base europeo si presenta sempre più come una possibile infrastruttura permanente di sicurezza sociale e di stabilizzazione macroeconomica.

In tale contesto, il reddito di base non va inteso come misura meramente assistenziale, ma come istituto capace di garantire una soglia di sicurezza materiale, sostenere la domanda interna nelle fasi recessive, accrescere il potere contrattuale del lavoro e redistribuire almeno in parte i guadagni di produttività connessi all’innovazione tecnologica.

1. Crisi multiple e fine dell’eccezione

Negli anni della pandemia, la proposta di un reddito di base europeo era stata frequentemente inquadrata come risposta straordinaria a una sospensione improvvisa dell’attività economica. Oggi quella giustificazione appare insufficiente. L’Europa si trova infatti esposta a una concatenazione di shock che non hanno più il carattere dell’eccezione temporanea, ma quello di una vulnerabilità strutturale: guerre nel vicinato strategico, tensioni geopolitiche, volatilità dei prezzi dell’energia, pressioni inflazionistiche, ristrutturazioni produttive, digitalizzazione accelerata e diffusione di sistemi di intelligenza artificiale in grado di sostituire o trasformare un numero crescente di mansioni.
Il problema, pertanto, non consiste più soltanto nell’attivare misure emergenziali per tempi eccezionali, ma nel dotare l’Unione di strumenti permanenti di resilienza sociale. In questa prospettiva, un reddito di base europeo, o almeno una forma comune di garanzia del reddito con standard minimi condivisi, si giustifica come meccanismo automatico di protezione contro shock ricorrenti, capace di ridurre ritardi amministrativi, frammentazione nazionale e stigmatizzazione dei beneficiari.
La sua funzione sarebbe insieme preventiva, correttiva e costitutiva. Preventiva, perché limiterebbe il rischio di caduta nella povertà durante fasi di transizione; correttiva, perché compenserebbe almeno in parte gli effetti regressivi delle crisi; costitutiva, perché collegherebbe la cittadinanza europea a una forma minima di sicurezza materiale garantita. 

2. Energia, guerra e impoverimento dei salari reali in Italia

L’urgenza del tema risulta particolarmente evidente se si osserva il caso italiano. Secondo l’OCSE, nel 2026 i salari reali in Italia risultano ancora in diminuzione, mentre il recupero previsto per il 2027 resta molto modesto; i livelli salariali reali permangono inoltre inferiori di oltre sei punti percentuali rispetto al primo trimestre del 2021. L’Istat, nel suo Rapporto annuale 2026, ha rilevato che dal 2019 i salari hanno perso l’8,6 per cento del potere d’acquisto, con effetti rilevanti sulla capacità delle famiglie di assorbire l’aumento dei costi energetici e dei beni essenziali.
Le guerre e le tensioni geopolitiche hanno aggravato questa tendenza. Nel 2026 si è reso evidente il costo elevatissimo della dipendenza energetica dell’Unione, con ripercussioni dirette su imprese, bilanci pubblici e redditi familiari. In Italia, lo shock dei prezzi dell’energia ha continuato a erodere gli incrementi nominali delle retribuzioni, comprimendo nuovamente il potere d’acquisto in un’economia che già da anni soffre di bassa dinamica salariale e debole produttività redistribuita.
Ne deriva un punto di rilievo sistemico: in un contesto di salari stagnanti e prezzi elevati dei beni essenziali, la sola partecipazione al mercato del lavoro non garantisce più automaticamente sicurezza economica. Il reddito di base europeo si presenta allora non come sostituto del salario, ma come strumento integrativo e stabilizzante, capace di impedire che le crisi esterne siano scaricate integralmente sui redditi da lavoro e sui soggetti più deboli della struttura sociale. 

3. La doppia transizione verde e digitale

La strategia europea di sviluppo attribuisce un ruolo centrale alla transizione ecologica e a quella digitale. Questa scelta appare necessaria, ma non è distributivamente neutrale. La decarbonizzazione, l’adeguamento infrastrutturale, la riconversione industriale, la digitalizzazione dei servizi e dei processi produttivi generano costi di adattamento che tendono a distribuirsi in modo diseguale tra territori, classi sociali, settori economici e generazioni.
Tali costi si concentrano spesso sulle famiglie a reddito basso o medio, sui lavoratori dei comparti in ristrutturazione e sulle aree meno dotate di infrastrutture materiali e digitali. Anche quando gli investimenti producono benefici collettivi nel medio termine, gli oneri immediati possono risultare regressivi: bollette più elevate, necessità di acquisire nuove competenze, obsolescenza di attività tradizionali, maggiore precarietà nei periodi di riconversione.
Per questa ragione, la giustizia sociale costituisce la condizione di legittimità della transizione. Se l’Unione chiede a cittadini e lavoratori di adattarsi rapidamente a un nuovo paradigma energetico e tecnologico, deve garantire una base materiale che renda praticabile tale adattamento: formazione, cambiamento di occupazione, riduzione temporanea dell’orario, riqualificazione e avvio di attività autonome non possono tradursi in un rischio immediato di impoverimento.

4. Intelligenza artificiale e rischio di polarizzazione del lavoro

L’argomento si rafforza ulteriormente alla luce della velocità con cui l’intelligenza artificiale entra nei processi produttivi, amministrativi e cognitivi. In Italia il mercato dell’IA continua a crescere rapidamente, con una quota rilevante di applicazioni legate all’IA generativa o a progetti ibridi. Studi della Banca d’Italia mostrano che l’esposizione del mercato del lavoro italiano all’IA è significativa e che l’uso di strumenti generativi si accompagna a diffuse aspettative di trasformazione delle mansioni e dell’occupazione.
L’effetto dell’IA non va interpretato come semplice scomparsa lineare del lavoro, bensì come possibile accelerazione della polarizzazione occupazionale. Alcune professionalità ad alta qualificazione possono vedere crescere la propria produttività e il proprio valore di mercato, mentre molte attività intermedie, ripetitive, procedurali, amministrative o standardizzabili risultano comprimibili o sostituibili. Questa dinamica rischia di approfondire diseguaglianze preesistenti, accrescendo la distanza tra chi controlla tecnologie, capitale e dati e chi dispone soltanto della propria forza lavoro in mercati sempre più frammentati.
In tale contesto, la questione redistributiva diventa centrale. Una società che automatizza più rapidamente deve anche garantire un dividendo sociale dell’automazione: se i guadagni di produttività restano concentrati, mentre i costi di adattamento ricadono sui lavoratori, la transizione tecnologica perde legittimità economica e democratica. Il reddito di base europeo può allora essere concepito come uno degli strumenti attraverso cui redistribuire una parte dei benefici dell’automazione, riducendo la dipendenza dei cittadini da mercati del lavoro sempre più discontinui e asimmetrici.
Questa impostazione trova eco anche in prese di posizione provenienti dal settore tecnologico. Negli anni recenti Elon Musk, per citarne una, ha più volte sostenuto che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’automazione potrebbe rendere necessario un reddito universale, nella misura in cui una parte crescente del lavoro umano divenga economicamente non necessaria. Tuttavia, in un’argomentazione tecnico-giuridica, tale richiamo ha valore soprattutto sintomatico: segnala che il tema è ormai entrato nel dibattito strategico sull’innovazione, ma non può sostituire la necessità di fondare la proposta su basi istituzionali, redistributive e democratiche adeguatamente motivate. 

5. Perché un reddito di base europeo

A questo punto la questione non è più se esistano buone ragioni etico-politiche per sostenere un reddito di base, ma se l’Unione possa permettersi di non costruire una forma comune di sicurezza economica. Le crisi recenti hanno mostrato che gli Stati membri dispongono di capacità fiscali molto differenti e che risposte affidate esclusivamente ai bilanci nazionali tendono ad ampliare le divergenze sociali e territoriali all’interno dell’Europa.
Un dispositivo europeo di reddito di base, o almeno un istituto che ne incorpori le funzioni essenziali, offrirebbe diversi vantaggi sistemici: rafforzerebbe la coesione dell’Unione, agirebbe come stabilizzatore macroeconomico automatico nelle fasi di crisi e ridurrebbe il ricatto della precarietà in contesti di salari stagnanti e crescente vulnerabilità lavorativa.
Il suo significato politico, pertanto, eccede la mera redistribuzione monetaria. Esso consiste nel riconoscere che il mercato del lavoro non può più rappresentare l’unico canale di accesso alla sicurezza materiale in società segnate da crisi sistemiche e da innovazioni che riducono il fabbisogno di lavoro umano in una pluralità di segmenti produttivi, amministrativi e cognitivi. 

6. Euro digitale, infrastruttura pubblica dei trasferimenti e realismo istituzionale

Il tema del finanziamento e delle modalità di erogazione resta naturalmente decisivo. Nella fase pandemica, il dibattito sul reddito di base dalla BCE aveva il merito di mettere in discussione i limiti dell’ortodossia monetaria e fiscale europea. Oggi, tuttavia, una formulazione aggiornata della proposta deve essere più rigorosa sul piano istituzionale: la BCE continua a svolgere un ruolo centrale nel quadro macroeconomico dell’Unione, ma l’adozione di uno strumento europeo di reddito di base appare più plausibilmente affidata a una combinazione di decisione legislativa, bilancio comune, capacità fiscale europea, eventuale debito comune e coordinamento con i sistemi nazionali di protezione sociale.
In questo quadro, il possibile collegamento con l’euro digitale rafforza la plausibilità tecnico-operativa della misura, a condizione di distinguere nettamente il titolo della prestazione dal suo mezzo di distribuzione. Il reddito di base dovrebbe derivare da una base normativa di diritto pubblico, europea o integrata a livello nazionale, in grado di definirne presupposti, finanziamento, importo, platea e rapporto con le prestazioni esistenti; l’euro digitale, invece, potrebbe fungere da infrastruttura pubblica di pagamento idonea a rendere più uniforme, accessibile e tempestiva l’erogazione dei trasferimenti monetari.
La proposta della Commissione del 28 giugno 2023 configura infatti l’euro digitale come forma digitale della moneta unica; la BCE lo descrive come mezzo di pagamento pubblico per cittadini e imprese dell’area euro, utilizzabile nei negozi, online, tra privati e anche offline. Le caratteristiche di accesso universale, gratuità dei servizi di base e inclusione finanziaria lo rendono, almeno in linea teorica, un veicolo adatto alla distribuzione di trasferimenti pubblici a carattere universale o quasi universale.
Un sistema di questo tipo potrebbe ridurre i costi amministrativi, aumentare la tempestività dei pagamenti, semplificare l’accredito periodico delle somme e contribuire all’effettività del diritto sociale, soprattutto nei confronti di soggetti oggi meno integrati nei circuiti bancari tradizionali.
Un recente studio pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale esplora come le valute digitali delle banche centrali (CBDC) al dettaglio potrebbero migliorare l’erogazione delle reti di sicurezza sociale (SSN), evidenziando la necessità di collaborazione tra gli sviluppatori di CBDC e gli amministratori delle SSN per garantire che le valute digitali supportino efficacemente un’erogazione inclusiva ed efficiente delle prestazioni.
Il possibile collegamento con l’euro digitale assume oggi una rilevanza ancora maggiore alla luce dell’avanzamento del procedimento legislativo europeo. Dopo la proposta della Commissione, il Parlamento europeo ha approvato nel 2026 la propria relazione sulla proposta di regolamento relativa all’istituzione dell’euro digitale e ha conferito il mandato all’avvio dei negoziati interistituzionali con il Consiglio, segnando un passaggio decisivo verso la definizione del quadro normativo finale.
Resta un limite essenziale, che è anche garanzia di legittimità democratica. La BCE afferma espressamente che l’euro digitale non diventerebbe una moneta programmabile, cioè vincolata a uno scopo specifico o a una durata limitata, come un buono, e che non sarebbero introdotte restrizioni spaziali o temporali all’uso della moneta.  Ne consegue che un eventuale reddito di base erogato tramite euro digitale dovrebbe rispettare la natura generale del mezzo di pagamento, evitando meccanismi eccessivamente prescrittivi o paternalistici, e dovrebbe essere accompagnato da robuste garanzie in materia di libertà d’uso, protezione dei dati personali, non discriminazione e accessibilità universale.
Sotto questo profilo, l’euro digitale non sostituisce la scelta politica sul reddito di base, ma può fornire un’infrastruttura capace di renderla più credibile, efficiente e inclusiva. Questa distinzione consente di evitare sia la confusione tra politica monetaria e politica sociale, sia l’errore opposto di trascurare un canale tecnico che potrebbe rafforzare concretamente l’effettività di una prestazione europea di sicurezza economica.

7. Dalla protezione del reddito alla democrazia economica europea

La posta in gioco è, in definitiva, più ampia del pur essenziale contrasto alla povertà. Ciò che viene in discussione è il modo in cui l’Europa intende governare la distribuzione dei rischi e dei benefici in una fase storica segnata da guerra, instabilità energetica, transizione ecologica, digitalizzazione accelerata e automazione intelligente. Se i costi dell’aggiustamento continuano a essere scaricati sui lavoratori, sui giovani, sui precari e sui territori più fragili, mentre i vantaggi della produttività si concentrano in poche imprese e in pochi gruppi sociali, la promessa europea di prosperità condivisa perde credibilità.
Per questa ragione, il reddito di base europeo deve essere ripensato come istituzione di democrazia economica. Non come misura residuale, né come mero ammortizzatore sociale, ma come riconoscimento del fatto che la ricchezza contemporanea è sempre più il prodotto di infrastrutture collettive, innovazione sostenuta anche pubblicamente, cooperazione sociale diffusa e accumulazione tecnologica che eccede il contributo misurabile del singolo rapporto di lavoro.
In un’Europa che automatizza, decarbonizza e si riorganizza per affrontare un ambiente geopolitico più ostile, la questione decisiva diventa allora questa: chi ha diritto ai benefici della trasformazione? Se la risposta resta affidata soltanto al mercato, le diseguaglianze cresceranno e la coesione democratica si indebolirà. Se invece una parte di quei benefici viene restituita socialmente, attraverso un reddito di base o strumenti equivalenti di sicurezza economica universale, la transizione può diventare non solo efficiente, ma anche giusta e politicamente sostenibile.
L’introduzione di un reddito di base universale e incondizionato, su base individuale, non è più differibile. Andrebbe inserita con chiarezza nella proposta politica delle forze progressiste in vista delle elezioni italiane del 2027. Non è il momento di abbassare le pretese: al contrario, in un contesto generale regressivo occorre cambiare passo e compiere un salto di qualità con una proposta dirompente, capace di misurarsi con la profondità delle trasformazioni in atto. Anzi, è plausibile che le prossime generazioni si chiedano come mai abbiamo atteso così a lungo prima di introdurre una misura tanto necessaria.
Questa scelta non risponde soltanto a un’esigenza di giustizia sociale, ma a una necessità storica. Le crisi che attraversano oggi le società europee non sono episodiche, né limitate a un singolo fattore: si intrecciano precarietà del lavoro, stagnazione dei salari, impoverimento delle famiglie, disuguaglianze territoriali, trasformazione tecnologica, costo dell’abitare, instabilità geopolitica e fragilità dei sistemi di protezione sociale. In questo quadro, il reddito di base non è una misura accessoria, ma una condizione minima per garantire sicurezza economica, libertà sostanziale e partecipazione effettiva alla vita sociale e democratica.
Per questo non basta più difendere gli strumenti esistenti o limitarne gli effetti più regressivi. Occorre avanzare una proposta nuova, capace di parlare alle condizioni materiali del presente e non soltanto di rincorrerne le emergenze. Il reddito di base universale e incondizionato deve essere pensato come un diritto individuale, non come una concessione selettiva; come una misura permanente, non come un rimedio temporaneo; come un’infrastruttura di cittadinanza, non come un sostegno residuale. Solo in questo modo potrà rispondere alla diffusione della povertà, alla frammentazione del lavoro e alla crescente insicurezza che colpisce ampie fasce della popolazione.
Questo orientamento trova riscontro anche nell’ultima assemblea di Transform! Italia, dove due interventi hanno richiamato, in momenti diversi, la necessità di un reddito minimo o universale come risposta alle nuove forme di precarietà e disuguaglianza: quello di Franco Mari di Sinistra italiana, e quello del segretario di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo, nelle sue conclusioni “E da ultimo vorrei citare un tema, perché non l’ha citato nessuno, che credo che sul livello europeo dovremmo rilanciare anche la questione del reddito, perché noi abbiamo delle economie in Europa differenti, giocando sul dumping il capitale, diciamo, lavora sulle differenze. E invece noi abbiamo bisogno anche che la cittadinanza europea corrisponda a una protezione sociale europea che vale come diritto d’esistenza per tutti i popoli d’Europa”.
Il 7 luglio 2026 è stata registrata dalla Commissione Europea una nuova Iniziativa dei Cittadini Europei “Introduzione di un reddito di base incondizionato (RBI) in tutta l’UE”, che chiede alla Commissione europea di adottare tutte le misure necessarie e tutti i provvedimenti giuridici per contribuire all’introduzione dell’RBI negli Stati membri dell’UE e di formulare una raccomandazione affinché gli Stati membri provvedano all’introduzione di tale reddito.
Nell’incontro della redazione di Transform con Pasquale Tridico, capodelegazione per il Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, presidente della Sottocommissione per le questioni fiscali, relatore sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo all’istituzione dell’euro digitale, dal titolo “Eurodigitale e sovranità monetaria”, è stata evidenziata la possibile funzione dell’euro digitale a supporto di una politica per un reddito di base europeo o su base nazionale.
Il tema non appartiene più a una sfera di elaborazione minoritaria o utopica: è ormai parte di un confronto politico e culturale che tende a farsi sempre più concreto, perché cresce la consapevolezza che le vecchie risposte non bastano più. Se davvero si vuole costruire una proposta progressista all’altezza della fase storica, il reddito di base deve diventare uno dei suoi cardini. Non si tratta di promettere il possibile, ma di rendere possibile ciò che il presente già impone come necessario.

Note e riferimenti essenziali

Commissione europea, Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sull’istituzione dell’euro digitale, COM(2023) 369 final: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:52023PC0369, 28 giugno 2023.

Banca centrale europea, Come funzionerebbe l’euro digitale?, pagina informativa disponibile sul sito ufficiale della BCE: https://www.ecb.europa.eu/euro/digital_euro/how-it-works/html/index.it.html.

Banca centrale europea, The digital euro: a digital form of cash, presentazione istituzionale del 17 novembre 2023: https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2023/html/ecb.sp231117_1~cbdafd0d7c.en.pdf.

Banca centrale europea, L’euro digitale: rafforzare i pagamenti nell’area dell’euro, intervento del 18 febbraio 2026 https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2026/html/ecb.sp260219~e9f59ca8c0.it.html.

Commissione europea, registrazione della nuova Iniziativa dei Cittadini Europei “Introduzione di un reddito di base incondizionato (RBI) in tutta l’UE” (Numero di registrazione: ECI(2026)000008), 7 luglio 2026: https://citizens-initiative.europa.eu/initiatives/details/2026/000008_it.

Banca d’Italia, Una valutazione dell’esposizione del mercato del lavoro italiano all’intelligenza artificiale, Questioni di economia e finanza n. 878, 2024: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2024-0878/index.html.

Banca d’Italia, Uso e impatto atteso dell’IA generativa: evidenze per l’Italia, Questioni di economia e finanza n. 929, 2025 https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0929/index.html.

OCSE, dati e previsioni ripresi dalla stampa economica sui salari reali in Italia nel 2026-2027, 7 luglio 2026: https://www.oecd.org/it/publications/prospettive-dell-occupazione-ocse-2026_7110bbbd-it/italia_5798d4c8-it.html.

Ansa, notizia ripresa sulla perdita del potere d’acquisto dei salari dal 2019 certificata da Istat, maggio 2026, https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/05/21/dal-2019-i-salari-hanno-perso-l86-del-potere-dacquisto-recupero_c236d5b7-3601-4e57-92e7-a6b15a7d4b59.html#.

International Monetary Fund, “Can Retail Central Bank Digital Currencies Improve the Delivery of Social Safety Nets?”, 24 ottobre 2025: https://www.imf.org/en/publications/wp/issues/2025/10/24/can-central-bank-digital-currencies-improve-the-delivery-of-social-safety-nets-568447.

Osservatori Digital Innovation, Intelligenza Artificiale in Italia: il mercato cresce del 50%, 27 aprile 2026: https://www.osservatori.net/comunicato/artificial-intelligence/intelligenza-artificiale-italia/.

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