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Macron affonda la Francia

di Franco
Ferrari

Le ultime settimane hanno cambiato lo scenario politico e sociale francese al punto che al momento è molto difficile fare previsione sull’esito della crisi in atto. Sullo sfondo di una campagna per le presidenziali che durerà ancora molti mesi, si è accelerata una crisi del potere raccolto attorno ad un Macron sempre più isolato e sempre più impopolare.

Il suo intervento televisivo dopo gli incidenti a Parigi e in altre città è risultato, come tutta la sua presidenza, altezzoso, lontano dal sentimento comune, totalmente privo di idee e di proposte per uscire dalla crisi. Nel frattempo il suo primo ministro e il suo ministro degli interni prefigurano solo più repressione e più polizia. La violenza esercitata contro i giovanissimi mobilitatisi contro la situazione delle loro scuole nelle settimane scorse è stata particolarmente brutale e ha colpito indiscriminatamente un movimento che è stato largamente pacifico.

Ora la strategia messa in campo è quella complottista di attribuire tutto quanto è avvenuto, in particolare le mobilitazioni più violente che si sono registrate nello scorso fine settimana, a La France Insoumise e “all’ultrasinistra”. In realtà, seppure il partito di Melenchon (come hanno fatto con minore visibilità anche i comunisti) si è mosso con decisione a sostegno di questo movimento e anche per la sua difesa fisica utilizzando i propri parlamentari, La France Insoumise non ha la struttura organizzativa e l’insediamento territoriale in grado promuovere un movimento di tali dimensioni.

La crisi del potere di quello che viene chiamato il “blocco centrale”, non è solo un fallimento personale di Macron e del suo tentativo di ristrutturare il sistema politico francese costruendo una forza politica centrista che emarginasse destra e sinistra radicale, ma è espressione di una crisi molto più profonda di tutta la coalizione sociale che lo ha supportato. Finanza, grande industria, establishment mediatico avevano puntato su una soluzione europeista, tecnocratica, di esaltazione del volto modernizzatore del liberismo per uscire da una crescente crisi di egemonia.

Il risultato è fallimentare da tutti i punti di vista. L’Europa è in una impasse dalla quale cerca di uscire puntando sul riarmo e la militarizzazione, l’auspicata reindustrializzazione non c’è stata, le disuguaglianze sociali si sono approfondite, il deficit pubblico è esploso. Se in parte questo è avvenuto per le necessità di fronteggiare la crisi del Covid, nella maggior parte esso è il frutto dei regali fiscali destinati alle grandi ricchezze. Senza contare tutti i miliardi distribuiti a pioggia alle grandi imprese che alla fine alimentano non gli investimenti e la crescita della produzione sociale ma solo i profitti e le rendite.

Il fallimento di Macron è in sintonia con la crisi di tutte le forme di centrismo che si sono proposte come soluzione alla crisi di egemonia del neoliberismo, di cui in Italia gli ultimi sostenitori sono alcuni esponenti della destra del PD.

In questo vuoto, una parte del grande capitale, anche in Francia, ha scommesso su un’uscita a destra dalla crisi di egemonia. Marine Le Pen oggi si presenta sempre meno come una forza anti-sistema, quanto come l’ultima carta giocata da un sistema che fatica a gestire le molteplici crisi che ha evocato. Se un tempo assumeva un volto sociale, seppur connotato dall’idea di salvaguardare il welfare per i “nativi” sottraendolo agli “stranieri”, oggi avanza una proposta economica che vuole essere pienamente rassicurante per il potere economico.

Il “blocco centrale” al momento non si è ancora organizzato attorno ad un unico candidato per le elezioni presidenziali e questo è un altro segno della sua crisi. I due esponenti politici che ne scaturiscono, Gabriel Attal e Eduard Philippe sono, disperatamente, alla ricerca di un modo per distanziarsi da Macron senza attaccarlo frontalmente. Il governo Lecornu, che per trovare una maggioranza in parlamento ricorre non di rado al soccorso dell’estrema destra, ha scelto la strada della criminalizzazione del movimento di protesta e della France Insoumise. Una strada che ottiene il risultato di legittimare sempre di più il Rassemblement National individuando nel maggiore candidato della sinistra il nemico principale e assoluto.

Per Melenchon il passaggio è indubbiamente complicato. Ha puntato tutto su una polarizzazione dello scontro politico tra una proposta di sinistra radicale e l’estrema destra lepenista. L’emergere di un vasto movimento di lotta (si calcola 800.000 persone scese in piazza in tutta la Francia sabato scorso) può certamente dare impulso alla sua campagna elettorale che era già riuscita ad ottenere un buon livello di mobilitazione.

I sondaggi lo hanno dato in costante ascesa fino a collocarlo attorno al 17-18% che gli possono consentire l’accesso al secondo turno, ma gli stessi lo davano nettamente perdente nei confronti della Le Pen. Se il candidato della France Insoumise si è imposto anche attraverso la polemica e lo scontro con le altre forze di sinistra, in particolare i socialisti, e questo può funzionare nella prima parte della campagna elettorale, non sarà facile poi ricomporre unitariamente un elettorato che dal 17-18% deve arrivare al 51%. Certamente si cercherà di mobilitare l’elettorato astensionista nei quartieri popolari già orientati a sinistra, ma questo non sembra sufficiente.

Di questo problema Melenchon, alla sua quarta campagna elettorale presidenziale, è certamente consapevole. La scorsa settimana ha presentato il suo progetto economico, nella forma di un contro-budget rispetto a quello governativo. In una economia in cui pesa fortemente il consumo interno, occorre innanzitutto rilanciare la possibilità di spesa del ceto medio e delle classi popolari. Questo richiede naturalmente un diverso uso dello strumento fiscale che deve colpire profitto, rendita e grandi patrimoni. In Francia si è molto parlato della “tassa Zucman” dal nome dell’economista che l’ha proposta, per colpire le grandi ricchezze, ma questa è solo uno degli strumenti considerati.

Catherine Tricot, sul sito Regards, ha così sintetizzato la proposta: riduzione degli aiuti alle imprese, rilancio del consumo interno, mobilitazione del risparmio nazionale, nuove politiche delle banche centrali, inclusa la BCE, fiscalizzazione delle grandi eredità. Al di sopra dei 12 milioni di euro “si prenderà tutto”. Melenchon e il principale responsabile della politica economica di France Insoumise, Eric Cocquerel, hanno ripreso la questione del debito pubblico proponendo due assi di intervento: congelare il debito francese posseduto dalla BCE e “riorientare il risparmio” dei francesi, quello che si trova sui libretti di assicurazione sulla vita o affidato alla Cassa depositi e prestiti. Sarà questo riorientamento del risparmio a fornire la possibilità di sviluppare gli investimenti. 25 miliardi saranno destinati verso l’alleggerimento del debito statale, una somma che non impone politiche di austerità.

Melenchon ha fatto riferimento, quale esempio positivo e concreto, alle politiche di Sanchez in Spagna ma anche a quelle della “sinistra plurale” di Jospin. La sua proposta “si appoggia su una visione keynesiana: servirsi della potenza dello Stato per rilanciare la macchina economica attraverso politiche sociali ed ecologiche”, scrive ancora Catherine Tricot. Un’alternativa alla politica dell’offerta adottata da Hollande (un’altra presidenza terminata con un catastrofico fallimento) ma che, richiamandosi a Sanchez e Jospin, punta a risultare credibile e praticabile. Chi in Italia fa riferimento alla politica di Melenchon come modello, non di rado a sproposito, dovrebbe aver presente l’insieme della sua strategia, che cerca di combinare radicalità con flessibilità tattica e programmatica.

Nel frattempo l’anima socialdemocratica della sinistra francese, in forte crisi dopo la presidenza Hollande e la scissione dal socialismo governativo di Macron, ha trovato un nuovo campione in Raphael Glucksmann che ha vinto nettamente le primarie organizzate dal Partito Socialista. Un punto cardine della politica di Glucksmann è il rifiuto di qualsiasi convergenza con La France Insoumise. Il principale tema utilizzato sarà l’impossibilità per Melenchon, secondo i sondaggi, di battere la Le Pen al secondo turno. Gli stessi sondaggi registrano però la sconfitta dello stesso Glucksmann di fronte alla portavoce dell’estrema destra.

Intanto la mobilitazione sociale continua con un nuovo sabato di proteste e con lo sciopero generale del 5 novembre. Denunciando la politica governativa e la repressione, Rosa Moussaoui scrive sull’Humanité: “queste menzogne e queste sordide messe in scena, a sei mesi dalle elezioni presidenziali, non servono che all’estrema destra. Il solo antidoto a questa impostura: un movimento più ampio ancora, pacifico, organizzato, capace di formulare delle rivendicazioni chiare, di schiudere nuovi orizzonti.”

Riflettendo sulla situazione francese, lo storico Roger Martelli, sempre sul sito Regards, commenta: “una società prospera solo se la stragrande maggioranza delle persone sa quale direzione intraprendere insieme. In territori sempre più diseguali e in un mondo incerto, oggi emergono due principali modi di costruire la società. O, in nome dell’ansia, consideriamo il ritiro, i confini, l’isolamento, la discriminazione, l’esclusione e l’autorità illimitata come le uniche fondamenta possibili per la protezione e la pace sociale. Oppure costruiamo questa pace sulle solide basi di giustizia, diritti, solidarietà, cittadinanza e risorse condivise. Ora dobbiamo scegliere tra queste due strade”.

Franco Ferrari

 

 

 

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